Skip to main content

Full text of "Giornale storico della letteratura italiana. Supplemento"

See other formats


nv 


GIORNALE  STORICO 


LETTERATURA  ITALIANA 


SUPPLEMENTO 
ITO  lo-ll. 


GIORNALE  STORICO 


DELLA 


LETTERATURA  ITALIANA 


DIRETTO    E    REDATTO 


FRANCESCO   NOVATI   E   RODOLFO  RENIER 


SUPPLEMENTO 
isro  lo-ii. 


,  '^'^y<o^ 


TORINO 

Casa     Editrice 

ERMANNO    LOESCHER 
1908 


PROPRIETÀ    LETTERARIA 


Curino  —  ViMOtMio  Bona.  Tip.  di  S.  M.  e  de'  KR.  Principi. 


LE  FONTI  DEI  MANOSCRITTI 

DI 

LEONARDO  DA  VINCI 


CONTRIBUTI 


So  bene  che,  per  non  essere  io  lit- 
terato,  che  alcuno  prosuntuoso  gli 
parrà  ragionevolmente  potermi  bia- 
simare, coll'allegare  io  essere  omo 
sanza  lettere. 

Leonardo,  Cod.  Atlantico,  f.  119  r. 


Al  Lettore. 

Non  mi  propongo  in  questo  studio  di  indagare  la  genesi  delie 
teorie  del  Vinci,  ciò  che  io  ho  già  fatto  occasionalmente  nei 
miei  Studi  e  nei  miei  Nuovi  Studi  sulla  filosofia  naturale  di 
Leonardo. 

Il  mio  fine  è  assai  più  modesto  e  faticoso.  Ho  voluto  compiere 
un  atto,  per  dir  cosi,  di  onestà  letteraria;  rintracciare  attraverso 
ai  Manoscritti  ciò  che  si  deve  all'ingegno  di  Leonardo,  e  ciò  che 
è  pura  e  semplice  trascrizione  dagli  scritti  altrui  ;  dare  un  filo 
conduttore  per  distinguere  l'originale  dalla  copia,  il  frutto  della 
meditazione  e  della  riflessione  diretta  dagli  appunti  tolti  di  peso 
negli  scritti  di  autori  antichi,  medievali  e  rinascenti. 

Ho  perseguito  ogni  frammento  leonardesco  di  dubbia  autenti- 

Giomale  storico.  —  Sappi,  no  10-11.  1 


2  E.   SOLMI 

cita,  sospettosamente,  fra  le  righe  di  centinaia  e  centinaia  di 
vecchi  volumi  polverosi,  oggi  dimenticati  ed  un  tempo  famosi  e 
letti,  con  pazienza  e  tenacia  forse  degne  di  miglior  causa.  In  tal 
genere  di  lavori,  secondo  la  sentenza  vinciana,  «  chi  non  dubita, 
«  poco  acquista  ».  Non  tutto  ho  ritrovato,  ma  molto  ho  faticato 
per  ritrovare.  E  per  scoprire  una  fonte  spesso  ho  dovuto  sag- 
giarne inutilmente  molte. 

Per  la  singolare  natura  degli  scritti  di  Leonardo,  che  egli 
stesso  ha  riassunto  nella  frase:  «nota  ogni  cosa!  »,  ho  dovuto 
registrare  fra  le  fonti  anche  la  viva  voce  dei  contemporanei, 
dei  quali,  secondo  la  testimonianza  del  Maestro,  egli  si  è  fatto 
per  un  istante  discepolo,  e  dai  quali,  come  egli  stesso  ci  avverte 
qua  e  là,  ha  chiesto  ed  appreso  qualcosa,  perchè  «  questa  be- 
«  nigna  natura  ne  provvede  in  modo,  che  per  tutto  il  mondo  tu 
«  trovi  dove  imitare  ».  Gli  accenni,  a  tal  riguardo,  qui  imperfetti, 
per  la  tirannia  dello  spazio,  saranno  da  me  sviluppati  nella  mono- 
grafia su  Gli  amici  e  i  discepoli  di  Leonardo  da  Vinci,  dove, 
non  con  le  arguzie  dell'ingegno,  ma  con  il  testimonio  della 
storia,  mostrerò  la  vera  e  reale  efficacia  dell'opera  leonardesca 
nella  vita  e  negli  studi  presenti. 

Dalla  conclusione  di  queste  mie  ricerche  è  risultata  chiara 
l'originalità  straordinaria  del  genio  di  Leonardo,  e  credo  che 
pochi  autori  (anche  modernissimi  !)  resisterebbero  ad  un  lavorio 
di  demolizione  simile  al  mio.  Per  il  Vinci  si  può  ben  dire  che 
colui  che  distrugge,  egli  medesimo  edifica.  Ciò  che  l'artista  ha 
trascritto  è  piccola  cosa,  in  proporzione  di  ciò  che  ha  scritto; 
ciò  che  ha  ricevuto  è  minimo,  di  fronte  a  ciò  che  ha  dato,  che 
è  massimo.  Di  tanti  maestri  o  supposti  maestri,  che  io  andrò 
segnalando,  e  greci  e  latini  e  arabi  e  scolastici,  uno  solo  resta 
vero  e  autorevole  per  lui  ;  la  Natura.  Sotto  un  disegno  di  certi 
quadretti  di  legno  che,  posali  su  un  piano  a  breve  distanza,  al 
cader  dell'uno  addosso  all'altro,  tutti  successivamente  cadono,  il 
Vinci  ha  scritto  con  filosofica  tristezza:  «  l'un  caccia  l'altro: 
«  per  questi  quadretti  s'intende  la  vita  e  gli  studi  umani  ».  Ai 
maestri   mortali,  Leonardo  preferi  la  sola   Immortale   Maestra. 


LE   FONTI    hi    LEONARDO    DA   VINCI  S 

Egli,  a  buon   drillo,   potè   sotloscri versi    nel   Codice  Atlantico: 
€  Leonardo  da  Vinci,  discepolo  della  sperienza  ». 

E.  S. 


INTRODUZIONE 


1.  La  questione  della  originalità  delle  opere  di  I^onardo.  — 
II.  Leonardo  conosce  la  lingua  latina.  —  III.  Medita  le  leggi 
del  volgare  italiano.  —  IV.  Studia  la  lingua  greca.  —  V.  Suo 
entusiasmo  per  la  lettura  delle  opere  antiche.  —  VI.  Domanda 
con  insistenza  agli  amici,  anche  lontani,  i  libri  che  desidera 
leggere.  —  VII.  Com£  gli  umanisti,  raccoglie  una  libreria  nella 
sua  casa.  —  VIII.  Frequenta  le  biblioteche  di  San  Marco  e  di 
Santo  Spirito  in  Firenze,  la  libreria  Visconteo-sforzesca  di 
Pavia;  entra  nella  biblioleca  di  Alessandro  Sforza  a  Pesaro, 
in  quelle  d'Urbino  e  di  Rom/i.  —  IX.  Metodo  e  limiti  del  pre- 
sente studio. 


I.  —  La  ricerca  delle  fonti  scientifiche  e  letterarie  dell'o- 
pera di  Leonardo  da  Vinci  è  di  gran  momento,  non  solo  perchè 
può  spiegarci  la  formazione  di  quella  mente  universale  di  artista 
e  di  scienziato,  e  portare  luce  sulla  quantità  e  qualità  delle  sue 
conoscenze,  ma  anche,  e  sopra  tutto,  perchè  è  un  presupposto 
necessario  per  qualunque  studio  si  voglia  imprendere  sugli  ap- 
punti del  sommo  Fiorentino.  I  Manoscritti,  restandoci  in  forma 
di  note  preparatorie  e  sconnesse,  ci  presentano  insieme  a  ciò 
che  è  frutto  della  mente  di  Leonardo,  ciò  che  non  è  se  non  una 
semplice  copia  di  opere  oggi  dimenticate,  ma  nei  secoli  XV  e  XVI 
note  e  diffuse.  Riconoscere  e  discernere  l'originale  dal  derivato, 
l'espressione  dell'idea  propria  dalla  trascrizione  delle  idee  altrui, 


4  E.   SOLMI 

è  la  questione  preliminare,  che  si  presenta  a  chiunque  intra- 
prenda lo  studio  dei  Manoscritti  (1). 

E  quanto  più  si  penetra  nella  conoscenza  della  natura  speci- 
fica Jel  genio  di  Leonardo,  tanto  più  cresce  il  dubbio  sulla  ori- 
ginalità di  frammenti,  che  non  hanno  nulla  a  che  fare  con  quella 
natura  specifica;  e  nasce  l'idea  che  i  Codici  Vinciani,  come 
quelli  che  rispecchiano  la  vita  intellettuale  dì  un  uomo  in  un 
periodo  di  ben  più  di  quaranta  anni,  ci  serbano  non  solo  il  frutta 
delle  ricerche  dell'artista  e  investigatore,  ma  anche  le  traccie 
delle  sue  molteplici  letture,  durante  le  quali  Leonardo  segnava, 
nel  suo  libro  di  note,  i  concetti  che  egli  desiderava  conservare» 
sia  per  la  loro  importanza  scientifica,  che  per  la  loro  bellezza 
estetica  o  saggezza  pratica. 

Un  grave  dubbio  è  stato  sollevato  a  proposito  delle  carte  vin- 
ciane.  Accanto  al  Miintz,  che  proclamava  Leonardo  l'autodidatta 
per  eccellenza,  son  sorte  molte  voci  discordi,  che  han  sussurrato 
che  i  suoi  zibaldoni  potevan  essere,  per  la  maggior  parte,  ap- 
punti di  letture  fatte  e  di  note  prese  da  opere  altrui.  A  risolvere 
questo  problema  di  capitale  importanza  per  determinare  il  valore 


(1)  Tale  necessità  fu  riconosciuta  fin  dal  1873,  quando  il  dotto  bibliofilo 
milanese  Gerolamo  D'Adda  illustrava  brillantemente,  se  non  sempre  giusta- 
mente, una  nota  all'ematite  del  Codice  Atlantico,  la  scarsa  importanza  della 
quale  apparirà  nel  seguito  di  queste  ricerche.  Gfr.  G.  D'A.,  Leonardo  da 
Vinci  e  la  sua  libreria,  note  di  un  bibliofilo,  Milano,  1873  e  Richter,  The 
literary  Works  of  Leonardo  da  Yinci,  Londra,  1883,  voi.  II,  p.  442  sgg. 
Dopo  d'allora  la  necessità  di  indagare  le  fonti  leonardiane  fu  ripetuta  dal 
Morpurgo,  dal  Renier,  dal  Mazzoni,  dal  D'Ancona  e  da  altri  moltissimi,  fra 
i  quali  voglio  citare  il  compianto  Mììntz,  L.  d.  V.  et  les  savanls  du  moyen 
óge  in  Revue  scientifique,  Parigi,  1901,  voi.  II,  p.  513.  «  Un  problème  pré- 
«judiciel  à  résoudre,  c'est  la  détermination  de  ce  qui,  dans  l'ceuvre  scien- 
ti tifique  du  Vinci,  lui  est  personnel,  et  de  ce  qu'il  a  simplement  rapporté 
«  à  titre  de  citation.  II  est  aujourd'hui  avere  qu'il  lisait  et  compilai!  enor- 
mi mément.  Souvent  il  se  bornait  à  copier  sans  crier  gare ,  des  recueils 
«  anciens,  dont  ses  historiens  lui  ont  par  la  suite  généreusement  fait  hon- 
«  neur  ».  L'opera  del  Duhem,  Etudes  sur  Léonard  de  Vinci.  Ceux  quii  a 
lus  et  ceux  qui  l'onl  lu,  Paris,  1906,  riguarda  solo  i  rapporti  degli  scritti 
di  Leonardo  col  De  coelo  et  mundo  di  Alberto  di  Sassonia,  con  la  Scienlia 
de  Ponderibus,  già  noti,  e  quelli,  ingiustificati,  con  Timone  figlio  dell'Ebreo. 


LE  FONTI   DI  LEONARDO  DA   VINCI  5 

dei  manoscritti  son  rivolte  queste  ricerche,  le  quali,  essendo  per 
loro  propria  natura  quasi  direi  infinite,  han  preso  il  nome  di 
contributi. 

Si  deve,  scorrendo  l'immenso  materiale  di  note  e  di  disegni  d'in- 
dole scientifica,  approvare  o  respingere  il  giudizio  che  recente- 
mente formulava  a  Parigi,  in  una  seduta  dell'Accademia  delle 
Scienze,  il  celebre  chimico  Berthelot,  il  quale,  cogliendo  occasione 
da  uno  studio  sopra  Leonardo,  volle  sfrondarne  la  fama  come 
scienziato  ?  A  suo  avviso,  Leonardo  sarebbe  stalo  semplicemente 
uno  spirito  «  curiosissimo  »,  che  leggeva  mollo,  e  molti  appunti 
trascriveva  dal  libri  consultati  ;  di  modo  che,  per  una  ventesima 
parte  soltanto,  i  suoi  manoscritti  dovrebbero  riguardarsi  come 
opera  originale,  il  rimanente  essendo  costituito  da  note  trascritte 
dagli  autori  contemporanei  o  del  sec.  XIV.  Secondo  il  Berthelot, 
le  invenzioni  di  Leonardo  si  ridurrebbero  quindi  a  ben  poca  cosa, 
€  quanti  lo  esaltarono  avrebbero  commesso  l'errore  di  non  tener 
conto  delle  sue  fonti. 

La  questione  non  è  di  poca  importanza  e  involge  in  sé  la  stima 
del  valore  dei  manoscritti  e  dell'ingegno  del  Vinci.  Ed  io  mi 
propongo  di  risolverla  con  quel  rigore  medesimo,  del  quale  il 
Maestro  ha  dato  costantemente  prova  nelle  sue  discussioni  :  senza 
paure,  senza  reticenze,  «  sine  lassitudine  ». 

Leonardo  ha  fatto  eccezione  alla  legge  di  continuità,  secondo 
la  quale  l'opera  di  ogni  genio  si  riconnette  col  passato,  e  più  un 
genio  si  innalza,  più  le  sue  radici  si  profondano,  e  spaziano  nel 
terreno  circostante?  Tutto  ciò  che  egli  sa,  lo  deve  esclusivamente 
alle  sue  esperienze  e  alle  sue  meditazioni  ? 

Ben  spesso  quelli  che  han  salutato  in  lui,  con  religioso  entu- 
siasmo, l'inventore  e  il  creatore,  han  trascurato  di  indagare  le 
fonti,  alle  quali  egli  ha  potuto  e  dovuto  attingere.  A  che  scopo 
rintracciare  per  le  vie  nebulose  del  passato  quelli,  che  gli  avreb- 
bero potuto  servir  da  precursori?  Non  vivevano  essi  in  quell'o- 
scurissimo  Medio  Evo,  in  cui  la  parola  di  Aristotele  teneva  il 
posto  del  pensiero  degli  intelletti  ?  Come  mai  questa  sterile  sco- 
lastica  avrebbe   potuto  scoprire,  al  grande   artista  da  Vinci,  le 


6  E.   SOLMI 

idee  nuove  e  feconde,  che  abbondano  nelle  sue  note?  Convinti 
di  queste  premesse,  affermavano,  con  fanciullesca  ingenuità,  che 
la  quercia  dalle  verdi  frondi,  non  si  ricollega  con  nessun  legame 
al  suolo  arido  sul  quale  essa  è  cresciuta.  No:  se  i  rami  della 
quercia  sono  si  estesi,  se  le  sue  foglie  han  tanto  rigoglio,  e  of- 
frono una  si  dilettevole  frescura  nelle  giornate  afose  de'  nostri 
tempi,  è  che  le  radici,  vigorose  e  molteplici,  ma  nascoste  agli 
sguardi  indiscreti,  vanno  ad  assorbire  nella  profondità  del  suolo 
i  succhi  accumulati  dalle  antiche  vegetazioni. 

Solo  a  chi  sconvolge  il  terreno  è  dato  di  porre  allo  scoperto 
ciò  che  si  cela.  Io  mi  son  proposto  qui  di  segnalare  il  maggior 
numero  delle  radici,  affidando  poi  ai  singoli  scienziati  il  com- 
pito di  valutare  fino  a  che  punto  hanno  servito  alla  genesi  delle 
più  meravigliose  idee  del  Vinci. 

II.  —  La  prima  questione,  che  si  presenta  a  chi  imprenda 
a  indagare  le  fonti  della  colossale  opera  vinciana,  è  quella  che 
si  è  soliti  lasciare  all'arbitrio  personale  degli  studiosi,  se  cioè 
Leonardo  abbia  conosciuta  la  lingua  latina  (1).  È  evidente  che 
dalla  risposta  positiva  o  negativa  a  questa  domanda  dipendono  i 
limiti,  che  si  devono  tracciare  alla  coltura  dell'artista  fiorentino: 
se  il  Vinci  non  conosceva  il  latino,  un  gran  numero  di  opere  di 
scrittori  antichi,  medievali  e  suoi  contemporanei  gli  dovettero 
rimanere,  quasi  interamente,  inaccessibili. 

Le  prove  che  Leonardo  conosce  il  latino  sono  di  vario  genere 
e  di  varia  importanza.  La  più  diretta,  e,  a  parer  mio,  la  più  va- 
lida, è  che  nei  Manoscritti  JI  ed  I  della  Biblioteca  dell'Istituto 
di  Parigi  si  assiste  giorno  per  giorno  agli  esercizi  sulle  declina- 
zioni e  coniugazioni  (2).  Senza  pretendere  di  determinare  la  data 


(1)  Il  suddetto  bibliofilo  milanese  suppone,  a  priori  ed  erroneamente, 
come  si  vedrà  più  oltre,  che  Leonardo  ignora  il  latino;  e  tal  pregiudizio  lo 
conduce  molte  volte  fuor  di  strada. 

(2)  Les  manuscrits  de  Léonard  de  Vinci  publiées  en  fac-similés  photo- 
typiques  avec  transcriptions  littérales,  traductions  franqaises,  aoant-propos 
et  tables  méthodiques.  Paris,  Quantin,  1881-1891 ,  voi.  IV,  Manoscritto  H, 
{.  133,  136,  142,  ecc. 


LE   FONTI   DI   LEONARDO   DA   VINCI  7 

di  questi  Manoscritti  certamente  essi  appartengono  alla  età  ma- 
tura di  Leonardo,  quand'egli  aveva  già  trascorsi  i  suoi  trenta 
anni  (1). 

Gli  studi  grammaticali  dei  Manoso^tti  H  ed  I  (allo  stesso  modo 
della  lista  di  parole  volgari  del  Codice  Trivulziano)  (2)  hanno  già 
da  gran  tempo  attratta  l'attenzione  dei  biografi  del  "Vinci.  Sem- 
brava a  tutti  assai  strano  che  questa  mente  geniale,  nel  fiore 
della  propria  attività,  scendesse  a  coniugare  e  declinare  verbi 
e  nomi  latini,  allo  stesso  modo  di  un  giovinetto  dodicenne. 

Come  si  spiegano  dunque  gli  studi  grammaticali  latini  dei  Ma- 
noscritti {e  implicitamente  il  glossario  volgare  del  Codice  Tri- 
vulziano)  ? 

La  coltura  di  Leonardo  dovette  essere  originariamente  assai 
scarsa,  e  quale  si  dava  ai  pittori  del  tempo  suo.  La  Scuola  di 
Abbaco,  le  botteghe  del  Verrocchio  e  del  Lippi,  la  Compagnia 
dei  pittori  furono  le  sorgenti  prime  della  cultura  del  Vinci  (3). 
Ma,  crescendo,  per  l'impulso  naturale,  il  desiderio  di  conoscere, 
si  allargò  nell'artista  fiorentino  il  desiderio  di  apprendere.  Negli 
ultimi  anni  della  sua  dimora  in  Firenze,  e  durante  e  dopo  la  sua 
dimora  in  Milano,  alla  osservazione  frammentaria  e  diretta  il 
Grande  cercò  di  aggiungere  la  conoscenza  delle  opere,  che  at- 
traevano la  sua  attenzione,  e  che  potevano  rispondere  alle  mol- 
teplici questioni  naturali,  che  la  sua  mente  al  continuo  si  pro- 
poneva d'investigare.  Avvicinare  uomini  di  scienza,  conoscere  le 
opere  della  antichità  e  del  tempo  suo  fu  allora  il  desiderio  do- 
minante di  Leonardo. 

Ampliandosi,  per  forza  delle  ricerche  personali,  la  somma  delle 
conoscenze,  non  fu  più  sufficiente  per  il  Vinci  la  notizia   dell'a- 


(1)  Nel  Manoscritto  H,  f.  49  verso,  vi  è,  per  esempio,  la  data  €  a  di  17 
«  d'ottobre  1497  >. 

(2)  Il  Codice  di  Leonardo  da  Vinci  nella  Biblioteca  del  principe  Tri- 
vuhio,  trascritto  e  annotato  da  Luca  Beltrami.  Riprodotto  in  94  tavole 
eliografiche  da  Angelo  della  Croce,  Milano,  Dumolard,  1891,  f.  4,  5,  10, 
12,  ecc. 

(3)  Cfr.  Solmi,  Leonardo,  Firenze,  1900,  pp.  6-20. 


8  E.   SOLMI 

ritmetica  e  della  geometria  elementare,  quella  dei  principi  mec- 
canici, ottici  e  anatomici,  che  correvano  per  gli  studi  dei  pittori, 
ma  l'Artista  sentì  anche  il  bisogno  di  avvicinarsi  ai  grandi  del 
passato.  Quanto  più  brillava  nella  sua  mente  il  concetto  del 
Trattato  della  pittura,  e  poi  quello  più  grandioso  del  Libro 
delle  cose  naturali,  tanto  più  gli  sembrava  necessaria  una  cono- 
scenza degli  scritti  allora  in  voga,  che  avevano  attinenza  con  la 
pittura  e  con  la  fisica  nelle  sue  varie  parti  filosofiche  e  cosmo- 
grafiche, meccaniche  e  idrauliche,  ottiche  e  mediche.  E  sebbene 
Leonardo  si  professi  «  omo  sanza  lettere  »,  conscio  che  l'inferio- 
rità dell'arte  del  disegno  di  fronte  alle  altre  arti  liberali,  dipen- 
deva dal  non  essere  stata  ancora  trattata  in  modo  scientifico, 
egli,  artista,  si  volge  ai  librai,  alle  librerie  e  agli  amici,  con  la 
avidità  e  l'interesse  di  un  letterato.  Allora  il  Vinci  si  rivolse  agli 
autori,  non  per  farsi  servo  delle  loro  idee,  ma  per  stimolare  la 
propria  mente  alla  risoluzione  dei  casi  più  ardui  e  più  difficili 
di  natura.  Per  far  ciò  era  indispensabile  la  conoscenza  del  la- 
tino, allora  unica  e  sola  lingua  dei  dotti.  Leonardo,  adunque, 
quand'egli  ormai  aveva  più  di  trent'anni,  esempio  mirabile,  de- 
siderò di  rendere  più  solida  quella  conoscenza,  che  aveva  già 
forse  prima  solo  praticamente  acquistata,  della  lingua  latina.  Fu 
e  rimase  sempre  un  latinista  mediocrissimo,  quest'è  certo,  ma 
egli  ne  sapeva  tanto  che  bastasse  per  leggere  correntemente  le 
opere  scientifiche.  Il  Gellini,  con  esatta  e  giusta  sentenza,  ci  dice 
che  da  Francesco  I  di  Francia  aveva  saputo  il  Vinci  possedere 
«  qualche  cognizione  di  lettere  latine  »  (1). 

Non  posso  raccogliere  qui  le  note  grammaticali  dei  Manoscritti  H  ed  I, 
che  ricompaiono  poi  sparse  qua  e  là  anche  nel  Codice  Atlantico  e  nei  fogli 
di  Windsor:  vi  è  un'intera  grammatica  latina,  che  comincia  dalle  diverse 
parti  del  discorso,  dalla  declinazione  dei  nomi  sostantivi  ed  aggettivi,  passa 
agli  avverbi,  ai  numerali,  ai  pronomi,  ai   verbi,  e  contiene  anche  qualche 


(1)  Gfr.  Gellini  B.,  /  Trattati   dell'oreficeria  e  della  scultura,  Firenze, 
1857,  p.  226. 


LE   FOSTI   DI   LEONARDO  DA   VINCI  9 

appunto  di  sintassi,  relativo  alle  regole    della  concordanza,  alla  teorica  dei 
casi,  dei  modi  e  dei  tempi. 

Al  folio  358  recto  del  Codice  Atlantico  troviamo,  per  esempio,  queste  note  : 

Qaot  sunt  partes  orationis:  8:  nomen,  verbam,  participium  et  pronomen, 
praepositio,  adverbium,  interiectio  et  conjunctio. 

Nomen;  quot  accidunt:  5:  species,  genus,  numerus,  figura  et  casus. 

Accidentia  verborum  sunt  5:  activo,  passivo,  neutro,  comune  e  deponente. 
Tempora  verborum  sunt  5  :  praesens,  imperfetto,  piucheperfetto... 

Nello  stesso  manoscritto  al  f.  326  verso  si  trovano  queste  note  : 
quod  quid  quod  quae 
qui  quod  quae 
qui  quod  quae 

il  quale         el  quale  la  quale 

omo  cosa  femina 

[  .  ]  di  modo 
con  modo  imperocché 

qui  quae  quod  |  ego  som  bonus  hom  et  datis 

petrus  qui  amo  et 

petrus  qui  amat  quod  qui*  cuius 

cui  queni  a  quo  ■  ^o  quo  am(at)o 

cupio 
cupio  concupio  con 

Nel  manoscritto  I  al  folio  40  recto: 

no  quis  vel  qui  que  quod  vel  quid 

g*  cuius 

d"  cui 

a°  quem  quam  quod  vel  quid 

ab°  a  quo  vel  a  qui  a  qua  vel  a  qui  a  quo  vel  a  qui 

n»  qui  que  que 

g»  quorum  quarum  quorum  Quia  [in  lapis] 

do  quis  vel  quibus 

a"  quos  quas  que 

ab°  a  quis  vel  a  quibus. 

Altre  note  grammaticali  si  trovano  nello  stesso  manoscritto  1  ai  fogli  38  v-, 
39  r.,  50  r.  fino  al  55  verso,  80  r.,  123  v.  fino  al  126  r.,  134  v.,  fino  al  138  r. 

Nel  Manoscritto  H  al  folio  126  v. 

n.  ic.  ec.  oc.  legens  hi  he  (tes)  hec  tia 

g.  vius     .  tis  orum  arum  orum.  tium  tum 


10 

E.   SOLMI 

d.  uic      .      ne    ti 

is  bus 

a.  hunc.  .        ne  (ten)  hoc  ens 

hos  has  (tes  tis  h 

u.    0.        .        .    ens 

tes  0  tia 

a.    ab  hoe.  ao.  hoe  te. 

ti. 

ab.  bis.  bus. 

n.  leetus.  ta  tum 

ti  te  ta 

g.  ti  te  ti 

orum  arura  orum 

d.  to  te  ti 

tis 

a.  tum  tam  tum 

tos  tas  ta 

vo.  tus  ta  tum 

ti  te  ta 

a.  to  ta  to 

antis 

n.  legendus  da.  dum 

di  de  da 

g.  di  de  di 

orum  arum  orum 

d.  do  de  do 

dis 

a.  dum  dam  dum 

dos  das  da. 

vo.  0  de  da  dum 

a.  a  do  da  do. 

Coniugazioni  latine  si  trovano  nello  stesso  manoseritto  ai  f.  1  r.,  2  r.,  3  v., 
4  r.,  133  V.,  136  r.,  137  r.,  138  r.,  142  r. 


Nel  Manoscritto  I  al  folio  38  v. 


som 

eram 

fui 

fueram 

ero 

sis 
esto  tu 

essem 

fuissem 

sim 

sim 

essem 

fuerim 

fuissem 

fuéro 

esse 


LE  FONTI  DI   LEONARDO  DA  VINCI 


11 


fuisse 

ens  participio. 

Altre  coniugazioni  si  trovano  nel 
Nei  codici  inediti  di  Windsor,  nella 
Chéval  al  f.  5  verso  : 


Manoscritto  I  al  folio  39  recto, 
raccolta  Croquis   et   Dessins  sur  le 


amo 

amatur 

amer 

amabam 

amabar 

amatus  snm 

amaris 

amatum  es 

amatus  eram 

amabo 

amabitum  eris 

amabor 

amabitur 

amare 

ama  amer 

ametur 

amator  tu 

amator  eris  etur 

amator 

amarer 

amare 

amaretur 

amatus  essem 

amaujsse 

amatam  esset 

amer 

amem 

amer 

amer 

amarem 

amarer 

amarer 

amaverim 

amatam  sit 

amatus  sim 

amavissem 

amatus  esset 

amatus  essem 

araevero 

amatus  erit 

amatus  ero 

amare 

amaris 

amari 

ama  visse 

amatum  esse 

amatum  ess^ 

amans 

amatum  iri 

amatum  iri 

amaturus 

amatus  i 

amatus 

Leonardo  conosce  opere  non  tradotte  in  volgare,  trascrive  ta- 
lora interi  brani  in  latino,  tal'altra  egli,  «  omo  sanza  lettere  », 
si  azzarda  ad  esprimere  qualche  frase  nella  lingua  dei  dotti  (1). 
III.  —  La  lingua  di  Leonardo  da  Vinci  è  tuttavia  il  volgare, 
che  egli  ama  e  cura  :  con  l'artista  e  scienziato  fiorentino  la  lingua 
italiana  parlò,  e  splendidamente,  per  la  prima  volta  di  scienza. 


(1)  Archimede,  Euclide,  Nemorario,  il  Peckham,  Vitellione,  tutti  i  testi 
fondamentali  di  Leonardo  non  erano  nel  XV  secolo  tradotti  in  italiano.  Passi 
latini  si  trovano  trascritti,  per  esempio,  in  II  Codice  Atlantico  della  Biblio- 
teca Ambrosiana  di  Milano  riprodotto  e  pubblicato  dalla  R.  Accademia 
dei  Lincei  sotto  gli  auspici  e  col  sussidio  del  Re  e  del  Governo,  Milano, 
Hoepli  editore,  1901-1904,  f.  72  verso  e  83  verso.  Tentativi  di  scrivere  lati- 
namente possono  vedersi  nel  Manoscritto  F  al  recto  della  copertina. 


12  E.   SOLMI 

Desideroso  di  determinare  con  precisione  il  significato  dei  voca- 
boli volgari,  il  Vinci  rivolse  allora  la  mente  a  formarsi  un'espres- 
sione precisa  e  costante  dei  termini  italiani,  come  lo  esigeva  la 
scienza  sperimentale  di  cui  egli  si  sentiva  l'iniziatore.  Come  gli 
studi  grammaticali  dei  Manoscritti  H  eà  1  si  riferiscono  al  mo- 
mento nel  quale  il  Vinci  si  senti  indotto  ad  approfondire  le  sue 
scarse  conoscenze  linguistiche  del  latino,  cosi  la  lista  di  parole 
del  Codice  Trivulziano  ci  presenta  lo  sforzo  compiuto  dall'ar- 
tista per  farsi  un  chiaro  concetto  delle  parole  d'uso  più  fre- 
quente nelle  scienze.  Conoscere  il  latino  per  i  propri  usi  scien- 
tifici, maneggiare  con  sicurezza  e  precisione  l'italiano,  sono 
l'intento  delle  note  grammaticali  dei  Manoscritti  H  ed  I  e  les- 
sicali del  Codice  Trivulziano,  e  non  già  un  preteso  e  assurdo 
insegnamento  che  il  Vinci  avrebbe  dato,  secondo  molti  biografi,  al 
giovinetto'principe  Massimiliano  Sforza,  egli,  «omo  sanza  lettere», 
in  un  secolo  di  umanisti  e  di  dotti  (1). 

Senza  rivolgerci  al  codice  Trivulziano,  dove  gli  esercizi  di  lingua  italiana 
son  tutti  insieme  raccolti,  offrirò  qualche  esempio  tratto  dal  Codice  Atlantico 
e  prima  dal  folio  213  verso  : 

bella  donna. 

Pronomi  :  tu,  quello,  voi,  noi,  io  Antonio. 

Preposizione. 

Percotere  divellere,  dimenarsi,  frugare, 

cadere  diradicare,  levarsi,  inremissibile, 

saltare,  precipitare,  abbassarsi, 

gittare,  ruinare,  piegarsi, 

battere,  isbalzare,  dirizarsi, 


(1)  La  peregrina  notizia  fu  un  parto  dell'Amoretti,  poi  piacque  e  fu  ripetuta. 
Ma  valga  il  vero:  le  note  grammaticali  dei  Manoscritti  H  ed  1  o  son  scritte 
da  Leonardo  come  preparazione  all'  insegnamento  o  per  i  discepoli  :  se  son 
scritte  come  preparazione,  non  è  cosa  ridicola  che  un  insegnante  di  latino 
abbia  bisogno  di  appuntarsi  in  iscritto  gli  aggettivi,  i  pronomi,  i  verbi?  Se 
son  scritte  per  i  discepoli,  di  grazia,  come  faceva  Leonardo  a  por  sott'occhio 
agli  scolari  la  declinazioni  e  coniugazioni  latine  vergate  con  le  parole  rove- 
sciate, da  destra  a  sinistra?  Ma  a  che  confutare  gli  assurdi!  Che  del  resto 
furon  sostenuti  da  un  dotto  leonardista  ancora  nel  1899. 


LE   FONTI   DI   LEONARDO   DA   VINCI  13 

urtare,  dis(pa)battere,  torciersi, 

spingiere,  sdrucciolare,  divincolarsi, 

tirare,  scorrere,  tremare, 

stracinare,  fagire,  crollare, 

rotolare  o  burlare,  sfuggire,  ristrigniersi, 

rivolgiere,  diripare,  allargarsi, 

{burlare),  dismontare,  sgambetti. re, 

movere,  spianarsi,  calcitrare, 

correre,  scotersi,  sollevarsi, 
sbattere. 

Nello  stesso  Codice  Atlantico  al  folio  109  verso  si  trova  questa  sequenza: 

rancore 

odio 

ira 

ecesso 

sucesso 

strage,  uccisione. 

E  al  folio  367  : 

amare 

odire 

esaudire 

fastidio 

djectivo  -~ 

adiettivo:  bello 

sostantivo  :  omo 

nominativo  :  Giovanni 

verbo  :  pingie 

relativo  antecedente  o  precedente  :  il  quale,  del  quale,  per  Io  quale  Giovanni. 

{Cito,  avverbio). 

nome:  Antonio, 

verbo  :  operazione, 

participio,  studiando,  che  è  nome  verbo. 

{Prepo) 

Pronome  :  quello  eh'  è  in  lo  [coj  del  proprio  nome  :  tu,  voi.  noi. 

Preposizione  :  quella  che  si  prepone  o  antepone  all'altre  cose,  come  :   tolli 

da  Antonio. 

Adverbio  :  quello  sta  appresso  al  verbo,  come  :  dire  bene  (io  so),  Lionardo 


14  E.   SOLMI 

fa  bene. 

Interjectione,  come  dire:  eimèì  io  vorrei  andare. 

Congiunzione  :  io  et  tu. 

{Nome,   Verbo) 

Antonio,  studia. 

nome:  Antonio, 

verbo:  studia 

agiectivo  :  bella 

sustantivo  :  donna 

relativo  :  per  lo  quale 

antecedente  :  giovane 

toccare 

ornare 

portare,  ecc.,  ecc.,  ecc. 

Al  f.  361  verso  prima  del  passo  :  «  infra  le  dannose  cagione  delli  umani 
beni,  a  me  pare,  i  fiumi,  con  le  superchie  e  impetuose  inondazioni,  tenere 
il  principato  »  questa  significante  serie  di  parole  : 

terrore  nefande 

inesorabile  li  orribili, 

repentina  e  conquassabili, 

precipitante. 

Nel  codice  Trivulziano  vi  sono   al   meno  7  o  8000  parole  diverse,  distri- 
buite su  quattro  o  cinque  colonne,  che  talora  si  succedono  senza  nessuna 
regola,  tal  altra  son  messe  in  ordine  alfabetico,  spesso  in  ordine  di  sinonimia, 
€  qualche  volta   hanno   anche   accanto   una   breve   esplicazione.  Il  Muntz 
(p.  281)  paragona  queste  sequenze  con  quelle  del  Pantagruel  di  Rabelais: 
mignon,  moignon,  de  renom  —  laité,  feutré,  calfaté,  —  moulu,   morfondu, 
dissolu  etc.  {Pantagruel,  eh.  XXVI,  XXVIII),  ma  hanno  evidentemente  un 
tutt'  altro  scopo.  Leonardo  segna  le  sue  note  non  ad  edificazione  degli  altri, 
come  il  Rabelais,  ma  a  propria  istruzione. 
Belicoso,  glorificato,  rifrancare,  unità,  imaculata  — 
ameno,  piacevole  e  dilectevole, 
stupefacto  e  smarrito, 
sadisfatione, 
intento, 
origine, 
fondamento, 
cierchare, 


LE   FONTI   DI   LEONARDO   DA   VINCI  15 

trovare, 

intendere  ecc.,  f.  11  verso. 

silogisrao  parlare  dubioso, 

soffismo  parlare  confuso  il  falso  per  lo  vero, 

norma,  divisione. 

spetioso,  bello  apparente, 

turbine,  la  tempesta  del  mare  e  deiraria, 

turbo,  revoluzion  di  vento. 

torenti,  fiumi  che  secano  la  state, 

teorica,  scienza  senza  pratica, 

vortici,  i  ritrosi  dell'acqua,  f.  12  recto. 

macchina  —  edifizio, 

obbietto,  opposto  a  riscontro, 

ostentazione,  voler  parere  quel  che  non  è,  f.  12  verao. 

equinotio,  quando  di  e  notte  son  pari, 

globo,  retondità  della  terra,  f.  13  recto. 

scientia,  notitia  delle  cose  che  sono  possibili,  passate  e  presente. 

prescientia,  notitia  delle  cose,  eh'  è  posibile,  che  possin  venire,  f.  17  recto. 

IV.  —  Leonardo  nei  suoi  studi  latini  si  è  servito  della 
grammatica  del  Donato,  e  degli  scritti  fors'anche  di  Nonio  Mar- 
cello, di  Pesto  Pompeo  e  di  Marco  Terenzio  Varrone,  della  ret- 
torica  di  Guglielmo  di  Saona,  di  quella  di  Alessandro  Gallo  e 
del  vocabolario  latino  e  italiano  «  utile  e  necessario  a  molti  »  di 
Giovanni  Bernardo. 

Non  sarebbe  inoltre  difl3cile  dimostrare  che  anche  alla  lingua 
greca  Leonardo  rivolse  la  sua  mente.  Secondo  ciò  che  il  Gellini 
apprese  in  Francia,  poco  dopo  la  morte  del  Vinci,  questi  essendo 
«  abbundante  di  tanto  grandissimo  ingegno  »,  non  solo  aveva 
«  qualche  cognizione  di  lettere  latine  »  ma,  aggiunge,  anche  di 
lettere  greche  (1).  E  i  codici   vinciani   vengono  a   confermare 


(1)  Cfr.  Cellini,  l  Trattati^  p.  226.  <  E  perché  egli  era  abbundante  di 
tanto  grandissimo  ingegno,  avendo  qualche  cognizione  di  lettere  latine  e 
greche,  il  re  Francesco,  essendo  innamorato  gagliardissimamente  di  quelle 
sue  gran  virtù,  pigliava  tanto  piacere  a  sentirlo  ragionare,  che  poche  gior- 
nate dell'anno  si  spiccava  da  lui:  qual  fumo  causa  di  non  gli  dar  facultà  di 
poter  mettere  in  opera  quei  suoi  mirabili  studi,  fatti  con  tanta  disciplina  >. 


16  E.   SOLMI 

questa  notizia;  parecchi  passi  greci  son  scritti  di  pugno  del  Vinci 
nei  Manoscritti  e  principalmente  nel  Codice  Atlantico  : 

i.  97  V.  TTpooi|Lii(iaai  (b  fivOpuiite  'ASrivAc;...  f.  124  v.:  iràvTiJUv  àvTiaiuqpXiiuv  òùo... 
€Ù0e!ai  èTriaxaupoOvTai  ;  irpooiiaidoai  00  fivGpujne  'AGrivat;  xotq  eeo!(;  ò^xoMO» 
f.  178  V.,  TtpooiMidoai  d)  fivBpuune  rota  0eol<;  béxoiaai...  f.  171  v.  0  greci,  io 

non  penso  eh'  i  miei  fatti  vi  siano  da[ ]  tare,  però  che  voi  li  avete  veduti  : 

dica  [ ]  gli  suoi,  che  gli  fa  senza  testimoni,  de'  qua[li]  è  sola  consapevole 

la  oscura  notte.... 

Reputo  tuttavia  che  Leonardo  nello  studio  della  lingua  greca  non 
sorpassasse  la  parte  puramente  elementare. 

V.  —  Bisogna  tener  ben  presente  che  nel  suo  insaziato  de- 
siderio di  conoscere,  Leonardo  non  solo  ricorre  alla  esperienza 
e  agli  uomini,  ma  anche  allo  studio  delle  opere  antiche  e  me- 
dievali di  scienza.  «  Della  lettura  dei  buoni  libri,  scrive  egli  nelle 
«  sue  Profezie  :  felici  fien  quelli  che  presteranno  orecchio  alle 
«  parole  de'  morti  :  leggere  le  bone  opere  e  osservarle  »  (1).  E  «  dei 
«  libri  che  insegnano  precetti  »  dice  :  «  i  corpi  sanz'anima  ci  da- 
«  ranno,  con  lor  sentenzie,  precelti  utili  al  ben  morire  »  (2).  «  Le 
«  penne  leveranno  li  omini,  siccome  gli  uccelli,  inverso  il  cielo, 
«  cioè  per  le  lettere,  fatte  da  esse  penne  ».  E  scherzosamente  : 
«  Delle  pelli  delti  animali,  che  tengono  il  senso  del  tatto,  che 
«  v'è  su  la  scr'itlura.  Quanto  più  si  parlerà  colle  pelli,  vesti 
«  del  sentimento,  tanto  più  s'acquisterà  sapienza  ».  «  Le  cose  di- 
'si sunite  s'uniranno  e  riceveranno  in  sé  tal  virtù,  che  renderanno 
«  la  persa  memoria  alli  omini  :  —  cioè  i  papiri,  che  son  fatti  di 
«  peli  disuniti,  e  tengono  memoria  delle  cose  e  fatti  delli  omini»  (3). 
Nessuna  umana  operazione  è  più  nobile  dello  studio.  «  Sì  come 
«  il  ferro  s'arruginisce  sanza  esercizio,  e  l'acqua  si  putrefa,  e  nel 
«  freddo  s'addiaccia,  così  lo  ingegno,  sanza  esercizio,  si  guasta  (4). 
«  La  pietra  essendo  battuta  dall'acciardo  del  foco,  forte  si  ma- 


(1)  Leonardo,  Manoscritto  1,  f.  64  recto. 

(2)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  365  recto. 

(3)  Leonardo,  Manoscritto  1,  f.  64  recto  e  verso,  65  verso. 

(4)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  289  verso. 


LE  FONTI   DI    LEONARDO   DA   VINCI  17 

«  naviglio,  e  con  rigida   voce  disse  a  quello  :  —  che  presunzion 

*  ti  move  a  darmi  fatica?  Non  mi  dare  affanno  che  tu  m'hai 
«  colto  in  iscambio,  io  non  dispiacei  mai  a  nessuno.  Al  quale 
«  l'acciarolo  rispose: — se  starai  paziente,  vedrai  che  maravi- 
«glioso  frutto  uscirà  da  te.  —  Alle  quali  parole  la  pietra,  datasi 
«  pace,  con  pazienzia  stette  forte  al  martire,  e  vide  di  sé  na- 
«  scere  il  maraviglioso  foco,  il  quale,  colla  sua  virtù,  operava  in 
«  infinite  cose.  =  Detta  per  quelli,  i  quali  paventano  ne'  prin- 
«  cipii  delli  studi,  e  poi  che  a  loro  medesimi  si  dispongano  pò- 
«  tere  comandare,  e  dare  con  pazienzia  opera  continua  a  tali 
«  studi,  di  quelli  si  vede  resultare  cose  di  maravigliosa  dimo- 
«  strazione  »  (1). 

Bisogna  fuggire  la  vanità  per  seguire  la  verità.  Il  difetto, 
avrebbe  detto  Leonardo,  non  è  la  mancanza  di  lumi,  ma  la 
scarsezza  della  luce.  «  Andando  il  dipinto  parpaglione  vagabundo, 
«  e  discorrendo  per  la  oscurata  aria,  li  venne  visto  un  lume,  al 
«  quale  subito  si  dirizzò,  e  con  vari  circuii  quello  attorniando, 
«  forte  si  maravigliò  di  tanta  splendida  bellezza,  e  non  istando 
«  conlento   solamente  al   vederlo,  si  mise  innanzi   per  fare  di 

*  quello,  come  delli  odoriferi  fiori  fare  solea,  e  dirizzato  suo  volo, 
«  con  ardito  animo,  passò  presso  lume,  il  quale  gli  consumò  li 
«  stremi  delle  alle,  e  gambe,  e  altri  ornamenti  ;  e  caduto  a  pie 

<  di  quello,  con  ammirazione  considerava  esso  caso,  donde  inter- 
ne venuto  fusse,  non  li  potendo  entrare  nell'animo,  che  da  sì  bella 
«  cosa  male  o  danno  alcuno  intervenire  potesse,  e  restaurate  al- 

<  quanto  le  mancate  forze,  riprese  un  altro  volo,  e  passato  at- 
«  traverso  del  corpo  di  esso  lume,  cadde,  subito,  bruciato  nel- 

*  l'olio,  ch'esso  lume  nutria,  e  restogli  solamente  tanta  vita  che 
«  potè  considerare  la  cagion  del  suo  danno,  dicendo  a  quello  :  — 
«  0  maledetta  luce  !  Io  mi  credevo  avere  in  te  trovata  la  mia 
«  felicità,  io  piango  indarno  il  mio  matto  desiderio,  e  con  mio 
«  danno  ho  conosciuto  la  tua   consumatrice  e  dannosa  natura. 


(1)  LEONARDO,  Codieé  Atlantico,  f.  257  rècto. 

Giornali  $torieo.  —  Snppl.  no  10-11. 


18  E.   SOLMI 

«  Alla  quale  il  lume  rispose  :  —  così  fo  io  a  chi  ben  non  mi  sa 
«  usare.  =  Detta  per  quelli  i  quali  veduti  dinanzi  a  sé  questi 
«  lascivi  e  mondani  piaceri,  a  similitudine  del  parpaglione,  a 
€  quelli  corrono,  sanza  considerare  la  natura  di  quelli,  i  quali  da 
«  essi  omini,  dopo  lunga  usanza,  con  loro  vergogna  e  danno,  cono- 
«  scinti  sono  »  (1). 

«  Acquista  cosa  nella  tua  gioventù,  che  ristori  il  danno  della 
€  tua  vecchiezza.  E  se  tu  intendi  la  vecchiezza  aver  per  suo  cibo 
«  la  sapienza,  adoprati  in  tal  modo  in  gioventù,  che  a  tal  vec- 
«  chiezza  non  manchi  il  nutrimento  »  (2). 

Nel  vasto  e  confuso  vortice  delle  note  manoscritte  corrono 
misti  alla  pura  acqua  della  sorgente  primitiva  i  passi  dovuti  allo 
studio  di  opere  d'altri  scrittori.  Le  esercitazioni  fatte  dal  Vinci 
sulla  lingua  latina  non  sorpassarono,  è  bene  notarlo,  la  parte 
puramente  elementare,  e  i  principi  indispensabili  sui  verbi,  sui 
nomi  e  sulle  parti  del  discorso.  Un  passo  del  Manoscritto  B  in- 
fatti, attinto  dal  Valturio,  ci  mostra  nella  più  chiara  luce  l'im- 
perizia di  Leonardo  latinista  (3).  Ma  è  certo  che  con  una  cono- 
scenza della  lingua  latina,  anche  ristretta  e  incerta,  l'artista  si 
trovò  in  possesso  di  uno  strumento  prezioso,  e  potè  attingere 
nozioni  sulla  natura  e  sull'uomo  a  un  gran  numero  di  libri,  che 
recavano  il  frutto  di  esperienze  secolari. 

VL  —  Il  Vinci  domanda  con  insistenza  ai  suoi  amici  le 
opere  che  desiderava  conoscere.  «  Messer  Vincenzio  Aliprando, 
«  che  sta  presso  all'osteria  dell'Orso,  ha  il  Vetruvio  di  Jacomo 
«  Andrea  »  (4).  E  altrove  :  «  Fatti  mostrare,  a  messer  Fazio,  Di 


(1)  Op.  cit.,  ivi. 

(2)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  112  recto. 

(3)  Valturio  R.,  De  re  militari,  lib.  XII  ad  Sigism.  Pandulfum  Mala- 
testam,  Parisiis,  1534,  p.  230.  Volendo  tradurre  «  Ghelidonium  auctores 
«  vocant  ipsi  falcastrum ,  ecc.  » ,  Leonardo  scrive  :  «  Auctori,  secondo  dice 
«Gelidonio  ». -Lo  sproposito  è  significante!  Gfr.  Leonardo,  Manoscritto  B, 
f.  9  verso. 

(4)  Leonardo,  Manoscritto  K,  f.  109  recto.  Son  qui  nominati,  come  ho  dimo- 
strato nel  Leonardo,  pp.  79-80,  Giacomo  Andrea  di  Ferrara  e  Vincenzio  Ali- 


LE   FONTI   DI   LEONARDO   DA   VINCI  19 

<propoì'tione  »:  <  le  Proporlìoni  d'Alchino  colle  considerazioni 
«  del  Marliano  da  messer  Fazio  »  ;  <  il  libro  di  Giovanni  Taverna 

<  che  ha  messer  Fazio  ».  «  Alcitn^a  ch'è  apresso  i  Marliani  fatta 
«  dal  loro  padre  *(1).  «  Libro  di  Qian  Giacomo  »  (2).  «  Maestro 

<  Giulian  da  Marliano  ha  un  bello  Erbolaro,  sta  a  riscontro  agli 
«  Strami  legnamieri  »  (3).  «  Fatti  mostrare  al  frate  di  Brera  De 
*  ponderìbus  »  (4).  «  Libro  di  Maso  ».  «  Libro  di  Giovanni  Benci  »  (5). 
«  Un  nepote  di  Gianangelo  dipinctore  ha  un  Libro  d'acque,  che 

<  fu  del  padre»  (6).  «  Il  Vespuccio  mi  vuol  dare  un  libro  di  Geo- 
«  metria  »  (7).  «  Eredi  di  maestro  Giovan  Gheringallo  hanno  opere 

<  del  Pelacano  »  \'è).  «  Libro  di  maestro  Pagolo  Infermieri  »  (9). 
«  Messer  Ottavian  Palavicino  pel  suo  Vetruvio  »  (10).  «  Alberto, 


prandi.  Cfr.  anche  sul  primo  Uzielli  G.,  Ricerche  intomo  a  Leonardo  da 
Vinci,  Torino,  1897,  p.  377  sgg.,  e  sul  secondo  Argilati,  Bibliotkeca  scrip- 
torum  mediolan.  cui  accedit  J.  A.  Saxi  kistoria  letterario-typographica 
mediolan.,  Mediolani,  1745.  voi.  Ili,  P.  II,  p.  40;  Mazzucchelli  G.  M.,  Gli 
scrittori  d'Italia  cioè  notizie  storiche  e  critiche  intomo  alle  vite  ed  agli 
scritti  dei  letterati  italiani,  Brescia,  1753-1763,  voi.  I,  P.  I,  p.  498. 

(1)  Lkonardo,  Codice  Atlantico,  f.  225  recto.  Son  qui  nominati,  secondo  le 
ricerche  del  mio  Leonardo,  pp.  81-85,  85-86,  Fazio  Cardano,  padre  di  Ge- 
rolamo, i  figli  di  Giovanni  Marliani.  Gerolamo  e  Pier  Antonio,  e  Giovanni 
Taverna. 

(2)  Leonardo,  Windsor  Library,  f.  141  verso.  Cfr.  Richtbr,  The  literary 
Works  of  Leonardo  da  Vinci  cit.,  parte  II,  n»  1435. 

(3)  Leonardo,  South  Kensington  Museum  IH,  f.  55  recto.  Cfr.  Richter, 
Op.  cit.,  II,  n»  1386.  Solmi,  Leonardo,  p.  86. 

(4)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  i.  225  recto.  Il  frate  di  Brera  è  probabil- 
mente fra  Filippo,  come  congetturai  nel  Leonardo,  p.  112. 

(5)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  121  recto.  Su  Maso  e  su  Giovanni  Benci 
cfr.  Solmi,  Leonardo,  pp.  132-133. 

(6)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  225  recto. 

(7)  Leonardo,  British  Museum,  f.  132  verso.  Cfr.  Richter,  The  literary 
Works  of  Leonardo  da  Vinci  cit.,  II,  n^  1452.  È  Bartolomeo  Vespucci,  come 
ho  dimostrato  nel  Leonardo,  p.  153. 

(8;  Leonardo,  South  Kensington  Museum  III,  f.  13  verso.  Cfr.  Richter, 
Op.  cit..  Il,  n"  1496. 

(9)  Leonardo,  British  Museum,  f.  191  recto.  Cfr.  Richter,  Op.  cit..  Il, 
n»  1454. 

(10)  Leonardo,  Manoscritto  F,  recto  della  copertina;  Richter,  Op.  cit..  Il 
no  1421. 


20  E.   SOLMI 

«  De  celo  e  mundo  da  fra  Bernardino  »  (1).  «  Fa  tradurre  Avi« 
«  cenna  De^  giovamenti  »  (2).  «  Il  Dante  di  Niccolò  della  Croce  »  (3). 
<  Grammatica  di  Lorenzo  de'  Medici  *  (4).  «  Borges  ti  farà  avere 

*  un  Archimede  dal  Vescovo  di  Padova  e  Vittellozzo  quello  dal 
«  Borgo  a  San  Sepolcro  »  (5),  «  Archimede  dal  Vescovo  di  Pa- 
€  dova  »  (6).  «  Archimenide  è  intero  appresso  al  fra  tei  di  monsi- 
«  gnore  di  Sancta  Giusta  in  Roma  :  disse  averlo  dato  al  fratel 
«  che  sta  in  Sardegna,  era  prima  nella  libreria  del  Duca  d'Ur- 

•  bino,  fu  tolto  al  tempo  del  Duca  Valentino  »  (7). 

VII.  —  Erano  pochi  tuttavia  i  libri  che  il  Vinci  poteva 
avere  dagli  amici  per  appagare  il  suo  desiderio  di  conoscere.  Vis- 
suto negli  anni  in  cui  la  stampa  faceva  le  sue  prime  prove,  Leo- 
nardo fu  uno  dei  più  appassionati  compratori  di  volumi.  Da  una 
nota  del  Manoscritto  F  si  scorge  il  Vinci  intento  a  far  venire 
le  più  recenti  pubblicazioni  da  Venezia  :  «  Libri  da  Venegia  »  (8). 
In  un'altra  nota  del  Codice  Atlantico  non  solo  son  registrati  i 
libri  a  stampa  acquistati,  ma  anche  il  loro  prezzo: 

S.    68.  nella  Cronica. 
61.  in  Bibbia. 
119.  in  Aritmetica  di  maestro  Luca  (9). 


(1)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  225  recto. 

(2)  Leonardo,  Windsor  Anatomy,  IV,  f.  167  recto.  Richter,  The  literary 
Works  of  Leonardo  da  Yinci,  II,  1434. 

(3)  Leonardo,  Manoscritto  F  recto  della  copertina.  Su  Niccolò  della  Croce 
il  mio  Leonardo,  p.  179. 

(4)  Leonardo,  British  Museum,  f.  191  recto.  Richter,  The  literary 
Works  of  Leonardo  da  Yrnct,  II,  1454. 

(5)  Leonardo,  Manoscritto  L,  f.  2  verso.  Borges  non  può  essere  che  il  «  reve- 
«  rendo  episcopo  di  Burges,  fradelo  del  zeneral  di  Normandia  e  cugnato  di  lo 
*  episcopo  di  Samallò,  orator  francese,  qui  in  corte  de  Roma  (anno  1513)  ». 
Sanuto,  Biarii,  Venezia,  1889,  v.  XXIV,  pp.  149-50.  Cfr.  anche  pp.  167, 
245,  365,  454,  522,  582,  dove  si  parla  del  Borges,  cioè  Bohier  o  Boyer  An- 
tonio, arcivescovo  di  Bourges,  cardinale  del  titolo  di  S.  Anastasia  in  Roma. 

(6;  Leona-rdo,  Manoscritto  L,  f.  94  verso.  Il  vescovo  di  Padova  qui  citato 
è  Pietro  Baroccio,  come  ho  dimostrato  nel  mio  Leonardo^  p.  137. 

(7)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  349  recto. 

(8)  Leonardo,  Manoscritto  F  recto  della  copertina. 

(9)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  104  recto. 


LE  FONTI   DI  LEONARDO   DA   VINCI  21 

Leonardo  non  solo  si  fece  prestare  i  libri  dagli  altri,  ma  egli 
stesso  li  prestò  agli  amici.  «  Messer  Battista  dall'Aquila  cameriere 
«  segreto  del  Papa  ha  il  mio  libro  nelle  mani  De  Vocio  »(!).«  Libro 
«  dell'acque  a  messer  Marco  Antonio  »  (2).  «  Lascia  il  libro  a 
«  messer  Andrea  Tedesco  »  (3).  «  Il  mio  mappamondo  che  ha  Gio- 
«  vanni  Benci  ».  «  Mappamondo  di  Giovanni  Benci  *  <  Mappa- 
<  mondo  de'  Benci  ».  «  Giovanni  Benci  il  libro  mio  •»  (4).  e  Mostra 
«  al  Serigatto  il  libro,  e  fatti  dare  la  regola  dell'orologio  »  (5). 

Le  botteghe  de'  librai  e  i  mercati  de'  libri  videro  più  di  una 
volta  il  grande  artista  aggirarsi,  come  i  dotti  umanisti  suoi  con* 
temporanei,  fra  i  banchi  delle  opere  manoscritte  o  a  stampa,  che 
eran  poste  in  vendita.  «  Cerca  di  Vetruvio,  scrive  Leonardo,  tra' 
«  cartolai  »  (6).  «  Paesi  di  Milano  in  istampa.  Libri  di  mercato  ». 
«  Libro  che  tratta  di  Milano  e  sue  chiese,  che  ha  l'ultimo  car- 
«  tolaio,  che  sia  inverso  il  Gordusio  »  (7).  «  Pianta  d'Elefanta  di 
«  India,  che  l'ha  Antonello  mereiaio  »  (8). 

Vili.  —  Ma  i  libri  prestati  dagli  amici  e  comprati  non  po- 
tevano bastare  per  il  non  troppo  facoltoso  artista.  Leonardo  pe- 
netra nelle  biblioteche  pubbliche  e  private,  in  mezzo  al  garrulo 
sciame  degli  umanisti.  La  nota  «  Vitolone  in  sancto  Marco  »  (9)  ci 
mostra  il  divino  pittore  AqW Adorazione  de"  magi  nelle  lunghe 


(1)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  i.  287  recto.  È  il  trattato  leonardesco  De 
Vocie. 

(2)  Leonardo.  Windsor  Anatomy,  IV,  f.  i53  recto.  Richtbr,  The  literary 
Works  of  Leonardo  da  Vinci,  li,  n"  1433.  Per  Marco  Antonio  della  Torre 
cfr.  il  mio  Leonardo,  pp.  188-89. 

(3)  Leonardo,  Manoscritto  F  cop.  r.  Richter,  Op.  cit.,  II,  n»  1421. 

(4)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  121  recto.  Manoscritto  L,  f.  1  verso. 

(5)  Leonardo,  British  Museum,  f.  191  recto.  Richter,  The  literary  Works 
of  Leonardo  da  Vinci,  li,  n»  1454.  Su  Francesco  Sirigatti  vedi  il  mio  Leo- 
nardo, p.  153. 

(6)  Leonardo,  Manoscritto  F  verso  della  copertina. 

(7)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  83  recto. 

(8)  Leonardo,  Manoscritto  F  recto  della  copertina.  Cfr.  Codice  Atlantico, 
{.  83  recto,  e  II  pian  di  Pisa  che  ha  Giorgio  cartolaio  ». 

(9)  Leonardo,  British  Museum,  f.  29  verso.  Richter,  The  literary  Works 
of  Leonardo  da  Vinci,  II,  n*'  1507. 


22  E.   SOLMI 

corsie  della  biblioteca  di  San  Marco  in  Firenze,  curvo  sul  me- 
raviglioso codice  deWOpticae  thesaurus  di  Vitellione,  sul  quale 
aveva  meditato  poco  avanti  il  matematico  Luca  Pacioli.  «  Libreria 
«  di  Sancto  Marco  »  «  I  libri  incatenati  »  (1). 

L'altra  nota  «  libreria  di  Sancto  Spirito  »  ce  lo  fa  imaginare 
nelle  belle  sale  fabbricate  dalla  munificenza  di  Niccolò  Niccoli, 
a  sfogliare  le  opere  scientifiche  e  letterarie,  quivi  raccolte  e  con- 
servate (2). 

Anche  Milano  era  abbondante  di  codici  e  di  libri  nelle  case 
private  e  nei  monasteri  ;  ma  più  che  le  biblioteche  milanesi  at- 
trasse Leonardo  la  gran  libreria  di  Pavia  fondata  da  Gian  Ga- 
leazzo Visconti,  «  dove  i  greci  e  latini  scrittori,  che  giacean 
«  quasi  sommersi  e  naufraghi,  aveano  trovato  un  sicuro  ricetto, 

<  e  quivi  potean  essere  ammirati  da  tutti  e  letti  »  (3).  «  Fa  d'a- 
«  vere  Vitolone,  scrive  Leonardo  parlando  di  uno  de'  suoi  autori 

<  prediletti,  ch'è  nella  Libreria  di  Pavia,  che  tratta  di  mate- 
«  matica  »  (4). 

E  quando  nel  1502  il  Vinci  per  incarico  del  Duca  Valentino 
era  intento  alle  fortificazioni  delle  Romagne,  dell'Emilia  e  del- 
l'Umbria, ritraendosi  ai  suoi  prediletti  studi,  in  mezzo  al  fragor 
delle  armi,  ricordava  nel  suo  libretto  di  note  :  «  di  primo  di 
«  agosto  1502  a  Pesaro  la  libreria  »  (5).  Alessandro  Sforza,  signore 
di  Pesaro,  aveva  poco  tempo  prima  raccolta  una  magnifica  bi- 
blioteca con  spese  ingenti.   «  Mandò  a  Firenze  »,   scrive  Vespa- 


(1)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  120  recto. 

(2)  «  Libreria  di  sancto  Marcho,  libreria  di  sancto  Spirito  ».  Leonardo, 
ivi,  f.  293  verso.  Gfr.  Mehus,  Vita  Ambrosii  camaldolensis,  Firenze,  1770, 
p.  378;  MÙLLER,  Neue  Mittheilungen  ùber  J.  Lascaris  und  die  mediceische 
Biblioteh,  Leipzig,  1884,  p.  88;  Giornale  Storico  della  Letteratura  Italiana, 
voi.  X,  p.  413  e  Philologus,  I,  p.  202. 

(3)  TiRABOSGHi,  Storia  della  Letteratura  Italiana,  Venezia,  1796,  voi.  V, 
p.  105;  Argelati,  Bibliotheca  scriptorum  mediolan.  cit.,  II,  p.  2106;  Ma- 
genta, /  Visconti  e  gli  Sforza,  Parma,  1883. 

(4)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  225  recto. 

(5)  Leonardo,  Manoscritto  /,  f.  94  recto.  Gfr.  G.  D'Adda,  Indag.  stor. 
art.  e  bibl.  sulla  libreria  Visconteo-Sforzesca,  Milano,  1875-79. 


LE  FONTI  DI   LEONARDO  DA   VINCI  23 

siano  da  Bisticci,  parlando  dello  Sforza  di  Pesaro,  <  e  fece  com- 
«  prare  tutti  i  libri  degni  che  potè  avere  ;  di  poi,  che  si  togliessino 
«  tutti  gli  scrittori,  che  si  potessino  avere,  non  guardando  a  spesa 
€  ignuna.  Volle  tutti  i  libri  de'  quattro  dottori  latini,  e  di  più 
«  volle  tutti  i  libri,  che  si  potevano  avere  de'  Greci,  tradotti  in 
«  latino,  tutte  l'opere  di  santo  Tomaso  e  di  Bonaventura ,  Ales- 
«  Sandro,  Scoto,  e  il  simile  tutti  i  poeti ,  tutte  le  istorie,  libri 
«  in  astrologia,  medicina,  cosmografia,  che  aveva  bellissima,  di 

<  grandissima  ispesa  »  (1). 

Anche  nella  libreria  d'Urbino,  raccolta  da  Federico  e  Guido- 
baldo,  Leonardo  rivolse  i  passi,  ammirando  la  bellezza  del  sito 
e  la  maestà  delle  sale.  In  tempo  più  tardo,  in  Roma,  rammen- 
tava ancora  con  desiderio  un  Archimede  tutto  intero,  che  «  era 

<  prima  nella  libreria  del  Duca  d'Urbino,  e  fu  tolto  al  tempo  del 
€  Duca  Valentino  »  (2). 

La  Biblioteca  Vaticana  infine,  sotto  la  custodia,  allora,  di  Tom- 
maso Fedro  Inghirami  (17  luglio  1510  —  5  settembre  1516)  e 
quella  di  Francesco  I,  gran  radunatore  di  begli  ingegni  e  di  bei 
libri  italiani,  accolsero  Leonardo  negli  estremi  anni  della  vita, 
quando  ancor  non  languiva  in  lui  il  pensiero  e  la  meditazione 
degli  eterni  veri. 

IX.  —  È  ormai  tempo  di  determinare  con  precisione  quali 
libri  Leonardo  conosce,  e  quali  sono  i  passi  dei  suoi  manoscritti, 
che  furon  cavati  da  altri  scrittori.  Opera  estremamente  delicata, 
nella  quale  sarà  bene  procedere  non  sul  molle  e  infido  terreno 
delle  congetture,  ma  su  dati  veramente  sicuri. 

A  questo  fine  io  mi  sono  servito  essenzialmente  di  due  mezzi  : 


(1)  Vespasiano  da  Bisticci,  Vite  di  uomini  illustri,  Bologna,  1892,  p.  327. 

(2)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  349  recto.  Cfr.  C.  Guasti,  Inventario 
della  libreria  urbinate  compilalo  nel  sec  XY  da  Fed.  Veterano  nel  Gior- 
nale Storico  degli  archivi  toscani,  Firenze,  1862,  VI,  p.  127,  1863,  VII, 
pp.  46,  i:^;  G.  Dennistoun  OF  Dennistoun,  Memoirs  of  the  Duhes  of  Ur- 
bino, Londra,  1850,  I,  154.  422;  Schmarsow,  Melioszoda  Forlì,  Berlino,  1886, 
pp.  54,  81,  94  ;  E.  Muntz  e  P.  Fabre,  La  Bibliothèque  du  Vatican  au 
XV  siècle,  Paris,  1887. 


24  E.   SOLMI 

le  indicazioni  e  le  citazioni  di  autori  e  di  libri,  fatte  da  Leonardo 
stesso;  la  trascrizione  testuale  da  opere  scientifiche,  filosofiche  e 
letterarie.  Vi  sarebbe  anche  un  terzo  mezzo:  l'analogia,  su  cui 
si  è  appoggiato  il  Duhem  per  istituire  confronti  con  libri  proba- 
bilmente non  mai  veduti  o  letti  da  Leonardo,  buon'occasione  per 
molti,  onde  trasformare  l'opuscolo  in  volume,  ed  il  volume  in  mon- 
tagne di  carta,  ma  io  l'ho  lasciato,  quanto  più  ho  potuto,  da  parte. 

Il  primo  mezzo  è  assai  semplice  :  data  l'indicazione  di  Leonardo 
è  facile  stabilire  la  fonte.  Ma  pur  troppo  il  Vinci  non  cita  quasi  mai. 

Il  secondo  mezzo  è  di  grande  difficoltà:  dato  un  passo,  che  si 
sospetta  non  sia  di  Leonardo,  si  tratta  di  determinare,  donde  l'ha 
cavato  e  rintracciarne  l'originale.  Questo  problema  è  arduo  in 
grado  sommo.  Pronunziare  una  frase  e  rintracciarla  fra  gran 
numero  di  volumi,  donde  probabilmente  è  stata  attinta,  è  talvolta 
opera  addirittura  disperata.  Spesso  la  frase  e  il  passo  sfuggono 
anche  quando' si  sa  l'autore  ed  il  libro,  che  ne  è  stato  l'origine. 
Ma  se  questo  mezzo  è  difficile  esso  è  nello  stesso  tempo  fecondo, 
perchè  una  volta  rintracciata  la  fonte  si  ha  un  elemento  pre- 
zioso in  mano  per  distinguere,  nella  immane  congerie  degli  ap- 
punti leonardeschi,  quali  sono  i  passi  originali  e  dovuti  all'os- 
servazione diretta,  da  quelli,  che  non  lo  sono,  ma  costituiscono 
appunti  presi  da  opere  lette  e  trascritte. 

Lascio  da  parte  le  analogie,  che  si  potrebbero  rinvenire  con 
libri  usciti  in  vari  tempi  e  in  vari  paesi,  metodo  altrettanto  op- 
portuno per  sfoggiare  l'erudizione  libraria,  quanto  discutibile, 
incerto  e  il  più  delle  volte  fallace.  Innumerevoli  sono  le  opere 
da  me  confrontate  coi  testi  del  Vinci,  senza  ch'io  v'abbia  tro- 
vato un  solo  punto  di  sicuro  contatto.  Di  tutto  questo  immane 
lavoro  preparatorio  non  ho  voluto  apparisse  traccia,  intento  solo 
ai  risultati  sostanziali,  per  quanto  fosse  stata  lunga  e  faticosa  e 
difficile  la  via  per  arrivarvi. 

Certo  i  raffronti  di  concetti,  di  passi,  di  semplici  frasi,  sareb- 
bero numerosissimi  (1).  Ma  già  si  sa  quanto  delicata  sia  questa 


(1)  Il  Duhem  (Bulletin  Italien,  1907,  p.  192)   attribuisce   agli   scritti   di 


LE   FONTI   DI   LEONARDO   DA   VINCI  25 

ricerca  delle  fonti,  non  essendovi  nulla  più  facile  del  trovare 
espressioni  simili  in  due  scrittori,  e  nulla  più  difficile  del  deter- 
minare se  queste  espressioni  non  assumano  in  ciascuno  di  essi 
un  valore  diverso,  cosa  a  cui  non  ha  guardato  il  Duhem. 

li  metodo  del  Duhem  è  indefÌDibile,  e  tale,  per  la  sua  arbitrarietà,  da  ser- 
vire a  giustificare  i  più  asaardi  riavvicinamenti.  Con  tal  metodo  qualunque 
opera  può  essere  segnalata  come  fonte  del  Vinci,  anche  quelle  che,  con 
ogni  probabilità,  non  furon  mai  né  lette,  né  studiate  dall'artista.  In  qxial 
opera  infatti  non  si  può  scorgere  qualche  analogia  con  gli  appunti  enciclo- 
pedici di  Leonardo?  Con  questo  sistema  il  Duhem  ha  potuto  fare  dei  rav- 
vicinamenti sul  genere  di  questo,  che  riferisco  integralmente. 

<  Nous  voyons  par  cet  exemple  que  la  lecture  des  ceuvres  de  Nicolas  de 
«  Cuse  permet  d'interpréter  telle  pensée  obscure  de  Léonard,  de  justifier  tei 
«  rapprochement  d'aspect  incohérent:  elle  permet  aussi  de  restituer  leur  sens 
«  véritable  et  compiei  à  des  passages  qui,  pris  en  eux  mémes,  sembleraient 
«  réflexions  sans  importance,  voire  méme  plaisanteries  de  goùt  douteux. 

€  De  ce  nombre  est   le   passage  suivant.  que   nous  reproduisons  tei    que 

<  Liéonard  Va  écrit. 

e  '  Demetrio  solca  dire,  non  essere  diferentia  dalle  parole  e  voce  dell'inperiti 

<  ignioranti  chessia  da  soni  e  strepidi  causati  dal  ventre  ripieno  di  superfluo 
«  vento. 

«  '  Ec  questo  non  senza  cagion  dicea  impero  chellui  non  reputava  esser  dif- 
«  ferentia  da  qual  parte  costoro  mandassino  fuora  la  voce  o  dalle  parti  infe- 

<  riori  o  dalla  bocha  chelluna  ellaltr»  era  di  pari  valimento  e  substantia  '. 
«  Qu'est-ce  là  ?  Une  grossière  boutade  singuliérement  déplacée  en  ce  Cahier 


Niccolò  Cusano  il  proverbio  leonardesco  :  «  La  vita  bene  spesa  lunga  è  » 
(che  per  adattare  meglio  alla  lettera  del  Cardinale  traduce  :  «  La  vie  bien 
€  remplie  est  courte  »  (Codice  Trivulziano,  f.  34  recto).  Invano  si  cerca  nel 
Idiotae  liber  tertius:  De  mente  cap.  XV.  De  ludo  globi  lib.  Il  una  frase 
testuale  simile,  ed  é  naturale  !  Cosi  la  frase  «  Ogni  azione  bisogna  che 
€  si  eserciti  per  moto»  {Cod.  Trivulziano,  f.  6  recto)  è  fatta  risalire  al 
Excitationum  ex  sermonibus  liber  VII  :  ex  sermone:  Non  in  solo  pane  vivit 
homo,  ove  è  detto  «  Naturae  opera  requirunt  motum  ut  perficiantur  »,  frase 
che  può  trovarsi  in  mille  altri  testi,  e  che  Leonardo  ha  preso  da  Aristotile. 
Egualmente  la  frase  di  Leonardo  «  Ogni  nostra  conoscenza  principia  da' 
«  sentimenti  »  (Codice  Trivulziano,  f.  20  verso)  si  fa  derivare  dal  Cusano 
<  Nihil  est  in  intellectu,  quod  non  prius  fuerit  in  sensu  ».  ma  anche 
questo  riavvicinamento,  con  tutti  quelli  che  lo  circondano,  non  è  troppo  con- 
vincente. 


26  E.   SOLMI 

«  dont  toutes  les  notes,  hors  celle-là,  ont  trait  aux  sujets  les  plus  relevés  ? 
«  Nous  le  pourrions  croire  si  nous  ne  recourions  à  Nicolas   de  Cuse. 

«  En  son  Dialogue  sur  la  Genèse  (Dialogus  de  Genesi),  Nicolas  de  Cuse 
«  veut  expliquer  quels  sont  les  trois  degrés  qu'il  établit  en  la  connaissance 
€  humaine  :  La  connaissance  sensible,  la  connaissance  rationnelle,  la  con- 
«  naissance  intellectuelle;  voici  Tingénieuse  comparaison  qu'il  déyeloppe  : 

«  La  parole  que  le  maitre  prononce  implique  elle-méme  trois  ordres 
«  distincts. 

«  Tout  d "abord  cette  parole  est  sensible.  Elle  peut  ètre  recueillie  par  le 
«  simple  organe  de  l'ouìe,  par  des  gens  qui  ignorent  absolument  le  sens 
«  des  mots  dont  elle  se  compose.  G'est  là  la  manière  bestiale  de  la  recevoir. 
«  Toutes  les  bétes.  en  effet,  sont  en  cela  semblables  à  Thomme  qui  ignore 
«  le  sens  des  mots;  elles  entendent  seulement  des  sons  articulés. 

«  Après  cela  vient  la  parole  rationnelle,  celle  qu'entendent  les  hommes  in- 
«  struits  du  sens  des  mots.  La  raison  seule  comprend  le  sens  des  mots,  en 
«  sorte  que  la  parole  rationnelle  du  maitre  est  entendue  par  les  hommes, 
«  et  non  par  les  bétes. 

«  Mais  il  peut  arriver  qu'un  grammairien  entende  le  discours  du  maitre 
«  et  ne  saisisse  pas  la  pensée  méme  de  ce  maitre,  si  celui-ci,  par  son  discours, 
«  s'efforce  d'expliquer  une  idée  mathématique  ou  théologique.  Vous  voyez 
«  donc  que  la  parole  du  maitre  est  encore  rationnelle,  mais  d'un  ordre  supé- 
«  rieur.  G'est  l'ordre  intellectuel. 

«  Comprend-on  maintenant  le  sens  profond  de  la  pensée  de  Léonard  ? 
«  N'est-elle  pas  une  comparaison,  brutale  assurément,  mais  bien  capable  de 
<  mettre  en  lumière  ce  qu'il  faut  entendre  par  la  parole  purement  sen- 
«  sible  ?  »  (1). 

Per  porre  un  rapporto  tra  il  sublime  pensamento  del  Gusano  e  il  volgare 
passo  di  Leonardo  ci  vuol  l'arbitrario  e  assurdo  metodo  del  Duhem,  col 
quale  si  potrebbe  istituire  qualunque  altro  ravvicinamento,  anche  il  più  pazzo. 

Fortunatamente  vi  è  la  prova  che  fra  questi  due  frammenti  di  Niccolò  da 
Gusa  e  del  Vinci  non  esiste  alcun   rapporto,  nel  fatto  che    noi  conosciamo 


(1)  Duhem,  Léonard  de  Vinci  et  Nicolas  de  Cuse  in  BuUetin  italien, 
Bruxelles,  1907,  pp.  207  sg.  Gol  nome  di  collezione  Rouveyre  mi  riferisco  alla 
opera  in  23  volumi  Feuillets  inédits  de  L.  d.  V.  accompagnés  de  plusieurs 
milliers  de  croquis  et  rfessms  ;  a  quella  ancor  incompiuta  in  15  volumi  dei 
Manuscrits  inéjlits  de  L.  d.  V.  accompagnés  de  plusieurs  milliers  de 
croquis  et  dessins,  e  a  quella  in  tre  volumi  dei  Carnets  inédits  de  L.  d.  V. 
accompagnés  de  plusieurs  centaines  de  croquis  et  dessins,  iniziata  da 
E.  RouvEVRE  in  Parigi  nel  1901. 


LE  FONTI   DI   LEONARDO  DA  VINCI  27 

benissimo  la  fonte  del  passo  leonardesco,  che  fu  da  me  segnalata  fin  dal 
1898.  La  nota  di  Leonardo  è  copiata  ad  litteram  dal  De  re  militari  del 
Valturio,  e  con  ciò  cadono  tutte  le  fantasie  del  Duhem. 

Mi  sarebbe  facile  dimostrare  come  tre  quarti  dei  ravvicinamenti  fatti  dal 
Duhem  nei  suoi  Études  sur  Léonard  de  Vinci,  Ceux  quii  a  lus  et  ceux 
qui  l'ont  lu,  son  fatti  con  lo  stesso  procedimento,  che  non  si  potrà  mai  de- 
plorare abbastanza. 

A  furia  di  confrontare  si  finisce  col  vedere  dei  rapporti  tra 
forme  e  concetti  i  più  disparati,  o  almeno  così  comuni,  da  non 
potersene  tirare  nessuna  conseguenza  per  le  attinenze  speciali 
degli  scrittori  presi  in  esame  (1).  Il  mio  scopo  è  molto  più  mo- 
desto: stabilire  se  le  scritture  del  Vinci  sono  originali,  come 
preparazione  all'Ediziun  Nazionale  delle  sue  opere. 

Bisogna  tener  ben  presente  la  universalità  straordinaria  della 
mente  dell'artista.  Per  stabilire  le  fonti  occorreva  compulsare 
libri  senza  fine,  cominciando  dalle  umili  grammatiche  e  dizionari 
quattrocentistici  sino  ad  opere  di  prosa  e  di  poesia,  di  matema- 
tica, di  medicina,  di  filosofia  naturale  e  morale. 

Nessuna  via  rimase  intentata.  Ed  era  necessario  aver  sempre 
innanzi  alla  mente  tutta  l'immane  congerie  degli  appunti  leonar- 
deschi, gran  parte  dei  quali  dovetti  attingere  dai  manoscritti  ine- 
diti, con  infinite  fatiche  e  ostacoli,  e  di  questi  si  ricercarono  ben 
spesso  le  origini  e  i  testi  primitivi,  senza  nessun  filo  conduttore. 

Indagini  di  simil  fatta  esigono  tempo  e  travagli  senza  numero, 
poiché  qui  non  si  tratta  della  ricerca  delle  fonti  di  un  poema 
0  di  una  leggenda,  limitati  a  opere  di  un  sol  genere  e  di  un  de- 
terminato  ciclo,  ma  di  rintracciare  le  sorgenti  di  scritture  en- 


ei) Il  Duhem  (Bulletin  Italien,  1907,  p.  192),  attribuisce  alla  influenza 
delle  Subtiles  doctrinaque  piene  abhreoiationes  libri  physicorum  edite  a 
prestantissimo  philosopho  Marsilio  Inguen  doctore  Parisiensi,  s.  1.  n.  a., 
39  f.,  non  numerati,  verso,  la  frase  di  Leonardo:  «  L'acqua  che  tocchi  del 
«  fiume  è  l'ultima  che  andò  e  la  prima  di  quella  che  viene,  così  il  tempo 
«presente»  (Codice  Trivuhiano,  f.  34  recto).  Ma  Marsilio  d'inghen  óice: 
€  Il  presente  è  la  fine  del  passato  e  il  principio  del  futuro»,  il  che  è  ben 
diverso. 


28  E.   SOLMI 

ciclopudiche,  dove  la  filosofia,  le  scienze  e  l'arti  tutte  compaiono 
alla  rinfusa,  e  si  intrecciano  senza  alcuna  legge  manifesta. 

Certo  non  mi  lusingo  di  aver  scoperte  tutte  le  fonti.  Io  tuttavia 
posso  affermare  di  aver  data  una  risposta  esauriente  alla  que- 
stione mossa  sulla  originalità  dell'opera  manoscritta  del  Vinci 
nel  suo  complesso.  Se  tal  questione  non  è  stata  fatta  e  presen- 
tata in  tal  guisa,  per  nessun  altro  scrittore,  è  perchè  gli  scritti 
di  nessun  altro  scrittore  si  trovano  nello  stato  di  quelli  di  Leo- 
nardo. 

La  novità  del  problema  e  la  difficoltà  dell'impresa  spiegano  e 
giustificano  i  difetti  di  queste  mie  ricerche.  Questo  lavoro,  da 
lungo  tempo  meditato,  ho  più  volte  abbandonato,  ripigliandolo 
poi  a  più  riprese,  quando  alle  mie  ricerche  risultava  qualche 
nuovo  elemento,  che  stimava  mi  potesse  aiutare  al  consegui- 
mento dello  scopo.  E  per  quanto  anche  ora  ritenga  che  il 
presente  scritto  sia  lontano  dall'ideale  che  me  n'ero  formato, 
pur  tuttavia  l'amore  che  vi  ho  posto  e  le  fatiche  e  i  sacrifizi 
che  mi  è  costato,  me  lo  fanno  tener  caro  sopra  ogni  altro  dei 
lavori,  coi  quali  da  quasi  dieci  anni  mi  son  sforzato  di  portar 
qualche  nuovo  contributo  allo  studio  della  vita  e  delle  opere  del- 
l'impareggiabile Leonardo  (1). 

Guardando  la  gran  somma  dei  codici  vinciani  ben  si  comprende 
come  quattro  secoli  abbiano  dovuto  trascorrere  dalla  morte  del 
Vinci,  prima  che  lo  spirito  critico  si  sentisse  in  grado  di  accin- 


(1)  Vedi  principalmente  Studi  sulla  filosofia  naturale  di  Leonardo  da 
Vinci.  Gnoseologia  e  Cosmologia,  Modena,  1898  ;  Frammenti  letterari  e 
filosofici  di  Leonardo  da  Vinci,  trascelti,  Firenze,  1904  (9»  edìz.);  Leonardo, 
Firenze,  1908  (2*  ediz.);  La  festa  del  Paradiso  di  Leonardo  da  Vinci  e 
di  Bernardo  Bellincione,  Milano,  1903;  Documenti  inediti  sulla  dimora 
di  Leonardo  da  Vinci  in  Francia,  Milano,  1904:  Nuovi  studi  sulla  filo- 
sofia naturale  di  Leonardo  da  Vinci.  Il  metodo.  L'astronomia.  La  teoria 
della  visione,  Mantova,  1905;  Il  trattato  di  Leonardo  da  Vinci  sul  lin- 
guaggio («De  vocie  *),  Milano,  1906;  Frammenti  autobiografici  inediti  di 
Leonardo  da  Vihci  in  Miscellanea  di  Studi  critici  dedicati  dai  discepoli  a 
Guido  Mazzoni,  Firenze,  1907;  Ricordi  della  vita  e  delle  opere  di  Leonardo 
da  Vinci  raccolti  dagli  scritti  di  Gio.  Paolo  Lomazzo,  Milano,  1907. 


LE  FONTI  DI  LEONARDO  DA  VINCI  29 

gersi  ad  analizzarne  e  ad  apprezzarne  il  valore.  Scorgere  nella 
congerie  confusa  delle  noie  vinciaue  l'originale  della  trascrizione, 
Tespressione  dell'idea  propria  dalla  copia  delle  idee  altrui  è  com- 
pito indispensabile  p^r  gli  ulteriori  studi,  che  si  volessero  prose- 
guire sul  Vinci. 


Le  fonti. 
I. 

Abano  (di)  Pietro.  Il  Conciliator  differentiarum  di  Pietro 
d'Abano,  benché  sia  un  trattato  compiuto  di  medicina  teorica  e 
pratica,  per  i  vari  e  molteplici  nessi  che  lo  studio  dell'uomo  nor- 
male e  delle  sue  alterazioni  patologiche  presenta  eoo  molte 
scienze  natuiali,  risulta,  nello  stesso  tempo,  quasi  un'enciclopedia 
del  sapere  medievale.  Quando  Leonardo,  nel  1506.  recandosi  da 
Vaprio  in  Milano  per  sollecitare  dallo  Ghaumont  la  restituzione, 
promessagli,  della  vigna  fuori  Porta  Vercellina,  che  gli  era  stata 
donata  fin  dal  1499  da  Lo<lovico  il  Moro  e  poi  confiscata,  scrive 
in  un  foglio,  che  oggi  si  trova  a  Windsor:  «  Ricordo:  andare  in 
«  Provvisione  per  il  mio  giardino.  Giordano  De  pondet^bus  e  '1  Con- 
*  cUiaior  de  flusso  e  reflusso  del  mare  »  (1),  con  le  ultime  parole 
si  riferisce  al  Conciliator  differentiarum  philosophorum  et  pre- 
cipue medicorum  edito  in  Venezia  fin  dal  1471,  poi  in  Mantova, 
in  Venezia,  in  Pavia,  in  Padova  ed  ancora  in  Venezia,  nel  quale 
intendeva  di  leggere  precisamente  i  capitoli  1  e  III  della  diffe- 
renza LXXXVIII,  che  del  flusso  e  riflusso  del  mare  trattavano 
diff*usamente,  come  certo  correa  fama  a  que'  tempi  (2). 


(1)  LioNARDO,  Windsor  Library,  f.  141  verso.  Richtkr  ,  The  literary 
Works  of  Leonardo  da  Vinci,  II,  n"  1436. 

(2)  Conciliator  differentiarutn  philosophorum  et  precipue  niedicorum 
clar.  viri  Petri  de  Abano  patavini.  Venetiis  apud  Octavianum  Scotum 
MCDXXl.    Altre   edizioni    Mantue,  1472;   Venetiix,   1476,  1483;   Papiae^ 


30  E.   SOLMI 

La  luna,  a  cui  appartiene  una  speciale  signoria  sulle  acque, 
avrà  letto  senza  dubbio  Leonardo,  esercita,  nelle  sue  diverse 
quadrature,  maggiore  o  minore  attrazione  sugli  umori  del  nostro 
organismo,  ma  più  manifestamente  sulle  acque  del  mare.  Per  la 
copia  e  la  purezza  loro,  per  la  salsedine  che  le  conserva,  sono 
le  acque  de'  mari  più  suscettive  dell'azion  lunare,  come  anche 
affermano  il  Centiloquio  di  Tolomeo  e  V Introduttorio  di  Geofar, 
onde  si  producono  a  periodica  distanza  i  flussi  e  reflussi,  e  tal- 
volta le  maree  straordinarie  per  durata  e  per  mole.  Del  resto 
una  determinazione  diligente  e  rigorosa  del  tempo  e  della  forza 
di  questi  fenomeni  non  si  riesce  a  dare,  perchè  non  sempre  si 
avverte  subito  l'effetto  della  presenza  di  qualche  altro  fattore, 
mentre,  pure,  cause  diverse  dalla  luna  possono  produrre  con 
essa  0  ritardare  il  flusso:  l'azione,  per  esempio,  di  altri  pianeti 
e  le  congiunzioni  celesti  (1). 

Tale  era  la  spiegazione  che  dei  moti  periodici  del  mare  aveva 
data  Pietro  d'Abano,  e,  sebbene  Leonardo  procedesse  nello  studio 
di  questo  fatto  naturale,  per  vie,  come  ho  dimostrato  altrove  (2), 
interamente  diverse,  lo  scienziato  fiorentino  ritenne,  più  che 
opportuno,  doveroso  leggere  la  spiegazione,  che  proponeva  quel- 
l'opera che  era  chiamata  allora  «  divina  »,  della  quale  tuttavia 
non  resta  alcuna  traccia  nei  manoscritti  del  Maestro,  fuorché  in 
questo  sottile  e  impercettibile  legame,  che  congiunge  lo  speri- 
mentatore di  genio  al  dotto  medico  del  Medioevo. 

Appassionatissimo  per  tutto  ciò  che  riguardava  le  scienze  oc- 
culte, Pietro  d'Abano  aveva  consacrato  ogni  momento  libero  che 
l'arte  medica  gli   concedeva   allo   studio   della    fisonomia,   della 


1490;  Patavii,  1490;  Venetiis,  1496,  1504,  tutte  anteriori  al  ricordo  di  Leo- 
nardo. Ho  innanzi  l'edizione  «  Conciliator:  Conciliator  differentiarum  phi- 
€losophorum  et  medicorum,  ecc.».  Venetiis,  1520,  p.  127  verso. 

(1)  Ferrari  S.,  /  tempi,  la  vita,  le  dottrine  di  Pietro  d'Abano,  Genova, 
1900,  pp.  270  e  ^71. 

(2)  Per  la  spiegazione  del  flusso  e  riflusso  del  mare  secondo  Leonardo, 
vedi  i  miei  Nuovi  studi  sulla  filosofia  naturale  di  Leonardo  da  Vinci, 
Mantova,  1905,  pp.  82,  88. 


LE   FONTI   DI   LEONARDO  DA   VINCI  31 

chiromanzia  e  della  astrologia  :  «  scienze  vane  e  piene  di  er- 
«  rori  ».  griderà  severamente  I^eonardo.  E  forse  questa  non  fu 
l'ultima  causa  della  scarsa  efficacia  del  Conciliator  differentiarum 
sui  manoscritti  vinciani. 


II. 


Abbaco.  È  la  prima  delle  opere  segnate  dal  Vinci  nella  famosa 
nota  all'ematite  del  Codice  Atlantico  (1),  e  forse  fu  la  prima  delle 
opere  che  Leonardo  tenne  fra  le  mani  da  fanciullo,  uno  di  quei 
testi  sui  quali,  secondo  la  tradizione,  <  egli,  in  pochi  mesi  che 
«  v'attese,  fece  tanti  acquisti,  che  movendo  di  continuo  dubbi  e 
«  difficultà  al  maestro,  che  gl'insegnava,  bene  spesso  lo  confon- 
«  (leva  »  (2). 

Facilmente  si  tratta  di  un'opera  manoscritta,  senza  tuttavia 
escludere  che  Leonardo  abbia  potuto  possedere  in  tempo  più 
tardo,  e  conservare  presso  di  sé,  VAbbaco  stampato  in  Treviso 
nel  1478,  che  il  Boncompagni  reputava  scritto  da  Gerolamo  e 
Giovanni  Antonio  Tagliente  o  altra  opera  analoga  posteriore  (3). 

È  assai  probabile  che  con  la  parola  «  abbaco  »  Leonardo  si 
riferisca  ad  uno  scritto  di  non  grande  importanza  scientifica 
(come  sono  in  generale  tutti  i  libri  elencati  nel  foglio  210  del 
Codice  Atlantico);  senza  escludere  che  il  Vinci  abbia  potuto  co- 
noscere il  Liber  abaci  di   Leonardo   Fibonacci  detto  il  Pisano, 


(1)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  210  recto. 

(2)  Vasari,  Le  vite,  p.  445. 

(3)  Incomincia  una  practica  molto  bona  e  utile  a  ciaschaduno  chi  vuole 
uxare  Varte  de  la  merchàdantia  chiamata  vulgarmente  Tarte  de  T Abbaco. 
A  Tnviso  a  di  10  Dece  b.  MCGCGLVIII  in  4»  die.  62.  Si  crede  comune- 
mente questo  il  più  antico  trattato  di  aritmetica  dato  alle  stampe,  ma  non 
è  vero,  perchè  fu  preceduto  dall'Ars  num.erandi,  stampata  da  Ulrico  Zeli 
circa  nei  1471.  Gfr.  Boncompagni,  Intorno  ad  wn  trattato  d aritmetica 
stampato  nel  1478,  negli  Atti  delF Accademia  dei  Nuovi  Lincei,  t.  XVI, 
ann.  1862-1863,  p.  1.  Gerolamo  e  Giovanni  Antonio  Tagliente  furono  anche 
compilatori  di  un  Libro  de  abaco  che  insegnia  a  fare  ogni  raaone  marca- 
dantile,  Venetia  1515. 


32  E.   SOLMI 

la  più  grande  opera  di  aritmetica  del  Medio  Evo,  dove,  olire 
l'uso  dei  numeri  arabici,  si  risolvono  le  equazioni  di  primo 
grado,  alcune  di  secondo  e  si  stabiliscono  le  regole  per  le  equa- 
zioni indeterminate  (1),  oppure  le  Recholuzze  del  maeslro  Pa- 
gholo  aslrolacho  (Dagomari),  dove  si  trova  per  la  prima  volta 
l'uso,  adottato  da  F.eonardo,  della  virgola  destinata  a  distinguere 
i  grandi  numeri  in  gruppi  di  tre  per  facilitarne  la  lettura  (2).  Il 
Vinci  conobbe  anche,  senza  dubbio,  l'estesa  opera  Abbaco  di  Piero 
Borgi,  (in  fine)  Venetia  per  Errardo  de  Augusta,  1484,  in-4» 
(altre  edizioni   venete  1488,  1491,  1501,  1509,  1517,  1518)  (3). 


(1)  Sul  Liher  abbaci,  la  Practica  geometriae  e  il  Liber  quadratorum 
del  Fibonacci  si  veda  Gantor,  Vorlesungen  ùber  Gesch.  der  Mathematih, 
Leipzig,  1892,  voi.  I,  cap.  XLI  e  XLII  e  principalmente  Giesing,  Leben 
und  Schriften  Leonardos  da  Pisa,  Dòbeln,  1896,  pp.  32  e  sgg.  e  gli  scritti 
del  WoEPCKE  negli  Atti  dell" Accad.  pontificia  dei  Nuovi  Lincei,  Roma,  1861, 
voi.  XIV,  pp.  342  e  348,  e  nel  Journal  de  Liouville  del  1854,  p.  401.  Per 
l'introduzione  delle  cifre  arabiche  in  Occidente  Gfr.  Woepcke,  Sur  Vintro- 
duction  de  V arithmétique  indienne  en  Occidente  Roma,  1859;  Sur  Vhistoire 
des  Sciences  mathématiquee  chez  les  Orientaux,  Paris,  1860;  Mémoire 
sur  la  propagation  des  chiffres  Indiens,  Paris,  1863. 

(2)  Recholuzze  del  maestro  Pagliolo  astrolacho.  Bibl.  Magliab.  di  Fi- 
renze. Mss.  85,  classe  XI,  f.  1.  «  Se  vuoi  relevare  molte  fighure,  a  ogni 
«  tre  farai  uno  punto  dalla  parte  retta  inverso  la  manca  ecc.  ».  Gfr.  Libri, 

Histoire,  1.  II,  p.  205;  Boncompagni,  Intorno  ad  al- 
cune opere  di  Leonardo  Pisano,  ecc.,  Roma,  1852, 
p.  38;  Narducci  E.,  Poesie  inedite  di  Paolo  dell" Ab- 
baco (1281-1374),  Roma,  1864.  Introduzione.  È  assai 
probabile  che  a  questo  «Pagolo»  (Dagomari)  si  riferisca 
la  nota  del  Manoscritto  I,  f.  28  recto.  «  Disse  Pagolo 
«.  che  nessuno  strumento,  che  mova  un  altro  strumento 
«  a  lui  contingiente,  che  non  potrà  fare  che  non  sia 
«  moso  da  lui,  come  se  la  rota  move  la  sua  rocca  an 
<i  cera  la  rocca  moverà  essa  rota.  Ma  tale  cosa  non  è  generale  perchè  se  "1 
«  dente  n  mone  la  rota  essa  rota  non  moverà  il  dente  n  in  volta  infera  >. 

(3)  Piero  dal  Borgo,  chiamato  da  Leonardo  «  Piero  Borgo  »  (Ricther,  The 
literary  Works,  II,  p.  415),  sul  quale  si  può  vedere  il  Mazzucchelli,  Gli 
scrittori  d'Italia,  t.  II,  P.  III.  p.  1735  e  il  De  Morgan,  Arilhmetical  Boohs, 
pp.  99-100,  nel  .suo  trattato  :  «  Qui  comenza  la  nobel  opera  de  arithmetica 
«  nella  qual  se  tracta  tutte  cosse  a  mercantia  pertinente  facta  et  compilata  per 
«  Piero  Borgi  da  Venesia,  [in  fine]  Ne  la  incleta  cita  de  Venetia  a  gorni 
«  2  augusto  1484  fu  imposto  fine  a  la  presente  opera  >,  ha  tentato  un  libro  di 
divulgazione,  che  a'  tempi  del  Vinci  ebbe  fortuna  a  dirittura  straordinaria. 


LE  FONTI   DI   LEONARDO  DA  VINCI  33 

Nessuno  degli  scritti  da  me  esaminati,  tanto  a  stampa  che  a  mano,  con- 
tiene questo  frammento,  che  Leonardo  stesso  dice  di  aver  copiato  da  un 
Abbaco,  e  che  qui  si  riporta  dal  Codice  Atlantico  a  commodo  degli  studio». 

<  Abbaco.  Dammi  Va  <1'ud  quarto,  tolli  un  numero  che  abbi  terzo  e  quarto, 

<  il  quale  troverai  subito  col  dire  :  3  vie  4  che  fa  12;  adunque  essendo  3 

<  il  quarto  di  12  e  T  1  è  il  terzo  di  3,  dirai  che  esso  1  si  dimandi  ^n^. 

«  Dammi  '/s  d' Ve-  D'  :  5  vie  6  fa  30,  e  '1  minor  numero  che  fu  5,  è  quello 
«  che  s' à  qui  adoprare,  adunque  1  è  '1  quinto  di  5,  il  quale  ara  nome  Vm- 

<  DamfmiJ  '/a  ^^  Vv  ^^  V^^  oome  di  sopra  moltiplicando,  ciò  eh'  è  sotto 

<  le  linee,  e  dì  :  3  vie  4  fa  12,  e  V4  di  12  è  9,  e  V3  di  9  è  6  ». 


Ul. 


Abicl  Nella  Biblioteca  Trivulzio  vi  è  un  Abici,  codice  fatto 
pel  piccolo  Massimiliano,  figlio  di  Lodovico  il  Moro,  nel  quale 
vi  sono  due  quadretti ,  uno  rappresentante  il  detto  principe 
nell'atto  di  complimentare  l'imperatore  Massimiliano,  l'altro  lo 
stesso  fanciullo,  che  sul  far  della  sera  sta  guardando  il  volo  degli 
uccelli  col  suo  ajo.  In  un'altra  pagina  si  vedono  Massimiliano  e 
il  fratello  seduti  a  desinare.  L'Amoretti  (1)  e  il  Calvi  (2)  dicono 
che  questi  disegni  sono  di  Leonardo;  l'Uzielli  e  il  Miintz  (3)  ri- 
tengono che  non  son  del  Nostro,  ma  forse  di  qualche  suo  scolaro. 


IV. 


Agostino  (Sant').  Quante  volte  giunse  all'orecchio  di  Leonardo 
il  nome  di  Sant'Agostino,  accanto  a  San  Paolo  il  più  bel  genio 
che  abbia  onorata  la  Chiesa  con  la  varietà  della  sua  scienza  e 
con  il  suo  ardente  amore  per  la  verità,  dalle  opere  del  quale 
poco  prima  del  XV  secolo  Bartolomeo  Carusio  aveva  raccolti  e 


(1)  Ahoretti,  Memorie  della  vita  e  delle  opere  di  Leonardo  da  Vinci, 
pp.  62  e  63. 

(2)  Calvi,  Notizie  di  artisti,  Milano,  1865,  II,  pp.  33  e  T7. 

(3)  UziKLU,  Ricerche  (1884),  p.  384. 

Mn-Noii  «<sr*eo.  —  Suppl.  no  10-11.  3 


34  E.    SOLMI 

disposti  per  ordine  alfabetico  i  detti  in  materia  di  fede  e  di 
scienza  nel  suo  Milleloquium.  Nella  seconda  metà  del  secolo  XV 
il  De  Civitate  Dei,  quest'opera  più  famosa  che  letta,  più  celebrata 
che  ben  fatta,  dove,  più  che  in  qualunque  altro  scritto  del 
sommo  Padre  della  Chiesa,  si  manifestano  i  difetti  di  una  ret- 
torica  e  di  una  dialettica  spesse  volte  vuota  e  inconcludente, 
era  stata  edita  tanto  in  latino  (1),  quanto  in  italiano  (2),  ma 
Leonardo  si  riferisce  al  testo  originale  quando  scrive  nel  Codice 
Atlantico:  «  XVI  e.  6  de  Civitate  Dei,  esse  antipodes  »  (3),  dove 
è  a  notare  che  il  Vinci  commette  un  errore,  perchè  non  al  ca- 
pitolo 6,  del  libro  XVI,  ma  al  capitolo  9  si  fa  la  questione 
«  an  inferiorem  partem  terrae ,  quae  nostrae  habitationi  con- 
«  trarla  est,  Antipodas  habere  credendum  est».  E  si  conclude: 
«  Quod  vero  et  Antipodas  esse  fabulantur,  id  est,  homines  a  con- 
«  traria  parte  terrae,  ubi  sol  oritur,  quando  occidit  nobis,  ad- 
«  versa  pedibus  nostris  calcare  vestigia,  nulla  ratione  credendum 
«  est  »  (4),  Leonardo  arrivò,  anche  in  questo  punto,  a  tutt'altra 
conclusione,  né,  come  è  naturale,  altra  traccia  si  riscontra  nei 
manoscritti  editi  ed  inediti  delle  idee  di  Sant'Agostino,  che  per 


(1)  De  civitate  Dei  libri  XII  sub  anno  a  nativitate  Domini  MCCCCLXVII 
die  vero  duodecima  mensis  Junii  s.  1.  grande  in  folio  a  2  col.  Altre  ediz., 
Romae,  1468;  Venetiis,  1470,  ecc. 

(2)  Questo  libro  de  Santo  Angustino  de  la  cita  di  Dio  s.  I.  n.  d.  Altre 
edizioni  s.  1.  1472,  1473,  1475,  ecc. 

(3)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  332  verso.  Richter,  The  literary 
Works  of  Leonardo  da  Yinci,  li,  n"  1565. 

(4)  Ho  dinanzi  Augustini,  De  civitate  Dei,  Venetiis,  MDGGXLIl,  tomo  II, 
p.  237.  Gfr.  BiEGLKR,  Die  Civitas  Dei  des  heilige  Augustin  in  ihren  Grund- 
gedanhen  dargelegt,  Padeborn,  1894,  pag.  87.  La  biblioteca  comunale  di 
Mantova  possiede  questa  bella  e  rarissima  edizione  da  me  esaminata  :  Aur. 
Augustini,  de  Civitate  Dei  Libb.  XXII.  Venet.  1470  [in  fine].  Qui  docuit 
Venetos  exscribi  posse  Ioannes  Mense  fere  trino  Centena  volumina  pieni. 
Et  totidem  Magni  Ciceronis  Spira  libellos:  Ceperat  Aureli:  subita  sed 
morte  perventus  Non  potuit  ceptum,  Venetis  finire  volumen  Vindelinus 
adest  eiusdem  frater:  et  arte  non  minor:  hadriacaq.  morabitur  urbe,  in 
fol.,  in  carattere  rotondo,  di  bella  forma,  in  carta  grande,  senza  cifre,  segna- 
ture e  richiami,  colle  iniziali  miniate  a  oro,  e  coi  titoli  manoscritti  in  ca- 
rattere rosso.  Questa  edizione  fu  detta  dal  Glement  «  estremamente  rara  ». 


LE   FONTI   DI   LEONARDO   DA    VINCI  35 

tanti  secoli  avevan  tenuta  una  signoria  incontestata  sugli  spiriti, 
ai  quali  il  Santo  aveva  magistralmente  indicata  la  via  della  sal- 
vazione e  della  grazia. 

Le  opere  del  vescovo  di  Ippona  danno  prova  di  una  vasta  eru- 
dizione, di  una  conoscenza  profonda  ed  estesa  della  filosofia 
antica,  di  uno  spirito  agile,  penetrante,  entusiasta  e  sincero.  Ciò 
che  Sant'Agostino  aveva  sentito  maggiormente  era  stato  il  bi- 
sogno incessante  di  rendersi  conto  delle  proprie  credenze,  di 
penetrare  profondamente  neirintelligenza  del  Dogma:  lo  studio 
della  natura  per  lui  non  era  stato  altro  che  una  introduzione, 
una  preparazione  necessaria  alla  conoscenza  dell'anima  e  di  Dio, 
che  costituisce  la  vera  saggezza.  Sotto  questo  rispetto  Leonardo 
si  trova  veramente  agli  antipodi  di  Sant'Agostino.  «  Le  cose  men- 
«  tali,  che  non  son  passate  per  il  senso  son  vane  e  nulla  verità 
«  partoriscono,  se  non  finzione,  e  tal  discorsi  nascono  da  povertà 
«  d'ingegno.  Poveri  son  sempre  tal  discorsori,  e  se  saran  nati 
«  ricchi  e'  moriran  poveri,  nella  lor  vecchiezza ,  perchè  pare 
«  ch'essa  natura  si  vendichi  con  quelli  »  (1). 


V. 


Agostino  Vaprio  di  Pavia.  Fra  i  pittori  più  notevoli  del  se- 
colo XV,  e  fra  i  cultori  della  prospettiva,  vien  rammentato  «  mae- 
«  stro  Angustino  Vaprio  di  Pavia  »  (2).  Una  sua  pittura,  ricordata 
spesso  per  la  condotta  del  disegno  e  per  la  fusione  ed  armonia 
delle  tinte,  si  conserva  ancora  in  San  Primo  di  Pavia,  nella 
prima  cappella  a  destra  di  chi  entra,  con  la  data  «  1496  :  die  IX 
«  septembris  Augustinus  de  Vaprio  pixit  ».  La  chiesa  di  San  Mi- 
chele di  Pavia  aveva  nel  secolo  scorso  una  pittura  con  la  firma  : 


(1)  Lbonardo,  Fragments  d'étud^  anatomiques.  Recueil  B  (Coli.  Rott- 
veyre)  f.  7  verso. 

(2)  Casati  C,  Vicende  edilizie  del  Castello  di  Milano,  ecc.,  Milano,  1876, 
p.  24;  Calvi,  Notizie  di  artisti,  Milano,  1865,  II,  p.  96  sgg. 


36  E.   SOLMI 

«  Augustinus  pinxit  vipriensis  doctus  in  arte  —  1486  »  ;  e  di  altro 
dipinto  di  Agostino  di  Pavia,  che  nella  città  ricordala  adornava 
già  ab  antiquo  l'oratorio  di  S.  Giovanni  in  Gonfalone,  reputasi 
avanzo  la  bellissima  lunetta  in  tavola,  che  si  vede  ora  nella 
chiesa  dei  Santi  Filippo  e  Giacomo.  Non  vi  ha  dubbio.  Agostino 
Vaprio  è  quel  medesimo  che  nel  1490  vien  chiamato  da  Pavia 
per  ordine  del  Moro  insieme  a  Leonardo  da  Vinci  per  le  opere 
di  pittura  nel  Castello  di  Milano.  Il  segretario  ducale  Bartolomeo 
Calco  VS  settembre  1490,  mediante  una  lettera  circolare  chiama 
a  raccolta  da  Treviglio,  Como,  Tortona,  Novara,  Lodi  e  Monza 
i  dispersi  artisti  lombardi ,  fra  i  quali  Bernardino  de  Rossi ,  lo 
Zenale,  il  Buttinone  da  Treviglio,  Troso  da  Monza  e  infine,  da 
Pavia,  «  magistro  Angustino  et  magistro  Leonardo  »  (1).  Ammesso 
ciò,  non  vi  ha  dubbio  che  Agostino  Vaprio  è  quel  medesimo  che 
sulla  fine  di  gennaio  del  1491  «  in  casa  di  Messer  Galeazzo  San- 
«  Severino  »  dona  a  Leonardo  una  pelle  turchesca ,  che  poi  fu 
rubata  da  un  discepolo,  l'incorreggibile  Giacomo:  «  Item,  scrive 
«  il  Vinci  di  proprio  pugno,  essendomi  da  maestro  Agostino  da 
<  Pavia,  donato  in  detta  casa  una  pelle  turchesca  da  fare  uno 
«  paro  di  stivaletti,  esso  Jacomo  infra  uno  mese  me  la  rubò,  e 
«  vendella  a  un  acconciatore  di  scarpe  per  venti  soldi,  de'  qua' 
«  denari,  secondo  che  lui  propio  mi  confessò,  ne  comprò  anici, 
«  confetti  ecc.  »  (2). 


VL 

Alberghetti  Giannino.  Il  poeta  Bellincioni,  volendo  celebrare 
gli  uomini  eccellenti,  che  adornavano  la  Corte  del  Moro,  finse 
poeticamente  in  un  sonetto,  che  attorno  ad  una  gemma  lavorata 
dal  Caradosso,  si  fermassero  un  giorno  estatici  il  grecista  Giorgio 
Merula,  il  pittore  Leonardo  da  Vinci  e  il   fonditore  Giovannino 


(1)  Gasati  C,   Vicende  edilizie  del  Castello  di  Milano,  toc.  cit. 

(2)  Leonardo,  Manoscritto  C,  f.  15  v. 


LE  FONTI  DI  LEONARDO  DA  VINCI  37 

Alberghetti  ferrarese  (1).  Che  questi  due  ultimi  fossero  legati  da 
rapporti  scientifici,  ce  lo  mostrano  oggi  i  maaoscritti,  dove  l'ar- 
tista fiorentino  scrive  di  proprio  pugno:  «  Ricorda  a  Giovannino 
«  bombardiere  del  modo  come  si  murò  la  torre  di  Ferrara,  sanza 
«  buche  »  (2). 

Il  nome  di  Giannino,  oltreché  nelle  Rime  del  Bellincioni  e  nei 
Manoscritti  di  Leonardo,  si  trova  anche  sulla  leggenda  di  uno 
dei  cannoni  presi  a  Rodi  da  Solimano  nel  1522. 


VII. 

Alberti  Leon  Battista.  Le  opere  di  Leon  Battista  Alberti, 
che  potevano  interessare  Leonardo,  sono  fra  le  volgari,  il  Trat- 
tato di  proiettiva,  quella  della  Pittur^a  e  della  Statua,  V  Ar- 
chitettura, i  Cinque  ordini  di  Architettura,  i  Ludi  matematici 
e  l'operetta  Be'  pondi,  fra  le  latine  il  De  re  aedificatoria,  il 
De  pictura,  gli  Elemento  picturae,  la  Statica,  la  Descriptio 
urbis  Romae,  il  De  equo  animante,  il  De  componendis  cifris, 
il  Liber  navis  e  VAlfforismus. 

È  fuor  di  dubbio  che  il  Vinci  ha  conosciuti  gli  scritti  di  pit- 
tura, scultura  e  architettura  dell'Alberti,  ma  è  notevole  il  fatto 
che  il  primo,  oltre  a  procedere  per  vie  proprie  ed  indipendenti, 
non  ha  mai  nei  suoi  manoscritti  riferito  testualmente  alcun  passo 
del  secondo.  Nel  Manoscritto  2037  della  Biblioteca  Nazionale  di 
Parigi  è  ricordato  dal  Vinci  un  «  telaro  o  rete  di  dipintori  >,  che 
Gian  Paolo  Richter  dice  suggerito  da  un  passo  del  Trattato 
della  Pittura  dell'Alberti  (3).  Ciò  non  si  esclude  in  modo  asso- 
luto; ma  la  descrizione  di  Leonardo  è  tanto  lontana  da   quella 


(1)  Angklucci,  Docvme^ci  inediti  sulla  storia  delle  armi  da  fuoco  in 
Italia,  Torino,  1865,  pp.  278  e  sgg.  Gfr.  Bellinctone,  Rime  (1493),  a  carte 
e  in  verso. 

(2)  Lkonardo,  Codice  Atlantico,  f.  225  recto. 

(3)  Leonardo,  Manoscritto  2037,  f.  Il  recto;  Richtbr,  The  literary 
Works  of  Leonardo  da  Vinci,  1,  p.  261. 


38  E.   SOLMI 

che  si  trova  in  quest'ultimo  libro,  che  sarebbe  troppo  arrischiato 
affermare  un  rapporto  diretto  (1).  L'intento  del  Nostro  è  soltanto 
di  perfezionare  uno  strumento  d'uso  comune  fra  i  pittori.  Egual- 
mente i  raffronti  istituiti  dal  Brun  nel  Repertorium  fùr 
Kwnstwissenschaft  di  Vienna  fra  Leonardo  e  l'Alberti  sono  sem- 
plicemente congetturali,  e  non  costituiscono  mai  una  evidente 
dimostrazione  di  certezza  (2). 

Dell'Alberti  il  Vinci  ha  conosciuto  profondamente  i  soli  Ludi 
matematici  e  fors'anche  il  libretto,  oggi  perduto,  De  nave. 

Basta  gettare  soltanto  lo  sguardo  sui  Ludi  matematici  per 
rilevare  il  grande  interesse  che  i  soggetti  trattati  avevano 
per  Leonardo.  1.  Del  modo  di  misurare  l'altezza  d'una  torre 
da  un  luogo  discosto,  ma  che  la  si  veda.  2.  Come  possa  mai  mi- 
surarsi l'altezza  di  una  torre  da  un  luogo  discosto,  ma  che  di 
quella  si  veda  la  cima.  3.  Altro  modo  d'aggiugnere  il  medesimo 
scopo.  4.  Come  possa  misurarsi  l'altezza  d'una  torre  non  acces- 
sibile, ma  di  cui  si  vegga  il  suo  pie  e  la  sua  cima.  5.  Come  possa 
misurarsi  il  largo  di  un  fiume  d'in  su  la  sponda.  6.  Come  si 
giunga  a  sapere  quanto  sia  alta  una  torre,  di  cui  solo  apparisca 
la  cima.  7.  Modo  per  misurare  la  profondità   d'un   pozzo  insino 


(1)  Alberti,   Trattato  della  pittura  (ed.  Janitschek),  Vienna,  1877,  p.  101. 

(2)  Brun,  Leonardo  da  Vinci  und  Leon  Battista  Alberti  in  Repertorium 
fùr  Kunstwissenschaft,  Vienna,  1892,  p.  267.  Per  ulteriori  confronti,  paragona 
Leonardo,  Trattato  d.  pittura  (ed.  Manzi),  p.  141,  con  Alberti,  Trattato 
d.  pittura,  p.  67;  Richter,  The  literary  Works  of  Leonardo  da  Vinci,  1, 
p.  297,  con  Alberti,  Dell" Architettura,  Milano,  1833,  I,  p.  349.  Per  il  Trat- 
tato di  prospettiva  dell'ALBERTi  basta  ricordare  che  egli,  in  modo  differente 
dal  Vinci,  e  seguendo  servilmente  Alhazen,  divide  tutta  la  materia  in  tre 
parti:  nella  1»  tratta  della  visione  diretta;  nella  2*  della  visione  riflessa; 
nella  3»  della  visione  rifratta.  La  seconda  parte  si  presta  a  qualche  raflfronto 
nella  teorica  delle  imagini  prodotte  dagli  specchi  piani,  concavi  e  convessi. 
Cfr.  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  142  verso,  244  recto.  Nella  terza  parte 
l'Alberti,  fra  le  altre  cose,  dimostra  per  qual  causa  il  sole  apparisca  mag- 
giore da  mattina  e  da  sera  che  da  mezzodì;  e  perchè  la  luna  e  le  stelle  in 
oriente  ed  in  ponente  appariscano  maggiori,  e  più  presso  che  nel  mezzo  del 
cielo,  in  modo  analogo  a  Leonardo,  Manoscritto  F,  f.  25  verso,  33  verso  ; 
Manoscritto  C,  f.  3  recto;  Manoscritto  A,  f.  64  verso,  2  recto. 


LE  FONTI  DI  LEONARDO  DA  VINCI  39 

all'acqua.  8.  Modo  bellissimo  a  misurare  la  profondità  di  qua- 
lunque sia  mare.  9.  Modo  assai  bello  e  giocondo  di  fare  orivoli 
a  vento,  i  quali  consistono  in  una  sì  fattamente  artificiata  fonte, 
che  getta  acqua  per  forza  d'aria.  10.  Altri  orivoli  per  misurare 
il  moto  del  sole  e  delle  stelle:  come  si  facciano.  11.  Modo  di  co- 
noscere l'ore  della  notte  col  solo  vedere.  12.  Del  modo  di  misu- 
rare i  campi:  comesi  possa  ottenere  una  buona  squadra.  13.  Modo 
molto  commodo  a  regolare  le  acque  correnti.  14.  Come  facciasi 
a  misurare  un  peso  enormemente  maggiore  di  quel  che  possa 
comportare  una  stadera.  15.  Uso  dell'equilibra  nel  dirizzare  i 
colpi  di  cannone.  16.  Modo  di  misurare  il  circuito  o  ambito  d'una 
terra.  17.  Modo  di  misurare  le  gran  distanze.  18.  Invenzione 
molto  semplice  e  bella  d'un  compasso  itinerario  per  misurare  le 
distanze  di  terra.  19.  Altro  compasso  itinerario  per  misurare  le 
distanze  di  mare  (1). 

Traccio  più  o  meno  evidenti  dei  primi  capitoli  relativi  alla 
determinazione  delle  distanze  si  possono  riscontrare  nei  mano- 
scritti vinciani  là  dove  si  cerca  di  indagare  l'altezza  di  una 
torre  o  di  un  monte,  la  larghezza  o  la  profondità  di  un  fiume,  ecc., 
per  mezzo  della  costruzione  di  triangoli  simili,  nei  quali  la  lun- 
ghezza da  valutare  è  il  quarto  termine  di  una  proporzione  di 
cui  gli  altri  tre  termini  sono  conosciuti. 

Ricordi,  evidentissimi,  degli  altri  capitoli  ho  potuto  rintracciare 
nei  codici  inediti  di  Leonardo,  che  si  conservano  a  Windsor,  e 
che  qui  riferirò  testualmente  per  il  grande  interesse  che  essi 
offrono,  e  per  l'esser  sconosciuti. 

Leonardo.  Albkbti. 

Dice  Battista  Alberti,  in  una  sua  Questa  equilibra  misura  ogni  peso 

opera  mandata  al  signore  Malatesta  in   questo    modo.  —  Quanto   el   filo 

da  Rimini,  come  quando  la  bilancia  piombinato  A  E  si  scosta  dalla  cera 

a  b  e  à  le  braccia  b  a  e  b  e  in  doppia  D,  tanto   quel  peso  a  cui  sarà  più 

proportione,  che  ancora  li  pesi  a  lei  vicino  pesa  più  che  l'altro  dell'altro 


(1)  Le  opere  volgari  di  Leon  Battista  Alberti  (ed.  Bonucci),  Firenze,  1847, 
voi.  Ili,  pp.  406  e  sgg. 


40 


E.   SOLMI 


attaccati,  che  in  tal  proportione  la 
dispongano,  sono  nella  medesima  pro- 
portione che  sono  esse  braccia,  ma 
e  converso  cioè  il  peso  maggiore  nel 
minor  braccio.  Alla  qual  cosa  l'espe- 
rienza li  risponde  esser  falsa,  ma  riu- 
scire il  suo  proporre  quando  al  braccio 
minore  s'accrescierà  la  lunghezza  del 
braccio  maggiore,  come  di  sopra  si 
dimostra  (1). 

Dice  Battista  Alberti,  in  una  sua 
opera  Ew  ludis  rerum  mathemati- 
carum,  che  quando  la  bilancia  a  b  e 
ara  le  braccia  b  a  e  b  e  in  quella 
proporzione,  che  ancora  li  pesi  alli 
sua  stremi  attaccati,  che  'n  tal  modo 
la  dispongano,  son  nella  medesima 
proportione  che  sono  esse  braccia; 
ma  e  conversa  cioè  il  peso  meggìore 
nel  braccio  minore  :  alla  qual  cosa  la 
sperienza  e  la  ragione  [. . .]  li  mostra 
essere  falsa  propositione,  perchè  dove 
lui  mette  li  pesi  oppositi  2  contro  a  4 
nella  bilancia,  che  in  sé  pesa  6  libre, 
vole  essere  7  contro  a  2,  e  cosi  resterà 
la  bilancia  ferma  con  equale  potentia 
di  braccia.  E  qui  erra  esso  allora  per 
non  fare  mentione  del  peso  dell'aste 
della  bilancia,  ch"è  ineguale  di  peso. 

Quante  volte  il  minor  braccio  di 
tal  bilancia  entra  nel  maggiore,  tante 
il  maggiore  de'  pesi  che  'n  tal  modo 
la  dispongano,  riceve  in  sé  il  suo 
minora,  secondo  Battista  Alberti  (2). 


capo.  Gonoscesi  quando  e'  sia  cosi, 
quante  volte  dal  capo  del  dardo  fino 
al  filo  D  E  entra  nella  parte  che  resta 
del  dardo,  tante  volte  l'uno  di  questi 
pesi  entra  nell'altro.  Verbigrazia  sia 
il  dardo  lungo  braccia  6,  e  sia  dal 
capo  B  uno  peso  di  libbre  4  e  dal 
capo  G  uno  peso  di  libbre  2.  Trove- 
rete il  filo  A  D  sarà  vicino  alle  lib- 
bre 4  tanto  che  quella  parte  sarà  di 
braccia  2  e  l'altra  sarà  di  4  braccia 


E    sievi   ricordo    quanto   vi   dissi 
testé   qui    sopra,   che    la    parte   più 


(1)  Manuscrits  inédits  de  Léonard  de  Vinci  accompagnés  de  plusieurs 
milliers  de  croquis  et  dessins  (British  Museum,  London),  II,  f.  31  verso. 

(2)  loi.  III,  f.  66  recto. 


LE   FONTI    DI   LEONARDO    DA   VINCI 


41 


lunga  della  trave  A  B,  quante  volte 
ella  empie  la  minore  —  tante  libbre 
porta  a  numero  una  libbra,  che  gli 
vien  posta  in  capo.  E  la  taglia  simile 
quante  volte  la  fune  sta  giù  e  su, 
tante  volte  si  parte  il  peso  ;  per 
modo  che  una  libbra  porta  quattro  e 
sei  secondo  lo  aggirarvi  cioè  'I  nu- 
mero (1). 


Una  guida  altrettanto  sicura  ci  è  otferta  da  un  altro  passo 
dei  manoscritti  parigini,  nel  quale  il  Vinci,  dopo  aver  descritto 
l'odometro  di  Vitruvio  (2)  riferisce  quello  di  Leon  Battista  Alberti  : 


Leonardo. 
Del  moto  del  mobile.  Del  cogno- 
sciere  quanto  il  navilio  si  move  per 
ora.  Ecco  un  altro  modo,  fatto  colla 
sperientia  d'uno  spatio  noto  da  una 
isola  a  un'altra,  e  questo  si  fa  con 
un  asse  o  lieva  percossa  dal  vento, 
che  la  p)ercuote  più  o  men  veloce,  e 
questo  è  in  Battista  Alberti.  —  11 
modo  di  Battista  Alberti  è  fatto  sopra 
la  sperientia  di  uno  spatio  noto  da 
una  isola  a  un'altra.  Ma  tale  inven- 
tione  non  riesce,  se  non  a  un  navilio 
simile  a  quel  dove  è  fatta  tale  spe- 
rientia, ma  bisogna  che  sia  col  me- 
desimo carico  e  medesima  vela,  e 
medesima  situation  di  vela,  e  mede- 
sima grandezza  d'onde;  ma  il  mio 
modo  serve  a  ogni  navilio  ecc.  (3). 
Quella  cosa  che  più  sì  profonda  nel- 


Albkrti. 
A  conoscere  quanto  navighi  una 
vela,  ponete  il  vostro  pennello,  fatto 
non  di  piume,  ma  di  legno,  fìtto  in 
la  sua  astola,  abbiate  un'assicella 
sottile  quanto  un  cuoio,  lunga  un  pie, 
larga  quattro  dita,  appiccata  con  dua 
gangheretti,  giù  basso  alla  coda  del 
pennello  ultimo,  in  modo  ch'ella  si 
mova  non  qua  et  qua  verso,  ma  a 
destra  e  a  sinistra,  quel  fa  il  suo  pen- 
nello e  come  fanno  gli  usci,  i^a  su 
e  giù  come  fanno  le  casse,  quando 
le  aprite  e  serrate,  e  sievi  una  parte 
d'  un  arco  qual  penda  in  giù  attac- 
cata in  modo  che  quando  questa  as- 
sicella starà  più  alta  o  più  bassa  voi 
possiate  ivi  nel  detto  arco  tutto  se- 
gnare (4). 


(1)  Alberti,  Le  opere  volgari.  Ili,  427  e  sgg. 

(2)  VrrRDvio,  L'Architettura,  Udine,  1830-32.  p   62  e  sgg. 

(3)  Leonardo.  Manoscritto  F,  f.  82  recto. 

(4)  Alberti,  Opere  volgari,  III,  p.  436.  È  notevole  anche  il  fatto  che 


42  E.   SOLMI 

l'acqua  meno  è  mossa  dal  vento,  che 
percote  quella  parte  d'essa  cosa,  che 
è  for  dell'acqua.  Contro  a  Battista 
AlbertijChe  dà  regola  generale  quanto 
il  vento  cacc(i)  per  ora  un  navilio  (1). 

Il  passo  vinciano:  «vedi  De  navi  messer  Battista  »  è  un  evi- 
dente richiamo  al  Lìber  Navis  dell'Alberti,  oggi  perduto,  ma 
assai  divulgato  nel  secolo  XV  e  XVI  (2);  da  ultimo  la  Tavoletta 
di  Leonardo  «  il  liglio  e  il  fiume  »  ha  qualche  affinità  con  una 
attribuita  a  Leon  Battista  Alberti  e  intitolata  appunto  «  il  giglio 
et  il  fiume  »,  ma  è  un'affinità  puramente  accidentale*  e  non  so- 
stanziale (3), 

Non  è  piccolo  pregiudizio  quello  di  voler  vedere  in  Leon  Bat- 
tista Alberti  il  Precursore  di  Leonardo.  Le  somiglianze  fra  i  due 
ingegni  sono  meramente  esteriori.  Il  Vinci  e  l'Alberti  hanno  solo 
questo  tratto  comune,  di  esser  stati  indagatori  teorici  ed  opera- 
tori pratici.  L'uno  e  l'altro  investigarono  i  segreti  della  natura, 
studiarono  la  geometria,  l'astronomia,  la  musica,  la  prospettiva, 
l'architettura,  la  pittura  e  la  scultura,  e  fecero  nello  stesso 
tempo  di  propria  mano  opere  di  pennello,  di  scalpello,  di  bulino 
e  di  getto.  Ma  se  si  penetra  nell'intimo  de'  loro  geni  si  trova 
una  diflferenza  essenziale:  Leon  Battista  Alberti  è  un  compilatore 
di  cose  altrui,  Leonardo  è  un  inventore  di  nuovi  veri,  fondati 
sulla  indagine  della  natura,  madre  di  tutte  le  scienze  e  di  tutte 
le  arti,  e  sull'applicazione  assidua  ed  indefessa  delle  matematiche. 
Entrambi  avidi  di  imparare  nuove  cose,  qualunque  uom  dotto 
sapessero  essere  giunto  nella  città,  cercavano  di  renderselo  amico, 


Leonardo,  ad  imitazione  di  Leon  Battista  Alberti,  voleva  scrivere  un  Ludo 
geometrico. 

(1)  Leonardo,  Manoscritto  G,  f.  54  recto.  Cfr.  Niccolò  da  Cosa,  Opera, 
Basilea,  1565,  p.  177. 

(2)  Leonardo,  Manoscritto  Leicester,  f.  13  recto;  Gessner  C,  Bibliotheca, 
Tiguri,  1583,  in  fol.,  p.  20;  Baldi,  Cronaca  de  matematici,  Urbino,  1707,  p.  98. 

(3)  Leonardo,  Manoscritto  E,  f.  44  recto. 


LE  FONTI   DI   LEONARDO   DA   VINCI  43 

e  da  chiunque  apprendevano  volentieri  ciò  che  prima  non  ave- 
vano saputo.  Continuamente  erano  intenti  a  meditare  qualche 
cosa,  ed  anche  sedendo  a  mensa  andavano  ognor  meditando,  ed 
erano  per  ciò  sovente  taciturni  e  pensosi.  Ma  l'Alberti  mostra 
una  desolante  superficialità  ne' suoi  scritti;  Leonardo  una  mira- 
bile profondità,  sempre  vìgile  e  critica  di  ciò  che  apprende  ed 
indaga,  che  lo  fa  assurgere  alle  teorie  più  elevate,  e  discendere 
alle  applicazioni  pratiche  più  ingegnose.  L'uno  è  un  divulgatore, 
non  uno  scienziato,  ama  il  sapere  per  renderlo  poi  di  pubblica 
utilità,  comune  e  noto;  l'altro  è  un  vero  scienziato,  tutto  assorto 
al  raggiungimento  del  vero,  sdegnoso  del  pubblico,  dell'utilità, 
della  privativa,  del  monopolio.  Egli  provava  una  gioia  sufficiente 
ad  aver  participato  ad  un  segreto,  ad  aver  divinata  una  cosa 
profonda,  toccata  una  realtà  sacra.  Conoscere  gli  basta;  espri- 
mere gli  sembra  già  qualcosa  di  profano;  divulgare  al  popolo 
delle  intelligenza  i  suoi  trovati  gli  ripugna,  come  ripugnava  al- 
l'antico sacerdote  sollevare  un  lembo  del  velo  di  Iside  onnipo- 
tente, perchè  la  vertigine  della  contemplazione  fulmina  quello 
che  percepisce  il  grande  mistero. 


Vili. 


Alberto  Magno.  Alberto  Magno,  lo  scrittore  più  fecondo  e  lo 
scienziato  più  universale  che  abbia  prodotto  il  Medio  Evo,  è,  ac- 
canto ad  Aristotile  e  ad  Archimede,  l'autore  che  a  Leonardo  ha 
offerto  maggior  agio  di  meditazioni  e  di  studi.  Meravigliati  del 
suo  straordinario  sapere,  che  si  estendeva  alla  teologia,  alla  filo- 
sofia, alla  storia  naturale,  alla  fisica,  all'astronomia,  all'alchimia, 
a  tutti  i  rami  dello  scibile  umano,  i  contemporanei  avevano  con- 
siderato Alberto  di  Bollstàdt  come  un  mago,  e  Leonardo  si  era 
più  volte  accostato  alla  gran  mole  delle  sue  opere  con  curiosità 
mista  a  venerazione.  Il  Manoscritto  I  ci  mostra  il  Vinci  assorto 
in  questioni  di  meccanica  :  «  di  moto  in  comune  —  che  cosa  è 
«  il  moto  in  sé  —  che  cosa  è  quella  eh 'è  più  atta  al  moto  —  che 


44  E.   SOLMI 

€  cosa  è  impeto  —  che  cosa  è  la  causa  dell'impeto  e  del  mezzo 
«  ove  si  crea  —  che  cosa  è  percussione  —  che  cosa  è  la  sua 
«  causa  —  che  cosa  è  la  incurvazione  del  moto  retto  e  sua 
«causa».  Quante  affannose  domande!  Leonardo  segna  allora  i 
libri,  ai  quali  pensa  di  ricorrere  per  avere  le  definizioni  cercate: 
«  Aristotile  3°  della  fisica  e  Alberto  e  Tomaso  e  li  altri  de  risal- 
«  tatione  in  7°  della  fisica  »  (1). 

L'Alberto  qui  citato  non  può  essere  che  Alberto  Magno  nato  a 
Lauingen  nello  Schwaben  nel  1193  e  morto  a  Kòln  nel  1250,  il 
doctor  universalis,  spirito  laborioso  e  infaticabile,  che  per  primo 
espose  l'intera  filosofia  aristotelica  in  ordine  sistematico,  inter- 
pretandola conformemente  ai  dogmi  ecclesiastici,  e  il  libro  cui 
Leonardo  si  riferisce  è  il  Commentum  in  libros  physicorum 
Arislotelis  (2). 

Nel  verso  della  sopracoperta  del  Manoscritto  F  è  scritto  di 
pugno  del  Vinci  «  Alberto  de  celo  et  mundo  da  fra  Bernar- 
«  dino  »  (3),  ma  non  si  può  determinare  se  sia  questo  un  accenno 
al  Liber  de  cielo  et  mundo  del  grande  poligrafo  di  Bollstàdt, 
come  vuole  il  Ravaisson,  oppure  all'opera  col  medesimo  titolo 
di  Alberto  di  Sassonia,  detto  comunemente  Albertuccio,  come 
pretenderebbe  il  Duhem. 

Né  la  nota  del  Codice  Atlantico  «  Alberto  Magno  »  (4)  ci  lascia 


(1)  Leonardo,  Manoscritto  I,  f.  130  verso.  Veggansi  le  parole  Aristotile . 
Alberto  di  Sassonia,  Tomaso  d'Aquino  in  questo  stesso  libro. 

(2)  Si  confronti  infatti  Alberto  Magno,  Opera  omnia,  Lugduni,  1651, 
voi.  II;  Commentarium  in  libros  physicorum,  libro  III,  Trattato  /,  cap.  2, 
testo  3  e  sgg.  e  libro  VII,  Trattato  I,  cap.  3,  testo  10  e  sgg.,  dove  in  modo 
speciale  si  parla  delle  «  quatuor  species  motus  localis,  a  motore  extrinseco, 
«  scilicet  pulsio,  tractio,  vectio,  vertigo  •». 

(3)  Leonardo,  Manoscritto  F,  cop.  verso. 

(4)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  210  recto.  E  la  solita  lista  di  libri,  che 
il  D'Adda,  non  so  con  che  fondamento,  qui  identificava  con  le  seguenti 
opere  di  Alberfo  Magno:  1)  Libro  de  le  virtù  de  herbe  et  prede  quale  fece 
Alberto  Magno;  2)  Incomensa  el  libro  chiamato  della  vita,  costumi,  na- 
tura et  omne  altra  cosa  pertenente  tanto  alla  conservatura  della  sanità, 
quanto  alle  cause  et  cose  humane. 


LE   FONTI   DI   LEONARDO   DA   VINCI  45 

maggior  certezza,  benché  da  alcuni  indizi  par  che  debba  riferirsi 
al  Cornpendmm  pertUiie  oc  insigne  opus  philosophiae  naluralis 
di  Alberto  Magno. 

Certo  è  che  gli  scritti  del  dotto  scrittore  medievale  De  gene- 
ratione  et  cot^ruptione.  De  metfieoris.  De  mtneraltbus,  De  na- 
tura locorum,  De  rerum  proprietaiibus.  De  animalibus  ave- 
vano tutti  tant'interesse  per  Leonardo,  che  questi  vi  riccwre  più 
di  una  volta  per  indagare  le  idee  del  vecchio  scrittore  sul  mondo 
e  sull'uomo,  sulla  materia,  sulla  forma,  sull'accidente,  sull'eter- 
nità, sulla  durala,  sul  tempo  (1). 

A  prova  di  ciò  non  starò  a  citare  le  innumerevoli  vaghe  ana- 
logie che  si  potrebbero  riscontrare  fra  le  opere  del  poligrafo  e 
i  manoscritti  vinciani,  citerò  piuttosto  alcuni  passi  del  Codice 
Atlantico  la  cui  derivazione  dai  Meteororum  IfbìH  di  Alberto 
Magno  è  di  evidenza  ineccepibile,  ed  un  notevole  passo  del  Ma- 
noscritto H,  tratto  con  certa  libertà  e  indipendenza  dall'Opus 
de  antnialibus. 

LxoNABDO.  Alberto  Magno. 

Il  vapore  del  vento  si  genera  ed  è  Causa  autem  efBciens  omniam  reo- 

percosso   e   acacciato   dal    freddo,  il  tonim  in   communi   est,   quod   cum 

qual  freddo  se  lo  caccia  innanzi,  e  volvitur   sol    in   orbe  aao,  et  radius 

dond  e  cacciato  il  caldo  riman  freddo;  ejus  directe  opponitur  terrae  et  ap- 

onde  il  vapore  eh' è  cacciato  non  pò  propinquat  terrae,  quantum  potest,  di- 

tornare  in  su  per   lo  freddo,  che  lo  recta  oppositione,  tunc   elevat  vapo> 

caccia  in  giù,  e  non  può  tornare  in  rem   ex   ea:    et    cum    elongatur   et 

giù  per  lo  caldo  che  lo  lieva  in  su,  oblique  respicit  terram,  tunc  incipit 

onde  è  necessario  che  vada  in  tra-  vincere  frigus  in  aere  ;  et  ideo  vapor 

verso;  [e  io  per  me  giudico  che  non  elevatus  percntitar  a  frigore,  et  in- 


(1)  Ai  tempi  di  Leonardo  eran  state  edite  le  seguenti  opere  di  Alberto 
Magno:  il  De  generatione  et  corruptione  nel  1495.  il  De  metheoris  nel 
1488  e  14W,  il  De  mineraltbus  nel  1476,  1491  e  1495,  il  De  natura  locorum 
nel  1514  e  1515,  il  De  rerum  prcprietaUbut  nel  1478,  1479  e  1495,  il  De 
animalibus  nel  1478.  Per  l'importanza  che  potevano  avere  per  Leonardo 
questi  scritti  cfr.  He^tung,  Albertus  Magnus  und  die  Wissensehaften 
seiner  Zeit,  in  Bistor.  polit.  Blàtter,  Berlin,  1874,  voi.  LXXUL  p  485  e  ^g. 


46 


E.    SOLMI 


abbia  moto,  perchè  le  predette  po- 
tentie  essendo  eguali ,  equalmente 
servano  il  lor  mezzo,  e  se  pure  fugge, 
el  fuggitivo  esala,  e  fugge  per  ogni 
verso,  a  similitudine  della  spugna 
piena  d'acqua,  la  quale  è  premuta, 
che  l'acqua  fugge  per  ogni  linea  dal 
centro  della  predetta  spugna,  adunque 
il  vento  settentrionale  fia  generator 
di  tutti  i  venti  in  un  medesimo  tempo]. 

Il  vento  settentrionale  viene  a  noi 
di  lochi  alti  e  diacciati,  e  però  non 
po'  spiccarne  umidità,  e  però  è  puro 
e  netto,  perchè  è  freddo  e  secco,  e 
per  questo  in  sé  è  molto  lieve,  ma 
la  sua  velocità  lo  fa  potente  nelle  sue 
percussioni. 

Il  vento  australe  non  trae  puro,  e 
perchè  è  caldo  e  secco  risolve  la  gros- 
sezza del  vapore  acquoso,  che  esala 
dal  Mediterraneo  mare,  i  quali  poi 
seguitano  in  corso  del  predetto  vento, 
perchè  con  quello  s'infondano,  onde 
per  tal  causa  esso  vento,  quando 
percote  l'Europa,  viene  a  essere  caldo 
e  umido  e  di  grossa  natura,  e  benché 
il  suo  moto  sia  pigro,  la  sua  percus- 
sione non  è  men  potente  che  il  vento 
settentrionale  (1). 


spissatur,  et  resolvitur  in  aquam,  sicut 
vapor  propter  fi  igus,  quod  super  aè- 
rem  dominatur,  eo  quod  sol  elongatur 
ab  ipso  non  quidem  quoad  spatium 
quod  sit  inter  solem  et  terram,  sed 
frequenter  ad  obliquitatem  radii,  qui 
incidit  in  terram. 

Septentrio  ventus  est  frigidus  et 
siccus  :  est  autem  frigidus  eo  quod 
oritur  a  locis  aquosis  frigidissimarum 
aquarum...  Loca  autem  per  quae  fiat 
non  sunt  calida,  et  ideo  nihil  adhaeret 
ei  ex  eisdem  vaporibus  elevatis,  sed 
pervenit  ad  nos  purus. 

Egressio  autem  Austri  non  est 
pura,  sicut  etiam  diximus:  et  hoc 
patet  ex  ipso  loco,  qui  dicitur  lymi- 
nien,  et  ex  ilio  descendit  ad  nos; 
locus  autem  ille  calidus  est  et  tur- 
bidus  ;  unde  ventus  Austri,  exiens 
ex  ipso,  turbidus  et  crassus  quodam- 
modo  et  pinguis  aurae  pervenit  ad 
nos  et  commovit  pluvias  (2). 


TlGRO. 

Questa  nascie  in  Ircania,  la  quale 
è  simile  alquanto  alla  pantera  per  le 


De  tigro. 

Tigris  animai  est   hircanorum  re- 
gionibus  generatum  mire  velocitatìs 


(1)  C.  Leonardo,  Codice  Atlantico,  i.  169  recto.  È  ovvio  osservare  che, 
al  solito,  questi  passi  non  sono  una  traduzione,  ma  piuttosto  un'interpreta- 
zione e  commento,  e,  talvolta,  una  critica  acuta. 

(2)  Alberto  Magno,  Opera,  Lugduni,  1651:  voi.  I.  Metheororum  libri, 
Libro  III,  Trattato  I,  cap.  4  e  2. 


LE    FONTI    DI   LEONARDO   DA    VINCI 


47 


diverse  macchie  della  sua  pelle,  ed 
è  animale  di  spaventevole  velocità. 
Il  cacciatore  quando  truova  i  suoi  figli, 
li  rapiscie,  subito  ponendo  specchi 
nel  loco  donde  li  leva  e  subito  sopra 
veloce  cavallo  «i  fugge.  La  pantera 
tornando  truova  li  specchi  fermi  in 
terra,  ne'  quali  vedendose  li  pare  ve- 
dere li  sua  figlioli,  e  raspando  colle 
zampe  scuopre  l'inganno,  onde  me- 
diante l'odore  de'  figli  seguita  il  cac- 
ciatore, e  quando  esso  cacciatore  vede 
la  tigra  lancia  uno  de'  figliuoli  e 
questa  lo  piglia  e  portalo  al  nido  e 
subito  rigiugne  esso  cacciatore,  e  fa 
simile  insino  a  tanto  ch'esso  monta 
in  barca  (1). 


et  ferocitatis  ad  quantitatem  lepo- 
rarii  canis  et  amplius  excrescens.  Est 
autem  varium  nigri  coloris  fulvis 
virgulis  quasi  undatim  intereptis  et 
è  (uncarum)  unguium  et  acutorum 
dentium  et  in  multa  fixa  pedis  et 
multorum  partuum  quos  cum  aliquis 
venator  accepit  non  nisi  presidio  na- 
vis  eflFugere  poteri  t  et  si  longe  navis 
destiterit  et  eum  raater  tigris  inse- 
cuta  fuerit  unum  catulum  de  multis 
propeexistenti  matri  proicit  cum  quo 
dum  ad  antrum  referendo  occupatur 
venator  procedit  longius  et  si  secundo 
rediens  iterum  venatorem  insequens 
iterum  unum  de  pluribus  reddit  et 
tandem  in  toto  recedens  aliquos  re- 
tinet  de  filiis,  aliqui  etiam  venatores 
speras  vitreas  secum  habentes  matri 
obiciunt  in  quibus  natorum  similitu- 
dines  apparent  sicut  in  speculo  cum 
mater  ad  speram  aspicit  et  sicut  spe- 
ram  post  speram  abicientes  deludunt 
matrem  que  spere  mota  filium  mo- 
veri  putat,  .sed  cam  spera  confrin- 
gens  pedibus  filium  lactare  querit 
delusam  se  deprebendit  et  multoties 
fit  delusa  venator  vel  ad  civitates 
vel  ad  naves  coadit  et  illa  natos 
perdit  (2). 


Dai  confronti  di  questi  passi  si  può  concludere  con  certezza 
che  Leonardo  ha  lette  e  rilette  le  opere  di  Alberto  Magno,  ma 


(1)  Leonardo,  Manoscritto  fi,  f.  23  e  24.  Gfr.  Goldstaub  u.  Wkndriner, 
Ein  toscovenetianischer  Bestiarius,  Halle,  1892,  p.  308,  n.  1. 

(2)  Alberto  Magno,  Opus  de  animalibus,  Roma,  t478;  Tractatus  II  de 
quadrupedibus,  cap.  1.  Ho  anche  dinanzi  Alberti  Magni,  De  animalibus, 
[in  fine]  Mantue  per  Paulum  lohannes  de  Butschbach  alamanum  Magun- 


48  E.   SOLMI 

nello  stesso  tempo  bisogna  constatare  con  quale  indipendenza  di 
giudizio  egli  si  comportava  con  gli  autori,  che,  più  che  trascri- 
vere, interpreta,  corregge  e  critica  con  l'intelletto  sempre  vigile 
e  alacre. 

Se  l'originalità  presso  Alberto  Magno  pareggiasse  l'erudizione, 
la  storia  delle  scienze  offrirebbe  pochi  nomi  superiori  al  suo. 
Ma  lo  studio  delle  sue  opere  prova  ch'egli  aveva  più  pazienza 
che  genio,  più  scienza  che  inventiva.  Frutto  di  una  immensa 
lettura,  le  citazioni  si  accumulano  a  casaccio  ne'  suoi  scrìtti;  le 
questioni,  faticosamente  dibattute,  vi  son  quasi  sempre  risolte 
col  peso  delle  autorità,  raramente  vi  si  nota  l'impronta  di  uno 
spirito  vigoroso,  che  si  appropria  le  opinioni  stesse  delle  quali 
non  è  l'autore  diretto,  e  le  traduce  nel  linguaggio  del  proprio  spi- 
rito (1).  Sotto  questo  rispetto  per  la  vastità  del  genio  e  l'origi- 
nalità delle  scoperte,  per  la  profondità  e  l'altezza  delle  idee 
Leonardo  si  eleva  di  gran  lunga  sopra  Alberto  Magno. 


IX. 

Alberto  da  Imola.  Alberto  da  Imola?  Chi  era  costui?  Nes- 
suno degli  eruditi  imolesi  rammenta  questo  nome,  che  Leonardo 
scrive  con  tanto  interesse  ne'  suoi  manoscritti:  «  Alberto  da  Imola, 
«  Alcibra  cioè  insegna  come  numero  e  cosa  s'aguaglia  alla 
«  cosa  e  numero  »  (2). 

Chi  sia  questo  studioso  di  matematica  non  è  facile  identificare, 
perchè  non  ce  ne  resta  alcuna  memoria,  se  pure  in  esso  non  si 
deve  vedere  l'ignoto  imolese  autore  del  raro  e  sconosciuto  opu- 


tinensem  dioces.  Sub  anno  domini  millesimo  quadringentesimo  septuage- 
simo  nono,  in  fol.,  con  annessa  l'opera  di  Alberto  Magno,  De  muliere  forti, 
manoscritta. 

(1)  IoACHiM  SiGHART,  Albertus  Magnus,  sein  Leben  und  seine  Wissen- 
schaft,  Regensburg,  1857,  p.  102;  Prantl,  Geschichte  der  Logik  in  Abend- 
lande,  Leipzig,  1855,  III,  pp.  89  sgg. 

(2)  Leonardo,  Manoscritto  G,t  13  verso;  Richter,  The  Uterary  Works 
of  Leonardo  da  Vinci,  n"  90. 


LE   FONTI    DI    I  EONARDO   DA  VINCI  49 

scolo  della  Biblioteca  Comunale  di  Bologna  intitolato:  Qui  apresso 
e  inàci  col  nome  di  dio  inlèdo  di  traclare  e  scriuere  alquàii 
modi  e  reffote  sopra  l'arte  del  numero  allrimèti  chiamato 
algoi^ismx),  più  traclare  de  la  alfjibra  mochabile  altrimenti 
chiamata  regola  della  cosa:  e  più  traclare  alquàto  de  geo- 
metria altrimenti  chiariiato  mesura  :  e  di  traclare  di  ciascuno 
altro  modo,  fase,  in  fol.  di  car.  35  senza  numeri. 

Se  Alberto  da  Imola  e  l'ignoto  autore  di  questi^  libretto  sono, 
come  è  probabile,  la  medesima  persona,  allora  Leonardo  si  rife- 
risce, senza  alcun  dubbio,  ad  una  copia  manoscritta  dell'opera 
suindicata.  Ma  invano  abbiamo  cercato  nei  manoscritti  vinciani 
e  nel  codice  bolognese  qualche  argomento  di  certezza!  (1). 


X. 


Alberto  di  Sassonia.  Alberto  di  Sassonia  è  uno  dei  dottori 
più  possenti  e  originali  che,  nel  XIV  secolo,  abbiano  illustrata 
la  Scolastica.  La  tradizione  de'  suoi  insegnamenti  fu  di  lunga 
durata.  I  maestri  della  Scuola,  alla  fine  del  Medio  Evo  e  al  prin- 
cipio del  Rinascimento,  Nifo,   Soto,  Toleto,  citano  spesso  i  suoi 


(1)  Sull'algebra  antica  e  medievale  cfr.  Cossali,  Origine,  trasporto  in 
Italia,  primi  progressi  in  essa  dell'Algebra,  Parma,  17y7-99, 2  voi.;  Nessel- 
MANN,  Die  Algebra  der  Griechen,  Berlino,  1842;  Malthiessen,  Grundzùge 
der  nntiken  und  modemen  Algebra  der  litteralen  Gleichungen,  Lipsia, 
1878.  Nessuna  traccia  nei  manoscritti  fin  qui  editi  di  Leonardo  ho  potuta 
rinvenire  dell'opera  di  Prosdocimo  de'  Beldomandi  di  Padova  (cfr.  Fa  taro, 
Intorno  alla  vita  e  alle  opere  di  Prosdocimo  de  Beldomandi,  in  Bol- 
lettino di  bibliografia  e  di  storia  delle  sciente  matematiche  e  fisiche,  Roma, 
187P,  voi.  XII,  pp.  1  8gg.,  115  sgg.),  così  importante  per  Io  svolgimento 
dell'algebra.  Prosdocimi  de  Beldaniandis  Algorismi  tractatus  perutilis  et 
necessarius  foeliciter  incipit,  qui  de  generibus  calculationum  speciem  pre- 
terii nullam  quam  saltem  necessaria  ad  huius  artis  cognitionem  fuerat, 
[in  fine]  Algorismus.  Prosdocimi  de  beldomandi,  una  cum  minuciis  lohan- 
nes  de  liveriis  hic  felicitar  finit.  Impressus  Padue  1483  die  22  februarii. 
Volentibus  alium  modum  operandi  in  hanc  arte  qvuim.  istum,  studeant  se 
exercere  in  algorismo  lohannis  de  sacro  busto. 

Gtornaìt  itorieo.  —  Soffi,  n*  10-11.  4 


50  E.   SOI. MI 

scritti  e  se  ne  ispirano.  Le  sue  dottrine  non  ebbero  minore  in- 
fluenza sui  pensatori,  che  la  Scienza  positiva  preoccupava  più 
della  Filosofia  e  della  Teologia  ;  Biagio  da  Parma,  Cardano,  Co- 
pernico, Guidubaldo  dal  Monte  e  Galileo  han  subita  questa  in- 
fluenza, di  cui  le  loro  opere  portano  una  traccia  riconoscibile. 
Pur  tuttavia,  non  ostante  gli  sforzi  del  Thurot  e  del  Duhem,  il 
nome  di  Alberto  di  Sassonia  è  appena  pronunciato  oggi  nella 
storia  della  Filosofia  e  in  quella  delle  Scienze  della  natura  (1). 

Fra  i  libri  manoscritti,  cui  Leonardo  ha  affidato  giorno  per 
giorno  le  sue  riflessioni,  e  che  son  conservati  in  Francia  dalla 
Biblioteca  dell'Istituto,  uno  dei  più  importanti  è  quello  segnato 
con  la  lettera  F.  Per  una  felice  e  troppo  rara  circostanza 
questo  manoscritto  è  datato.  In  testa  al  primo  foglio  si  legge 
questa  indicazione,  scritta  secondo  la  costante  abitudine  di  Leo- 
nardo da  destra  a  sinistra:  «  Goraenciato  a  Milano  addi  12  di 
«  settembre  1508  ». 

Il  verso  della  sopracoperta  è  anch'esso  pieno  di  diverse  scrit- 
ture: vi  si  vede,  fra  l'altro,  una  lista,  una  specie  d'inventario 
di  oggetti  appartenenti  a  Leonardo  da  Vinci.  Questa  lista  co- 
mincia con  queste  parole:  «Libri  da  Venegia  ».  E  vi  si  trova 
infatti  accanto  a  degli  «  specchi  concavi  »  e  dei  «  coltelli  di 
«  Boemia  »,  dei  titoli  di  libri  o  a  stampa  o  manoscritti,  quali 
€  Vitruvio  »  «  Archimede  De  centro  gravitatis  »  «  Anatomia  di 
«  Alessandro  Benedetto  »  «  il  Dante  di  Niccolò  della  Croce  ». 

È  in  seguito  a  questa  lista  che  si  decifra  questa  linea: 

«  Albertuccio  e  '1  Marliano  de  calculalione  ». 

Con  la  parola  Albertuccio  si  designa,  giusta  il  costume  del  XV 
e  XVI  secolo,  Alberto  di  Sassonia  (Albertutius  o  Albertuccius) 
e  il  libro  qui  indicato  è  il  Tractatus  proportionum,  la  cui  se- 


(4)  DuHEMf  Albert  de  Saxe  et  Léonard  de  Vinci,  in  Études  sur  Léonard 
de  Vinci,  Paris,  1906,  I,  p.  3:  Ueberwig-Heinze,  Grundriss  der  Geschichtè 
der  Philosophie,  Berlin,  1898,  voi.  II,  pp.  310,  SII,  312;  Thurot,  Recherches 
historiques  sur  le  principe  d' Archimede,  in  Revue  Archéologique ,  nuova 
serie,  Parigi,  1869,  t.  XIX,  p.  119. 


LE    FONTI   DI   LEONARDO   DA   VINCI  51 

conda  parte  è  intitolata  Tractatus  de  pt^oportione  velocitatum 
in  motibus  analogamente  al  libro  di  Giovanni  Marliani  (1). 

Che  Leonardo  abbia  conosciuto  il  Tractatus  proportionum 
risulta  certo  da  un  passo  del  Manoscritto  /  e  da  confronti  rela- 
tivi, che  ne  discendono,  fondati  sul  vecchio  assioma  peripatetico 
che  la  velocità  di  un  mobile  è  proporzionale  alla  forza  che  muove 
questo  mobile,  contro  il  quale  il  Vinci  scrisse  una  delle  sue  pa- 
gine più  meravigliose  e  sensate. 

Leonardo.  Albbrtuccio. 

De  moto.  Dicie  Alberto  di  Sassonia  Tertia  conclusio  est  quod  si  poten- 

nel  suo  Di  proporzione  che  se  una  tia  moventis  ad  suum  mobile   fuerit 

potentia    move   un    mobile  in    certa  proportio  dupla,  eadem  potentia  mo- 

velocità  che  moverà  la  metà  d' esso  vebit    medietatem    moti    precise    in 

mobile  in  doppio  velocie,  la  qual  cosa  daplo  velocius  (3). 
a  me  non  pare  (2). 

Ed  ecco  nel  Manoscritto  F  interi  passi  calcati  sul  Tractatus 

proportionum. 


(1)  Logica  Albertucii  perutilis.  Logica  excellentissimi  sacrae  theologiae 
professoris  maestri  Alberti  de  Saxonin,  ordinis  Eremitarum  divi  Augu- 
stini,  per  Mayistrum  Aurelium  Sanutum  Venetum,  Venetiis,  MDXXIl;8ul 
qual  libro  vedi  Prantl,  Geschichte  der  Logxh  m  Abendlande,  voi.  IV, 
pp.  60  sgg.  Cfr.  Pacioli,  Snmma  de  aritmetica,  Venezia,  1474,  e.  76",  n°  68. 
€  Albertutius  àcora  de  Saxonia  profondo  filosofo  e  sacro  doctore  de  lordine 
«nostro  seraphico:  trattato  particulare  còpose  de  la  proportione,  el  qual 
«  molto  per  le  scole  ala  tempesta  nostra  se  riuolta  ». 

(2)  Leonardo,  Manoscritto  I,  f.   120  recto. 

(3j  Alberto  di  Sassonia,  Tractatus  proportionum Venetiis,  mandato  et 

expensis  nobilts  viri  domini  Octaviani  Scott  civis  Modotientis  1496  quarto 
hai.  Decembri  per  Bonetum  Localellum  Bergomensem,  f.  51  verso.  Sa 
quest'opera  vedi  F.  Iacoli,  Intorno  ad  un  comento  di  Benedetto  Vettori,  me- 
dico faentino,  al  Tractatus  proportionum  di  Alberto  di  Sassonia,  in  Boll. 
de  Bibliografia  e  di  Storca  delle  scienze  matematiche  e  fisiche,  Roma,  1871, 
voi.  IV,  pp.  493  sgg.;  Baldassarre  Boncompagni,  Intorno  al  Tractatus  pro- 
portionum di  Alberto  di  Sassonia,  ivi  pp.  498  sgg.,  che  enumera  tutte  le 
edizioni  di  questo  trattato  come  quelle  di  Padova  del  1482  e  1484,  di  Ve- 
nezia del  1494,  1496  e  1497,  ecc. 


52 


l"  Se  una  potentia  move  un  corpo 
un  alquanto  spazio,  la  medesima  po- 
tentia moverà  la  metà  di  quel  corpo 
nel  medesimo  tempo  due  volte  quello 
spatio. 

2°  Overo  la  medesima  virtù  moverà 
la  metà  di  quel  corpo  per  tutto  quello 
spatio  nella  metà  di  quel  tempo. 

3°  A.  Over  la  medesima  virtù  mo- 
verà la  metà  di  quel  corpo  per  tutto 
quello  spatìo  nella  metà  di  quel  tempo. 

4»  H  E  la  metà  di  tal  virtù  moverà 
la  metà  di  quel  corpo  tutto  quello 
spatio  nel  medesimo  tempo. 

5'  H  E  quella  virtù  moverà  due 
volte  quel  mobile  per  tutto  quello 
spatio  in  due  volte  quel  tempo,  e  mille 
volte  tal  mobile  in  mille  tanti  tempi 
tutto  esso  spazio  (1). 


E.  SOLMI 

Prima  conclusio  :  si  a  potentia  mo- 
tiva moveret  b  mobile  aliquod  spa- 


tium,   movebit    medietatem   ejus   in 
duplo  velocius. 

Quinta  conclusio:  si  fuerit  aliqua 
potentia  quae  moveat  aliquod  mobile 
aliqua  velocitate  ad  quod  sit  in  pro- 
portione  dupla,  medìetas  motoris  mo- 
vebit medietatem  mobilis  equali  ve- 
locitate (2). 


Tali  passi  si  riscontrano  anche  nel  De  velocitate  motuum 
F.  Alberti  de  Sassonia  opus  redactum  in  epiiomen  a  F.  Isi- 
doro de  Isolanis  ord.  praed.  Mediolani.  MCDLXXXII,  e  forse  di 
qui  li  attinse  direttamente  Leonardo. 

Non  meno  evidenti  e  sicuri  sono  i  riavvicinamenti  che  si  pos- 
sono fare  fra  i  Manoscritti  vinciani  e  le  Questiones  in  Aristotelis 
libros  de  coelo  et  mundo  di  Alberto  di  Sassonia,  anzi,  secondo 
il  Duhem,  con  pale.se  esagerazione,  tutto  il  Manoscritto  F  sarebbe 
stato  ispirato  dall'opera  del  vecchio  professore  della  Sorbona. 

Senza  accennare  le  particolari  concordanze,  che  si  potrebbero 
porre  in  rilievo,  mi  fermerò  a  riferire  i  passi  di  Albertuccio  e 
del  Vinci  relativi  alle  macchie  lunari,  passi,  che,  oltre  a  Leo- 
nardo, ha  dovuti  tener  presenti  anche  Dante  nel  redigere  il  suo 
secondo  canto  del  Paradiso,  come  appare  manifesto. 


(1)  Leonardo,  Manoscritto  F,  f.  26  recto  e  f.  51  verso. 

(2)  Alberto  di  Sassonia,  Tractatus  proportionum,  i.  51  verso. 


LE   FONTI    ni    LEONARDO   DA   VINCI 


53 


Leonardo. 

Alcuni  dissero  levarsi  da  essa  va- 
pori a  modo  di  nugoli,  e  interporsi 
in  fra  la  luna  e  li  occhi  nostri,  il 
che,  se  cosi  fussi,  mai  tal  macule 
sarebbon  stabili,  né  di  sito,  né  di 
figura,  e  vedendo  la  luna  in  diversi 
aspetti,  ancor  che  tal  macule  non 
fiissin  variate  esse  muterebbero  fi- 
gura, come  fa  quella  cosa  che  si  vede 
per  più  versi  (1). 

Altri  dissero  che  la  luna  era  com- 
posta di  parti  più  o  men  trasparenti, 
come  se  una  parte  fussi  a  modo  d'a- 
labastro e  alcuna  altra  a  modo  di 
cristallo  0  vetro,  che  ne  seguirebbe 
che  '1  sole ,  ferendo  coi  sua  raggi 
nella  parte  men  trasparente,  il  lume 
rimarrebbe  in  superfìcie,  e  così  la 
parte  più  densa  resterebbe  allumi- 
nata e  la  parte  transparente  mostre- 
rebbe le  ombre  delle  profondità  sue 
oscure,  e  così  si  compone  la  qualità 
della  luna.  E  questa  opinione  è  pia- 
ciuta a  molti  filosofi  e  massime  ad 
Aristotile  (3). 

Altri  dicono  che  la  superfìzie  della 
luna  essendo  tersa  e  pulita,  che  essa 
a  similitudine  di  specchio,  riceve  in 
sé  la  similitudine  della  terra.  Questa 
opinione  é  falsa,  conciosiaché  la  terra 
scoperta  dall'acqua  per  diversi  aspetti 
ha    diverse    figure,  adunque   quando 


Albertoccio. 

De  primo  erat  una  opinio  quod 
causa  macule  apparentis  in  luna  est 
vapor  eleuatus  ab  ipsa  luna  inter- 
positus  inter  nos  et  lunam,  per 
quem  nobis  obumbratur  aliqua  pars 
lune 

Sed  ista  opinio  non  valet.  Primo 
quia  exalationes  et  vapores  non  uni- 
formiter  attrahuntur  omni  tempore 
et  in  consimili  figura,  sed  valde  dif- 
formiter,et  tamen  illae  maculae  appa- 
rent  semper  vniformes  et  eiusdem 
figurae  (2). 

De  secundo  est  tertia  opinio  scilicet 
commenta  toris  (A  verroé),quam  reputo 
esse  veram,  quod  lalis  macula  peruenit 
ex  diuersitate  partium  lune  secundum 
raritatem  et  dempsitatem  maiorem 
et  minorem.  Nam  partes  in  quibus 
apparet  macula  sunt  rariores  et  ideo 
minus  bene  possunt  lucere.  Partes 
autem  iuxta  illas  sunt  dempsiores 
et  ideo  magia  possunt  lucere.  Patet 
Iioc  in  simili  de  alabastro  (4). 

Secunda  opinio  erat  quod  illa  ma- 
cula non  est  aliud  quam  imago  repre- 
sentativa  aliquorum  corporum  hic 
inferius,  sicut  terre,  vel  montium  vel 
aliquorum  huiusmodi,  quae  quidem 
corpora  videntur  in  luna  ad  modum 
ad  quem  possumus  videre  corpora  in 
speculo  reflese.    Et    hoc   ideo,  quia 


(1)  Leonardo,  Manoscritto  F,  f.  84  verso.  Cfr.  52  verso. 

(2)  Alberto  di  Sas5')Nia,  Quaestiones  in  librum  II,  quaestio  XVIIL 

(3)  Cfr.  Leonardo,  Manoscritto  F,  f.  56  verso. 

(4)  Alberto  di  Sassonia,  Quaestiones  in  librum  II,  quaestio  XVI. 


54 


E.   SOLMI 


tal  luna  è  all'oriente,  ella  specchie- 
rebbe altre  macchie  che  qnando  essa 
ci  è  di  sopra,  o  qnando  essa  è  in 
occidente  (1). 


sicut  dixit  illa  opinio  luna  est  corpus 
politura  tersum  et  speculare.  Sed  illud 
non  valet,  nam  oporteret  quod  ad  mo- 
tum  lune  talis  imago  apparerei  in 
alia  et  in  alia  parte  lune,  ecc.  Sed 
consequens  est  falsum  (2). 


Passi  di  Alberto  di  Sassonia,  che  evidentemente  ispirarono 
Leonardo,  son  anche  quelli  sulle  cosi  dette  figure  mondane  o 
platoniche  de'  poliedri  regolari  : 


Leonardo. 
Dicono  la  terra  essere  tetracedo- 
nica  cioè  corpo  di  6  base,  e  questo 
provano  dicendo  non  essere  infra 
corpi  regulari  corpo  di  men  movi- 
mento, né  più  stabile  che  '1  cubo.  E 
al  foco  attribuirono  il  thetracedron 
cioè  corpo  piramidale,  la  quale  è  più 
mobile  (secondo  questi  filosofi)  che 
non  è  la  terra,  però  attribuirono  essa 
piramide  al  foco  e  "1  cubo  alla 
terra  (3). 


Albertuccio. 
Quantum  ad  primum  sciendum  est, 
quod  f-rat  opinio  antiquorum,  quod 
corpora  simplicia,  sicut  celum  et  eie- 
menta  determinarent  sibi  figuram  a 
natura,  unde  considerauerunt  quod 
corpora  mathematica  regularia  sunt 
5  et  non  plura  scilicet  :  thetracedron, 
exacedron,  octocedron,  duodocedron 
et  icocedron.  Et  quia  etiam  corpora 
simplicia  naturaliter  sunt  5  et  non 
plura,  scilicit  quatuor  elementa  et 
quintaes8entia,credideruntquod  quod- 
libet  istorum  corporum  simplicium 
determinaret  sibi  unam  illarum  figu- 
rarum  regularium.  Undedixerunt  ter- 
ram  esse  corpus  exacedron  seu  corpus 
cubice  figure:  seu  corpus  sex  super- 
ficierum  regularium.  Et  hoc  ideo, 
quia  corpus  cubicum  seu  exacedrum 
est  magis  fixum  et  immobile  et  mi- 
nus  aptus  ad  motura.  Et  quia  sic  est 
de  terra,  ideo  attribuerunt  terre  figu- 
ram cubicam  seu  figuram  exacedron. 


(1)  Leonardo,  Manoscritto  F,  f.  54  recto,  70  recto. 

(2)  Alberto  di  S.ìssonia,   Questiones  in  librum  li,  quaestio  XXV;  in  li- 
brum  II,  quaestio  X. 

(3)  LeOìNardo,  Manoscritto  F,  f.  27  recto  e  verso. 


LE  FONTI  DI  LEONARDO  DA  VINCI  55 

DixeruDt  autem  aquam  esse  corpus 
icocedron  seu  corpus  ex  duabus  super- 
ficibus  regularibus  ecc. . . .  Lib.  III. 
Quaestio  ultima  (1). 

La  comparazione  di  questi  testi  non  potrebbe  lasciare  posto  al 
dubbio:  quando  Leonardo  scriveva  le  sue  riflessioni  stava  leg- 
gendo la  discussione  di  Alberto  di  Sassonia  sullo  stesso  soggetto. 
Egli  leggeva,  è  evidente,  come  può  leggere  un  uomo  di  genio, 
che  ben  raramente  si  rassegna  a  seguire  servilmente  il  pensiero 
altrui;  alle  obiezioni  che  Albertuccio  aveva  dirizzate  a  certe  ipo- 
tesi, il  Vinci  ne  aveva  aggiunte  o  sostituite  delle  proprie  (2). 

Il  massimo  della  evidenza,  per  i  rapporti  fra  i  due  scrittori,  si 
ha  da  questo  confronto: 

LkONARDO.  ALBERTUCaO. 

Del  mondo.  Onni  graue  attende  al  Omne    grave   tendit   deorsum  nec 

basso  e  le  cose  alte  non  restano   in      perpetuo  potest  sic  sursum  sustineri, 
loro  altezza,  ma  col   tempo  tutte  di-      quare  iam  totalis  terra  esset  sphae- 
scenderanno ,   e   così    col    tempo    il      rica  et  undique  aquis  cooperta  (4). 
mondo    resterà   sperico  e  per  conse- 
guenza fia  tutto  coperto  dall'acqua. 

Omne  graue  tendit  deorsum  nec 
perpetuo  potest  susteneri,  quare  iam 
totalis  terra  esset  facta  sperica  (3). 

Leonardo,  come  ha  dimostrato  il  Duhera,  si  inspira  ancora 
alle  Quaestiones  d'Alberto  di  Sassonia,  ma  sempre  con  la  stessa 
originale  libertà,  quando  discute  tal  questione  sollevata  dai  Pi- 
tagorici e  dai  Platonici  :   i  movimenti  delle  sfere  celesti  produ- 


(1)  Alberto  di  Sassonia,    Qwiestiones  in  lihrum  III ,   quaestio  XIII  et 
ultima. 

(2)  DuHBM,  Albert  de  Saxe  et  Léonard  de  Vinci,  pp.  22  sgg. 

(3)  Leonardo,  Manoscritto  F,  f.  84  recto,  84  verso  e  85  recto. 

(4)  .\lbebto  di  Sassonia,  Quaestiones  in  libros  de  Coelo  et  Mundo,  in 
libriim  Jf,  quaestio  XXIV. 


56  E.   SOLMI 

cono  un  suono?  L'influenza  dei  ragionamenti  del  dottore  della 
Sorbona  si  riconosce,  ma,  al  solito,  profondamente  modificata, 
anche  là  dove  il  Vinci  distingue  nei  corpi  di  figura  non  uniformi 
il  centro  di  grandezza  dal  centro  della  gravità  accidentale  e  na- 
turale, ma  i  passi  da  noi  citati  dimostrano  già  all'evidenza  come 
sia  stata  potente  l'eflìcacia  di  Albertuccio  sui  manoscritti  vin- 
ciani. 

Alla  domanda  se  il  Vinci  conosca  anche  le  Quaestiones  super 
odo  Libros  physicorum  Aristolelis  di  Alberto  di  Sassonia,  noi  ri- 
spondiamo di  no,  senza  esitare  ;  infatti  di  tale  opera  nessuna 
traccia  ci  è  stato  dato  di  rinvenire,  nelle  pagine  vergate  dal 
pugno  di  .Leonardo. 

Il  Traclatus  proporlionum  e  le  Quaestiones  in  libros  de 
coelo  et  mundo  si  devono  ritenere  due  fonti  capitali  delle  teorie 
vinciane  :  ma  l'artista  fiorentino  non  le  ha  studiate,  da  lettore 
desideroso  di  penetrare  compiutamente  nel  pensiero  d'un  autore 
e  di  assimilarselo  :  le  ha  studiate  con  un  senso  critico  sempre 
desto,  con  un'imaginazione  sempre  pronta  a  edificare  delle  nuove 
ipotesi,  con  grande  abilità  di  geometra  e  talento  di  osservatore 
profondo.  Nei  suoi  In  libros  Arislotelis  meteorologices  commen- 
tarla Agostino  Nifo  dichiara  che  le  Quaestiones  super  quatuor 
libros  meteororum,  che  sono  state  pubblicate  sotto  il  nome  di 
Timone  figlio  dell'Ebreo  sono  di  Albertuccio,  cioè  di  Alberto  di 
Sassonia:  «  Albertillus,  cuius  quaestiones  sunt  editae  sub  nomine 
«  Thimonis  judaei  »  (1).  A  questo  libro  dell'Ebreo,  secondo  il 
Duhem,  Leonardo  avrebbe  attinte  le  sue  opinioni  sull'iride,  sul 
flusso,  sull'origine  delle  sorgenti  sotterranee  e  sul  fatto  del  trovarsi 
l'acqua  sui  monti.  Saremmo  stati  ben  lieti  di  poter  aggiungere 
anche  questa  fonte  alle  altre  dei  Manoscritti  vinciani,  ma,  — 
per  il  silenzio  dello  Artista  e  per  l'arbitrarietà  dei  riavvicina- 
menti  istituiti  dal  Duhem,  —  sentiamo,  in  coscienza,  il  dovere 


(1)  Nifo,    In   libros  Aristotelis    meteorologices   commenlaria ,  Venetiis, 
MDXL,  fol.  14,  col.  e. 


LE   FONTI   DI   LEONARDO  DA   VINCI  57 

di  respingere  qualunque  rapporto  fra  quest'opera  e  i  codici  qui 
esaminati.  Se  si  ammettesse,  fondati  su  simili  prove,  che  tal  libro 
fu  fonte  di  Leonardo,  non  sappiamo  più  quali  opere  antiche  o 
medievali,  ad  ogual  ragione,  non  si  dovessero  segnalare  come 
solvente  dei  Manoscritti  (1). 

XI. 

Alessandro  de  Villa  Dei  (Gallo).  Fra  i  lihri  posseduti  da 
Leonardo  il  Codice  Atlantico  indica  un  «  Doctrinale  *  (2).  Trat- 
tavasi,  senza  dubbio,  della  grammatica  latina  in  versi  barbari  di 
Ale.<«sandro  de  Villa  Dei  (Gallus),  che  fu  uno  degli  scritti  scola- 
stici che  ebbe  maggior  numero  di  edizioni  nei  principi  dell'arte 
tipografica  :  Alexander  Gallus,  Doctrinale,  s.  1.  n.  d.  (Tarvisii 
1472,  Mantue  1475,  Parmae  1478  e  1486,  per  non  citare  che 
alcune  delle  più  antiche  edizioni).  Tal  grammatica  non  è  in 
fondo  che  una  parafrasi,  mal  fatta,  di  Prisciano,  sotto  quattro 
divisioni  fondamentali  :  I  de  elhimologia,  II  de  diasyntetica;  III  de 
orthographia,  IV  de  prosodia. 

XII. 

Aliprandi  Vincenzo.  Nell'ansia  di  lej^ere  le  osservazioni  ed 
i  commenti  sull'Architettura  di  Vitruvio,  Leonardo  da  "Vinci  si 


(1)  DuHEM,  Ètudes  sur  Léonard  de  Vinci,  p.  159  sgg  .  Un  belPeserapio 
del  metodo  del  Duhem  si  ha  a  p.  181,  dove  un  passo  in  cui  Leonardo  dice: 
«  e  tu  che  tale  invenzione  trovasti  ritorna  a  riimparare  naturale  che  tu 
«  mancherai  dì  tali  simili  opinioni,  del  quale  tu  ha'  fatto  grande  ammuni- 
«  zione  insieme  col  capitale  del  frutto,  che  tu  possiedi  »,  è  tradotto:  €  A 
«  toi  qui  as  trouvé  une  telle  invention,  il  revient  d'apprendre  de  nouveau 
€  par  l'observation  de  la  nature,  car  tu  te  trouveras  bientòt  pris  de  court 
€  avec  toutes  les  opinions  dont  tu  as  fait  grande  provision  en  lisant  le  fonds 
«  du  frère,  dont  tu  es  possesseur  ».  Di  dove  sia  saltato  fuori  quel  «  frate  » 
non  si  capisce.  Leonardo  scrive  €  frutto»,  non  e  frate  »  !  (Manoscritto  F, 
i.  74  verso).  Il  Duhem,  ben  lungi  dal  correggere  il  Ravaisson,  ingrossa  lo 
sproposito  commentando  :  «  la  lecture  des  livres  qu'  il  tient  de  fra  Bernar- 
«  dino  »  1 

(2;  Leon.\rdo,  Codice  Atlantico,  f.  210  «doctrinale». 


58  E.  SOLMI 

rivolge  a  Vincenzo  Aliprandi,  di  nobile  e  ricca  famiglia  milanese: 
«  Messer  Vincenzo  Aliprandi  —  all'osferia  dell'Orso  —  ha  il  Ve- 
«  truvio  di  Giacomo  Andrea  »  (1). 

Nessuno  degli  scrittori  milanesi  rammenta  questo  dotto  protet- 
tore delle  lettere  e  segretario  del  Moro;  non  sarà  quindi  inutile 
ricordare  che  il  suo  nome  appare  in  una  splendida  edizione  di 
Isocrate,  che  la  Biblioteca  Comunale  di  Mantova  ha  il  pregio  di 
possedere.  Isocratis  opera  (graece)  —  in  fine  —  Liber^  Me  Iso- 
Gratis  Deo  adjuvante  perfectus  est  Mediolani,  emendaius  a 
Demetrio  Chalcondyla,  iypis  vero  expressus  et  editus  ab  Hen- 
rico  Germano  et  Sebastiano  de  Poniremulo.  Sumptus  fecerunt 
Bartolomaeus  Scyasus,  Vincentius  Aliprandus,  Bartolomaeus 
Rozonus,  scribae  illustrissimi  Ducis  Mediolanensis ,  anno  a 
Christo  nato  Millesimo  quadrinpentesimo  nonagesimo  iertio. 
Januarii  die  vigesim,a  quarta  in  fol.  piccolissimo,  prima  edizione. 


Xlll. 


Alkendi  0  Kendi  (Abu  JoufFouf  Ibn  Jhak  Ibn  Assabah)  «  Le 
«  proportioni  d' Alchino  colle  considerazioni  del  Marliano  da 
«  messer  Fazio  »  (2)  porta  il  Codice  Atlantico,  e  questa  nota  ci 
palesa  che  il  Vinci  si  rivolgeva  in  Milano  a  Fazio  Cardano,  padre 
di  Girolamo,  per  leggere  e  meditare  una  delle  innumerevoli  dis- 
sertazioni di  Alkendi,  molte,  disgraziamente,  smarrite  (3).  Al- 
chendi,  soprannominato  dagli  Arabi  il  filosofo  per  eccellenza,  era 
uscito  dall'illustre  famiglia  di  Kenda,  e  contava  fra  i  suoi  ante- 
nati dei  principi  di  diverse  contrade  dell'Arabia.  Egli,  che  aveva 


(1)  Leonardo,  Manoscritto  K,  f.  109  verso.  Cfr.  le  parole  Giacomo  An- 
Hrea  di  Ferrara  e  Vitruvio. 

(2)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  225  recto. 

(3>  Veggan.si  enumerate  in  Gasiri,  Arabica  philosophorum  bibliotheca, 
Madrid,  1760-1770,  I,  p.  353;  G.  Flùgel,  Alhindi,  genannt  der  «  Philosoph 
«  der  Araber  »,  ein  Vorbild  seiner  Zeit  und  seines  Volhes,  Leipzig,  1857, 
pp.  20-35. 


LE  FONTI   DI  LEONARDO  DA  VINCI  50 

fatti  i  suoi  studi  a  Bassora  e  a  Bagdad,  si  rese  celebre  con  un 
numero  prodigioso  di  opere  sulla  filosofia,  le  matematiche,  l'a- 
stronomia, la  medicina,  la  politica,  la  musica,  ecc.  ;  possedeva, 
si  dice,  le  scienze  dei  Greci,  dei  Persiani  e  degli  Indiani,  e  fu 
uno  di  coloro  che  Al-Mamoun  incaricò  della  traduzione  delle 
opere  di  Aristotile  e  di  altri  autori  greci,  ciò  che  fa  supporre 
fosse  versato  nel  greco  e  nel  siriaco. 

In  Milano  nel  secolo  XV  e  XVI,  nel  circolo  di  intellettuali,  cui 
appartennero  Leonardo,  Giovanni  Marliani  e  Fazio,  Alkendi 
esercitò  una  vera  signoria.  Girolamo  Cardano,  memore  di  questi 
entusiasmi,  pone  nel  suo  de  Suhtilitate  Alkendi  al  decimo  posto 
fra  le  dodici  menti  più  sottili,  che  fossero  state  al  mondo  dalle 
origini  al  secolo  XVI,  e  afferma  che  nulla  vi  ha  di  più  ingegnoso 
e  di  più  sublime  del  suo  LibeUum  sex  qtcaniitatum  (i). 

E  Leonardo  si  riferisce  appunto  a  quest'opera,  la  più  nota  fra 
le  duecentosessantacinque  dell'arabo,  e  conosciuta  anche  sotto  il 
nome  di  brattato  delle  proporzioni.  Quivi  l'autore  tentava  di 
provare  che  «  non  si  può  comprendere  la  filosofia  senza  la  co- 
«  noscenza  delle  matematiche  »,  ed  esponeva  una  serie  di  con- 
siderazioni aritmetiche  di  considerevole  valore  (2). 

Questo  trattato  non  fu  edito.  Prima  della  morte  del  Vinci  fu 
edito  solo  VAstrorum  indicem  Alchendus  et  Saphar  de  pluviis, 
imbribus  et  ventis  oc  aeris  mutatione  (Venetiis  1507)  e  dopo  la 
morte  di  quello  il  De  rei^m  gradihus  (Argent.  1531)  e  il  Z)e 
medicinaì^m  compositaì'um  gradibtis  investigandi  libeUics  (  Ve- 
netus,  1584). 


(1)  Cardani,  Opera  omnia,  Londra,  1663,  voi.  I  al  cap.  XVI  del  De  sub- 
tilitate.  Cfr.  anche  Brucrer,  Historia  critica  philosophiae,  Leipzig,  1743, 
voi.  II!,  pp.  63-69;  Wùstenfeld,  Geschichte  der  arab.  Aerzte  und  Nattir- 
forscher,  Gòttingen,  1840,  pp.  21  sgg. 

(2)  ScHMÒLDBRS,  Essai  sur  les  ècoles  philosophiques  chez  les  Arabes, 
Paris,  1842,  pp.  131  sgg.:  Hauréau,  Hisloire  de  la  philosophie  scohistique, 
Paris,  1872,  I,  pp.  .363  sgg.:  Mu.nk,  Mélanges  de  philosophie  juice  et  arabe, 
renfermnnt  des  extraits  méthodiques  de  la  source  de  vie  de  Salomon  Ibn 
Oebirol,  Aoicebron  eie,  des  notices  sur  les  principauxs  philosophes  arabes 
et  leurs  doctrines,  Paris,  1859,  pp.  339-341. 


60  E.   SOLMI 

XIV. 

Andrea  da  Imola.  Motore  efficace  ai  nuovi  concetti  astronomici 
e  geografici  del  Vinci  furono  le  discussioni  con  Andrea  da  Imola, 
ricordato  da  Leonardo  a  proposito  del  quesito  se  lo  splendore 
della  luna  deriva  dalle  parti  solide  o  dalle  parti  liquide  dell'astro. 
«  Tutte  le  contraddizioni  dell'avversario  a  dir  che  nella  luna  non 
«  è  acqua.  Risposta  a  maestro  Andrea  da  Imola  che  disse  come 
«  li  razzi  solari,  riflessi  dal  corpo  dello  specchio  convesso,  si  con- 
«  fondono  e  si  consumano  in  breve  spazio,  e  che  per  questo  si 
«  negava  al  tutto  la  parte  luminosa  della  luna  non  esser  di  natura 
«  di  specchio,  e  per  conseguenza  non  essere  nata  tale  luna  dalla 
«  innumerabile  moltitudine  delle  onde  di  quel  mare,  il  quale  io 
«  proponevo  essere  quella  parte  della  luna,  che  s'illuminava  per 
«  li  razzi  solari:  o  p  sia  il  corpo  del  sole,  e  n  s  sia  la  luna,  b  sia 
«  l'occhio,  che  in  su  la  base  cn  del  cateto  cn  m  vede  specchiare 
«  il  corpo  «lei  sole  infra  li  eguali  angoli  e  n,  il  simile  fa  remo- 
«  vendosi  l'occhio  da  b  in  a  »  (1). 

Chi  è  questa  nuova  fonte  di  Leonardo?  Non  Pier  Andrea  Mor- 
siano  da  Imola,  che  pubblicò  nel  1482  in  Bologna  V Anatomia 
di  Mondino  de'  Luzzi,  perchè  sarebbe  assai  difficile  poter  spie- 
gare l'incontro  dell'artista  col  medico  anteriormente  al  25  marzo 
del  1501  (2),  giorno  nel  quale  il  Morsiano  fu,  secondo  i  docu- 
menti, assassinato  (3).  Né  reputo  più  probabile  che  si  tratti  di 
Andrea  Cattaneo  che  dal  1506  al  1520  lesse  nell'università  di 
Bologna  filosofia,  poi  medicina  ordinaria  (4),  e  tantomeno  Andrea 


(1)  Leonardo,  Manoscritto  di  Leicester,  f.  36  verso  e  1  verso.  Gfr.  Richter, 
The  literary  Works  of  Leonardo  da  Vinci,  II,  nn'  900-901. 

(2)  R.  Galt.i,  /  manoscritti  e  gli  incunaboli  della  Biblioteca  Comunale 
d'Imola,  Imola,  1894,  p.  63.  «  Hec  Anothomia  fuit  emendata  ab  Esimio  ar- 
€  tium  et  medicine  doctore  d.  Magistro  Pietro  Andrea  Moriano  de  Ymola 
<  in  almo  studio  Bononie  cyrurgia  legenti  ». 

(3)  L.  Angeli,  Sulla  vita  e  sugli  scritti  di  alcuni  m.edici  imolesi,  me- 
morie storiche,  Imola,  1808,  p.  85. 

(4)  L.  Angeli,  Op.  cit.,  pp.  96-97. 


LE  FONT!    DI   LEONARDO  DA   VINCI  61 

Ferri,  nato  circa  nel  1470,  professore  in  Bologna  dal  1507  al  1518, 
poi  gonfaloniere  in  Imola  dal  1518  al  1545,  «  philosophus  et  me- 
«  dicus  multiplici  doctrina  praeclarus  »  (1). 

Si  tratta  qui  senza  dubbio  di  quell'Andrea  Mainarmi  da  Imola, 
che,  sui  primi  del  secolo  XVI,  pubblicava  in  Milano  un  Discorso 
sulla  milizia,  che  fu  edito  c>n  altri  scritti  di  autori  classici. 


XV. 


Anonimo.  Quando  il  nostro  Ministero  della  P.  I.  acquistò  parte 
della  libreria  appartenente  a  Lord  Ashburnham  e  già  posseduta,  in 
origine,  da  Guglielmo  Libri,  fu  detto  pomposamente  che  sarebbero 
«  rientrati  in  Italia  molti  manoscritti  di  Leonardo  da  Vinci  ».  E 
veramente  fra  i  codici  ashburnhamiani  eravi  il  delizioso  libretto 
segnato  Ash  2  n*  2038,  che  in  68  pagine  grandi,  di  fitta  calligrafia, 
contiene  i  principali  capitoli  del  Trattato  della  Pittura,  ed  una 
folla  di  note,  che  hanno  un'importanza  generale  e  teorica,  par- 
ticolare e  pratica,  sulla  scienza  e  sull'arte.  Eravi  anche  un  altro 
libretto  di  minor  mole,  di  26  pagine,  con  gran  numero  di  schizzi 
e  disogni,  di  caricature,  di  armi  ed  ordigni,  di  chiese  e  di  na- 
vigli. Ne  l'uno  né  l'altro  di  questi  manoscritti  rientrò  in  Italia. 
Il  governo  francese,  più  abile  del  nostro,  per  mezzo  di  Leopoldo 
Delisle,  arricchì  la  Bibliothèque  notionale  dei  preziosi  cimeli,  e 
noi  dovemmo  accontentarci  di  qualche  copia,  senza  valore,  del 
Trattalo  della  pittura,  e  di  un  codice  di  Anonimo  con  poche  e 
poco  importanti  postille  marginali  di  Leonardo  da  Vinci  (2). 

Questo  codice,  già  appartenuto  all'artista,  è  l'unico  che  pos- 
sediamo fra  i  molti,  che  dovevan  far  parte  della  sua  libreria,  ed 
è  un  Trattato  di  architettura  civile  e  militare,  che  invano  si  è 


(1)  L.  Angeli,  Op.  cit.,  pp.  110-114.  Cfr.  L.  Angeli,  Memorie  biografiche, 
Imola,  1828,  pp.  222-225. 

(2)  Bibl.  Mediceo-Laurensiana,  Codici  Ashburnham,  n*  361. 


62  E.   SOLMI 

cercato  di  attribuire  a  Francesco  di  Giorgio  Martini  ed  a  Leon 
Battista  Alberti. 

I  caratteri  vi  sono  in  nitida  e  bella  calligrafia,  le  figure,  assai 
accurate,  vi  son  fatte  da  quel  medesimo  che  il  testo  ;  vi  si  dis- 
corre delle  armi  di  difesa  e  di  offesa,  del  fabbricare  le  fortezze 
ed  i  castelli,  delle  città  marine  e  dei  fiumi,  con  definizioni  e  prin- 
cipi, che  son  per  lo  più  agli  antipodi  di  quelli  adottati  da  Leo- 
nardo. «  In  prima  he  da  sapere  che  ponto  he  quella  parte  dela 
<  quale  he  nulla.  Linea  he  lunghezza  senza  ampiezza  e  li  sui 
«  termini  son  duo  ponti  ecc.  ».  Vi  si  discorre  ancora  della  ori- 
gine e  ragione  delle  colonne  prime  ;  delle  misure  e  proporzioni 
del  corpo  umano;  dei  quadrati  iscritti  e  circoscritti  nel  cerchio; 
di  una  «  fonte  attermine  »,  in  cui  s'impiega  abilmente  l'azione 
dell'aria  ;  di  macchine  fatte  mediante  viti  e  pesi,  ruote  e  corde  ; 
e  la  palla  che  esce  dalla  bombarda  vi  è  disegnata  facente  un 
retto  percorso  (1). 

Leonardo  ha  posseduto  questo  codice,  lo  ha  letto  e  postillato, 
tuttavia  è  da  notar.si,  che  le  postille  che  vi  si  trovano  non  han 
nulla  a  che  fare  col  testo:  sembra  quasi  che  l'artista  non  avendo 
modo  migliore  di  segnare  i  propri  pensieri,  li  abbia  scritti  sul 
codice,  che  in  quel  tempo  aveva  presso  di  sé,  e  forse  stava  con- 
sultando e  meditando  (2). 


(1)  Bibl.  cit.,  Codice  361,  f.  1  sgg.,  27  verso,  13  recto  e  verso,  15  verso, 
32,  41,  44. 

(2)  Le  note  marginali  che  Leonardo  vi  ha  apposto  sono  le  seguenti  :  f.  13 
verso.  El  chilindro  e  un  chorpo  di  figura  cholonnale,  elle  sue  opposite  fronti 
son  due  cierchi  d'interpositione  parallela,  e  in  fra  li  lor  cientri  (e  in  fra  li 
lor  cientri)  s'asstende  una  linea  pare,  che  passa  per  il  mezzo  della  grossezza 
Del  chilindro,  Ettermina  nelli  cientri  dessi  cierchi,  la  quale  linia  è  (di)  detta 
linia  cientrale  e  dalli  antichi  è  detta  assis,  f.  15  verso.  Il  modello  debbe 
esser  facto  chon  bussto  di  ciera.  Nothomie,  f.  25  recto.  De  onda.  Londa  (delle) 
del  mare  senpre  ruina  dinanti  alla  sua  basa,  ecquella  parte  del  cholmo,  che  si 
troverà  più  bassa  che  prima  era  più  alta  sarà  più  bassa  (con  una  figura),  f.  27 
verso.  Del  punto  naturale.  Il  minore  punto  naturale  e  magiore  di  tutti  i 
punti  (naturali)  matematici  ecquesto  si  pruova  perchè  il  punto  naturale 
ecquantità  chontinua  e  ogni  continuo  è  divisibile  in  infinito  e  il  punto  ma- 


LE  FONTI   DI   LEONARDO   DA   VINCI  63 


XVI. 


Archimede.  Sebbene  airoccasione  non  ne  risparmi  la  critica, 
Leonardo,  in  generale,  crede  che  Archimede,  fra  tutti  i  primitivi 
inventori,  sia  quello  che  merita  il  più  alto  posto,  sia  per  la  fe- 
condità dei  suoi  ritrovati,  sia  per  la  profondità  delle  sue  inve- 
stigazioni matematiche.  Il  Vinci  non  solo  ne  ricerca  le  opere, 
ma  raccoglie  con  religione  le  tradizioni  sulla  vita  del  grande 
siracusano. 

Diodoro  Siculo  racconta  che  Archimede  aveva  inventata  una 
macchina  per  dirigere  le  acque  del  Nilo  sui  terreni,  dove  l'in- 
nondazione  non  poteva  arrivare  (1)  ;  e  perchè  da  un  altro  passo 
dello  stesso  autore  si  vede  che  gli  Spagnuoli  si  servivano  d'una 
macchina  analoga  per  estrar  l'acqua  che  riempiva  le  mine  (2),  si  è 
potuto  erroneamente  credere  che  Archimede  non  ha  soltanto  viag- 
giato in  Egitto,  ma  che  anche  è  stato  nella  Spagna  (3).  A  conferma 
di  questa  supposizione  si  può  citare  un  passo  di  Leonardo:  «  Ho  ri- 
€  trovato,  scrive  questi,  nelle  St07'ie  delti  Spagnuoli  come  nelle 
«  guerre  da  loro  avute  colli  Inghilesi  fu  Archimede  siracusano, 
«  il  quale  in  quel  tempo  dimorava  in  compagnia  di  Ecliderides, 
«  re  de'  Girodastri  ;  il  quale,  nella  pugnia  marittima,  ordinò  che 
«  i  navilì  fussino  co'  lunghi  arbori,  e,  sopra  di  lor  gaggie  collocò 


tematicho  be  indivisibile  perchè  non  e  quantità,  f.  27  verso.  Oefinitione  dalli 
angholi.  Praticha  geometricha,  f.  32  recto.  Ogni  superfitie  quadrabile  chol 
soprapporsi  in  parte  luna  allaltra  è  anchora  quadrabile  chol  torre  da  un  lato 
arrendere  dall'altro  ed  etiam  col  moto,  f.  41  recto.  Dellaria  nel  vaso,  f.  44 
verso.  De  chorda  appeso.  Della  resistentia  della  chorda.  Il  cientro  d'ogni  gra- 
vità sospesa  essotto  il  cientro  del  contatto  che  lui  a  chol  suo  sosstentachulo. 
Cfr.  anche  Mancini,  Di  un  Codice  con  alcuni  Ricordi  autografi  di  Leo- 
nardo da  Vinci,  Firenze,  1885. 

(1)  DiODORo  Siculo,  BibUotfiecae  historicae  libri  XV  reliqui.  graece  et 
latine.  RecensuU  P.  Wesselingius,  qui  doctorum  virorum  et  suas  adnota- 
tiones  adiecit,  .\mstelodarQÌ,  1746,  voi.  I,  pp.  40  e  360. 

(2)  DioDORO  Siculo,  Op.  cit.,  p.  360. 

(3)  LiBBi,  Histoire  des  sciences  mathèmatiques,  Paris,  1838,  voi.  1,  p.  37. 


64  E.    SOLMI 

«  una  antennetta  «li  lunghezza  di  quaranta  pie,  e  V3  di  gros- 
«  sezza.  No  l'una  stremità  era  una  ancora  picciola,  ne  l'altra  un 
«contrappeso;  a  l'ancora  era  appiccato  12  piedi  di  catena,  al 
«nascimento  della  gaggia,  ch'era  attaccata  con  una  cordella;  da 
«  esso  nascimento  n'andava  in  basso,  insino  al  nascimento  dell'al- 
«  bero,  dov'era  collocato  un  argano  fortissimo,  e  lì  era  fermo  il 
«  nascimento  d'essa  corda.  Ma  per  tornare  all'uffìzio  d'essa  mac- 
«  china  dico,  che  sotto  a  detta  ancora  era  uno  foco,  il  quale  con 
«  sommo  strepito  gittava  in  basso  i  sua  razzi  e  pioggia  di  pegola 
«  infocata,  li  quali  piovendo  sopra  alla  gaggia  costringevano  li 
«  omini,  che  lì  erano,  a  abbandonare  detta  gaggia  ;  onde  calato 
«  l'ancora  (colle  acute...)  quella  cavava  ai  labri  della  gaggia,  e 
«  subito  era  tagliata  la  corda,  posta  al  nascimento  delia  gaggia 
«  a  sostenere  quella  corda  ch'andava  dall'ancora  all'argano,  e 
«  tirando  il  navilio...  »  (1). 

La  più  grande  invenzione  del  Siracusano  è  tuttavia,  secondo 
Leonardo,  l'architronito  :  «  Architronito  è  una  machina  di  fine 
«  rame,  invenzione  di  Archimede,  e  gitta  ballotte  di  ferro  con 
«  grande  strepito  e  furore  ;  e  usasi  in  questo  modo  :  la  terza 
«  parte  dello  strumento  istà  infra  gran  quantità  di  foco  di  car- 
«  bone,  e  quando  sarà  bene  da  quelli  infocata,  serra  la  vite  d,  ch'è 
«sopra  al  vaso  dell'acqua  ab  e,  e  nel  serrare  di  sopra  la  vite, 
«  e'  si  distopperà  di  sotto,  e  caduta  la  sua  acqua  discenderà  nella 
«  parte  infocata  dello  strumento,  e  li  subito  si  convertirà  in  tanto 
«  fumo,  che  parirà  maraviglia,  e  massime  a  vedere  la  furia  e  san 
«tire  lo  strepito;  questa  cacciava  una  ballotta,  che  pesava  uno 


(1)  Leonardo,  Manoscritto  2038,  i.  12  verso.  È  diffìcile  precisare  la  fonte 
di  questo  frammento,  tuttavia  qualche  tratto  può  ravvicinarsi  alla  descrizione 
di  una  nave  meravigliosa  di  Archimede  fatta  da  Ateneo,  Dipnosophistarum 
libri  XV  graece  et  latine,  cum  Jac.  Dalechampii  latina  versione;  annot. 
et  emendat.  Js.  Casauboni  recensionem  adornata.  Lugduni,  1617,  p.  206. 
xpiùiv  bè  ioTuiv  ÙTTopxóvTUJv  il.  éKdOTOv  Kepatai  XiGoqpópoi  èEripxiivTO  6uo,  èS 
iDv  QpuaYée;  xe-Kaì  ttXivGoi  noXipou  irpòc;  toù<;  èiriTieeMévouc;  r|q)(evTO,  ecc. 
Parlando  delle  ancore  è  notevole  questo  parti(folare  :  òuax^P'I»^  ^^  ó '"PiJ^TO^ 
eùpéOri  èv  Tóìc;  òpeoi  Tf\c,  ppcxTavi'ac;  uitò  ouPUjtou  àvbpói;.  Gfr.  edizione 
Kaibel,  I,  462. 


LE   FONTI   DI   LEONARDO  DA   VI.VCI  65 

«  talento,  stadi  6  [...].  Carbone  -  acqua.  Come  si  porta  in  campo 
«  li  arcbitronitri  »  (1). 

Se  gli  antichi  onorarono  quest'uomo  fecero  bene  :  «  Chi  avessi 
«  trovata  l'ultima  valetitudine  della  bombarda,  in  tutte  sue  va- 
«  lieta,  e  presentato  tale  segreto  alti  Romani,  con  qual  prestezza, 
«  osserva  il  Vinci,  avrebbero  conquistata  ogni  terra  e  superato 

<  ogni  esercito! E  qual  premio  era  che  potessi  equipararsi  a 

^  tanto  benefìzio?  Archimede,  ancora  che  lui  avesse  grandemente 
«  danneggiati  li  Romani  alla  spugnazione  di  Siragusa,  non  li  fu 
«  mai  mancata  l'offerta  di  grandissimi  premi  da  essi  Romani;  e 
«  nella  presa  di  Siragusa  fu  cercato  diligentemente  d'esso  Ar- 
«  chimede,  e,  trovato  morto,  ne  fu  fatto  maggior  lamentazione  nel 
«  senato  e  popolo  Romano,  che  s'egli  avessino  perso  tutto  il  loro 
«  esercito,  e  non  mancarono  d'onorarlo  di  sepoltura  e  di  statua, 
«  della  quale  fu  capo  Marco  Marcello.  E  dopo  la  seconda  ruina 
«  di  Siragusa  fu  ritrovata  da  Catone  (sic)  la  sepoltura  d'esso  Ar- 
«  chimede  nelle  ruine  d'un  tempio,  onde  Catone  fecie  rifare  il 
«  tempio  e  la  sepoltura  onoratissima,  e  di  questo  si  scrive  avere 
«  detto  Catone  non  si  gloriar  di  nessuna  cosa  tanto,  quanto  d'a- 
«  vere  onorato  esso  Archimede  d'esso  ornamento  »  (2). 

Senza  dubbio  nella  antichità  e  nel  medioevo  Archimede  fu 
reputato  il  primo  de'  matematici,  ma  il  miglior  tributo  reso  alla 
sua   fama  è  che  quegli  scrittori,  che  più  altamente  ne  celebra- 


(1)  Leonardo,  Manoscritto  B,  f.  33  recto.  Sulle  ballate  di  Archimede  con- 
frontisi ciò  che  dice  Poubio,  Historiarum  libri  qui  super sunt,grece  et  latine, 
Js.  Casaubono:  Jac.  Gronovius  recensuit,  oc  variorum  et  suas  notas  adjecit: 
acceda  Aeneae  vetustissimi  tactici  commentariolus  de  toleranda  obsidione, 
Amstelodami,  1670,  pp.  718  sgg. 

(2)  RicHTKR,  The  literary  Works  of  Leonardo  da  Vìnci,  II,  n.  1476. 
Leonardo,  British  Museum,  f.  279  verso.  Leonardo  confonde  qui  evidente- 
mente Catone  con  Cicerone,  al  qual  ultimo  si  deve  il  rinvenimento  del  sepolcro 
di  Archimede.  Cfr.  Tusculannrum  quaestionum  libri  V.  Romae  per  magi- 
strum  Ulricum  Han  de  Wienna,  1469,  lib.  V,  §  23.  Sul  dolore  di  Marco 
Marcello  e  del  popolo  romano  vedi  Firmico  Materno  juniore,  Matheseos 
libri  VII,  Venetiis,  Simon  Papiensis,  1497,  lib.  VI,  cap.  Ili,  che  è  la  fonte 
di  Leonardo. 

GiomaU  iiorieo,  —  Sappi,  n*  10-11.  5 


66  E.   SOLMI 

rono  l'opera  e  l'abilità,  furono  essi  stessi  gli  uomini  più  eminenti 
della  loro  generazione.  Leonardo,  con  l'ammirazione  e  con  lo 
studio  delle  opere  del  Siracusano,  rinnova  la  tradizione  archi- 
medea in  Italia,  che  continuò,  subito  dopo  di  lui,  con  Francesco 
Maurolico,  Niccolò  Tartaglia,  Federico  Gommandino,  Guidubaldo 
del  Monte,  Galileo  e  Alfonso  Borelli  (1). 

La  stima  che  il  Vinci  ha  di  Archimede  non  gli  toglie  tuttavia 
la  libertà  della  critica.  «  Della  quadratura  del  circulo,  e  chi 
«  fu  il  primo,  che  la  trovò  a  caso.  Vetruvio,  misurando  le 
«  miglia,  colle  molte  intere  revolutioni  delle  rote,  che  movono  i 
«  carri,  distese  nelli  suoi  stadi  molte  linee  circunferentiali  del 
«  circolo  di  tali  rote.  Ma  lui  le  imparò  dalli  animali  motori  di 
«  tali  carri,  ma  non  conobbe  quello  essere  il  mezzo  a  dare  il 
«  quadrato  eguale  a  un  circolo,  il  quale  prima  per  Archimede 
«  Siracusano  fu  trovato,  che  la  multiplicazione  del  semidiametro 
«  d'un  circolo  colla  metà  della  sua  circonferenzia  facieva  un 
«  quadrilatero  rettilinio  eguale  al  circolo  »  (2). 

Ma  approfondendosi  nello  studio  del  Telr^agonismus  id  est 
circuii  Quadratura  per  CampanuTn,  Archimedem  Siracusanum, 
atque  Boelìum  mathematica  perspicacissime  adinuenta.  Im- 
pressum  Venetiis  per  Jean.  Bapt.  Sessa,  1503  die  28  Augusti,  in  4", 
con  fig.  in  legno,  di  32  fogli  (3),  il  Vinci  rilevò  dei  difetti   nel 


(1)  Sulla  importanza  di  Archimede  nella  storia  delle  matematiche  è  da  leg- 
gersi Cantor,  Vorlesungen  ùber  Geschichte  der  Mathematik,  Leipzig,  1891, 
voi.  I,  cap.  XIV  e  XV;  Gow,  History  of  Greehs  Mathematics,  Cambridge, 
1884,  pp.  221,  134  e  il  nostro  Loria,  La  scienza  esatta  nell'antica  Grecia^ 
Modena,  1902,  lib.  V,  pp.  62-64.  Per  la  sua  fama  nel  Medio  Evo  si  cfr.  Gas- 
siODORO,  Opera,  Venetiis,  1729,  voi.  I,  pp.  20  e  105. 

(2)  Lkonardo,  Manoscritto  G,  f.  95  recto. 

(3)  Archimede  comincia  questo  lavoro,  che  è  diretto  a  Dositeo,  collo  sta- 
bilire alcune  proprietà  delle  coniche  (proposizioni  1-5);  poi  determina  esat- 
tamente l'area  compresa  fra  una  parabola  ed  una  qualsiasi  sua  corda;  dà 
una  dimostrazione,  che  riposa  sopra  un  esperimento  meccanico  preliminare, 
del  rapporto  di  aree  che  si  bilanciano,  quando  sono  sospese,  ai  bracci  d'una 
leva  (proposizioni  6-17),  e  finalmente  dimostra  geometricamente  lo  stesso  ri- 
sultato (proposizioni  18-24).  Cfr.  Heiberg,  Quaestiones  Archimedeae,  Copen- 
hagen, 1879,  p.  39. 


LE   FONTI   DI   LEONARDO  DA   VINCI  67 

calcolo  della  quadratura  :  <  La  quadratura  del  cerchio  d'Archi- 
«  mede  fu  ben  detta,  e  male  data.  È  ben  detta,  dove  lui  disse  il 
«  cerchio  essere  eguale  a  un  ortogonio  fatto  della  linea  circun- 
«  ferenziale  e  del  semidiametro  di  un  cerchio  dato  ;  ed  è  male 
«  data  dove  lui  quadra  una  figura  laterata  di  96  lati,  alla  quale 
«  viene  a  mancare  96  porzioni  e  spiccate  d'essi  96  lati.  E  questa 
«  in  nessun  modo  è  da  esser  detta  quadratura  dì  cerchio,  ma 
€  invero  per  tali  regole  è  impossibile  fare  altrimenti  !  Archimede 
«  ha  data  la  quadratura  d'una  figura  laterata  e  non  del  cerchio; 
«  adunque  Archimede  non  quadrò  mai  figure  di  lato  curvo,  cioè 
«  quadrò  il  cerchio  meno  una  porzione  tanto  minima,  quanto  lo 
«  intelletto  possa  imaginare,  cioè  quanto  il  punto  visibile  »  (1). 

Ed  in  progresso  di  tempo  Leonardo  modificò  ancora  il  suo 
giudizio  sulla  quadratura  del  circolo  archimedeo.  Nei  codici 
inediti  di  Windsor  trovo  infatti  queste  note: 

«  Quadratura  d'Archimenide. 

*  Archimede  ha  data  la  quadratura  d'una  figura  laterata  e  non 
«  del  cerchio. 

«  Adunque  Archimenide  non  quadrò  mai  figura  di  lato  curvo. 

«  E  io  quadro  il  cerchio  meno  una  portione  tanto  minima,  quanto 
-«  lo  intelletto  possa  imaginare,  cioè  quant'è  el  punto  visibile  »  (2). 


(1)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  85  recto.  Questa  critica  è  rivolta  al 
trattato  De  circuii  dimensione  (edito  per  la  prima  volta  nel  i503).  Quivi, 
è  noto,  Archimede  dimostra  che  l'area  del  circolo  è  la  medesima  di  quella 
d'un  triangolo  rettangolo,  i  cui  lati  sieno  rispettivamente  eguali  al  raggio  a 

e  alla  circonferenza  del  cerchio,  ossia  l'area  è  eguale  a  -ò"  "  (2  ir  a).  Nella 
seconda  proposizione  dimostra  che  ir  a*:  (2a*)  =.  11  :  14  molto  approssimati- 
vamente ;  e  quindi  nella  terza  proposizione  che  it  è  minore  di  3  -i-  e  mag- 
giore di  3  ^  :  teoremi  dimostrati  tutti  geometricamente.  Per  provare  l'ul- 
tima proposizione  egli  inscrive  in  un  cerchio  e  circoscrive  ad  esso  poligoni 
regolari  di  novantasei  lati,  calcola  i  loro  perimetri,  ed  ammette  che  la  cir- 
conferenza del  cerchio  sia  compresa  fra  essi;  conduce  al  risultato 

6336        ^     ^  14688 

<Tr< 


2017  V'<  ^ "^  46781/» 

(2)  Leonardo,  Notes  et  dessins  sur  le  thorax  et  l'abdomen.  Coli.  Rou- 
veyre,  Paris,  1901,  f.  11  verso. 


68  E.   SOLMI 

Il  Guldin  reputava  una  delle  massime  scoperte  del  Keplero  il 
considerare  il  cerchio  come  un  poligono  di  infiniti  lati,  concetto 
che  poi  tanto  piacque  a  Galileo.  Archimede  aveva  già  oscura- 
mente toccato  di  ciò  nel  De  circuii  dimensione,  e  Leonardo  di  li 
aveva  appreso  quel  metodo  accomodatissimo  ad  abbreviare  e 
ridurre  alla  massima  facilità  i  più  ardui  teoremi  della  geometria. 
«  Il  cerchio,  egli  dice  quasi  a  conclusione  delle  sue  discussioni 
«  su  Archimede,  è  un  parallelo  rettangolo  fatto  dal  quarto  del 
«  suo  diametro  e  di  tutta  la  circonferenza  sua,  o  vo'  dire  della 
«  metà  del  diametro  e  della  periferia.  Come  se  il  cerchio  fosse 
«  immaginato  essere  resoluto  in  quasi  infinite  piramidi,  le  quali, 
«  poi,  essendo  distese  sopra  la  linea  retta,  che  tocchi  la  lor  base, 
«  e  tolto  la  metà  dell'altezza,  e  fattone  un  parallelo  :  sarà  con 
«  precisione  eguale  al  cerchio  ».  (1). 

Eccetto  le  opere  sulla  quadratura  della  parabola  e  sulla  di- 
mensione del  circolo,  nessun  altro  scritto  di  Archimede  fu  edito 
sulla  fine  del  secolo  XV  o  sui  principi  del  XVI,  ma  è  certo  che 
Leonardo  conosce,  oltre  il  Teiragc/aismus  e  il  Be  circuii  dimen- 
sione {2),  anche  il  De  lineis  spiralibus,  il  De  sphaera  et  cylindro, 
il  De  conoidibus  et  sphaeroidibus  e  i  minori  frammenti  di  geo- 
metria piana  e  solida  e  di  aritmetica.  Ai  tempi  di  Leonardo  esi- 
stevano due  traduzioni  degli  scritti  di  Archimede;  quella  di 
Wilhelm  von  Moerbeek  dell'anno  1269,  e  quella  elaborata  per 
incarico  di  Niccolò  V  (1446-455)  da  Jacopo  da  Cremona.  La  tra- 
duzione di  Luca  Gaurico  del  1503  conteneva  solo  la  quadratura 
della  parabola  e  la  misura  del  circolo  (3). 

Fra  i  libri,  che  manda  a  prendere  da  Venezia,  Leonardo  segna 
nel  manoscritto  F  :  «  Archimede  de  centro  gravitatis»  (4);  si  tratta 


(1)  Leonardo,  Manoscritto  K,  f.  80  recto. 

(2)  Avverta  il  lettore  che  entrambi  questi  trattati  furono  editi  nel  1503 
dal  Gaurico  nella  edizione  già  citata.  ♦ 

(3)  Cfr.  Archimede,  Opera  omnia  quae  extant  (ed.  J.  L.  Heiberg),  Leipzig, 
1880-1881,  voi.  ili,  pp.  VII  sgg. 

(4)  Leonardo,  Manoscritto  F,  cop.  verso. 


LE   FONTI   DI   LEONARDO   DA    VINCI  69 

qui  senza  dubbio  di  un  codice  contenente  il  sublime  trattato  Pla- 
noymin  equtponderantium  seu  de  centro  gravitatis  vel  de  acqui- 
ponderantibus,  conosciuto  senza  dubbio  da  Leonardo,  come  mo- 
strano anche  le  sue  proposizioni  di  meccanica  e  di  statica  (1). 

L'artista  o  scienziato  universale  conobbe  anche  il  De  tnsiden- 
tibus  humidoì  L'uso  ripetutamente  fatto  dal  Vinci  del  principio 
idrostatico  di  Archimede  tenderebbe  a  provarlo,  ma  un  passo 
del  Codice  Atlantico  ne  dà  la  certezza  assoluta.  Quivi  il  Vinci 
segna  addirittura:  «  Archimenidis  de  insìdentibus  in  humido. 
«  Liber  secundus  in  humido  »  (2).  Lo  scritto  di  Archimede  sui 
galleggianti  è  contenuto  soltanto  in  latino,  non  in  greco,  nella 
traduzione  del  Moerbeek  del  1269.  La  sua  prima  parte  fu  edita 
nel  1543  dal  Tartaglia  in  Venezia,  e  la  seconda  fu  stampata  la 
prima  volta  soltanto  nel  1565.  Passi  di  una  traduzione  latina 
medievale  esistente  ancor  nella  fine  del  secolo  XVI  in  Kòln  ha 
trovato  il  Gurtze.  Leonardo  si  è  probabilmente  servito,  come  ha 
dimostrato  Wilhelm  Schmidt  di  Helmstedt,  del  codice  Ottobo- 
niano  1850,  che  contiene  la  traduzione  del  Moerbeek  e  la  con- 
clusione :  €  Archimedis  de  insidentibus  in  humido  liber  secundus 
«  explicit  ». 

È  fuor  di  dubbio  che  il  Vinci  ha  conosciuta  tutta  quanta 
l'opera  di  Archimede  o  nella  traduzione  del  Moerbeek  o  in  quella 
del  Cremonese:  il  Codice  Atlantico  porta  infatti  ben  due  volte 
«  Archimede  »  (3);  il  Manoscritto  L  «  Archimede  del  vescovo  di 
«Padova»  (4),  poi  di  nuovo,   mentre  l'artista  si  trova  al  ser- 


(1)  È  il  famoso  lavoro  sulla  statica  con  rifi^uardo  speciale  all'equilibrìo  delle 
lamine  piane  e  alle  proprietà  dei  loro  centri  di  equilibrio,  diviso  in  due  libri 
e  in  venticinque  proposizioni.  Sulla  spirale  di  Archimede  cfr.  Solmi,  Nuovi 
sttKÌi  sulla  filosofia  naturale  di  Leonardo  da  Vinci,  p.  130. 

(2)  Cfr.  Solmi,  Nuovi  studi  sulla  filosofia  naturale  di  Leonardo  da  Vinci, 
pp.  93-94.  Leonardo,  Cod.  Atlantico,  f.  153  verso.  Sull'importanza  di  questa 
citazione  cfr.  Schmidt,  Zur  Textgeschichte  der  «  Ockùmena  »  des  Archi- 
medes,  Leipzig,  1902,  pp.  176-177. 

(3)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  19  verso.  Gfr.  Rose,  Archimedes  im 
Jahre  1269,  in  Deutsche  Litteratttr,  Berlino,  1884,  pp.  210-213. 

(4)  Leonardo,  Manoscritto  L,  f.  94  verso.  Gfr.  Solmi.  Leonardo,  p.  137. 


70  E.   SOI.MI 

vizio  del  Duca  Valentino  nelle  Romagne:  «Borges  ti  farà  avere 
«  Archimede  del  Vescovo  di  Padova  e  Vitellezzo  quello  da  il 
«  Borgo  a  San  Sepolcro  »  (1).  «  Archimenide,  è  scritto  in  fine 
«  nel  Codice  Atlantico,  è  intero  appresso  al  fratel  di  Monsignore 
«  di  Santa  Giusta  in  Roma,  disse  averlo  dato  al  fratello,  che  sta 
«  in  Sardegna  ;  era  prima  nella  libreria  del  Duca  d'Urbino,  fu 
«  tolto  al  tempo  del  Duca  Valentino  »  (2). 

L'ansia  con  la  quale  Leonardo  cerca  gli  scritti  archimedei,  è 
una  prova  evidente  delle  sue  preferenze:  l'illetterato  da  Vinci 
aveva  trovato  nell'antico  siracusano  uno  spirito  affine  al  suo,  uno 
dei  più  possenti  geni  che  nelle  matematiche  siano  mai  stati  (3). 


xvn. 


Argiropdlo  Giovanni.  È  notevole  il  fatto  che  Leonardo,  in 
una  delle  pagine  vergate  nella  sua  giovanezza,  rammenta  accanto 
a  Benedetto  Aritmetico,  a  Paolo  dal  Pozzo  Toscanelli,  a  Carlo 
Marmocchi,  a  Francesco  Filarete,  a  ser  Benedetto  da  Cieperello, 
a  Domenico  di  Michelino  e  al  Calvo  degli  Alberti,  «messer  Gio- 
«  vanni  Argiropulo  »  (4),  uno  dei  dotti  greci  che  nel  XV  secolo 


Cfr.  anche  J.  L.  Heiberg,  JSeiie  Studien  zu  Archimedes,  in  Abh.  z.  Gesch. 
d.  Mathem.,  1890,  pp.  46  sgg. 

(1)  Leonardo,  Manoscritto  L,  f.  2  recto.  Cfr.  Curtze,  Zur  Uebersetzung 
des  Archimedes,  in  Zeischrift  fùr  Mathem.,  1883,  p.  12. 

(2)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  349  recto.  Cfr.  Schmidt,  Zur  Text- 
geschichte  der  «  Ochùmena  »,  p.  177.  Il  Codice  della  biblioteca  d'Urbino, 
sul  quale  vedi  il  Gior.  stor.  degli  Arch.  Toscani,  voi.  VI,  pp.  127-147,  VII, 
pp.  46-55,  130-154  cit.,  dà  il  seguente  elenco  degli  scritti  di  Archimede: 
«  De  sphaera  et  cylindro.  De  dimensione  circuii.  De  conoidibiis  et  sphe- 
€  roidibus  figuris.  De  spiralibus  lineis.  De  equiponderantibus.  De  quadra- 
€  tura  portionis  contenta  a  linea  recta  et  sectione  rectanguli  conici.  De 
«  arenae  numero  ».  Leonardo  senza  dubbio  si  riferiva  a  tal  codice,  dove  manca 
il  De  insidentibus  in  humido,  dal  Vinci  conosciuto  nella  traduzione  del 
Moerbeek. 

(3)  Cfr,  Leibnitz,  Opera,  Ginevra,  1768,  voi.  VI,  tomo  V,  p.  460. 

(4)  Leonardo,  Codice  .Atlantico,  f.  12  verso. 


LE  FONTI   DI  LEONARDO  DA   VINCI  71 

contribuirono  a  diffondere  in  Italia  lo  studio  della  letteratura 
classica  e  della  filosofia  greca,  Yegregius  peripatetìcae  philoso- 
phiae  doctor,  il  traduttore  della  Physica  e  del  De  coelo  di  Ari- 
stotile. 

Il  Vinci  si  riferisce  probabilmente  alla  persona,  e  non  all'opera 
del  famoso  ellenista  ;  e  poiché  il  Codice  Atlantico  ci  mostra  che 
qualche  rapporto  è  esistito  fra  i  due,  non  temo  di  errare  affer- 
mando che  fra  i  giovani,  che  nel  periodo  che  corse  dal  1456  al 
1471  (1)  si  recarono  ad  udire  il  Maestro  (e  furono,  secondo  le 
testimonianze  concordi  dei  contemporanei,  innumerevoli),  si  debba 
annoverare  anche  Leonardo,  preso  ormai  dall'amore  delle  scienze, 
principalmente  quando  l'Argiropulo  «  leggeva  le  opere  di  Aristotile 
«  in  filosofia  naturale,  scrive  Vespasiano  da  Bisticci,  della  quale 
«  egli  aveva  bonissima  notizia  ». 

Nessuna  traccia  tuttavia  dei  Commentari  dell'Argiropulo  ad 
Aristotile  ho  potuto  rintracciare  nei  manoscritti  del  Vinci  (2). 


XVIII. 

Aristotile.  Leonardo  da  Vinci  non  fu,  né  poteva  esserlo  nel 
secolo  in  che  visse,  un  anti-aristotelico;  pur  arrivando  in  molte 
questioni  particolari  a  risultati  diametralmente  opposti  a  quelli 


(1)  «  1456.  Ioannes  Argyrophilus  Bizantius,  Peripatetìcae  Philosophiae  do- 
«  ctor  egregius,  magno  salario  Florentiam  accitus,  summa  omnium  admira- 
<  tione,  anno3  XV  est  professus  ».  Dal  1471  alla  morte  (148Ó)  l'Argiropulo 
insegnò  in  Roma.  Cfr.  Zippel,  Per  la  biografia  dell'Argiropulo,  in  Giornale 
storico  della  letteratura  italiana,  Torino,  1896,  voi.  XVIII,  pp.  92  sgg. 

(2)  Cfr.  ad  esempio  nella  Biblioteca  Laurenziana  di  Firenze  le  Praefa- 
tiones  in  varios  Aristotelis  libros,  nimirum  in  Libros  Physicorum  ad 
Cosmuiii.  Bandini,  Catalogus  codicum  manuscript.,  II,  645,  XXX.  Libro- 
rum  Vili  Physicorum,  cum  Epistola  nunctipatoria  ad  Petrum  Medicem  III, 
225,  1,  e  3i:5.  God.  XLVU,  §§  1  e  335.  Cod.  LXXII.  Eonmdem  Librorum 
alia  versio  cum  Epistola  nuncupatoria  ad  Cosmum,  Medicem.  242,  Cod.  VII 
e  243.  God.  LXV.  Librorum,  IV  de  Coelo,  cum  Praefatione  ad  D.  Ioannem 
Pannonium  archiepiscopum  Strigoniensem,  235  W. 


T2  E.   SOLMI 

dello  Stagirita,  ammira  il  Greco  come  il  più  grande  fra  gli  in 
ventori,  il  genio  maggiore  che  ricordi  la  storia  per  il  numero 
e  l'estensione  delle  verità  espresse  nel  dominio  della  natura, 
«  dal  quale  nacquero  le  grammatiche  e  le  scienze  »  (1). 

È  necessario  subito  notare,  che  Leonardo  non  si  interessò  af- 
fatto alle  opere  logiche  di  Aristotile,  né  alle  Categorie,  ne 
dW Ermeneia ,  né  agli  Analitici  a  priori,  né  agli  Analitici  a 
posteriori,  né  agli  Elenchi  sofìstici  o  ai  Topici,  in  una  parola, 
a  tutto  quanto  V Organo.  I  manoscritti  restano  a  perenne  testi- 
monio di  questa  ignoranza. 

I  quattordici  libri  della  Metafìsica  rimasero  egualmente  muti 
per  l'intelletto  dell'artista.  Un  passo  dei  manoscritti,  che  sembra 
tratto  testualmente  dal  bel  principio  della  Metafisica: 

Naturalmente  li  uomini  buoni  de-  TTdvTC^  fivSpujTroi  tou  dòévai  òpé- 
siderano  di  sapere  (2).  Yovxai  (pvaex  (3). 

è  invece  carpito,  come  vedremo,  dal  Convivio  di  Dante. 

Né  maggior  interesse  per  Leonardo  ebbero  gli  scritti  di  Ari- 
stotile di  filosofia  pratica  o  di  filosofia,  come  dice  lo  Stagirita, 
delle  cose  umane.  La  Grande  Etica,  la  Morale  a  Nicomaco, 
la  Morale  ad  Eudemo,  il  frammento  tanto  discusso  su  le  virtù 
e  i  vizi,  la  Politica,  l'apocrifa  Economia,  VArte  della  rettorzca 
e  la  Reitorica  ad  Alessandro,  la  Poetica  attrassero  appena  lo 
sguardo  del  maestro  fiorentino.  Un  passo  dei  manoscritti,  che 
sembra  riferirsi  a  questa  serie  di  opere,  «  Aristotile  nel  terzo 
«  dell'Etica:  l'omo  è  degnio  di  lode  o  di  vituperio  nelle  cose  che 
«  è  in  sua  potestà  di  fare  o  di  non  fare  »  (4),  vedremo  che  è 
carpito  esso  stesso  dal  Convivio  di  Dante  —  testualmente. 


(1)  Leonardo,  Manoscritto  F,  f.  27  verso. 

(2)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  119  recto. 

(3)  Aristotile,  Methaphysica  recogn.  W.  Christ,  Leipzig,  1886,  I.  1. 

(4)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  124  recto.  Gfr.  Aristotile,  Magna  mo- 
ralia  recogn.  Fr.  Susemihil,  Lipsia,  1883,  p.  183.  Ethicorum  et  politicorum 
libri,  Venetiis,  1496,  lib.  Ili,  cap.  I.  «  Igitur  cum  virtus  circa  aftectus  et  actus 


LE  FONTI   DI   LEONARDO   DA   VINCI  73 

Le  opere  fisiche  di  Aristotile  attrassero  invece  ben  presto  la 
curiosità  di  Leonardo.  Fra  i  libri  che  nel  1508  il  Vinci  £a  venire 
da  Venezia  occupa  il  primo  posto  la  «  Filosofia  d'Aristotile  »  (1), 
che  è  senza  dubbio  il  libro  Aristotelis  de  philosophia  naturali 
intetTìrete  Georgia  Valla,  Venetiis  per  raagistrum  Philipiì  Vene- 
tum,  1482.  in-fol.,  di  360  ff.;  e  continuamente  annota  <  vedi  Ari- 
«  stotile  de  cielo  et  mundo  »,  «  Aristotile  III  della  Fisica  »,  «  Vili 
«  della  Fisica  »  (2),  ecc.,  che  son  probabilmente  tutti  richiami 
a^W Aristotelis  opera  Georgia  Valla  interprete  Venetiis  per  Gre- 
goria  de  Gregoris  1496,  in-fol.,  in  un  volume  di  4  ff.  non  num.  con 
408  ff".  num.  e  1  f.  non  num.  È  ovvio  osservare  che,  oltre  al  trat- 
tato Del  cielo,  a  quello  apocrifo  Del  mondo  ed  agli  otto  libri  delle 
Lezioni  Fisiche,  Leonardo  si  interessò  anche  della  Generazione 
e  corruzione,  dei  Libri  meteorologici,  del  Trattato  dell'anima, 
della  Storia  degli  animali,  del  Trattato  delle  parti  degli  animali, 
del  Trattato  del  movimento  degli  animali,  del  Trattato  del 
modo  di  andare  degli  animali,  del  Trattato  della  genera- 
zione degli  animali,  del  Trattato  dei  colori,  dei  frammenti 
di  un  Trattato  di  acustica,  del  Trattato  di  fisiognomia,  del 
Trattato  delle  piante,  del  Trattato  della  meccanica,  dei  Pro- 
blemi, delle  Linee  insecabili  e  della  Posizione  e  numero  dei 
venti,  frammento  d'una  grande  opera  sui  segni  delle  stagioni. 
—  I  manoscritti  serbano  la  prova  sicura  che  Leonardo  non  solo 
ebbe  notizia  di  quei  libri,  ma  anche  ricercò  quei  brevi  scritti, 
che  correvan  sotto  il  nome  di  parva  naluy^alia  :  <  De  incremento 
«  Nili,  scrive  Leonardo.  Opera  d'Aristotile  piccola  »  (3). 

Certamente  le  opere  scolastiche  eran  cosi  piene  del  nome  e 
delle  idee  di  Aristotile,  che  riuscirebbe  malagevole  determinare 


€  versetur,  ac  in  bis  qaae  voluntaria  sunt  laudes  et  vitaperationes,  in  bis 
«  vero  quae  involuntaria  venia  et  interdum  misericordia  iocum  habent,  etc.  > 
(trad.  di  Leonardo  Aretino). 

(1)  Leonardo,  Manoscritto  F,  cop.  verso. 

(2)  Leonardo,  Cod.  Atlant.,  f.  97  verso.  Manoscritto  F,  f.  130  verso,  ecc. 

(3)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  83  verso. 


74  E.   SOJ.MI 

ciò  che  Leonardo  deve  al  Maestro,  e  quello  che  deve  ai  com- 
mentatori. 

Al  Maestro  il  Vinci  dovette  senza  dubbio  prima  di  tutto  il 
carattere  enciclopedico  del  suo  sapere,  quale  si  manifesta  nei 
manoscritti.  Nessun  filosofo  prima  di  Aristotile,  né  dopo  di  lui, 
aveva  saputo  abbracciare,  in  una  teoria  una  e  sistematica, 
l'insieme  delle  cose.  La  magnifica  enciclopedia  del  Greco  rac- 
chiudeva, si  può  dire,  tutto  quanto  di  sostanziale  l'intelletto 
umano  aveva  pensato  fino  al  XV  secolo.  L'insegnamento  peri- 
patetico era  ancora  il  meno  incompiuto  e  il  meno  imperfetto 
di  tutti  quanti  gli  insegnamenti,  che  si  potessero  in  que'  tempi 
istituire. 

Leonardo  imparò  molto  alla  scuola  di  Aristotile.  Quand'egli 
scrive:  «Che  cosa  è  la  causa  del  moto.  Che  cosa  è  il  moto  in 
«  se.  Che  cosa  è  quella  ch'è  più  atta  al  moto.  Che  cosa  è  im- 
«  peto.  Che  cosa  è  la  causa  dell'impeto  e  del  mezzo  ove  si  crea. 
«  Che  cosa  è  percussione.  Che  cosa  è  la  sua  causa.  Che  cosa  è 
<  resaltatione.  Che  cosa  è  la  incurvatione  del  moto  retto  e 
«  sua  causa  »,  egli  ricorda  subito  ciò  che  ha  letto  in  Aristotile 
nella  sua  fisica,  e  ritorna  a  compulsare  il  suo  volume. 

Quando  nel  De  coelo  et  mundo  di  Alberto  di  Sassonia  legge 
che  alcuni  per  spiegare  le  macchie  della  luna  pensarono  che 
fosse  composta  di  parti  più  o  meno  trasparenti,  egli  annota  su- 
bito: «  E  questa  opinione  è  piaciuta  a  molti  filosofi,  e  massime 
«  ad  Aristotile  »  (1). 

Quando  nel  Tractalus  proportionum  dello  stesso  autore  il 
Vinci  legge  ripetuto,  in  tutte  le  forme,  il  vecchio  assioma  peri- 
patetico, che  la  velocità  di  un  mobile  è  proporzionale  alla  forza 
che  lo  muove,  egli  sa  subito  a  chi  risale  questo  erroneo  prin- 
cipio, contro  il  quale  moverà  la  sua  critica,  e  scrive  nel  suo 
libretto:  «  Dicie  Aristotile  che  se  una  potenza    move   un  corpo 


(1)  Leonardo,  Manoscritto  F,  f.  84  verso.  Gfr.  Aristotile,  Physicorum 
auscult.  (ed.  G.  Franti),  III,  1  sgg. 


LE   FONTI   DI  LEONARDO  DA  VINCI  75 

<  un  tanto  spazio  in  tanto  tempo,  la  medesima  potenza  moverà 
«  la  metà  di  quel  corpo  due  tanti  spazio  nel  medesimo  tempo  »  (l). 

Ed  è  cosi  compenetrato  dalle  teorie  del  Maestro,  che  egli, 
anche  mentre  ragiona  della  prospettiva  e  della  pittura,  ne  ripete 
i  postulati  fondamentali. 

«  Dicie  Aristotille  che  ogni  cosa  desidera  mantenere  la  sua 
«  natura  ».  «  Dicie  Aristotile:  ogni  azion  naturale  è  fatta  nel  più 
«breve  modo  che  è  possibile  ».  «  Dicie  Aristotile  che  ogni  cosa 
«  attende  alla  permanenzia  over  desidera  permanenzia  »  (2). 

Altre  volte  invece  egli  trascrive  testualmente  brani  interi  degli 
scritti  di  Aristotile,  dalle  traduzioni  scolastiche. 

Leonardo.  Aristotilb. 

Actio  et  passio  sunt  in  patiente.  et  Actio  et  passio  sunt  in  pallente  et 

quod  actio  est  quidam  motus,  actio  quod  actio  est  quidam  motus,  actio 

et  passio  fundatur   in   motu.  Omnia  et  passio  fundantur  in  motu.  Omnia 

motus    mensurantur  in   tempore.    Si  motus  mensuratur  enim  in  tempore, 

motus  esset   res  distincta   a    mobili,  Si  motus  esset  rea  distincta  a  mobili 

sequeretur   quod    mobile    necessario  sequeretur   quod    mobile   necessarie 

moveretur  per  aliquid  spacium,  quod  moveretur  per  aliquid  spacium,  quod 

impossibile  est,  quod  mobile  moveatur  impossibile  est  mobile  moveri  et  non 

et  quod  non   moveatur   per  aliquid  moveri  per  aliquod  spacium.  Si  de- 

spacium.  Si  debeat  motus  esse,  oportet  beat  motus  esse,  oportet  quod  prius 

quod  prius  sit  mobile  et  motivua  (3).  sit  mobile  et  motivus  (4). 

Sarebbe  assai  lungo  ed  assai  tedioso  se  noi  volessimo  notare 
tutto  ciò  che  l'efficacia  di  Aristotile  ha  prodotto  nella  mente  di 
Leonardo.  Chi  può  mai  misurare  gli  effetti  di  una  serie  di  pen- 
sieri alti  e  profondi  quali  eran  quelli  del  peripatetismo  in  un 
uomo  di  genio?  Aristotile  non   aveva  detto   nel   medievale  De 


(1)  Leonardo,  Manoscritto  M,  f.  62  recto.  Cfr.  Aristotile,  De  coelo,  II, 
cap.  XI  e  XII,  Metheorologicorum  libri.  11,  cap.  Vili. 

(2)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  112  verso.  Manoscritto  D,  f.  10  verso. 
Cfr.  Aristotile,  De  animalium  incessu,  l,  cap.  XI. 

(3)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  83  verso. 

(4)  Aristotile,  Physicorum  auscult.  (ed.  G.  Franti),  Leipzig,  1879,  Vili, 
cap.  II. 


76  E.   SOLMI 

coelo  et_  mando  che  «  è  necessario  che  la  superficie  dell'acqua 
«  sia  sferica,  se  si  accetta  questa  ipotesi  :  la  natura  dell'acqua 
«  esser  quella  di  cercare  i  luoghi  più  bassi,  ed  il  luogo  più  basso 
«  è  quello  che  è  più  vicino  al  centro  del  mondo  »?  E  Leonardo 
ripeterà  con  le  identiche  parole:  «Quella  cosa  è  più  alta,  ch'è 
«  più  remota  dal  centro  del  mondo,  e  quella  è  più  bassa,  ch'è 
«  più  vicina  ad  esso  centro.  L'acqua  per  sé  non  si  muove  s'ella 
«  non  discende,  e  movendosi  essa  discende  ». 

È  degno  di  nota  che  Leonardo,  non  pago  delle  traduzioni 
latine,  cerca  anche  di  procurarsi  quelle  volgari  delle  opere  di 
Aristotile  più  agevoli  per  lui  ad  intendersi  e  ad  imprimersi  nella 
sua  mente.  «  Meteora  »  (1),  scrive  infatti  egli  una  volta,  ed  una 
seconda  ed  una  terza  ripete:  «  la  Meteora  d'Aristotile»  (2),  «  Me- 
teora d'Aristotile  volgare  »  (3).  Che  qui  si  tratti  di  un  mano- 
scritto, e  non  di  un'opera  a  stampa,  risulta  chiaro  dall'osservare 
che  nessuno  dei  trattati  aristotelici  era  stato  pubblicato  in 
volgare  nel  XV  e  nei  primi  anni  del  XVI  secolo. 

La.  Fisica  di  Aristotile  e  gli  altri  scritti,  che  le  fanno  corona, 
sono  stati  i  meno  studiati  nei  tempi  più  vicini  a  noi.  Leonardo 
nel  XV  secolo  aveva  ben  compreso  che  in  queste  opere  appunto 
lo  Stagirita  si  era  mostrato  il  più  .sapiente  dei  Filosofi,  e  aveva 
fondato  il  metodo  di  osservazione  e  di  esperimento.  Nessuno  fra 
i  moderni  ha  più  fortemente  e  più  frequentemente  raccomandata 
Uosservazione  della  natura  e  della  realtà,  e  si  può  aggiungere 
ancora  a  suo   onore   ch'egli  ha  consigliato  e  praticato  l'esperi- 


(1)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  112  verso. 

(2)  Leonardo,  Manoscritto  M.  f.  62  recto. 

(3)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  225  recto.  Sulle  traduzioni  di  Aristotile 
compulsa  la  magistrale  opera  del  Jourdain,  Recherches  critiques  sur  Vàge 
et  sur  l'origine  des  traductions  latines  d'Aristóte,  Paris,  1819.  La  tradu- 
zione più  antica  della  «Meteora»  di  Aristotile  fu  edita  nel  1554:  Opera  nuova 
la  quale  tracta_  della  Filosofia  naturale  chiamala  la  Metaura  d'Aristotile: 
chiosata  da  san  Thomaso  d'Aquino  dell'ordine  dei  frati  predicatori,  Ve- 
nezia per  Comin  da  Treno,  1554.  La  Meteora  trad.  di  Greco  in  vulgare 
Toscano  per  Antonio  Bruccioli,  Venezia,  1555. 


LE   FONTI   DI   LEONARDO   DA   VINCI  77 

mento  nella  misura  che  era  possibile  in  tempi  così  lontani. 
Questa  gran  voce  non  poteva  rimaner  silenziosa  per  Leonardo 
da  Vinci. 

E  Leonanio  da  Vinci,  sopratutto  nella  Statica,  è  un  fedele  di- 
scepolo di  Aristotile:  i  suoi  pensieri  più  belli  hanno  la  loro  ori- 
gine nelle  questioni  meccaniche,  non  trascritte,  ma  meditate  e 
liberamente  interpretate  dall'artista.  Io  scelgo,  come  conclusione, 
due  notevoli  passi,  uno  dei  quali  riguarda  l'assioma  stesso  fon- 
damentale della  statica  peripatetica,  e  l'altro  che  riguarda  il 
rapporto  tra  il  movimento  e  il  peso. 


Leonardo. 
Quanto  più  si  diminuisce  il  mobile, 
il  suo  motore  lo  caccia  più  propor- 
zionalmente secondo  la  sua  diminu- 
zione in  infinito  sempre  acquistando 
velocità  di  moto  (Leonardo,  Mano- 
scritto I,  f.  102  recto). 


Quella  proportione  che  ara  in  sé 
la  lunghezza  de  la  lieva  colia  sua 
contra  lieva,  tale  proportione  tro- 
verai in  nella  qualità  de'  ior  pesi, 
e  simile  nella  tardità  del  moto  e 
inella  qualità  del  cammino  fatto  da 
ciascuna  loro  istremità,  quando  fieno 
pervenute  alla  permanente  altezza 
del  loro  polo  (Manoscritto  I,  f.  45 
recto). 


Aristotile. 
'Eir€i  fàp  bOvofiiq  TI?  f\  KivoOaa,  tò 

6'fXaTTOV  Kcri  TÒ  KOUqpÓTCpOV  óirò 
TìV;  aÙTfj<;  òuvd^fux;  ttX€ìov  KiviTGfi- 
ocrai....  Tò  -fàp  Tdxo?  ?i6i  tò  toO 
éXdTTovo?  iTpò<;  tò  toO  MeiZovo?  «b? 
to  ^etZov  ouj^a  irpò?  tò  ?XaTT0v. 
Aristotile  (De  Coelo  F.  B.  ed.  Didot, 
II,  p.  414). 

"0  oOv  TÒ  Kivoùu€vov  pàpoc;  irpòc; 
tò  KivoOv,  TÒ  nf\Koc,  irpò(;  tò  Mn^ot; 
dvTinéirovecv  •  aUl  b'  òoiu  &v  lotìZov 
dcpeoT^Ki]  ToO  ÙTTojioxXiou,  ^qov  ki- 
vnoei.  AItio  b'  èoTÌv  l'i  irpoXexSctoa, 
ÒTi  1^  TtXetov  à-néxovaa  Ik  toO  k^v- 
Tpou  txiilova  kókXov  yP^ì^P^i-  iùot" 
dirò  Trjq  aÙTfi*;  ioxOot;  irXéov  neTa- 
aTrjaeTai  tò  kivoOv  tò  itXctov  toO 
ÙTTOiaoxXìou  àiréxov.  Aristotile  (Mri- 
XaviKÒ  irpoPXriiuaTa.  A.  ed.  Didot» 
IV,  p.  58). 


XIX. 


Attavante  mi.niatore.  Di  grande   profitto   per  la  coltura  di 
Leonardo  furono  le  relazioni  che  l'Artista  ebbe  coi  miniatori  più 


78  E.   SOLMI 

famosi  di  Firenze  e  di  Milano,  ai  qualr,  come  risulta  da  passi 
dei  manoscritti,  si  rivolse  talvolta  per  leggere  opere,  che  altrove 
non  aveva  potuto  ritrovare.  Ricorderò  qui  le  relazioni  del  Nostro 
con  Vante  od  Atlavante,  che  ci  sono  attestate  dalla  nota:  «  Ri- 
«  cordo  come  a  dì  8  d'aprile  1503  io  Leonardo  da  Vinci  prestai 
«  a  Vante  miniatore  ducati  quattro  d'oro  in  oro  »■  (1). 

Il  Vasari  descrive  le  bellissime  miniature,  delle  quali  Vante 
fregiò  un  codice  di  Silio  italico,  ch'era  in  Venezia  nella  libreria 
de'  ss.  Giovanni  e  Paolo  (2).  «  Ma  non  v'ha  forse  biblioteca,  no- 
«  tava  già  (rerolamo  Tiraboschi  nel  sec.  XVIII,  che  sia  si  ricca 
«di  codici  miniati  da  Attavante,  come  l'Estense  di  Modena.  In 
«  alcuni  egli  ha  segnato  il  suo  nome,  come  ne'  Coment i  di  S.  To- 
«  maso  nel  primo  delle  Sentenze,  nell'Omelie  di  S.  Gregorio  sopra 
«  Ezechiello,  nell'  Esamerone  di  S.  Ambrogio,  e  nell'opera  di 
«  S.  Agostino  contro  Fausto.  In  altri,  benché  non  veggasi  il  nome, 
«  le  miniature  nondimeno  son  cosi  somiglianti  a  quelle  de'  codici 
«  già  mentovati,  che  è  evidente  che  sono  opera  del  medesimo 
«  artefice.  E  tali  sono  un  Ammiano  Marcellino,  un  Dionigi  Ali- 
«  carnasseo,  parecchie  opere  di  Giorgio  Merula,  le  Omelie  di 
«  Origene  e  più  altri  »  (3). 


XX. 

Avicenna  o  Ibn  Sina  (Abou-Ali  al-Hosein  Ibn-Abdallah).  Ai 
tempi  di  Leonardo  molte  furono  le  edizioni  dei  Libri  canonis 
quinque  quos  princeps  Aboali  Abinsceni  de  medicina  edidit, 
ed  io  citerò  le  edizioni  di  Padova  del  1476,  Venezia   1495,   Pa- 


(1)  Leonardo,  Manoscritto  del  British  Museum,  f.  229  verso.  Richter, 
The  literary  Works  of  Leonardo  da  Vinci,  n»  1525. 

(2)  Vasari,  Le  vite  (1832-1838),  pp.  301  sgg. 

(3)  Tiraboschi,  Storia  della  letter.  italiana  (1796),  VI,  1095.  Cfr.  anche 
Bradley,  Dictionary  of  Miniaturist,  London,  1887,  III,  238  sgg.;  P.  Ar- 
NAOLDET,  Attavante  et  la  Bible  de  Belem,  in  Bihliographe  moderne,  Paris, 
1898,  pp.  10  sgg. 


LE  FONTI   DI   LEONARDO   DA   VINCI  "79 

dova  1479,  Venezia  1482,  1483,  Pavia  1483,  Venezia  1486,  1490, 
1491,  Pavia  1493,  Venezia  1494,  1495,  1500,  1507,  Pavia  1510. 
Questo  libro  era  ritenuto  allora  la  base  degli  studi  della  medi- 
cina, e  il  Vinci  vi  ricorse  più  volte  durante  le  sue  indagini 
anatomiche.  Avicenna  nel  Fen  I,  Dottrina  II,  capitolo  3  del 
Canone  aveva  dato  1'  «  anatomia  muscolorum  digitorum  »,  e  Leo- 
nardo, mentre  leggeva  quelle  pagine,  aveva  segnato  nel  suo  libro 
di  note:  «Avicenna:  li  muscoli  che  movono  li  diti  del  pie 
«  sono  60  »  (1).  Avicenna  nel  Fen  I,  Dottrina  IV,  capitoli  1  e  2 
aveva  trattato  diffusamente  degli  umori  del  corpo,  quali  il  sangue 
e  la  bile,  e  Leonardo  mentre  leggeva  quelle  pagine  aveva  segnato: 
«  Avicenna  de'  liquidi  »  (2). 

Avicenna  era  stalo  uno  dei  geni  più  straordinari  e  uno  degli 
scrittori  più  fecondi.  In  mezzo  ai  suoi  pubblici  uffici,  ai  suoi 
frequenti  viaggi  e  ad  una  vita  agitata  da  bufere  d'ogni  sorta, 
aveva  trovato  il  tempo  di  comporre  più  opere  gigantesche,  una 
sola  delle  quali  sarebbe  bastata  per  assicurargli  uno  dei  primi 
posti  fra  gli  scrittori  dell'Oriente  (3).  Egli  non  era  rimasto  stra- 
niero a  nessuna  delle  scienze  coltivate  nel  suo  tempo,  e  più  di 
cento  opere,  più  o  meno  sviluppate,  testimoniano  le  sue  vaste 
conoscenze  e  la  sua  attività  prodigiosa.  Gherardo  Cremonese, 
Domenico  Gundisalvi  e  Giuda  Avendeath  avevano  tradotto  alcuno 
de'  suoi  scritti  di  medicina  e  di  filosofia,  e  noi  ci  contenteremo 
di  citare  qui  la  raccolta  pubblicata  in  Venezia  nel  1495  in-S" 
sotto  il  titolo  seguente:  Avicennae  peripatetici  philosophi,  ac 
medicoruìn  facile  primi,  opera  in  lucem  redacta  ac  nuper, 
qitantum  ars  niti  poiuit,  per  canonicos  emendata.  Questo  vo- 
lume racchiude  i  seguenti  trattati:  i"  Logica',  2°  Sufficientia; 
3°  De  coelo  et  mundo  ;  4°  De  anima  ;  5°  De  Animalibus  ;  6°  De 


(1)  Leonardo,  Dell'  Anatomia,  fogli  A.  Parigi,  1898,  f.  18  recto. 

(2)  Leonardo,  Manoscritto  F,  cop.  verso. 

(3)  ScHARESTAM,  Geschichte  der  religiósen  und  philosophischen  Secten 
(trad.  da  Haarbrùcker),  li,  pp.  213  sgg. 


80  E,   SOLMI 

InielligenWs\  1°  Alpharabius  de  Intellioentiis;  8°  Philosophia 
prima. 

Nel  quarto  di  questi  trattati  la  questione  dell'anima  era  trat- 
tata da  Ibn  Sina  con  una  cura  particolare,  ed  io  reputo  che 
Leonardo  si  riferisca  a  quello,  quando  scrive:  «  Avicenna  vole  che 
«  l'anima  partorisca  l'anima,  il  corpo  il  corpo,  e  ogni  membro 
«  per  rata  »  dove  si  accenna,  non  senza  una  sottile  punta  di 
ironia,  al  principio  della  separazione  dell'intelletto  dal  corpo, 
secondo  il  quale  l'anima  aspira  ad  una  esistenza  indipendente, 
«  affine  di  diventare  un  vaso  puro,  capace  di  ricevere  l'influsso 
«  dell'intelligenza  attiva  »  (1). 

Quando  Leonardo  scrive  ne' codici  di  Windsor  «  fa  tradurre  Avi- 
«  cenna  De  giovamenti  *  (2),  egli  si  riferisce  all'opera  Al-Schefà 
(la  guarigione),  dove  è  racchiusa  una  vasta  enciclopedia  delle 
scienze  filosofiche,  oppure,  com'è  più  probabile,  all'opera  Al- 
Nadjah  (la  liberazione),  che  ne  è  come  un  compendio,  e  che  aveva 
forse  sentito  celebrare  ? 

Si  nota  in  generale  negli  scritti  d'Ibn  Sina  un  metodo  severo: 
egli  cerca  di  coordinare  i  vari  rami  delle  scienze  filosofiche  in 
un  tutto  rigoroso,  e  di  mostrare  il  loro  incatenamento  necessario. 
Nel  suo  Al-Schefà  Ibn  Sina  divide  le  scienze  in  tre  parti  :  la 
scienza  superiore  o  la  conoscenza  delle  cose,  che  sono  fuori  dalla 
materia:  è  la  filosofia  prima  e  la  metafisica;  la  scienza  inferiore 
0  la  conoscenza  delle  cose,  che  sono  nella  materia;  è  la  fisica 
e  tutto  ciò  che  ne  dipende,  che  si  occupa  di  tutte  le  cose  che 
hanno  una  materia  visibile  e  dei  loro  accidenti;  la  scienza  di 
mezzo,  che  ha  un  rapporto  con  la  metafisica  e  con  la  fisica, 
tali  sono  le  scienze  matematiche.  L'aritmetica,  per  esempio,  è  la 
scienza  delle  cose,  che  non  son  per  la  loro  natura  nella  materia. 


(1)  Leonardo,  Notes  et  Dessins  sur  la  Generation  et  le  Mécanisme  des 
Fonctions  intimes,  f.  7  verso.  Gfr.  Landauer,  Etne  psichol.  Schrift  Avicennas, 
in  Zeitschrift  der  deutsch.  morgenl.  Gesellschaft,  voi.  XXIX,  pp.  335  sgg. 

(2)  Leonardo,  Fragments  d'études  anatomiques.  Recueil  B  (Collezione 
Rouveyre),  f.  7  verso,  da  non  confondersi  col  codice  edito  dal  Piumati. 


LE   FONTI   DI   LEONARDO   DA   VINCI  81 

ma  che  in  essa  si  manifestano;  Tintelligenza  le  astrae  dalla 
materia  e  in  tal  modo  si  elevano  dalla  fisica,  ed  entrano  in  re- 
lazione colla  metafìsica.  La  geometria  si  occupa  delle  cose  che 
si  posson  figurare  senza  materia,  e  che  nello  stesso  tempo  tro- 
vano un'applicazione  nella  materia  visibile.  La  musica,  la  mec- 
canica, l'ottica,  s'occupano  delle  cose,  che  sono  nella  materia,  ma 
che  da  essa  in  maggiore  o  minor  modo  si  astraggono  e  si  allon- 
tanano (1).  Si  riconosce  in  questa  divisione  il  fedele  discepolo  di 
Aristotile;  ma  si  troverà  qui,  come  altrove,  che  Avicenna  espone 
con  molta  chiarezza  e  precisione  ciò  che  negli  scritti  del  suo 
maestro  non  è  espresso  che  in  una  maniera  vaga  ed  indeter- 
minata. 


XXI. 


Bacone  Rogero.  Leonardo  da  Vinci  ha  ricercato  gli  scritti  di 
Rogero  Bacone  e  principalmente  VOpus  ma,jics,  che  tanto  do- 
veva interessarlo  per  i  trattati  che  comprende  :  causae  erroris ; 
philosophiae  cum  theologia  affìnitas;  lingitai^m  cognitio;  ma- 
thematicae  in  physicis  utilitas;  mathematicae  in  divinis  uti- 
litas  ;  judicia  astronomiae  ;  geographia  ;  dsti^ologia  ;  perspectiva; 
scientia  experimentalis  ;  moralis  philosophia  (2).  Il  merito  emi- 
nente di  Rogero  Bacone  non  stava  in  una  dottrina  nuova,  ma  piut- 
tosto in  una  critica  dei  metodi  e  delle  dottrine  del  suo  tempo.  Egli 
è  stato  chiamato  un  uomo  del  Rinascimento  sperduto  in  antici- 


(1)  Haneberg  B.,  Zur  Erkenntnisslehre  des  Ibn  Sina  und  Albertus,  in 
Abh.  der  philos.-philol.  CI.  d.  bayer.  Acad.  d.  Wissensch.,  Mùnchen,  1866, 
voi.  XI,  1.  pp.  189  sgg.  Non  sono  riuscito  a  trovare  nei  Manoscritti  di  Leo- 
nardo nessuna  traccia  delle  opere  di  Averroè.  Se  le  ha  conosciate,  nulla  vi 
ha  attinto. 

(2)  L"  Opus  majus  fu  edito,  ma  solo  parzialmente,  da  Samuele  Jebb  nel  1750. 
Io  ho  davanti  ledizione  compiuta  di  Giovanni  Enrico  Bridges,  The  Opus 
majus  of  Roger  Bacon,  Williams  and  Norgate,  1900,  donde  traggo  l'enu- 
merazione di  questi  trattati. 

Giornali  storteo.  —  Sappi,  n»  10-11.  6 


82  E.    SOLMI 

pazione  fra  i  dottori  scolastici.  T,a  efficacia  della  parte  deM'Opus 
majus  intitolata  Perspectiva,  e  che  fu  edita  in  Francoforte  sol- 
tanto nel  1604,  risulta  chiara  nei  manoscritti  vinciani,  dal  con- 
fronto sopratutto  delle  pagine  sulla  superiorità  della  vista  fra 
tutti  i  sensi:  sulle  virtù  interiori  dell'anima,  che  sono  l'imagi- 
nativa  e  il  senso  comune;  sull'origine  dei  nervi,  che  son  neces- 
sari all'occhio:  sulle  membrane  dell'occhio;  sui  loro  umori  albu- 
gineo,  glaciale  e  vitreo;  sulle  cause  della  sfericità  dell'occhio; 
sulle  proprietà  della  cornea,  dell'umore  albugineo  e  dell'uvea  (1). 
Queste  traccie,  ci  affrettiamo  a  ripeterlo,  sono  trasformate  ra- 
dicalmente dal  genio  possente  dell'Artista. 

Qualche  rapporto  più  intimo  si  potrebbe  segnalare,  come  per 
esempio  questo  sulle  illusioni,  che  derivano  dal  fatto  della  visione 
binoculare. 

Leonardo.  Bacone. 

Se  le  due  linee  centrali  concorrano  si  oculorum  a  et  b  axes   figantur 

nello  obbietto  x  le  aderente  inferiori      diligenti  intentione  in  o  partem  visi- 
s  V  e  r  y  vederanno  lobbietto  t  oc-      bilis  mon,  tunc  visibile  k  infra  con- 
cupare  due  lochi  nella  pariete  m  n      cursum    axium    videbitur   duo,  et  h 
cioè  in  V  y,  ma  se  tal  centrali  ter-      visibile    ultra    concursum    similiter 
minano  in  t  allora  lobbietto  x  sarà      videbitur  duo  necessario (3;. 
veduto  dalle  2  aderenti  esteriori,  cioè 
r  w  e  s  a,  perchè  l'occhio  destro  vede 
coll'aderente  destro  e  l'occhio  sinistro 
vede  coll'aderente  sinistro  (2). 

Pochi  uomini,  come  Bacone,  potevano  essere  giustamente  va- 
lutati  nel   Rinascimento,  ed  è  a  deplorare   che   in   questa  età 


(1)  RoGERO  Bacone,  The  Opus  majus,  voi.  II,  p.  1  sgg.,  4  sgg.,  12  sgg., 
15  sg.,  17  sgg.,  18  sgg.,  26  sgg.  Confronta  per  i  passi  relativi  di  Leonardo 
il  mio  lavoro  su  Leonardo  da  Vinci  e  la  teoria  della  visione  negli  Atti  e 
Memorie  della  R.  Accademia  Virgiliana  di  Mantova,  Mantova,  1905, 
pp.  137  sgg. 

(2)  Leonardo,  Manoscritto  D,  f.  8  verso. 

(3)  RoGERO  Bacone,  The  Opus  majus,  voi.  II,  p.  95. 


LE   FONTI    DI   LEONARDO   DA   VINCI  83 

fecondissima  i  suoi  scritti  non  siano  stati  maggiormente  diffusi 
per  mezzo  della  stampa.  Egli  aveva  molto  preso  a  prestito  dagli 
Arabi,  ma  è  incontestabile,  che  aveva  fatto  (principalmente  per 
l'impulso  di  quel  mirabile  ingegno,  che  fu  Pietro  Peregrino  di 
Maricourt)  numerosi  esperimenti,  e  anche  riducendo  al  giusto 
numero  le  sue  scoperte,  gliene  restano  a  sufflcenza  per  comporgli 
una  giusta  e  meritata  corona  (1).  Una  pagina  dei  manoscritti 
vinciani  del  British  Museum  contiene  un  passo,  a  prima  vista 
inintelligibile,  scritto  dalla  mano  di  Leonardo:  «  Rugieri  Bacon 
41  fatto  in  istampa  »  (2).  Questo  passo  si  può  interpretare  in  due 
modi:  o  il  Vinci  cerca  qualche  scritto  del  famoso  francescano, 
che  fosse  stato  «  fatto  in  istampa  »,  oppure  ricorda  che  qualche 
scritto  del  francescano  meritava  di  esser  «  fatto  in  istampa  ». 
La  prima  ipotesi  cade,  con  la  semplice  osservazione  che  nessuna 


(1)  Charles  E.,  Bacon,  sa  vie,  ses  ouvrages,  Paris,  1861,  e  in  senso  con- 
trario ed  eccessivamente  severo  Schneioerer  L.,  Roger  Bacon.  -  Etne  Mo- 
nofjraphie,  Augsburg,  1879. 

(2)  Leonardo,  Manoscritto  del  British  Museum,  f.  71  verso.  Non  è  im- 
probabile che  Leonardo  da  Vinci  abbia  conosciuta  anche  la  Scientia  experi- 
mentalis.  Si  ricordi  ad  esempio  quel  passo,  dove  Bacone  tratta  dei  colori 
dell'iride,  che  riscontra  nelle  pietre,  nei  cristalli,  nelle  penne  degli  uccelli,  ecc. 
*  Similiter  est  de  aquis  cadentibus  a  rotis  molendini,  et  quando  homo 
«  aspicit  in  aestate  de  mane  herbas  contingentes  guttas  roris  in  prato  vel 
«  campo,  videbit  colores.  Et  similiter  quando  pluit,  si  stet  in  loco  umbroso 
«  et  radii  ultra  eum  transcurrant  in  stiliicidiis,  tunc  in  opaco  prope  appare- 
«  bunt  colores,  et  multoties  de  nocte  circa  candelam  apparent  colores.  Atque 
«  si  homo  in  aestate,  quando  surgit  a  somno,  et  babet  oculos  nondum  bene 
«  apertos,  subito  aspiciat  ad   foramen  per  quod  intrat   radius  solis,  videbit 

<  colores.  Et  si  sedens  ultra  solem  extendat  capitium  suum  ultra  oculos 
«  videbit  colores,  et  similiter  si  claudat  oculum,  contingit  idem  sub  umbra 
«  superciliorum,  et  iterum  idem  accidit  per  vas  vitreum  plenum  aqua  in  radiis 
■€  solis.  Vel  similiter  si  quis  tenens  aquam  in  ore,  et  fortiter  spargat  aquam 

<  in  radiis,  et  stet  a  latere  radiorum  ;  et  si  per  lampadam  olei  pendentis 
«  in  aere  transeant  radii  in  debito  situ,  ut  lumen  cadat  super  olei  superfi- 
«  ciem,  fiant  colores.  Et  sic  per  infinitos  modos,  tam  naturales  quam  artifi- 

<  ciales,  contingit  coloris  hujusmodi  apparerò,  sicut  diligens  experimentator 
•e  novit  reperire  ».  Rosero  B.\con,  The  Opus  majus,  voi.  II,  pp.  173,  174. 
Gfr.  Leon.\rdo,  I,  288,  Manoscritto  F,  f.  67  verso.  Escludo  che  Leonardo, 
come  vorrebbe  il  Duhem,  abbia  attinto  queste  idee  a  Timone  l'Ebreo. 


84  E.   SOLMI 

delle  opere  di  Rogero  Bacone  fu  edita  alla  fine  del  secolo  XV 
e  ai  principi  del  XVI:  il  più  antico  scritto  «  fatto  in  istampa  » 
del  Doctor  Mirabilis  è  del  1529,  ed  è  il  De  la  pierre  philosophale 
traduil  en  frangais  par  S.  Girard  de  Tournus,  Paris  1529; 
seguono  a  questo  il  De  secretis  operibus,  Parisiis  1542,  ed  il  Li- 
bellus  de  retardandis  senectule  accidentibus  et  de  sensibus 
conservandis,  Oxonii  1590.  Se  si  pensa  al  vivo  interesse  che 
il  Vinci  ebbe  per  l'arte  della  stampa,  allora  ai  suoi  inizi  ; 
ai  disegni  di  ordigni ,  che  i  manoscritti  contengono  relativi 
alle  macchine  tipografiche;  ai  calcoli  che  egli  fa  di  libri,  che, 
fuor  di  dubbio,  dovevano  venir  stampati,  risulta  molto  proba- 
bile che  Leonardo  nel  suo  oscuro  frammento  esponga  l' idea 
(rimasta  poi  ineffettuata)  di  mettere  alla  stampa  qualcuno  dei 
frammenti  di  Rogero  Bacone ,  e  principalmente  la  mirabile 
Perspetiva.  Un  tratto  comune  congiungeva  l'artista  fiorentino 
al  monaco  inglese,  ed  è  l'amore  per  l'esperienza.  «  Sine  expe- 
«  rientia  nihil  sufflcienter  scire  potest.  Duo  enim  sunt  modi  co- 
«  gnoscendi,  scilicet  per  argumentum  et  experimentum.  Argu- 
«  mentum  concludit  et  facit  nos  concedere  conclusionem,  sed 
«  non  certificai,  neque  removet  dubitationem,  ut  quiescat  animus 
«  in  intuitu  veritatis,  nisi  eam  inveniat  via  experientiae  »  (1). 


XXII. 


Balestrieri  Domenico.  Nei  suoi  manoscritti  Leonardo  ha  con- 
servata la  traccia  delle  discussioni  avute  con  i  contemporanei, 
talora  anche  di  umile  condizione,  ai  quali  si  rivolgeva  per  avere 
qualche  utile  segreto  e  notizia;  quindi  il  carattere  biografico  e 
qualche  volta  polemico,  che  assumono  le  sue  scritture,  dove 
spesso  son  rammentati  i  collaboratori  e  gli  oppositori.  Nel  Codice 
Atlantico,  fra  quelli  che  egli  chiama  suoi  avversari,  è  ricordato 


(1)  Rogero  Bacone,  The  Opus  majus,  voi.  11,  p.  167. 


LE   FONTI   DI    LEONARDO   DA   VINCI  85 

un  tal  «  Balestrieri  »,  forse  il  pittore  Domenico  nato  a  S.  Qinesio 
nel  1463,  e  vissuto  a  Milano,  col  quale  Leonardo  ha  discusso  di 
argomenti  di  idraulica.  «  Sofflstico  del  Balestrieri:  la  bocca  della 
«  canna  nm,  piglia  dell'acqua  ffh,  e  la  porta  in  alto  in  o,  e  al- 
"i  lora  m  disciende  in  p,  e  'l  n  si  leva  in  o,  e  perchè  p  pesa 

*  più  che  0,  per  essere  più  distante  dal  dentro  del  suo  circonvo- 

*  lubile,  p  disciende  alla  pelle  dell'acqua  g  h,  dove  trovando  la 

<  pelle  dell'acqua  quivi  si  ferma,  perchè  quivi  perde  la  gravità 
«  che  in  tal  bassezza  '1  fecie  disciendere,  e  cosi  si  resta  nell'al- 

*  tezza  /*,  ♦>  lo  m  disciende  in  /,  Qlp  resta  in  h,  ed  è  terminato 
<\\  moto  sofflstico  dell'avversario»  (1). 

La  tradizione  ha  conservato  una  traccia  di  queste  dispute: 
«  Era,  dice  il  Vasari  parlando  di  Leonardo,  in  quell'ingegno  in- 
«  fuso  tanta  grazia  da  Dio,  ed  una  dimostrazione  sì  terribile  ac- 
«  cordata  con  l'intelletto  e  memoria,  che  lo  serviva,  e  col  disegno 
-«  delle  mani,  sapeva  si  bene  esprimere  il  suo  concetto,  che  con  i 

<  ragionamenti  vinceva,  e  con  le  ragioni  confondeva  ogni  gagliardo 

*  ingegno.  Con  ragioni  naturali  faceva  tacere  i  dotti  »  (2). 

XXIIL 

Barbaro  Ermolao.  La  conoscenza  indubitabile  per  parte  di 
Leonardo  delle  opere  di  Plinio,  di  Dioscoride,  di  Aristotile  e  di 
Pomponio  Mela  rende  molto  probabile  l'ipotesi,  ch'egli  abbia 
avuto  qualche  notizia  delle  Castigaliones  plinianae  (1492)  e  delle 
Castigaiiones  secundae  (1493)  sulla  Historia  naturalis  di 
C.  Plinio  fatte  da  Ermolao  Barbaro  (3),  che  nel  1488  si  era  re- 
cato presso  Lodovico  il  Moro  come  ambasciatore  della  Repubblica 
Veneta,  e  che  in  questa  occasione  aveva  incontrato  il  Vinci,  fra 
i  gentiluomini  della  città  e  della  corte. 


(1)  Lbonardo,  Codice  Atlantico,  f.  229  verso. 

(2)  Vasari,  Le  vite  (1832),  p.  445. 

(3)  Barbaro,  Castigationes  plinianae,  [in  fine]   impressit  Eucharius  Ar- 
genteus,  Roma,  1492-1493. 


86  E.   SOLMI 

Lo  Zeno,  nelle  sue  Memorie  de'  scrittori  veneti,  attribuisce  al 
Barbaro  due  opere  di  matematica,  cioè  i  Geomett^icarum  quae- 
stionum  libri  e  il  De  convenienlia  astronomiae  et  medicinae; 
più  di  questi  scritti ,  interessarono  Leonardo  le  edizioni  del  De 
medica  materia  di  Dioscoride,  della  Physica  di  Aristotile,  del  De 
siiu  orbis  di  Pomponio  Mela,  curate  da  Ermolao  Barbaro.  Il  na- 
turalismo di  Leonardo  non  era  in  assoluta  contraddizione  con 
l'aristotelismo  del  Barbaro,  ma  questo  non  nomina  mai  quello,, 
né  quello  questo.  Il  Barbaro  era  essenzialmente  un  umanista,  e 
i  rapporti  di  Leonardo  con  gli  umanisti  furono  freddi,  talora 
aspri,  come  appare  da  più  passi  dei  manoscritti,  e  principal- 
mente dalle  invettive  contro  i  così  detti  commentatori  (che  chia- 
mavano poi  di  rimbalzo  il  Vinci  «  omo  sanza  lettere  »,  oggi  si 
direbbe  ignorante  del  latino).  L'artista,  come  vedremo,  apprez- 
zava gli  antichi,  ma  pensava  che  il  rinnovamento  delle  scienze 
non  poteva  effettuarsi  se  non  con  lo  studio  diretto  della  natura, 
laddove  Ermolao  Barbaro,  con  un  concetto  diametralmente  op- 
posto, tendeva  al  rinnovamento  delle  scienze,  ponendo  in  luce  la 
vera  natura  e  il  vero  metodo  dell'antica  filosofia  naturale  (1). 


XXIV. 

Barozzi  Pietro.  Nel  Manoscritto  L,  tutto  vergato  da  Leonardo 
negli  anni  che  vanno  dal  1500  al  1502,  è  rammentato  ben  due 
volte  un  Archimede  del  vescovo  di  Padova.  «  Borges,  scrive  Leo- 
«  nardo  in  principio  del  Manoscritto,  ti  farà  avere  l'Archimede 
«del  vescovo  di  Padova  e  Vittellozzo  quello  da  il  Borgo  a  San 


(1)  Sul  Barbaro  puoi  vedere  il  Giornale  Storico  della  Letteratura  Ita- 
liana, Torino,  1883-1892,  voi.  VII,  p.  411;  voi.  X,  p.  433  e  voi.  Xlli,  p.  124. 
11  Compendium  sdentine  naturalis  ex  Aristotile  fu  edito  solo  in  Venezia 
nel  1545,  poi  a  Parigi  nel  1547,  1555,  a  Losanna  nel  1579,  a  Marburgo 
nel  1597  e  finalmente  a  Basilea  senza  data. 


LE   FONTI   DI  LEONARDO   DA  VINCI  87 

«  Sepolcro  »  (1).  E  ripete  un'altra  volta  sulla  fine  del  Mano- 
scritto :  «  Archimede  del  Vescovo  di  Padova  »  (2). 

Se  noi  pensiamo  che  Pietro  Barozzi  fu  vescovo  di  Padova  ap- 
punto nel  periodo  che  va  dal  1488  al  1507  (3);  se  ricordiamo 
che  egli  non  è  ignoto  nella  storia  delle  lettere  (4)  e  che  Pietro 
Pomponazzi  lo  chiama  «  non  solura  doctissimum,  sed  etiam  san- 
«  ctissimum  et  in  Mathematicis  universaliter  appriine  doctum  »  (5), 
non  ci  parrà  strano  che  egli  possedesse  una  copia  degli  scritti 
di  Archimede,  e  che  la  fornisse,  probabilmente,  a  Leonardo. 

Il  Borges  nominato  dal  Vinci  non  è  né  Borgia,  né  Borghese, 
come  pensava  il  Ravaisson  (6);  ma  <  Borges  »  come  scrive  anche 
il  Sanudo,  cioè  Boyer  Antonio  arcivescovo  di  Bourges  e  cardinale 
in  Roma  (1500-1513)  col  titolo  di  S.  Anastasio,  «  fradelo  del  ze- 
«  neral  di  Normandia  e  cugnato  di  lo  episcopo  di  Samallò  *  (7); 
un  dotto  prelato  appartenente  a  quella  famiglia  celebre,  che 
già  aveva  dato  alla  letteratura  provenzale  un  poeta  di  grido, 
Guglielmo. 

XXV. 
Bartolomeo  Turco.  «  Scrivi  a  Bartolomeo  Turco  »,  si  affretta 


(1)  Leonardo,  Manoscritto  L,  f.  2  rtscto. 

(2)  Leonardo,  Manoscritto  L,  f.  94  verso.  Su  questa  stessa  pagina  vi 
sono  degli  appunti  vergati  nel  1502:  «  Da  Boncon vento  alla  Casanova 
e  miglia   dieci,   dalla    Casanova  a   Chiusi    miglia  9,  da    Chiusi  a  Perugia 

<  miglia  12.  da  Perugia  a  Santa  Maria  degli  Angeli  e  poi  a  Fuligno  ». 

(3)  Nel  1470  era  stato  vescovo  di  Belluno  e  fu  nominato  nel  1488  vescovo 
di  Padova.  Ughelli,  Italia  sacra,  alla  parola  Baroccius  Petrus. 

(4)  TiRABOscHi,  Storia  della  Lett.  Italiana,  Venezia,  1796,  voi.  VI,  867. 

(5)  Pomponazzi  Pietro,  De  incantationibus,  Basilea,  1567,  ce.  57  e  58. 
L'autore  delle  Cose  notabili  di  Venezia  dice  (lib.  II.  cap.  124):  <  fu  riputato 
*  a*  suoi  di  quasi  una  delle  meraviglie  che  si  trovassero  allora  ».  Esortò 
Niccoletto  Vernia  a  comporre  il  De  immortalitate  animae  nel  1499.  Cfr.  Tom- 
MASiM,  Gymm.  Patav.,  I,  p.  397. 

(6)  Ravaisson,  Manoscritto  L,   f.  2  recto   «  Borghese   (?)   te   fera   avoir 

<  l'Archimede  de  l'évèque  de  Padoue  ». 

(7)  Sanudo,  Diarii,  Venezia,  1889,  voi.  XXIV,  pp.  149,  150,  cfr.  167,  249, 
365,  454,  522,  582. 


88  E.  SOLMI 

a  segnare  Leonardo,  «  del  flusso  e  reflusso  del  mar  di  Ponto,  e 
«  che  intenda  se  tal  flusso  e  reflusso  è  nel  mare  Ircano  overo 
«  mar  Caspio  »  (1).  Il  nome  di  Bartolomeo,  il  tempo  in  cui  fu 
scritta  la  nota,  i  luoghi  ricordati  fanno  ritenere  probabili  dei 
rapporti  epistolari  fra  Leonardo  da  Vinci  e  il  viaggiatore  noto 
nella  storia  della  geografia  col  nome  di  Bartolomeo  de  li  sonetti 
0  Bartolomeo  turco  (fiorente  1475-1485). 

Questi  è  autore  di  un  «  Isolarlo  in-8°  »  che  è  una  descrizione 
delle  isole  dell'Arcipelago  in  fanti  sonetti  e  con  49  tavole  incise 
in  legno,  ma  il  libro,  non  avendo  né  titolo,  ne  indicazione  d'anno 
e  luogo,  e  d'altra  parte  l'edizione  essendo  rarissima,  ha  dato 
occasione  a  congetture  e  dispute  tra  i  bibliografi  (2),  perchè  il 
Dibdin  pensa  che  V Isolarlo  sia  uscito  alla  luce  in  Venezia  verso 
il  1477  e  il  Panizzi  tra  il  1475  e  il  1485  (l'ultimo  con  grande 
fondamento,  perchè  il  libro  è  dedicato  a  Giovanni  Mocenigo  doge 
tra  il  1475  e  il  1485). 

Chi  meglio  di  Bartolomeo  de  li  sonetti  o  Bartolomeo  turco 
poteva  procurare  a  Leonardo  indicazioni  sul  flusso  e  reflusso  del 
mar  Ponto?  V <s.  Isolarlo  »  stesso  ce  ne  off're  la  convinzione. 

Intendo  di  monstrar  con  veri  effetti 
quanto  che  l'onda  egiea  abia  cerchatta, 
et  se  ho  più  A^olte  ogni  'nsula  chalcbatta 
e  porti  e  vale  e  scogli  i  sporchi  e  i  netti, 
col  bosolo  per  venti  ho  i  capi  retti 
col  stilo  in  charte  ciaschuna  segnatta, 
quindici  volte  in  trireme  son  statto 
oficiale  e  poi  patrone  in  nave. 


(1)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  256  recto.  Non  reputo  probabile  che 
sia  Bartolomeo  Marchionni,  che  dette  intorno  al  1474  a  Paolo  dal  Pozzo 
Toscanelli  le  indicazioni  sulla  navigazione  lungo  le  coste  occidentali  del- 
l'Africa. 

(2)  Quadrio,  Storia  della  volgar  poesia,  Bologna  e  Milano,  1739  :  IV, 
45  sgg.;  Cicogna,  Saggio  di  bibliografia  veneta,  Venezia,  1547,  in-4o,  n.  2540; 
Castellani,  Catalogo  ragionato  delle  più  rare  o  più  importanti  opere 
geografiche  a  stampa,  Roma,  1876,  pp.  66-69. 


LE  FONTI   DI  LEONARDO   DA.  VINCI  89 

Alcuni  han  cercato  di  identificare  Bartolomeo  de  li  sonetti  o 
turco  con  Bartolomeo  Zamberti,  traduttore  di  Euclide  e  segre- 
tario del  Senato  veneto,  ma  è  un  errore  ;  l'uffizio  di  segretario 
addetto  alla  Cancelleria  non  si  addiceva  a  quello  d'ufflziale  o  di 
capitano  di  nave,  come  l'autore  stesso  ci  avverte  di  essere  stato 
nel  passo  citato  di  sopra. 

XXVI. 

B.\TTAGGio  Giovanni.  Leonardo  stesso  attribuisce  a  Giovanni 
dei  Battagi  (cioè  a  Johannes  de  Laude  ingeniarius  et  murator) 
questo  indovinello:  «  Se  tu  vuoi  insegnare  a  uno  una  cosa,  che 
<  tu  non  sappia,  falli  misurare  la  lunghezza  d'una  cosa  a  te  in- 
«  cognita,  e  lui  saprà  la  misura  che  tu  prima  non  sapevi.  Gio- 
«  vanni  da  Lodi  »  (1). 

XXVIL 

Bellincioni  Bernardo.  I  rapporti  di  Leonardo  da  Vinci  con 
Bernardo  Bellincioni  furono  così  stretti,  che  l'artista  ed  il  poeta 
fiorentino  collaborarono  più  di  una  volta  agli  apparati  ed  alle 
feste,  dai  quali  fu  rallegrata  Milano  negli  ultimi  decenni  del  se- 
colo XV.  Nella  raccolta  delle  Rime  di  Bernardo  Bellincioni  (1493) 
ci  è  rimasta  la  memoria  di  una  festa  ossia  rappresentazione, 
«  chiamata  Paradiso,  qual  fece  fare  il  signor  Lodovico  il  Moro 
«  a  laude  della  duchessa  di  Milano,  et  chiamasi  Paradiso,  però 
«  che  v'era  fabricato,  con  il  grand'ingegno  et  arte  di  maestro 
«  Leonardo  Vinci  fiorentino,  il  paradiso  con  tutti  li  sette  pianeti 
«  che  giravano,  e  li  pianeti  erano  rapresentati  da  huomini,  in 
«  forma  et  habito  che  si  descrivono  dalli  poeti,  li  quali  pianeti 
«  tutti    parlano   in  laude   della    prefata   duchessa  Isabella  »  (2), 


(1)  Leon.uu)0,  Codice  Atlantico,  f.  75  verso. 

(2)  Bbmnzone,  Sonetti,  canzoni,  capitoli,  Milano,  1493,  e.  148  v. 


90  E.  SOLMI 

sulla  quale  una  relazione  deirambasciatore  di  Ferrara,  assai  accu- 
rata, fu  pubblicata  neW Archivio  Storico  Lombardo,  che  descrive 
l'apparato  delle  sale,  gli  abiti  dei  principi,  dei  gentiluomini,  delle 
maschere,  il  meccanismo  della  scena,  tutto  quanto  è  degno  di 
essere  conosciuto  (1). 

È  noto  quale  importanza  abbiano  le  Rime  del  Bellincioni,  come 
quadro  storico  della  società  milanese  del  XV  secolo.  Quivi,  oltre 
a  ciò,  Leonardo  è  spesse  volle  ricordato  con  grandi  elogi,  prin- 
cipalmente nel  sonetto: 

Godi  Milan,  che  drento  alle  tue  mura  ecc. 

Non  vi  è  alcun  dubbio  che  fra  i  suoi  libri  più  cari  Leonardo 
conservava  i  Sonetti,  canzoni,  capitoli,  ecc.  di  Bernardo  Be- 
limone,  Milano  per  Philippo  di  Montegazi  decio  el  Cassano,  1493, 
in-4°,  di  fogli  170. 

Né  io  reputo  impossibile,  che  qualcuno  dei  versi  che  son  con- 
servati nei  manoscritti  vinciani  siano  frutto  di  improvvisazioni 
del  Bellincioni  o  di  motti,  che  questi  passava  all'artista,  perchè 
se  ne  servisse  nel  disegnare  i  suoi  simboli,  le  sue  imprese,  i 
suoi  costumi  (2). 


(1)  Solmi,  La  Festa  del  Paradiso  di  Leonardo  da  Yinci  e  Bernardo 
Bellincione  (13  gennaio  1490),  in  Ardi.  Storico  Lombardo,  Milano,  1904, 
pp.  75  sgg.  Gfr.  Verga,  Saggio  di  Studi  su  Bernardo  Bellincioni,  poeta 
cortigiano  di  Lodovico  il  Moro,  Milano,  1892,  pp.  115  sgg. 

(2)  Tali  sarebbero  i  versi  vinciani  che  invano  ho  cercati  nel  maggior  nu- 
mero delle  raccolte  del  tempo:  Leonardo,  South  Kensington  Museum,  III, 
f.  85  recto  : 

Non  iscoprir  se  libertà  t'  è  cara 
Che  '1  viso  mio  è  carciere  d'amore. 

Nessuna  traccia  nei  manoscritti  Leonardeschi  di  Lancino  Curzio,  Sylvarum 
libri  X,  Milano,  1521,  di  Taccone  Baldassarre,  Coronazione  et  sposalitio 
della  Ser.  Regina  M.  Bianca  Maria  Sforza,  Milano,  1492,  del  Lazzaroni, 
De  Nuptiis  Imperatorie  Maiestatis,  anno  1493,  Mediolani  apud  Zarotum, 
1494,  in  fol..  della  Historia  delle  cose  facte  dallo  invictissimo  Duca  Francesco 
Sforza  scripta  in  latino  da  Giovanni  Simonetta,  et  tradocta  in  lingua  fio- 


LE  FONTI   DI   LEONARDO  DA   VINCI  91 

XXVIII. 

Bellovacense.  Con  le  parole  «  Speculum  di  maestro  Giovanni 
«  Franzese  »  (1).  Leonardo  si  riferisce  probabilmente,  come  ho 
accennato  nella  mia  biografia  dei  Vinci  (2),  alla  enciclopedia  del 
Bellovacense  :  Speculum  quadr^plex,  naturale,  doctrinale,  mo- 
rale et  hislorìale,  Argentorati  per  Johan  Mentellin  MGCCGLXXIII, 
10  voi.  gr.  in  fol.  (3). 

Numerosi  sono  i  contatti  fra  gli  scritti  di  Vincent  de  Beauvais 
e  gli  annali  scientifici  del  Vinci,  ma  nessuno  può  darci  la  sicu- 
rezza indiscutibile  di  una  diretta  derivazione  (4).  Io  reputo  che 
Leonardo  abbia  conosciuta  quest'opera,  cosi  diffusa  nel  secolo  XVI, 
solo  nel  fine  della  sua  vita,  per  mezzo  di  Giovanni  Perréal 
«  maestro  Giovanni  Franzese  »,  quando  ormai  essendosi  formato 
un  proprio  giudizio  sulle  questioni  naturali  ben  poco  profitto 
poteva  cavare  dall'enciclopedia  del  domenicano  (5). 


rentina  da  Crislophoro  Landino  fiorentina  (in  fine).  Questa  Sfortiada 
traducta  de  sermone  laterale  in  lingua  firentina  la  impressa  Antonio 
Zarotti  parmesano  in  Milano  nelli  anni  del  Signore  1490,  in  fol.,  in  ca- 
rattere rotondo  nitidissimo,  in  ottima  carta,  con  ampio  margine  senza  cifre 
e  richiami;  del  Coaio,  Historia,  contenente  l'origine  di  Milano,  li  gesti,  ecc., 
in  fino  al  tempo  dell'autore,  [in  fine]  Mediolani,  Alex.  Minutianus,  1503, 
in  fol.  grande. 

(1)  Leonardo,  Manoscritto  1,  f.  28  recto.  Codice  Atlantico,  f.  145  recto 
e  f.  243  recto. 

(2)  Solmi,  Leonardo,  p.  182. 

(3)  Cfr.  Stòckl,  Geschichte  der  Philosophie  des  Mittelalters  (1865), 
voi.  II,  pp.  345-352. 

(4)  Tali  contatti  sono  inevitabili,  quando  si  pensi  che  gli  scritti  del  Bel- 
lovacense abbracciano  tutto  Io  scibile  del  tempo  allo  stesso  modo  di  quelli 
di  Leonardo,  ma  nessuno,  e  ciò  è  degno  di  nota,  è  testuale  e  caratteristico. 
Vedi  SCHLOSSER  Franc,  Vincent  von  Beauvais  mil  3  A  bhandl.,  Frankfurt 
a.  Main,  1819,  2  volumi. 

(5>  Per  tale  confronto  mi  è  stato  anche  di  grande  utilità  il  libro  del 
BouRGKLAT,  Eludes  sur  Vincent  de  Beauvais,  théologien,  philosophe,  ency- 
clopédiste  ou  specimen  des  éludes  ihéologiques,  philosophiques  et  scienti- 
phiques  au  moyen  uge.  Paris,  1886.  Sui  rapporti  di  Giovanni  Perréal    con 


92  E.   SOI.Ml 


XXIX. 


Benci.  Le  relazioni  di  Leonardo  con  la  famiglia  de'  Benci  fu- 
rono strettissime,  principalmente  con  Ginevra,  che  «  ritrasse  in 
«  Firenze  dal  naturale,  la  quale  tanto  bene  finì  che  non  il  ri- 
«  tratto,  ma  la  propria  Ginevra  pareva  »  (1);  con  Tomaso,  che 
avea  fatto  la  traduzione  italiana  del  libro  di  Mercurio  Trisme- 
gisto  De  sapieniia  et  potestate  Dei,  già  prima  tradotto  in  latino 
dal  Ficino;  e  finalmente  con  Giovanni  (2).  A  proposito  dell'ap- 
punto di  Leonardo  «  Libro  di  Giovanni  Benci  »  è  da  rammen- 
tarsi che  nella  Laurenziana  di  Firenze  si  conserva  un  Jordan! 
Rufi  Galabri,  Liber  de  medicina  velerenaria,  manoscritto  che 
tanto  dovette  interessare  il  Vinci,  con  la  nota  autografa:  «  Questo 
«  libro  è  di  Giovanni  d'Amerigo  Benci,  1485  »  (3). 


Leonardo,  sta  facendo  importanti  ricerche  Paul  Miiller  Walde.  Ho  dinanzi 
l'edizione  :  Vincentii  Belluacensis,  Speculum  doctrinale,  t.  Il,  s.  I.  et  a. 
(serf  Argentorati  per  Johann  Mentelin,  anno  MGGGGLXXIIU  in  fol.). 
Gfr.  Braun,  Nolit  libr.,  p.  18,  e  Panzer,  Annal.  Typogr.,  I,  p.  18. 

(1)  Per  maggiori  particolari,  Solmi,  Leonardo,  133.  Qualche  nuova  notizia 
su  di  lei  è  da  vedersi  nella  «  Benciae  Ginevrae  Elegia  Alexandri  Brace»  >, 
Bibl.  Laurenziana,  Ili,  787,  III. 

(2)  Bibl.  Lauremiana,  V.  7,  cod.  IX  e  218,  cod.  XXU.  Epigrammata 
Italica,  373,  XXX  e  375,  LV  e  376,  LVIII.  È  probabile  il  fatto,  che  con  la 
parola  «  libro  di  Maso  »  (per  lo  più  seguita  dall'altra  «  libro  di  Giovanni 
«  Benci  »)  Leonardo  accenni  al  Tommaso  rammentato  di  sopra. 

(3)  Leonardo,  Manoscritto  L,  f.  1  verso  «  Panno  d'arazzo  —  seste  — 
«  libro  di  Maso  —  libro  di  Giovanni  Benci  —  casse  in  dogana  —  tagliare  la 
«  vesta  —  cintura  della  spada  —  rimpedalare  li  stivaletti  —  cappello  leggiero 
«  —  canne  dalle  cassacele  —  il  debito  della  tovaglia  —  baga  da  notare  — 
«  libro  di  carte  bianche  per  disegnare  —  carboni  —  quanto  è  uno  fiorino  di 
«  siggillo?  —  un  guardacuore  di  pelle  ».  —  Bandini,  Cat.  Bibl.  Laurenziana, 
V.  220,  IX,  p.  85  t.  Protesto  fatto  per  Giovanni  Benci  dinanzi  a  nostri 
Magnifici  Signori  et  loro  venerabili  Collegi  et  Capitudine,  dove  è  notevole 
che  si  professa  illetterato.  «  Innanzi  alle  vostre  riverentie  mi  rendo  scusato 
«  venire  a  trattare  in  questo  dignissimo  luogo  di  sì  alta  materia,  non  essendo 
«  licterato,  ecc.  ».  Gfr.  Bibl.  Laurenziana,  XLIll,  num.  23  e  Gaddiano,  e.  243. 


LE  FONTI   DI   LEONARDO   DA   VINCI  93 


XXX. 


Benedetti  Alessandro.  L' Anatomice  siue  Mstoria  coìTXxris 
humani,  libri  V,  Venetiis  1498  e  1502,  di  Alessandro  Benedetti, 
pur  non  contenendo  alcuna  scoperta  (1),  era  notevole  per  l'en- 
tusiasmo col  quale  l'autore  esortava  alla  sezione  dei  cadaveri  e 
allo  studio  sperimentale  dell'anatomia. 

Forse  per  questo  riguardo  Leonardo,  fra  i  libri  che  manda  a 
prendere  da  Venezia  nel  1508,  se^rna  la  nota;  «  Anatomia  Ales- 
«  Sandro  Benedetto  »  (2),  nota  che  ci  attesta  la  conoscenza  in- 
dubitata per  parte  del  Vinci  dell'opera  del  medico  di  Legnago, 
dove  si  scrutava  con  lo  studio  diretto  del  cadavere  «  venarum, 
«  arteriarum,  muscolorum,  nervorum,  ossiumque  naturam  »  (3). 
È  notevole  tuttavia  che  nelle  pagine  anatomiche  dell'artista 
nessuna  traccia  si  possa  riscontrare  degli  scritti  dell'anatomico 
lombardo. 


(1)  Anche  qui  non  si  trova  alcun  sentore  del  principio  della  circolazione 
del  sangue,  ma  in  modo  analogo  a  ciò  che  scrive  Leonardo,  vi  si  dice: 
«  sanguis  in  eorde,  tamquam  in  fonte,  et  in  venis,  tamquam  rivulis,  qui  ab 
«  eo  oriuntur,  continetur  >,  Anatomice  (1498),  f.  65  recto. 

(2)  Leonardo,  Manoscritto  F,  cop.  recto. 

(3)  Benedetti,  Anatomice,  f.  bi  recto.  Su  Alessandro  Benedetti  vedi  Boer- 
NER,  Comenlarius  de  Alexandro  Benedicti  medico,  Brunswich,  1751;  Zeno, 
Dissertazioni  vossiane,  li,  43  sgg.  ;  Maffei,  Verona  illustrata,  li,  250; 
Mazzuchelm,  Gli  scrittori  d'Italia.  II,  2.  p.  812.  Altre  edizioni  àeWAnn- 
tomice  fufon  quelle  di  Parigi  1514,  1519,  Basilea  1517.  Per  Leonardo  non 
potevano  avere  nessun  interesse  il  De  pestilenti  febre  liber,  Roma,  1490, 
Pavia,  1516,  1"  Omnium  a  vertice  ad  calcem,  morborum  signa,  Milano,  1508, 
il  De  medici  atque  aegri  officio  libellus,  Milano,  1505,  le  Collectiones  me- 
dicales,  Milano,  1514.  11  Benedetti  è  noto  anche  come  commentatore  di  Plinio 
(Venezia,  1507,  1513, 1516).  Cfr.  Ersch  u.  Grùber,  Allgemeine  Encyclopàdie 
der  Wissenschaften  itnd  Kunst,  1?22,  parte  IX,  p.  1  sgg.  Leonardo  fu  forse 
in  relazione  personale  con  Angelo  Benedetti,  zio  di  Alessandro  e  pur  esso 
dotto  medico  anatomico,  se  pure  è  possibile  riferire  a  lui  questo  passo,  dove 
trattandosi  della  sezione  di  un  cadavere,  si  dice:  «sega  da  osso  di  sottil 
«  dentatura...  Agno!  Benedetto  fa  d'avere  un  teschio».  Leonardo,  Windsor 
Anatomy,  IV,  f.  167  recto.  Su  Angelo  Benedetti,  vedi  Aless.  Benedetti, 
Collectiones  medicales,  1514,  f.  96  e  Anatomice,  S  recto. 


94  E.   SOLMI 

Nell'introduzione  storica  che  l'Hyrtl  premise  al  catalogo  dei 
preparati  del  Museo  anatomico  di  Vienna,  l'illustre  professore  in- 
titolava la  medicina  del  medio  evo  e  del  primo  rinascimento 
«  una  medicina  senza  anatomia  »  (1).  Questo  può  esser  vero  per 
l'Austria  e  per  la  Germania,  perchè  quivi  soltanto  nella  quare- 
sima del  1404  fu  aperto,  e  con  grande  solennità,  un  cadavere 
nell'ospedale  di  Vienna,  e  dodici  anni  dopo  si  celebrava  una  se- 
conda anatomia  e  sei  altre  volte  soltanto  per  tutto  il  secolo,  e 
non  nelle  stanze  della  facoltà  medica,  ma  sub  Jove  frigido  (2). 
L'università  di  Praga,  la  più  antica  della  Germania,  non  ebbe 
insegnamento  d'anatomia  che  nel  1460  (3),  e  l'Università  di  Lipsia 
dovette  attendere  fino  al  1510  per  ottenere  il  permesso  di  lasciare 
cadaveri  «  corpore  exanimi  oblato  »  (4).  Da  noi  (aveva  ragione 
l'Haller  nel  dire  che  gli  italiani  per  primi  corpora  humana 
dissecuerunt,  sensim  tamen  ad  alias  gentes  utilis  audacia  pe?"- 
venit  (5))  Federico  II  avanti  la  metà  del  secolo  XIII  ordinava, 
che  nessun  chirurgo  fosse  ammesso  alla  pratica,  se  non  potesse 
dimostrare  di  avere  per  un  anno  almeno  studiato  anatomia  su 
corpi  umani,  «  et  sit  in  ea  parte  medicinae  perfectus,  sine  qua 
nec  incisiones  salubriter  fieri  poterunt,  nec  factae  curari  (6)  ». 
Guglielmo  da  Saliceto  nel  1270  esponeva  in  Bologna  l'anatomia, 
ed  eseguiva  una  sezione  sul  nipote  del  marchese  Uberto  Palla- 
vicino, morto  in  sospetto  di  avvelenamento  (7),  e  un  medico  par- 


(1)  Hyrtl,  Vergangenheit  und  Gegenwart  des  Museums  fur  mensch- 
liche  Anatomie  im  der  Wiener  Universitdt,  Vienna,  1869.  Einleitung, 
pp.  V,  Yin. 

(2)  AscHBACH,  Geschichte  der  Wiener  Universitdt  und  ersten  Jahrhun- 
derte  ihres  Bestehens,  Vienna,  1865,  p.  324. 

(3)  HoEFER,  Lehrbuch  der  Gesch.  der  Medicin,  Iena,  1853,  p.  903. 

(4)  Zarncrb,  Die  Statutenbùcher  der  Universitdt  Leipzig,  Leipzig,  1861, 
pag.  39. 

(5)  Haller,  Bibliotheca  anatomica,  Tiguri,  1774-77,  voi.  I,  p.  165. 

(6)  De  Renzi,  Storia  documentata  della  Scuola  medica  di  Salerno,  Na- 
poli, 1857,  p.  Lxxvi.  La  legge  fu  forse  emanata  nel  1241.  Tuttavia,  non 
ostante  questa  costituzione,  le  condizioni  dell'anatomia  furono  infelicissime 
nella  Sicilia  fin  presso  ai  nostri  giorni. 

(7)  G.  Sarti,  De  claris  Archigymn.  Bonon.  Profess.,  Bononiae,  I,  P.  I,  p.  437. 


LE  FONTI   DI   LEONARDO   DA  VINCI  95 

migiano  o  lombardo,  pochi  anni  dopo,  nel  1286,  sparava  cadaveri 
di  uomini  per  trovar  la  ragione  di  un  certo  morbo  pestilenziale 
apostemoso  (1).  Nel  secolo  XIV  in  Bologna,  nel  solo  1315,  Mon- 
dino de'  Luzzi  anatomizzava  due  donne  (2),  e  negli  stessi  anni 
i  giudici  chiamavano  tre  medici  di  chirurgia  per  discutere  in 
un  processo  di  veneficio,  «  visceribus  defuncti  anathomice  cir- 
^  cumspectis  »  (3). 

Alessandro  Benedetti  ricorda  l'uso  di  sezionare  il  corpo  dei 
condannati  ancor  vivi,  «  ut  spiritu  etiam  remanente,  naturae 
«  arcana,  et  quid  natura  magna  solertia  intra  se  agit,  perqui- 
«  rerent,  membrorum  posituram,  colorem,  fìguram,  magnitudinem, 
«  ordinem,  processum,  recessumque,  ex  quibus  multa  in  defun- 
«  ctis  mutantur,  distincteque  magis  quam  pie  annotarent ,  ut 
«  illatis  vulneribus,  quid  integrum,  quid  corruptum  sit  intelli- 
«  geretur  ».  Ma  aggiunge  subito  che  le  leggi  ecclesiastiche  vie- 
tavano nel  1458  di  far  ciò,  *  quoniam  truculentissimum  est, 
«  vel  carnifìci  horroris  plenum,  nec  morituri  Inter  tantos  cru- 
«  ciatus  despera tione  futurae  vitae  spem  misere  amittant  ».  La 
Chiesa  permetteva  invece  le  sezioni  cadaveriche,  e  pochi  anni 
prima  (1482)  un  Breve  di  Sisto  IV  aveva  servito  alla  facoltà  medica 
di  Tubinga  di  mezzo  per  avere  dai  magistrati  corpi  umani  da 
notomizzare,  che  non  solevasi  concedere  absque  sedis  apo- 
stolicae  dtspensatione  seu  licenlia  (4). 


XXXI. 

Benedetto  Aritmetico.  Gol  nome  <  Benedetto  dell'Abbaco  »  (5). 
Leonardo  si  riferisce  all'autore  di  un  Trattato  d'abaco  fatto  da 


(1)  Corradi,  Annali  delle  Epidemie,  anno  1286. 

(2)  Medici,  Compendio  storico  della  Scuola  anatomica  di  Bologna,  Bo- 
logna, 1857,  p.  22. 

(3)  De  Renzi,  Storia  della  medicina  in  Italia,  pp.  10-36. 

(4)  Benedetti,  Bistoria  corporis  humani,  lib.  1,  cap.  1.  De  utilitate  Ana' 
tomiae  et  de  cadavere  eligendo  deque  temporaneo  theatro  constituendo. 

(5)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  12  verso. 


96  E.   SOLMI 

B°  (Benedetto)  a  uno  caro  amico,  che  ci  resta  in  diversi  mano- 
scritti nella  Biblioteca  Magliabechiana  di  Firenze  e  nella  Comunale 
di  Siena  ;  e  di  un  Trattato  d'aritmetica,  di  un  Trattato  di  ar- 
chitettura e  di  altri  scritti  inediti,  dei  quali  si  è  giovato  il  Tar- 
gioni-Tozzetti  nella  sua  storia  del  fiorino  di  siggillo. 

Benedetto  Aritmetico,  i  cui  trattati  portano  le  date  del  1462, 
1468,  1471,  1472,  1473,  1474,  1475,  1476,  1477,  1493  e  del  1496, 
dice  di  essere  «  nato  et  allevato  in  Fiorenza,  et  in  quella  expe- 
«  rimentato  »,  ma  dalla  descrizione  dei  costumi  delle  diverse 
città  d'Italia  e  di  fuori,  relativamente  alla  mercatanzia,  mostra 
di  essere  uomo  assai  colto  e  di  larghe  amicizie.  I  suoi  rapporti 
con  Leonardo  risalgono  probabilmente,  come  ho  cercato  di  di- 
mostrare altrove,  al  1472  (1). 

II  poeta  Verino  ne  parla  con  parole  entusiastiche; 

Vincit  Arithmeticis  Nilum  Florentia  cartis  ; 
Assyriaeque  caput  Babylon  iam  cessit  Hetruscis, 
Tuacus  ab  extremo  numerorum  Gange  figuras 
Accepit,  velox  qui  computai  omnia  signis. 
Quisque  aritmeticae  rationem  discere  et  artem 
Vult,  Benedicte,  tuos  libros  chartasque  revolvat, 
Possit  ut  exiguis  numeris  comprehendere  arenam 
Lictoris,  et  fluctus  omnes  numerare  marino8(2). 

XXXII. 

Benedetto  Briosco.  «Monbracco,  scrive  Leonardo,  sopra  Saluzzo, 
«  sopra  la  Certosa  un  miglio,  al  pie  del  Mon  Viso,  ha  una  miniera  di 


(1)  Solmi,  Leonardo,  p.  13.  Qualche  particolare  su  Benedetto  Aritmetico 
può  anche  trovarsi  nelle  opere  sugli  scrittori  fiorentini  del  Poccianti  e  del 
Negri.  I  codici  da  me  esaminati  sono  quattro:  1)  Incomincia  uno  tratato 
cTabacho,  Bibl.  Magliab-,  mss.  25,  classe  XI;  che  porta  le  date  del  set- 
tembre e  del  marzo  1462  ;  —  2)  Incomincia  uno  tratato  d'abacho  fatto 
da  B"  a  uno  caro  amico,  ivi,  mss.  76,  classe  XI;  che  porta  la  data  28  ot- 
tobre 1473;  —  3)  Inchomincia  uno  trattato  fatto  da  B°  a  uno  amico  el 
quale  contiene  quello  che  s'apartiene  al  marchatante  ;  —  4)  Trattato  di 
Aritmetica,  ivi,  me.  1,  ci.  XI.  Gfr.  anche  Bibl.  Cam.  di  Siena,  codice  se- 
gnato L.  IV.  21. 

(2)  Verini,  De  illustratione  urbis  Florentiae,  p.  25. 


LE   FONTI   DI   LEONARDO   DA   VINCI  97 

«  pietra  faldata,  la  quale  è  bianca,  come  marmo  di  Carrara,  sanza 
«  macule,  ch'è  della  durezza  del  porfìdo  o  più,  della  quale  il  com- 
«  pare  mio,  maestro  Benedetto  scultore,  ha  inpromesso  di  dar- 
«  mene  una  tavoletta  per  li  colori.  A  dì  2  di  gennaro  1511.  Sirot- 
«  tino  da  Turino  n'ha  alcune  che  son  berettine,  forte  dure  »  (1). 

Chi  è  questo  Benedetto  scultore  che  Leonardo  poteva  chia- 
mare nel  gennaio  del  1511  «  compare  mio  »?  Il  Ravaisson  pensa 
a  Benedetto  da  Maiano,  che  era  morto  già  da  molti  anni  ! 
Non  vi  ha  alcun  dubbio  possibile:  il  Vinci  accenna  qui  allo  scul- 
tore Benedetto  Briosco,  i  cui  legami  con  Leonardo,  già  stretti 
nel  1484,  si  rinnovarono  sui  primi  anni  del  secolo  XVI  in  Milano 
ed  in  Pavia. 

Maestro  Benedetto  da  Briosco  scultore,  uno  dei  più  mirabili 
artisti  lombardi,  era  stato  nel  1484  assieme  a  Tommaso  Cazza- 
niga  autore  del  monumento  a  Pier  Francesco  Visconti  in  S.  Maria 
del  Carmine  m  Milano.  Nel  6  maggio  del  1506  un  documento 
(conventiones  inter  magistrum  Benedictum  de  Brioscho  et  quos- 
dam  cives  agentes  nomine  Comunitatis  Cremone  prò  fabrica 
arcae  sanctorum  Petri  et  Marcellini)  ce  lo  mostra  succedere 
a  Pietro  da  Rho  (Rhaude)  in  Cremona  nel  compimento  di  un'o- 
pera mirabile,  che  anche  oggi  testimonia  il  genio  di  quegli  ar- 
tisti. Negli  anni  seguenti  il  Briosco  è  collega  accreditatissimo 
dell'Amedeo  nei  lavori  della  certosa  di  Pavia  (2),  e  finalmente 
del  Busti  nel  monumento  a  Gastone  di  Foix  in  Santa  Marta  di 
Milano  (1515-1522). 


(1)  Leonardo,  Manoscritto  G,  f.  1  verso.  Per  i  rapporti  di  Leonardo  col 
Piemonte,  che  saranno  da  me  illustrati  nel  libro  sugli  Amici  e  discepoli  di 
Leonardo  da  Vinci,  rammento  gli  splendidi  disegni  contenuti  nel  Codice 
Atlantico,  f.  211  verso:  e  Navilio  d'Ivrea,  facto  dal  fiume  della  Doira  — 
<  Montagna  d'Ivrea  nella  sua  parte  selvagia,  —  produce  di  verso  tra- 
€  montana  ». 

(2)  Alcune  memorie  sulla  Certosa  di  Pavia  dicono  :  €  L'anno  1517  Bene- 
«  detto  Briosco  scolpì  doi  mezzi  proflFetti  grandi,  posti  alla  facciata  sopra  le 
«  finestre  a  ragione  de  scudi  20  per  figura.  Item  doi  Apostoli  in  figura 
«  grande,  posti  in  opera  alla  facciata  dal  coridore  a  basso  predio  scudi  40  per 
«  figura  >. 

GtomaU  ttorico.  —  Sappi,  n»  10-11.  7 


98  E.   SOLMI 

Mojnbracco,  sopra  Saluzzo,  sopra  la  Certosa  un  miglio,  a  pie 
del  Monviso  (1305  metri),  ha  veramente  abbondanza  di  minerali. 
Sul  vertice  di  questa  montagna  trovasi  un  mica  scisto  col  quarzo 
bianco  giallognolo  a  grossi  strati,  e  col  mica  bianco  a  lamine 
molto  sottili  e  piccole.  Sui  pezzi  di  questa  sorta  di  mica-scisto 
veggonsi  rabeschi  naturali,  che  sembrano  disegni  fatti  ad  arte. 
Tali  pietre  possedeva  l'ignoto  Sirotlin  da  Torino,  nominato  da 
Leonardo.  Vi  si  trovano  anche  topazi  di  vari  colori  e  quarzi 
prismatici  (1). 


XXXIII. 

Benzi  Ugo.  Quando  Leonardo  segna  fra  i  suoi  libri  nel  Codice 
Atlantico'.  «Della  conservatione  della  sanità»  (2)  non  c'è  dubbio 
che  egli  si  richiama,  come  ha  già  osservato  il  D'Adda,  al  Tractato 
utilissimo  circa  la  conservatione  de  la  sanitade...  composto  per  el 
clarissimo  et  exceliente  philosopho  et  doctore  di  medicina  messer 
Ugo  Benzo  da  Siena,  (in  fine)  Exactum  est  hoc  opus  Mli  cura 
et  diligentia  Petri  de  Corneno  Mediolanensis  1481,  pridie  Ka- 
lendas  Junias  Joanni  Galeatio  Sforcia  Vicecomite  principe 
nostro  invictissim,o  dominante,  in-4°  (3). 

Da  quest'opera,  nella  quale  al  titolo  pomposo  fa  riscontro  la 
sciocca  puerilità  del  contenuto,  nulla  attinse  il  Vinci  per  i  suoi 
scritti  (4).  Ugo   Benzi,  detto  anche   Ugo  da  Siena,  più  che   per 


(1)  Leonardo,  Manoscritto  H,  f.  62  verso.  «  Una  monaca  sta  alla  Colomba 
in  Cremona,  che  lavora  bei  cordoni  di  paglia,  et  uno  frate  di  santo  Fran- 
cesco ».  Manoscritto  I,  f.  79  verso.  «  Soncino  sul  Cremonese  ». 

(2)  Leonardo,  Cod.  Atlantico,  f.  210  recto. 

(3)  Sul  Benzi  puoi  vedere  Mazzuchelli,  Scrittori  italiani  (1760),  voi.  II, 
P.  II,  p.  7902.  L'edizione  da  me  citata  è  in  caratteri  gotici  senza  numeri 
alle  paginCj  e  fu  ristampata  in  Milano  nel  1507. 

(4)  Né  reputo  che  Leonardo  conosca  i  commenti  del  Benzi  su  Avicenna, 
Ippocrate  e  Galeno  editi  nel  1485,  1493,  1496.  È  meno  probabile  che  con  le 
parole  «  Della  conservazione  della  sanità  »  il  Vinci  accenni  all'opera  in  ita- 


LE   FONTI   DI   LEONARDO   DA   VINCI  99 

gli  scritti,  s'era  fatto  famoso  con  l'eloquente  insegnamento  cui  si 
era  dedicato  in  Siena,  in  Bologna,  in  Pavia,  in  Padova  e  in  Fi- 
renze, che  gli  meritò  il  nome  di  «  principe  de'  medici  »  del  suo 
tempo. 

XXXIV. 

Berlinohieri  (Francesco).  Reputo  molto  probabile  che  Leo- 
nardo, cosi  curioso  di  cose  geografiche,  abbia  avuto  notizia  della 
Geografia  di  Francesco  Berlinghieri  diffusa  nel  secolo  XV  in 
manoscritti  ed  edita  in  Firenze  per  Niccolò  Tedesco  circa  il  1480 
in  f"  grande. 

Quest'opera  offriva  grande  interesse  per  il  Vinci,  non  tanto  per 
lo  stile  e  per  l'erudizione  superficialissima.  della  quale  non  vi  è 
alcuna  traccia  evidente  nei  manoscritti,  quanto  per  le  tavole 
aggiuntevi,  che  non  furon  di  scarso  stimolo  a  quelle  molteplici 
cui  l'artista  attese  ripetutamente  lungo  il  corso  della  sua  vita, 
e  che  aspettano  ancora  un  sapiente  e  paziente  illustratore  (1). 


liano  volgarmente  detta  il  <  Perchè  »  intitolata  Hieronirai  Manfredi,  Liber 
de  homine  et  conservatione  sanitatì».  In  Bologna  per  Ugonem  Rugerium 
et  Dominum  Bertochunt  Regensem.  Prima  Junii  {474,  in  fol,  ripubblicato, 
sempre  in  Bologna,  in  carattere  gotico  nel  1497  :  e  nemmeno  ai  Regiw/ien 
sanxlatis,  cum  expositione  magistri  Arnaldi  de  Villanova,  (in  fine)  Eie 
opus  optatur  quod  flos  medicine  vocatur.  Tractatus  qui  de  regimine  sani- 
tatis  nuncupatur:  finit  feliciter.  Impressus  argen.  anno  domini  {492.  In 
die  sancti  Thome  cantuariensis ,  m-A",  in  carattere  semigotico,  senza  cifre 
e  richiami. 

(1)  Un  codice  stupendo  della  Geografia  dei  Berlinghieri  si  conserva 
{AN.  XV,  26)  nella  Braidense  di  Milano,  in  carattere  nitidissimo  del  sec.  XV, 
a  due  colonne,  con  31  carte  geografiche  collocate  dopo  il  testo,  colorate  in 
oro,  in  giallo,  in  turchino.  La  prima  pagina  è  ne'  margini  e  nello  spazio 
interposto  alle  due  colonne,  tutta  coperta  di  finissima  miniatura  con  ricco 
e  grazioso  disegno,  con  sei  medaglie  istoriate,  quattro  negli  angoli,  due  lungo 
i  lati.  La  prima  lettera  è  magnifica  per  grandezza  e  per  l'adornamento,  rap- 
presentante il  Berlinghieri  stesso,  che  seduto  al  tavolo  eseguisce  il  suo 
lavoro.  Il  primo  verso  dell'opera  «  Già  l'auriga  di  Titano  adorno  »  è  sopra 
fondo  azzurro  e  tutto  in  oro. 


100  E.   SOLMI 


XXXV. 


Bernabini  Michele.  La  nota  del  Codice  Atlantico  :  «  Questo 
«  libro  è  di  Michele  di  Francesco  Bernabini,  e  di  sua  discen- 
«  denza  »  (1),  non  è  di  carattere  di  Leonardo.  Tuttavia  debbo  qui 
dichiarare,  che  nessuna  traccia  ho  ritrovato  nei  documenti  del 
tempo,  né  del  libro,  né  del  suo  possessore. 


XXXVL 

Bernardino  Frate.  «  Alberto  de  coelo  et  mundo  da  Fra  Ber- 
«  nardino  »  (2).  Chi  sia  questo  fra  Bernardino,  cui  Leonardo  si 
rivolge  per  l'opera  filosofica  di  Alberto  Magno  o  di  Alberto  di 
Sassonia,  non  è  facile  stabilire  indubitatamente.  Ma  poiché  la  pa- 
gina sulla  quale  é  scritto  questo  nome  porta  la  data  «  comen- 
«  ciato  a  Milano  addi  12  di  settembre  1508  »,  noi  abbiamo  un 
elemento  fondamentale  per  escludere  che  qui  si  accenni  a  fra 
Bernardino  de'  Busti,  minore  osservante,  dotto  nella  filosofia  e 
nelle  lettere,  poiché  questi  era  morto  in  Milano  nel  1500,  dopo 
aver  preso  parte  alle  lotte  cittadine  col  suo  Defensorium  (1497) 
contro  lo  scritto  De  monte  impietatis  di  Niccolò  Bariano  (1494)  (3), 
e  tanto  meno  a  fra  Bernardino  Calmo,  che  era  morto  a  Varallo 
nel  1499. 

Il  «  fra  Bernardino  »  di  Leonardo  non  può  essere  altri  che  fra 
Bernardino  Morene,  che  lesse  la  Sacra  Scrittura  in  Milano 
nel  1499  e  in  Pavia  nel  1509,  che  pubblicò  inoltre  nel  1510  quel 


(1)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  71  recto. 

(2)  Leonardo,  Manoscritto  F,  cop.  recto. 

(3)  L'Argelati  lo  fa  morire  nel  1490,  il  Mazzucchelii  nel  1500,  il  Defen- 
sorium fu  edito  in  Milano  nel  1497  e  il  De  monte  impietatis  in  Cremona 
nel  1494. 


LE  FONTI   DI  LEONARDO  DA  VINCI  101 

Liber  crealionis,  dove  son  tante  e  cosi  evidenti  traccie  dei  pen- 
samenti del  Vinci. 


XXXVII. 

Bernardo  Oiovannl  €  Libri  da  Vinegia  »,  scrive  Leonardo  (1). 
«  Vocabulista  vulgare  et  latino»  cioè:  «  Vocabulista ecclesiastico 
«  Ialino  e  volgare  utile  e  necessario  a  molti  per  il  frate  Johanni 
«  Bernardo  Impressum  Mlt  fMediolani)  per  solertem  Opiftciem 
*  Magisirum  Leonardum  Pachel  anno  domini  MDGGGLXXXIX, 
«  die  XXIII,  mensis  Februarii,  in-8'  ». 

F.ra  questo,  diremo  così,  un  ferro  del  mestiere  per  l'artista 
illetterato,  e  le  traccie  ne  restano  principalmente  nel  Mano- 
scritto  I,  f.  50  recto  e  verso. 

accidit  si.  accade 

aliquid  alcuna  cosa 

congruo  conveniente 

uniuscuiusque  di  ciascuna  cosa 

summum  el  più 

tantum  solamente 

probus  bon'  omo 

eventum  accadimento 

appelativam  universale 

particulare  proprio 

sed  ma 

proferri  esser  profferito 

quod  qualche 

aliquod  alcuna  cosa 

quamvis  benché 

interimit  amazare 

sumitur  sia  preso  o  si  piglia 

quelibet  di  quante  sorte 

nome  averbio  loco 


(i)  Leonardo,  Manoscritto  F,  recto  nella  copertina. 


108  E.   SOL.VIl 

aliquo  da  alcuno  o  in  alcun 

proficitur  parte  di  là 

quedam  alcuna  ecc.  ecc. 

Altra  lista  di  parole  tratte  dal  «  vocabulista  »  può  vedersi,  nello  stesso 
Manoscritto  1,  al  f.  51  recto,  51  verso,  52  recto,  52  verso,  53  recto,  53  verso, 
54  recto,  54  verso,  55  recto,  55  verso. 


XXXVIII. 

Bibbia.  Illustrando  il  noto  foglio  all'ematite  deìCpdice  Atlantico 
alla  parola  «  Bibia  »  (1),  il  D'Adda  si  richiama  a  €  La  Mòia  volgare 
«  historiata  per  Niccolò  de  Mallermi.  Venecia  MCCCCLXXI 
«  in  Kalende  di  Augusto  per  Vindelino  de  Spira.  2  voi.  in  fol. 
«  a  2  col.  di  50  linee  ».  Tuttavia,  da  alcune  citazioni  dei  mano- 
scritti, è  forse  da  ritenersi  più  probabile,  che  Leonardo  pos- 
sedesse una  delle  tante  edizioni  bibliche  latine  della  fine  del 
secolo  XV,  ad  esempio  la  Biblia  latina,  Romae  Conrad.  Suueyn- 
heym  et  Arnoldus  Pannar tz  in  domo  Petri  et  Fran.  de  Ma- 
ximis  1471,  2  voi.  in  fol.  (2). 

Questo  libro  il  Vinci  aveva  dinanzi  quando  scriveva  la  sua  fa- 
mosa Dubitazione. 

Leonardo.  Bibbia. 
Movesi  qui  un  dubbio  e  questo  11.  L'anno  secentesimo  della  vita 
è  se  '1  diluvio  venuto  al  tempo  di  di  Noè,  nel  secondo  mese,  nel  deci- 
Noè  fu  universale  o  no,  e  qui  parrà  mosettimo  giorno  del  mese,  in  quel 
di  no  per  le  ragioni  che  si  assegne-  giorno  tutte  le  fonti  del  grande  abisso 
ranno.  Noi  nella  Bibbia  abbiam  che  scoppiarono,  e  le  cateratte  del  cielo 
il  predetto  diluvio  fu  composto  di  40  furono  aperte. 


(1)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  210  recto. 

(2)  Io  ho  dinanzi  questa  edizione:  Biblia  (in  fine)  Explicit  impressa  Ve- 
netiis  per  Franciscum  de  Hailbrun  et  Nicolaum  de  frankfordia  socios  1476 
in  fol.  piccolo.  In  carattere  semigotico  a  due  colonne,  senza  cifre  e  richiami. 
Finisce  dopo  un  alfabeto  alla  segnatura  18  e  coli' interpretazione  alfabetica 
de'  nomi   ebraici  spar-si  per  tutta  la  Bibbia. 


LE  FONTI  DI   LEONARDO   DA   VINCI  103 

di  e  40  Docte  dì  continua  e  universa  12.  E  la  pioggia  fa  in  su  la  terra, 

pioggia,  e  che  tal  pioggia  alzò  di  sei      per   lo   spazio  di  quaranta  giorni  e 

gomiti  sopra  ai  più  alto  monte  del-      quaranta  notti. 

Tuniverso  (1).  20.  Le   acque  avanzarono   il   più 

alto  monte  dell'universo  dell'altezza 
di  sei  gomiti.  Così  i  monti  furono 
coperti  (2). 

xxxrx. 

Boccaccio  Giovanni.  «  Il  codice  Magliabechiano ,  Stanza  II, 
«  P.  II,  27,  della  Biblioteca  Nazionale  di  Firenze,  in  folio,  car- 
«  tacco,  della  prima  metà  del  secolo  XV,  di  132  carte  numerate, 
«  legato  in  cuoio,  ha  in  principio  una  illustrazione  del  Pollini, 
«  nella  quale  si  dice  che  il  codice  contiene  la  Teseide  del  Boc- 
v(  caccio  con  postille  e  notazioni   marginali  anonime,  e  con  tre 

<  vignette  schizzate  a  penna  e  macchiate  ad  acquerello,  che  il 
«  Pollini  attribuisce  a  Leonardo  da  Vinci,  confortato  in  ciò,  egli 
«  dice,  dal  parere  di  un  certo  Giuseppe  Millei^  pittar  fiorentino. 
«  Questo  Miller  peraltro,  è  ignoto,  né  si  conosce  di  lui  cosa  al- 
«  cuna.  Fra  prove  di  penna  traverse  alla  pagina  ultima  si  legge: 
«  Aldus  Manutius  Romanus.  Le  tre  vignette  sono:  la  1*  a  carta 

<  51  recto,  e  rappresenta  una  zuffa  fra  Teseo  e  Palemone  nel 
«  momento  che  lor  si  presenta  Emilia  a  cavallo  con  falco  in 
«  mano,  circondata  da  alcuni  cani  ;  la  2"  a  carta  91  verso,  e 
«rappresenta  similmente  una  zuffa  fra  due  cavalieri,  i  cavalli 
«  dei  quali  sono  molto  più  brutti  di  quelli  della  prima  vignetta  ; 
«  la  3'  nelle  ultime  carte,  e  rappresenta  lo  sposalizio  di  Teseo 
€  con  Emilia  »  (3).  Queste  figure,  non  certo  di  Leonardo,  ne  ricor- 
dano la  maniera  e  sono  forse  della  sua  scaola,  nel  qual  caso 
bisogna  ammettere  che  siano  state  fatte  sul  codice,  quando  era 
già  scritto. 


(i)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  155  recto. 
(2)  Bibbia,  Genesi,  I,  X,  11,  12,  20. 
^3)  UziELLi,  Ricerche  (1884),  p.  386  sg. 


104  E.    SOLMI 

Da  un  confronto  diligente,  quanto  ho  potuto,  fra  le  opere  del 
Boccaccio  e  i  Manoscritti  leonardiani,  nessuna  luce  ulteriore  ho 
potuto  rinvenire  sui  rapporti  dei  due  grandi  toscani. 


XL. 


Boezio.  Fra  i  trattati  di  Boezio,  Leonardo  ha  conosciuto,  fuor 
di  dubbio,  fin  dalla  sua  prima  giovinezza,  il  De  musica  e  forse 
anche  il  De  aritmetica  o  il  De  geometria  così  diffusi,  al  suo 
tempo,  e  che  contenevano  in  forma  semplice  e  piana  tutto  ciò 
che  i  cristiani  sapevan  di  matematiche  prima  di  conoscere  gli 
scritti  degli  arabi  nel  Medio  Evo  (1) 

Nei  manoscritti  non  poche  né  lievi  sono  le  traccie  delle  opere 
di  Boezio,  benché  Leonardo  non  abbia  rivolto  la  sua  attenzione 
sui  diversi  trattati,  che  illustravano  la  logica  di  Aristotile,  e  su 
quel  libro  de  Consolatone  philosophiae,  che  pose  Boezio  in  prima 
linea  fra  gli  scrittori  più  eminenti  della  Roma  cristiana. 

È  principalmente  fra  le  note  di  acustica  di  Leonardo  e  fra  il 
De  musica  di  Boezio,  che  i  contatti  sono  frequenti,  sopra  tutto 
là  dove  il  "Vinci  cerca  di  perfezionare  il  Monocordo  inventato 
da  Pitagora  e  descritto  cosi  accuratamente  dal  nobile  romano  (2). 

Leonardo.  Boezio. 

Voce  non  fia  mai  sanza  moto  (3).  Ut  ergo  sit  vox,  motum  esse  ne- 

cesse  est  (4). 
Il  vento  che  passa  per  una  mede-  Si    igitur   sit   tardus    in   pellendo 

sima  canna  farà  il  sonito  tanto   più      motus,  gravior  redditur  sonus.  Velox 
grave  o  più  acuto,  quanto  esso  vento      vero  motus   acutam    voculam   prae- 


sia  più  tardo  o  più  veloce  (5).  stat  (6). 


(1)  Libri,  Histoire  des  sciences  mathém.,  I,  p.  80. 

(2)  MicKLEY  W.,  De  Boethii  libri  de  musica  primis  fontibus.  Iena,  1899. 

(3)  Leonardo,  Manoscritto  A,  f.  34  recto. 

(4)  Boezio,  De  musica  (ed.  Migne),  I,  e.  3,  p.  1172. 

(5)  Leonardo,  Manoscritto  E,  f.  4  verso. 

(6)  Boezio,  De  musica,  IV,  e.  1,  p.  1245.  Cfr.  I,  e.  3,  p.  1172.  Sonus  vero 


LE   FONTI   DI   LEONARDO  DA   VINCI  105 

XLI. 

BoNATTi  Guido.  Ck)n  la  parola  «  Guidone  »  (1)  del  Cod.  Atlantico 
Leonardo  accenna,  fra  i  suoi  libri,  senza  dubbio  alla  celebre  opera: 
Ouido  Bonalus  4e  fbrlivio.  Decem  conttnens  fraclattts  Astro- 
nomie. (Questo  titolo  si  legge  nel  recto  della  IS»  carta.  Nella  prima 
carta  sta  scritto  :)  Registnim  Guidonis  Sonati  de  Forlttio  (e  in 
fine:)  Liber  astronomicus  Ouidonis  bonati  de  Forlivio  explicit 
feliciter.  MagisttH  Johannis  angeli  viri  peritissimi  diligenti  cor- 
reclione.  Erhardique  ratdolt  viri  solertis:  eximia  industria  et 
mir'a  impritnendi  arte:  qua  nuper  veneciis :  nunc  Auguste 
vindeliciorum  excellit  nominatissimus.  Septimo  Kal.  Aprilis  1491 
(Venetiis  . . .  1506  ecc.,  ecc.). 

Che  tal  opera  astrologica  fosse  posseduta  dal  Vinci  è  cosa  na- 
turale, prima  per  la  gran  fama  del  Bonatti,  poi  per  le  pregevoli 
nozioni  di  soda  astronomia  e  di  altre  scienze,  che  vi  son  conte- 
nute. Leonardo  vi  lesse  probabilmente  con  piacere  le  pagine  sui 
mulini  a  vento  e  su  altri  ordigni  bizzarri,  che  meriterebbero  un 
più  attento  esame  dai  moderni  storici  delle  scienze  (2). 


praeter  quemdam  pulsum  percussionemque  non  redditur...  Idcirco  definitur 
sonus:  Aeris  percussio  indissolata  usque  ad  auditum.  Leonardo,  Manoscritto  A, 
f.  27  verso.  Colpo  dico  esser  termine  di  veloce  moto,  fatto  da'  corpi  ne' 
resistenti  obbietti.  Questo  medesimo  è  causa  di  tutti  i  suoni.  Ho  dinanzi 
queste  edizioni:  Arithmetica,  Geometria  et  Musica  Boetii,  (in  fine)  Venetiis 
per  Ioannem  et  Gregorium  de  gregoriis  fratres  felici  exitu  ad  finem  usque 
productum  anno  1492  die  18  Augusti,  in  fol.,  in  carattere  semigotico  a 
due  colonne  ;  e  la  splendida  e  più  nota  edizione  :  De  arithmetica  ad  Pa- 
trium  simmachum  libri  duo.  —  De  musica  libri  quinque.  —  De  geo- 
metria libri  duo.  —  De  philosophie  consolatione  libri  quinque.  —  De  scho- 
larium  disciplina  liber  unus,  Venetiis,  Impressum  Boetii  opus  per  Ioannem 
et  Gregorium  de  gregoris  fratres,  1499  (altra  edizione  del  1491). 

(1)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  210  recto. 

(2)  BoNCOMPAGNi,  Della  vita  e  delle  opere  di  Guido  Bonatti,  Roma,  1851, 
p.  77:  «  i  decera  tractatus  astronomiae  del  Bonatti,  benché  siano  pieni  degli 
€  errori  dell'astrologia  giudiziaria,  che  al  suo  tempo  era  molto  in  credito,  e 
€  che  poscia  gli  fece  acquistare  il  titolo  di  Principe  degli  astrologhi,  tuttavia 
€  contengono,  come  avverte  il  p.  Ximenes,  pregevoli  nozioni  di  soda  astro- 
<  nomia  ». 


lOè  E.   SOLMI 

Tuttavia  il  Vinci,  poiché,  sopratutto  ne'  suoi  anni  più  maturi, 
abborrì  l'astrologia  fallace  giudiziaria  pur  compiacendosi  talvolta 
di  «  dire  la  ventura  »  (i),  dovette  disfarsi  di  quell'opera  senza 
rimpianto.  Era  frutto  delle  investigazioni  di  quelli  ch'egli  chia- 
mava «  bugiardi  interpreti  di  natura  ». 


XLII. 


Borri  (de)  Q-entile.  Vedremo  più  oltre  la  collaborazione  di 
Leonardo  alla  Divina  proportione  del  Pacioli.  Un  altro  contri- 
buto, sfuggito  fin  qui  ai  critici,  è  quello  che  Leonardo  offerse  a 
Gentile  de'  Borri,  eccellente  fra  i  professori  delle  armi,  «  al  quale, 
«  come  dice  il  Loraazzo,  Leonardo  Vinci  disegnò  tutti  gli  uo- 
«  mini  a  cavallo,  in  qual  modo  potevano  l'uno  dall'altro  difen- 
«  dersi  con  uno  a  piedi,  ed  ancora  quelli  che  erano  a  piedi  come 
«  si  potevano  l'uno  e  l'altro  difendere,  ed  offendere  per  cagione 
«  delle  diverse  armi.  La  qual  opera  è  stato  veramente  grandis- 
«  Simo  danno,  che  non  sia  stata  data  in  luce,  per  ornamento  di 
«  questa  stupendissima  arte.  Con  costui  vanno  di  pari  Ottaviano 
«  suo  fratello,  Giacopo  Cavallo  e  Francesco  Tappa,  tutti  mila- 
«  nesi  »  (2). 

XLIIL 

BoTTiCELLi  Alessandro.  Sandro  Botticelli  (1442-1515),  lavo- 
rando nella  bottega  del  Verrocchio  più  come  aiuto,  che  come 
allievo,  secondo  l'esatta  espressione  dell' UHmann  (3),  assistette 
ai  progressi  di  Leonardo,  e  per  un  certo  tempo  fu  il  suo  confi- 
dente. Traccie  di  questa  amicizia  le  rinveniamo  nella  compara- 


ci) Leonardo,  Cod.  Atlantico,  f.  203  verso  «Per  dire  la  ventura,  s.  6». 

(2)  LoMAZZo,  Trattato  della  pittura,  li,  274.  Leonardo,  Manoscritto  B. 
In  questo  Manoscritto  noi  possediamo  il  documento  degli  studi  di  Leonardo 
per  il  trattato  dèi  Borri  negli  innumerevoli  disegni  di  armi  ispirati  dal  De 
re  militari  del  Valturio. 

(3)  Ullmann,  Sandro  Botticelli,  pp.  37-38. 


LE   FONTI    DI   LEONARDO   DA   VINCI  107 

zione  fra  la  vita  dei  due  artisti,  nel  Trattalo  della  Pittura  e  nel 
Codice  Atlantico  di  Leonardo. 

Entrambi  spinti  dall'indole  naturale  all'investigazione  teorica 
dell'arte  e  della  natura  (è  fama  che  il  BotticcUi  amò  fuor  di 
modo  coloro  che  egli  conobbe  studiosi  dell'arte),  si  trovarono  le- 
gati fin  dal  principio  per  comunanza  di  aspirazioni.  Più  tardi, 
se  Sandro  Botticelli  presenta  ad  Antonio  Segni  la  pittura  famose 
della  Calunnia  di  Apelle,  soggetto  accarezzato  dal  Vinci  nel  suo 
Trattato,  Leonardo  nello  stesso  tempo  e  allo  stesso  amico  pre- 
senta il  disegno  del  Nettuno,  un  abbozzo  del  quale  si  conserva 
a  Windsor,  che,  nel  soletto  pagano  e  nella  maniera  di  trat- 
tarlo, si  mostra  compiuto  sotto  l'efficacia  botticellesca.  «  Vedovasi 
«  il  mare  turbato,  dice  il  Vasari  di  quest'ultimo  disegno,  ed  il 
«  carro  tirato  da  cavalli  marini,  con  le  Fantasime,  l'Orche  e  i 
«  Noti,  ed  alcune  teste  di  Dei  marini  bellissime  »  (l). 

Ma  ben  presto  nei  due  spiriti  così  diversi  di  Leonardo  e  di 
Sandro  dovette  nascere,  a  proposito  del  carattere  e  del  compito 
delle  arti  del  disegno,  un  acuto  contrasto.  L'uno,  ingegno  subli- 
memente chiaro  e  positivo,  mira  ad  una  pittura  scientificamente 
naturalistica  ;  l'altro,  ingegno  sofistico  e  carattere  sentimentale, 
ripone  la  forza  pittorica  nella  idealità,  più  che  nella  naturalezza 
delle  forme.  Si  può  dunque  supporre  che  nelle  discussioni  d'arte 
ben  di  rado  le  due  menti  si  trovassero  d'accordo. 

Con  grande  asprezza  Leonardo  ricorda  nel  Trattato  della 
Pittura  alcune  parole  pronunziate  dal  Botticelli  contro  lo 
studio  del  paesaggio.  «  Quello  non  fia  universale,  che  non  ama 
«  egualmente  tutte  le  cose,  che  si  contengono  nella  pittura,  come 
«  se  a  uno  non  gli  piace  li  paesi,  esso  stima  quelli  esser  cosa 
<  di  brieve  e  semplice  investigazione,  come  disse  il  nostro  Bot- 
«  ticella,  che  quello  studio  era  vano,  perchè  col  solo  j<eltare  di 
«  una  sponga  piena  di  diversi  colori  in  un  muro,  essa  lasciava 
«  in  esso  muro  una  macchia,  dove  si  vedeva  un  bel  paese  ».  «  E 
«  questo  tal  pittore  (aggiunge  sdegnosamente  e  in  contrasto  con 

(1)  Vasari,  Le  vite,  p.  447. 


108  E.    SOLMI 

«  quell'amichevole  nostro  premesso  al  nome  di  Botticelli)  fece 
«  tristissimi  paesi  »  (1).  Con  maggiore  asprezza  in  una  pagina  del 
Codice  Atlantico  Leonardo  non  sa  trattenere  questa  esclama- 
zione improvvisa  :  «  —  Sandro  !  tu  non  di'  perchè  tali  cose  se- 
«  conde  paiono  più  basse  che  le  terze  ».  «  L'occhio  infra  due  linee 
«  parallele,  mai  le  vedrà  per  nessuna  sì  gran  distanza,  che  esse 
«  linie  concorrano  in  punto  »  (2).  Bisogna  pensare  come  per 
Leonardo  fosse  forfè  l'abitudine  di  affidare  alla  carta  i  senti- 
menti del  suo  animo,  per  scorgere  qui  un  accenno  ad  una  vi- 
vace discussione,  che  il  nome  di  «  Sandro  »  e  il  soggetto  «  la 
«  prospettiva  di  diminuzione  »  ci  suggeriscono  avvenuta  fra  il 
Vinci  e  il  Botticelli  (3). 

XLIV. 

Bracciolini  Poggio.  «Facietie  di  Poggio»  (4),  cioè  una  delle 
due  edizioni,  senza  luogo  né  data,  della  fine  del  secolo  XV,  dello 
sconcio  libro  Facetie  ài  Poggio  fiorentino  iraducte  di  latino 
in  vulgare  ornatissimo,  in  4'  seg.  A-e  in  caratteri  romani  ;  o 
Facetie  traducte  de  latino  in  vulgare  in  4°  in  caratteri  gotici, 
come  giustamente  vide  Girolamo  D'Adda  ;  oppure  Facetie  de 
Poggio  fiorentino  traducte  de  latino  in  volgare  ornatissimo, 
(in  fine)  Impresse  in  Venetia  per  Bernardino  de  celeri  da  Io- 
vere,  1483,  in-4°  picc.  (5).  Nessuna  traccia  di  quest'opera  nei 
manoscritti  vinciani. 


(1)  Leonardo,   Trattato  della  pittura  (ed.  Ludwig),  I,  60. 

(2)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  120  recto. 

(3)  Questo  passo  non  si  deve  confondere  con  quelli  dei  codici  vinciani  che 
si  riferiscono  ad  Alessandro  Amadori,  fratello  della  matrigna  di  Leonardo 
e  canonico  di  Fiesole.  Il  Vinci  gli  scrive  spesso  e  affabilmente.  Ad  es.  Co- 
dice Atlantico,  f.  82  verso:  «  Francesco  dei  Morano,  calzolaio;  Messer  Ales- 
«  Sandro  canonico  di  Fiesole...  Se  prete  Alessandro  Amadori  è  vivo  o  no. 
«  Martino  Octonaio  e  'i  Peruzzo  »,  f.  119  verso.  «  Alessandro  carissimo,  Da 
«  Parma  per  la  man  di...  ».  Leonardo,  Manoscritto  E,  f.  80  recto.  «  A  Parma, 
alia  Campana  a  dì  25  di    settembre  1514  ». 

(4)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  210  recto. 

(5)  Vedi  Neri,  Le  facezie  di  Poggio  Bracciolini,  in  Propugnatore,  Bo- 
logna, 1871,  VII,  1,  pp.  129-137. 


LE   FONTI   DI   LEONARDO   DA   VINCI  109 


XLV. 


Bramante.  Donato  o  famigliarmente  Donnino  Bramante  Laz- 
zari (1444-1514),  l'Insigne  architetto  urbinate,  discepolo  prima  di 
fra  Carnovale  e  poi  di  Piero  dal  Borgo,  fu,  come  il  Vinci,  «  pa- 
«  ziente  figlio  di  paupertate  ».  Verso  il  1476  giunge  a  Pavia 
male  in  arnese,  come  egli  stesso  ricorda  nel  sonetto  Oh  il  tuo 
Bcn^gonzio  e  Mnrchesin  che  fanno?,  e  a  Milano  fa  da  prima 
vita  povera  e  stentata,  poi  si  eleva,  lavorando  alla  chiesa  di 
S.  Satiro  e  alla  sacrestia,  alla  tribuna  del  tempio  delle  Grazie  e 
alPattiguo  chiostro,  alla  chiesa  della  Madonna  presso  San  Celso. 
Ben  presto  si  legò  in  amicizia  con  Leonardo,  al  quale  lo  trae- 
vano grandezza  di  genio  e  amore  per  la  teoria,  tanto  che  Ber- 
nardino .\rluno  ama  sempre  di  ricordare  i  due  artisti  l'uno  ac- 
canto all'altro.  Come  il  pittore,  scultore  ed  architetto  toscano. 
Bramante  ama  di  chiamarsi  «  illetterato  »,  «  senza  lettere  », 
«  ignoranza  »,  ma  dall'attestazione  dei  contemporanei  e  dalle 
opere  architettoniche,  che  palesano  lo  studio  profondo  delle 
scienze  matematiche,  apparisce  intelletto  universale.  Bramante, 
mentre  abbelliva  Milano  con  le  sue  costruzioni  di  una  bellezza 
classica,  tra  lo  schizzo  di  un  portale  e  il  progetto  di  un  palazzo, 
scriveva  non  solo  rime  di  amore  e  sonetti  tra  faceti  e  lamen- 
tosi, ma  componeva  i  Cinque  libri  delV Architellura,  la  Pratica 
e  i  tre  LibiH  sul  modo  di  fortificare. 

Fra  le  poesie  del  Bramante  son  note  le  profezie,  specie  di 
indovinelli  o  enimmi,  in  forma  profetica,  che  l'Urbinate  scriveva 
in  versi,  in  concorrenza  con  Leonardo  che  le  faceva  in  prosa. 
Tal  genere  letterario  sembrava  allora  assai  in  voga  in  Milano, 
e  non  poche,  né  lievi  sono  le  alfìnità  di  forma  e  di  concetto,  che 
presentano  fra  loro  le  profezie  di  Bramante  e  quelle  di  Leo- 
nardo. 

Tre  note  dei  manoscritti  vinciani  alludono  all'amicizia  fra  il 
Vinci  e  il  Bramante.  La    prima  si  riferisce  adopero  di  pittura: 


110  E.   SOLMI 

■€  gruppi  di  Bramante»  (1);  la  seconda  alle  fabbriche  architet- 
toniche in  Lombardia  :  «  edifizi  di  Bramante  »  (2)  ;  la  terza  ad 
una  amichevole  conversazione  dei  due  geni  sulla  ingegneria  mi- 
litare: «  modo  del  ponte  levatoio  che  mi  mostrò  Donnino,  e  perchè 
«  e  e  d  spingano  in  basso,  egli  è  necessario  che  lo  spatio  a  b  si 
«  torca,  onde  si  de'  riparare  con  una  verga  grossa  di  ferro  attorta 
«  a  esso  legnio  in  nella  contraria  parte  »  (3). 

Ma  il  mistero  di  questi  rapporti,  da  alcuno  messi  in  dubbio  e 
da  altri  recisamente  negati,  più  che  da  quegli  accenni,  verrebbe 
illustrato  da  un  confronto  fra  i  disegni  architettonici  di  Leo- 
nardo e  le  opere  di  Donato  Bramante  Lazzari.  «  È  notevole  »,  dice 
Enrico  di  Qeymiiller,  che  ha  iniziato  da  par  suo  l'arduo  paral- 
lelo, «come  la  conclusione  ultima  di  entrambi  gli  artisti  è  la 
«  medesima  :  qualunque  Duomo  per  produrre  il  maggior  effetto 
«  possibile,  deve  sorgere  dal  centro  di  una  croce  greca  o  dal 
«  centro  di  una  struttura,  il  piano  della  quale  abbia  molta  affi- 
«  nità  simmetrica  col  circolo,  che  è  il  centro  di  tutto  il  piano 
«  dell'edilìzio». 

XLVL 

Burchiello.  «Burchiello  »  scrive  fra  i  suoi  libri  Leonardo (4), 
cioè  Inchomenciano  li  sonetti  del  Burchiello  fiorentino  faceto 
et  eloquente  in  dire  conclone  et  sonetti  sfogiati,  (in  fine)  Bono- 
niae  nuper  die  ter  eia  octobris  MGGGCLXXV  in  4°  di  91  f.  non 
numerati,  prima  ed.  con  data. 


(1)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  118  verso. 

(2)  Leonardo,  Manoscritto  I,  f.  63  recto. 

(3)  Manoscritto  M,  f.  53  verso.  Cfr.  Pungileoni,  Memorie  intorno  alla 
vita  e  le  opere  di  Donato  o  Donnino  Bramante,  Roma,  1836;  Doni,  Se- 
conda libreria,  Venezia,  1555,  e.  44.  Saba  Castiglione,  Memorie,  p.  139, 
chiama  Bramante  «  huomo  di  grande  ingegno,  cosmografo,  poeta  volgare  e 
€  pittore  valente  come  discepolo  del  Mantegna  e  gran  prospettivo,  come 
«  creato  di  Piero  del  Borgo  ». 

(4)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  210  recto. 


LE   FONTI    l>I   LEONARDO   DA   VINCI  111 

Nulla  Leonardo  ha  tratto  da  quest'opera  per  i  suoi  Mano- 
scritti (1). 

XLVII. 

Caponi  Stefano.  Questo  dotto  medico  possedeva  una  raccolta 
di  libri,  e  il  Vinci  lo  ricercò  per  il  De  ponderibus  di  Euclide, 
come  risulta  dalla  nota  :  «  Maestro  Stefano  Caponi,  medico,  sta 
«  alla  Piscina,  ha  Euclide  de  Ponderibus  »  (2). 


XLVIII. 

Cardano  Fazio.  Gerolamo  Cardano,  l'autore  del  celebre  libro 
De  Subiiliiate,  nell'opera  strana,  dove  descrisse  tutta  la  stra- 
nezza della  sua  vita,  ci  presenta  cosi  la  figura  dei  padre  suo 
Fazio  :  «  Vestiva  di  scarlatto,  contro  l'universale  uso  dei  raila- 
«  nesi,  e  non  ostante  il  contrasto,  che  risultava  dal  suo  costante 
«sottabito  nero;  andava  curvo  nelle  spalle;  biancheggiavano  i 
«  suoi  occhi,  capaci  nella  luce  notturna  ;  lo  si  udiva  ripetere 
«  quasi  ad  ogni  momento  :  «  omnis  spiritus  laudet  Dominum, 
«  quia  ipse  est  fons  omnium  virtutum  »  (3). 


(1)  Sul  Burchiello  si  veda  6.  Garoani,  Sulle  poesie  di  Domenico  Bur- 
chiello, Firenze,  1877. 

(2)  Leonardo,  South  Kensington  Museum,  III,  f.  93  recto. 

(3)  Cardano  G.,  Opera  omnia  (cura  Car.  Sponii),  Londra,  1663,  voi.  10, 
De  vita  propria,  voi.  I,  e.  1,  p.  2.  Ecco  l'albero  della  famiglia  Cardano: 

Fazio 


Giovanni  Aldo  Antonio 

I  Jacobo 


Antonio      Angelo 


Gottardo  Paolo  Antise  Fajùo  Noto 

amico  di  Leonardo 


Gerolamo 


112  E.   SOLMI 

Nato  nel  1444  in  Milano,  Fazio  Cardano,  dopo  una  gioventù 
tutta  dedita  allo  studio  —  immensus  studendi  amor,  nihil  enim 
aliud  faciebat  —  fu  ascritto  nel  1466  al  Collegio  dei  giurecon- 
sulti inilanesi.  Di  ingegno  paziente  e  laborioso,  fu  nello  stesso 
tempo  iuris  utriusque  docior,  medicus  et  mathematicus.  «  Aveva 
«  notizia  delle  scienze  occulte,  tanto  sapere  neoromantico  da  su- 
«  perare  tutti  i  suoi  contemporanei,  e  pubblicamente  si  credeva 
«  avesse  uno  spirito  famigliare,  come  già  Socrate,  ed  egli  lo  con- 
«  fessava  candidamente  ».  Due  volte  bevve  veleno,  la  prima 
nel  1466  e  la  seconda  nel  1494,  oppresso  da  un  indefinibile  af- 
fanno della  vita,  onde  ne  trasse  un  tremito  cardiaco,  che  gli  durò 
cinquantasei  anni.  Fu  uomo,  aggiunge  il  Cardano,  in  quel  libro 
«  dove  meritava  di  essere  ascoltato,  anche  quando  spropositava  », 
il  De  exemplo  centum  genilurarum,  di  impareggiabile  inte- 
grità di  carattere,  quasi  un  altro  Catone,  libero  in  dire,  giustis- 
simo flagellatore  dei  vizi,  poco  amante  dei  suoi  cari,  ma  rigido 
e  severo  in  ogni  riguardo. 

La  sua  passione  dominante  furono  le  scienze  matematiche, 
dove  dava  la  preferenza  ad  Euclide,  e  le  loro  applicazioni  so- 
pratutto all'arte  della  memoria  e  all'astrologia,  dove  si  mostrava 
versato  nelle  opere  di  Raimondo  Lullo  o  di  Alchindo.  «  Primo 
«  ad  informarmi,  dice  il  figlio  di  Cardano  ricordando  l'erudizione 
«  paterna,  con  la  famigliarità  di  un  amico,  in  cosi  tenera  età 
«  qual'era  la  mia  —  aveva  allora  nove  anni  —  nei  rudimenti 
«  dell'aritmetica,  allora  pressoché  arcani,  e  non  so  donde  tratti, 
«  fu  mio  padre  medesimo.  Poco  più  tardi,  quando  si  mise  in 
«  pensiero  d'addestrarmi  con  ogni  sforzo  nella  memoria  artifi- 
«  ciale,  alla  quale  tuttavia  non  avevo  nessuna  inclinazione,  mi 
«  insegnò  l'astrologia  degli  Arabi.  Poi  che  giunsi  al  mio  dodice- 
«  .Simo  anno,  egli  imprese  ad  istruirmi  nei  primi  sei  libri  d'Eu- 
«  elide,  incominciando  però  sin  d'allora  a  non  darsi  più  affanno 
«  d'insegnarmi  quelle  cose  ch'egli  credeva,  ma  a  lasciarmi  libero 
«  nelle  mie  naturali  attitudini  e  capacità  »  (1). 


(1)  Cardano  G.,  De  vita  propria,  p.  9.  Cfr.  p.  4:  «  Mater  fuit  iracunda. 


I.E   FONTI   DI   LEONARDO   DA   VINCI  113 

Quando  Leonardo  venne  in  Milano,  il  giureconsulto,  medico 
e  matematico  Fazio,  attratto  da  una  qualche  speranza  di  gloria, 
emendava  i  Commentari  Prospettici  di  Giovanni  Peckham,  ve- 
scovo di  Gantembury,  e  li  pubblicava, primitia  làborum  meorum, 
col  titolo  :  Prospectiva  comunis  dn  Johanis  Archiepiscopi  Can- 
tuariensis  ad  unguem  castigatam  per^  eximium  artium  et 
medicinae  et  iuris  uiriusque  doctorem  ac  mathematicum  peri- 
iissimum  D.  Facium  Cardanum  mediolanensem  in  venerabili 
Collegio  Jurisperitorum  Mediolani  residentem. 

Il  Vinci  si  affrettò  a  prendere  conoscenza  dell'opera,  in  librorum 
id  generis  raritate,  la  lesse,  e  ne  trascrisse  gran  parte.  Assorto 
allora  negli  studi  di  luce  ed  ombra,  vi  è  forse  qualche  mera- 
viglia s'egli  s'affrettò  a  stringer  relazione  con  un  cultore  teorico 
dell'ottica  matematica  ?  Da  prima  fu  per  domandare  qualche 
opera,  che  Leonardo  s'avvicinò  nei  pressi  di  Porta  Ticinese  alla 
vecchia  casa  dimora  del  Cardano:  «Il  libro  di  Giovanni  Ta- 
«  verna,  che  ha  Messer  Fazio  »  (1).  scrive  l'artista  del  Codice 
Atlantico,  per  ricordo.  E  poco  più  oltre  :  «  Le  Proporzioni  d'Al- 
be chino  colle  considerazioni  del  Marliano  da  messer  Fazio  »  (2). 

Ija  vasta  dottrina  di  questo  dominus  Facius,  come  lo  chia- 
mano i  documenti,  lo  rendevano  ricercato  dall'universale.  Pier 
Leone  di  Vercelli  non  esitava  a  chiamarlo  «  sectem  artium  libe- 
€  ralium  monarcha  »  ;  Carlo  Giaffredo  e  Ambrogio  Grifio  ne  am- 
miravano la  «  mathematicarura  peritia  ».  Leonardo  da  Vinci, 
dai  rapporti  puramente  accidentali,  arriva  a  relazioni  più  strette, 
che  ci  sono  rivelate  dall'altra  nota  :  «  Fatti  mostrare  da  messer 
<  Fazio  di  Proporzione  »  (3). 

L'azione   di   F'azio  Cardano  su  Leonardo  non   dovette   esser 


«  memoria  et  ingenio  pollens,  parvae  statarae,  pinguia,  pia.  Ambobus  paren- 
<  tibus  commune  fuit  iracundos  esse,  parum  constantes  etiam  in  amore  filli  >. 
Cfr.  anche  il  De  foelicitate  in  adversis  capienda. 

(1)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  222  recto. 

(2)  Id.  id. 

(3)  Id.  id. 

QionuUe  storico.  —  Suppl.  n»  10- 11.  8 


114  E.   SOLMI 

grande.  Quand'egli,  dice  il  figlio  Gerolamo,  pubblicò  emendati 
i  Commentari  del  vescovo  Giovanni  di  Gantembury,  fu  pubblicato 
per  le  stampe  un  distico,  nel  quale  si  felicitava  la  casa  Cardano, 
come  genitrice  di  un  uomo,  che  solo  sapeva  ogni  cosa,  e  del 
quale  non  avevano  que'  tempi  l'eguale.  Ma  era  questo  piuttosto 
un  augurio  ai  successori,  che  fossero  per  spinger  più  oltre  le 
loro  fatiche,  che  un  elogio  competente  a  mio  padre  (1).  Alieno 
dalle  grandi  idee,  magnus  humilisque  simul,  come  dice  Lan- 
cino Curzio,  era  amante  della  vita  modesta  e  ritirata  ;  dedito 
allo  studio  e  profondo  conoscitore  di  vari  rami  dello  scibile, 
mancò  della  scintilla  creatrice.  «  In  mathematicis  solum  rudimenta 
«  tenuit,  nihil  novi  excogitavit,  nil  ex  graeca  lingua  transtulit, 
«  quod  ei  potius  ex  varietale  studiorum  et  inconstantia  propositi 
«  accidit,  quam  quod  natura  muneribus  destitueretur  »  (2). 

Al  contrario  l'azione  di  Leonardo  su  Fazio  fu  forse  potente,  e 
si  propagò  a  Gerolamo  Cardano,  e  da  lui  ai  successivi  sviluppi 
del  pensiero.  Il  figlio,  che  fu  poi  uno  dei  più  grandi  fisici  del 
secolo  XVI,  non  solo  attesta  di  aver  appreso  i  principi  della 
matematica,  dell'astronomia  e  della  geometria  dal  padre,  ma  di 
avere  ereditato  tutto  il  suo  pensiero,  e  nei  giorni  dello  sconforto 
ne  ricreava  l'imagine  nel  sublime  Dialogus  Hieronimi  Cardani 
et  Facii  Cardani  ipsius  patris. 

Sarebbe  di  grande  interesse  poter  precisare  l'efl^ìcacia  che  Leo- 
nardo ha  avuta  indirettamente  su  Gerolamo  Cardano,  che  formò 
poi  nel  secolo  XVI  l'ammirazione  di  tutta  Europa,  e  venne  salu- 
tato coi  nomi  di  Aristotile  o  di  Platone  redivivo.  Nato  nel  1501, 
egli  difficilmente  potè  conoscere  Leonardo,  e  se  lo  conobbe  fu 
nella  sua  primissima  giovinezza.  Vi  è  un  punto  di  De  vita  propria, 
dove  si  parla  di  un  «  faber  »,  che  potrebbe  essere  forse  Leo- 
nardo, che  fu  in  Milano  appunto  quando  Gerolamo  era  «  adole- 
«  scentulus  »,  e  che  i  contemporanei  considerarono  un  semplice 


(1)  Cardano  G.,  Be  vita  propria,  p.  9  A. 

(2)  Cardano  G.,  De  vita  propria,  p.  9,  A  e  B.  Cfr.  Corte   B.,  Notizie 
istoriche  intorno  a"  medici  scrittori  milanesi,  Milano,  1718. 


LE   FONTI   DI   LEONARDO   DA   VINCI  115 

artefice,  laddove  il  suo  genio  travalicava  i  secoli,  e  arrivava 
fino  al  nostro,  superandolo,  perchè  nei  suoi  manoscritti  vi  sono 
germi  nascosti,  sopratutto  nei  principi  idraulici  e  aerostatici,  che 
si  feconderanno  nell'avvenire  (1). 


XLIX. 

Cecco  d'Ascoli.  Sono  già  note  per  merito  di  Salomone  Mor„ 
purgo,  dello  Springer,  del  Goldstaub  e  del  Wendriner,  le  coinci- 
denze fra  «zìi  scritti  di  Leonardo  e  V Acerba  di  Cecco]  d'Ascoli 
edita  in  Milano  nel  1484  (2),  che  il  Vinci  nel  Codice  Atlantico 
indica  col  nome  «  Ciecco  d'Ascoli  »  (3)  fra  i  libri  di  cui  vuole  dis- 
farsi in  prossimità  d'un  suo  viaggio. 

Manoscritto  H,  f.  12  verso.  Acerba,  libro  HI. 

Aquila.  Capitulum  III,  de  natura  aquile 

vv.  1-10. 
L'aquilaquandoèveccbia  vola  tanto  E  l'acjiiiia  per  tempo  si  rinova 

in  alto  che  abbrucia  le  sue  penne,  e  volando  ne  l'ecelsa  parte  ardente 

natura  consente  che  si  rinnovi  in  gio-  che  sotto  la  vechiezza  ella  se  cova 
ventù  cadendo  nella  poca  acqua.  E  Nel  gran  volato  le  sue  penne  ar- 

se i  sua   nati   non   posson  tenere  la  [  en  o 

vista  nel  sole  non  li  pascle.  Nessuno  riprende  giovinezza  e(c)ciò  consente 

ucciel  che  non  vole  morire  non  s'ac-  natura  presso  l'acqua  ella  chadendo 


(1)  Il  «  faber  »  è  probabilmente  Galeazzo  Rosso  (Rubeo).  «  Similitudo  mo- 
€  rum  et  studiorum  fabrum  illi  amicum  effecerat  :  is  enim  est  qui  Archi - 
«  medis  cochleam  invenit,  nondum  vulgatis  Archemedis  libris  ».  Cardano  G., 
De  vita  propria,  p.  2.  Fazio  scrisse  anche  un  De  natura  et  fato  disputatio 
habita  coram  lafredo  Carolo  Delphinatus  praeside. 

(2j  A.  Springer,  Ueber  den  Physiologus  des  Leonardo  da  Vinci  in 
Berichte  ùber  die  Verhandlung  der  k.  sdchs.  Gesell.  d.  Wissen.  zu  Leipzig, 
philolog.-hist.  Glasse,  Leipzig,  1884,  fase.  3-4.  Goldstaub  und  Wendriner, 
Ein  toscovenezianischer  Bestiarius,  Halle  1892,  pp.  240-254. 

(3)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  210  recto. 


116 


E.   80LM1 


costi  al  sao  nido,  gli  animali  che  forte 
la  temano!  Ma  essa  a  lor  non  noce: 
senpre  lascia  rimanente  della  sua 
preda. 


Stando  nel  nido  coli  piciol  naty 
verso  li  raggi  fa  ciaschun  mirare 
di  quel  che  vede  gli  ochy  machulaty 

Che  non  son  fermy  aperty  verso  '1 

[sole 
becbando  lo  comincia  a  disdegnare 
e  nel  suo  nido  may  star  più  non  sole 

Ov'è  el  suo  nido  no  gli  sta  da  presso 
nessuno  ucello  se  non  vuol  morire 
e  da(s)sue  branche  essere  dipresso 

Di  sua  rapina  sempre  lassa  parte 
picioly  animaly  non  vuol  may  ferire 
vegiendo  lor  temer  tosto  si  parte. 


Lumerpa  fama. 

Questa  nascie  nell'Asia  magiore,  e 
splende  sì  forte  che  toglie  le  sue  om- 
bre, e  morendo  non  perde  esso  lume, 
e  mai  li  cade  più  le  penne,  e  la  penna 
che  si  spicca  più  non  luce. 


Capitulum  IV,  de  natura  lumerpe 
(vv.  1-6). 

I  ne  le  party  d'Asia  magiore 
lumerpa  nasce  con  lueenty  penne 
che  tolle  l'ombre  co  lo  suo  splendore 

Morendo  non  amorta  questo  lume 
non  vuol  natura  che  già  may  si  spenne 
partita  penna  vuol  che  poco  allume. 


H,  folio  13  recto. 
Pelicano. 

Questo  porta  grande  amore  a  sua 
nati,  e  trovando  quelli  nel  nido  morti 
dal  serpente,  si  pungie  a  riscontro  al 
core  e  col  suo  piovente  sangue  ba- 
gniandoli  li  torna  in  vita. 


Capitulum  VI,  de  natura  pellecani 
(vv.  1-9). 

El  Pellicano  col  paterno  amore 
tOTnando  al  nido  faticando  l'ale 
tenendo  li  suo  naty  sempre  al  core 

Vedeli  huccisy  dalla  impia  serpe 

e  tanto  per  amor  di  lor  li  chale 

che  '1  suo  lato  fino  al  cor  discerpe 

Piovendo  '1    sangue   sopra   li   suo 
[naty 

dal  cor  che  sente  la  gravosa  pena 

da  morte  ne  la  vita  son  tomaty. 


LE  FONTI  DI  LEONARDO   DA   VINCI 

Capitulum  VII, 


117 


Satanutndra. 

Questa  non  ha  membra  passive,  e 
non  si  pre(nde)  la  cura  d'altro  cibo 
che  di  foco,  e  spesso  in  quella  renova 
la  sua  scorza. 


de  4  animalibus  viventibus 
ex  quatuor  elementìs  (vr.  1-6). 

La  salamandra  che  de  fuocbo  vive 
e  l'altro  cibo  la  sua  vita  sprezza 
non  sono  in  lei  potenzie  passive 

Ardendo  si  rinova  sua  coverta 

cosy  natura  gli  pose  fermeza 

non  vuol   che    'n   fìama   giamay  si 
[converta. 


Camaleon. 
Questi  vive  d'aria,  e  in  quella  sta 
subietta  a  tutti  li  uccielli,  e  per  istare 
più  salvo  vola  sopra  le  nube,  e  truova 
aria  tanto  sottile  che  non  pò  soste- 
nere ucciello  che  lo  seguiti. 

H,  folio  13  verso. 

Alepo  pesete. 

Alepo  non  vive  fora  dell'acqua. 


Capitulum  VII,  e.  5  (vv.  13-18). 

Ghamaleone  che  vive  de  aere 
qual'è  sugetto  da  tutty  li  cieli 
e  se  di  chiarìtade  fusse  vaire 

Diche  di  spesse  nube  ella  s'adnce 
e  passa  quelle  party  de  li  vely 
in  fin  che  trova  l'aere  in  pura  luce. 

Capitulum  VII,  e.  s.  (vv.  22-23). 
Aleph  fuor  de  l'acqua  poche  guizza 
in  piciol  tempo  la  morte  lo  palpa. 


Strusio. 
Questo  converte  il  ferro  in  suo  nu- 
trimento, cova  Tova  colla  vista. 

Cingno. 

Gignio  è  candido  sanza  alcuna  mac- 
chia, e  dolcemente  canta  nel  morire, 
il  qual  canto  termina  la  vita. 


Capitulum  IX,  de  natura  strucii 
(vv.  1-2). 

Lo  struzo  per  la  sua  caliditate 
in  nutrimento  Io  ferro  converte. 

Capitulum  X,  de  natura  cygni 

E  cigno  è  bianco  senza  alcuna  ma-^ 
[chia 

e  dolcemente  canta  nel  morire. 

non  fina  fin  che  morte  noll'atachia. 


Cicognia. 
Questa  bevendo  la  salsa  acqua  cacia 
da  sé  il  male,  se  truova  la  compagnia 


Capitulum  XI,  de  natura  cyconie 
(vv.  1.6-13.15). 

Cichognia  quando  ha  male  il  ben 

[cognosce 


118 


E.   SOLMI 


in  fallo  l'abandona  e  quando  è  vec- 
chia i  sua  figlioli  la  covano,  e  pascano 
in  fin  che  more. 


che  beve  a  forza  dell'acqua  marina 

così  da(l)ley  fa  fugir  l'angosce 

Se  may  in  fallo  truova  sua  con- 
[pagna 

disdegna  e  may  con  ley  non  s'avicina 

sola  pascendo  va  per  la  campagna... 

Poy  che  invechia  da  li  suoy  fioly 

riceve  notrimento  e  gran  dolceza 

si  che  in  pace  posa  li  suoy  voly. 


Cichala  (H,  f.  14  recto). 
Questa  col  suo  canto  fa  taciere  il 
cucco  more  nell'olio,  e  resuscita  nello 
aceto,  canta  per  li  ardenti  caldi. 


Palpistrelo. 

Questo  dove  più  luce  più  si  fa  orbo, 
e  come  più  guarda  il  sole  più  si  ac- 
cieca. 

Pernice. 
Questa  si  trasmuta  di  femmina  in 
maschio,  e  dimentica  il  primo  sesso, 
e  fura  per  invidia  l'ova  a  l'altre  e  le 
cova,  ma  i  nati  seguitano  la  vera 
madre. 


Capitulum  XII,  de  natura  cichale 
(vv.  1  ;  4-8). 

Chanta  cichala  per  l'ardente  sole... 

Quant'è  più  puro  l'aere  più  risona 
la  voce  sua  cheffa  tacer  lo  chucho 
sì  che  suo  tristo  canto  più  non  sona. 

Nell'olio  messa  subito  si  more 
spandendo  aceto  sopra  ley  risurge. 

Capitulum  XIII,  de  natura  noctue 
(vv.  4-6). 

Vede   la    notte   ma   nel   giorno  è 
[ciecha... 

con  più  riguarda  el  sole  più  s'aciecha. 

Capitulum  XIV,  de  natura  perdicis 

(vv.  1-6). 

In  femina  lo  maschio  trasfigura 

pernice  discordandosi  del  sexo 

e  quando  può  de  l'altri  l'ova  fura 

Per  invidia  li  cova  e  fa  figliuoly 

da(l)ley  ciaschun   si   parte  e  sta  da- 

[cesso 

verso  la  madre  propria  fanno  voly. 


Rondine. 
Questa   colla*  celidonia   alumina  i 
sua  ciechi  nati. 


Capitulum  XV,  de  natura  yrundinis. 
Se  li  figliuoly  sono  ciechy  e  orby 
biascia  la  celidonia  si  che  centre 
el  sano  sugho  che  sany  lor  morby. 


Hostriga  (H',  f.  14  verso). 

Questa  quando  la  luna  è  piena 
s'apre  tutta,  e  (c)quando  il  granchio 
la  vede  dentro  le  getta  qualche  sasso 
o  festuca,  e  questa  non  si  pò  riserare 
onde  è  cibo  d'esso  granchio:  così  fa 
chi  apre  la  bocha  a  dire  il  suo  se- 
greto, che  si  fa  preda  dello  indiscreto 
ulditore. 


LE  FONTI  DI  LEONARDO  DA  VINCI  119 

CSapitnlum  lY,  de  cancro  et  de  ostricis 
(vv.  1-9). 

L'ostrecha  quando  è  la  luna  piena 
aprese  tuta  qual  vegendo  "l  grancho 
immagina  d'averla  a  pranzo  o  cena 

Mettely  dentro  pietra  over  festucha 
per  qual  il  suo  coprir  le  ven  mancho 
cosi  el  granchio  l'ostrega  manduca 

Chosì  è  l'uomo  ch'apre  sua  bocca 
e  com  Tom  farso  mostra  so  secreto 
onde  vien  piagha  che  lo  cor  li  toccha. 


Bavalisscio  (H',  f.  14  verso). 
Questi  è  fugito  da  tutti  i  serpenti, 
la  donola  per  lo  mezo  della  ruta  com- 
batte con  lui  e  *S8Ì  l'uccide. 


Capitulum  de  animalibus  venenosis 

et  primo  de  basalisco  (vv.  1-2;  7-8). 

Signore  el  basilischo  de'  serpenti 

e  ciaschun  il  fuge  sol  per  non  mo- 

[rire... 

La  donola  trovando  de  la  ruta 

combatte  con  chostuy  e(8)8i  l'ucide. 


Laspido. 
Questo  porta  ne'  denti   la   subita 
morte,  e  per   non    sentire    V  incanti 
colla  coda  si  stopa  li  orechi. 


Capitulum  (de  animalib.  venen.) 

Il  de  yaspide  (vv.  1,  '36). 

L'aspido  ch'è  aspro  di  veleno... 

Per  non  sentire  la  magiche  prece 

ciaschuna  orechia  obtura   e  sta  co- 

[perta 

porta  ne"  denty  la  subita  nece. 


Drago  (H',  f.  15  recto). 
Questo  lega  le  gambe  al  liofante  e 
quel  li  cade  adosso,  e  l'uno  e  l'altro 
more  —  e  morendo  fa  sua  vendetta. 


Capitulum  (de  animai,  venen.) 
Ili  de  dracone  i\\.  7-11). 

Li  piedi   de    l'alifante  el    dracho 
[anoda 

ma  l'alefante  sopra  'I  dracho  cade 

81  che  morendo  il  suo  nimicho  uccide. 


Capitulum  (de  an.  ven.) 
Vipera.  IV  de  vipera  (15). 

Questa  nel  suo  coito  apre  bocha,  e  Ingravydata  ucide  il  suo  marito 

nel  fine  stringnie"  denti,  e  amaza  il      e  coli  denti  lo  capo  li  scorza 


120 


E.  SOLMI 


marito  poi  i  figlioli  in  corpo  cresciuti 
straccianvi  '1  ventre  e  occidano  la 
madre. 


Ciaschun  figliuolo  squarcia  lo  suo 

[lato 

e  viene  a  luce  come  vuol  natura 

ch'a  tutte  creature  ordine  à  dato. 


Cocodrillo  (H',  f.  17  recto). 
Questo  animale  piglia  l'omo,  e  su- 
bito Tuccide,  poi  che  1"  à  morto  col 
lamentevole  voce  e  molte  lacrime  lo 
piange,  e  finito  il  lamento  crudel- 
mente lo  divora.  Così  fa  l'ipocrito  che 
per  ogni  lieve  cosa  s'enpie  il  viso  di 
lagrime,  mostrando  in  cor  di  tigro,  e 
ralegrasi  nel  core  dell'altrui  male 
con  piatoso  volto. 

Scorpione  (H,  15  recto). 
La  sciliva  sputa  a  digiuno  sopra 
d'esso  scorpione,  l'occide  a  similitu- 
dine dell'astinentia  della  gola,  che 
tole  via  e  occide  le  malattie,  che  da 
essa  gola  dependano,  e  apre  la  strada 
alle  virtù. 


Capitulum  (de  anim.  ven.) 

V  de  cocodrilo  (vv.  10-13-19-21). 

Prendendo  l'omo  subito  l'ucide 

poy  che  l'à  morto  piange  questa  fera, 

e  con  pietosa  voce  par  che  gride 

Poy  che  à  pianto  divora  e  man- 
[ducha... 

Ghosi  fa  l'homo  ipocrite  e  ochulto, 

che  del  danoso  mal(e)  nel   cor  s'al- 

[legra, 

e  pietà  dimostra  nel  suo  volto. 

Capitulum  (de  anim.  ven.) 

VI  de  scorpione  (vv.  7-14). 

Pur  more  quando  sente  la  saliva 

de  l'uom  digiuno  e  l'altra  nonofende... 

Cos'i  fa  l'astinenzia  fugire 
ogny  maligno  vitio  che  dipende 
da  gola  qual  conduce  a  lo  morire 

E  tolle  di  virtù  ogny  valore 
chell'uomo  più  non  chura  altro  onore. 


Botta. 
La  botta  fugge  la  luce  del  sole. 


Capitulum  (de  anim.  ven.)  VII 

de  bota. 
Fuge  l'aspetto  quanto  può  del  sole. 


Cod.  Alb.,  f.  (1547). 

Chi   perde   il   tempo   e    virtù  non 
[acquista 


Lib.  II,  e.  Vili  (versi  2  ultimi). 

Chi   perde   il    tempo  e  virtù  non 
[aquista 


quanto   più  penso  l'anima   più  s'a-      quanto  più   pensse  l'anima  più  s'a- 

[trista.  [trista  (1) 


(1)  Le  principali  edizioni  àeìV Acerba,  che  il  Vinci  ha  potuto  conoscere, 
sono  le  seguenti:  1.  L'Acerba  poema.  Brescia  Ferrandus,  in  fol.;  2.  Inco- 
■mentia    il  primo    libro  del   clarissimo  philosopho    Ciecho  Escutano  dicto 


LE   FONTI   DI   LEONARDO   DA   VINCI  131 


Chvdliac  (de)  Ouy.  Uno  dei  «  Guidoni  »  (1),  nominati  da  Leo- 
nardo nel  Codice  Atlantico,  non  può  essere  identificato  che  con 
Guy  o  Guidone  de  Ghauliac  :  «  Net  nome  di  Dio  comenza  lo  inven- 
«  tario  over  colectorio  che  aparfiene  a  la  parte  de  la  Cirogia 

*  composto  e  compilo  de  l'anno  de  la  incarnatone  del  Nostro 
«  Signore  1363  per  lo  clarissima  et  famoso  doctore  mastro 
«  Guidon  de  Caulinco  ciroico  in  lo  clarissimo  sttidio  di  mon- 

*  polier  in  Veìiesia,  MCGGGXCIII  in  folio  ».  Simile  opera  doveva 
grandemente  interessare  Leonardo,  studioso  com'era  dell'anatomia. 

Vi  sono  due  modi  di  studiare  la  struttura  del  corpo  umano, 
secondo  il  Ghauliac,  «  sui  libri  altrui  et  per  la  experientia  de 
«  li  corpi  morti  »  (2).  Il  primo  deve  cedere  il  posto  al  secondo, 
come  mostrarono  gli  esempi  di  Mondino  de'  Luzzi  di  Bologna  e 
di  Bartolommeo  di  Montpellier,  che,  posto  un  cadavere  sul  banco, 
fece  ai  discepoli  quattro  successive  lezioni  sperimentali  sull'ap- 
parato nutritivo,  sul  sistema  nervoso,  sui  tessuti  e  sulle  estremità, 
seguendo  l'ordine  di  decomposizione  delle  membra  del  corpo  in 
.causa  della  morte  (3). 


lacerba.  Impresso  ne  lalma  patria  de  Venesia  per  maistro  Philipo  de 
Piero  negli  anni  del  1476;  3.  Ivi,  1478;  4.  Ivi,  1481;  5.  Ivi,  1484;  6.  Ivi, 
1484;  7.  Incomencia  il  primo  Libro  dicto  Lacerba.  Impressum  Mediolani 
per...  Antonium  Zarotum  parmensem  opera  et  impensa  loanni  Antonii 
ghilii.  14H4  die  XVIII  Maii;  8.  Libro  dicto  Lacerba  Venetiis  per  Bemar- 
dinum  de  novaria,  1487  die  XVII  decembres;  9.  Ivi,  1492;  10.  Ivi,  1500; 
11.  Ivi,  1500:  11.  Ivi,  1501;  12.  Ivi.  1510;  13.  Lo  illustro  poeta  Cecko  Da- 
scoli  con  comenti  di  Massetti  notamente  trovato;  et  nobilmente  historiatio 
revisto  et  emendato:  et  da  molta  incorrectione  extirpato,  ecc.  Impresso  in 
Milano  per  lohanne  Angelo  Scben7,enzeler  nel  anno  del  signore  1511  a  dì  29 
di  Zenaio;  14.  Ivi,  1514. 

(1)  Leonardo,  Codice  .Atlantico,  f.  210  recto.  Il  D'Adda  pensa  erronea- 
mente alla  Historia  trojana  Guidonis  o  al  Micrologus  seu  disciplina  artis 
musicae. 

(2)  Ghauliac,  Cirogia.  Venezia,  1493,  carte  iiii,  1  verso  e  2  recto. 

(3)  Gfr.  CsLLARiER  P.  M.,  Introduction  à  Vétude  de  Guy  de  Chauliac, 
Paris,  1856,  p.  28. 


122  E.   SOLMI 

Guy  de  Ghauliac  espone  nella  sua  opera,  chiamata  il  Guidone 
(le  Guidon),  i  diversi  modi  di  sezionare  i  cadaveri  dietro  le  traccie 
«de  Enrigo  d'Ermondavilla  auctore  de  un'opera  de  Girogia,  il 
«  quale  con  tredeci  picture  s'è  sforciato  di  mostrare  l'Anatomia 
«  tutta  intera  ».  «  Adunque  qui,  scriverà  analogamente  Leonardo, 
«  con  dodici   figure   intere  ti  sarà   mostrala  la  cosmografia  del 

«  minor  mondo Questa  mia  figuratione  del  corpo  umano  ti 

«  sarà  dimostra  non  altrimenti,  che  se  tu  avessi  l'omo  naturale 
«  inanti.  E  cosi  darai  la  vera  notizia  delle  loro  figure,  la  quale  è 
«  impossibile  che  li  antichi  e  i  moderni  scrittori  ne  potessero  mai 
«  dare  vera  notizia  senza  una  immensa  e  tediosa  e  confusa  lun- 
«  ghezza  di  scrittura  e  di  tempo.  Ma  per  questo  brevissimo  modo 
«  del  figurarle  per  diversi  aspetti  se  ne  darà  piena  e  vera  no- 
«  tizia.  E  perchè  tal  benefizio  ch'io  do  alli  omini  [non  vada  per- 
«  duto]  io  insegnio  il  modo  di  ristamparlo  con  ordine  »  (1). 

Guy  de  Ghauliac,  villaggio  sulla  frontiera  d'Auvergne,  fu  me- 
dico di  Clemente  VI,  Innocenzo  VI  e  Urbano  V  in  Avignone.  Le 
ultime  edizioni  della  sua  Girogia  furono  fatte  nel  secolo  XVIII 
(1704).  Notevole  è  nella  sua  opera  la  (Jescrizioiie  medica  della 
peste  del  1348,  che  meriterebbe  attento  studio  (2). 


LI. 


Chiromanzia.  «  Delli  discorsi  umani  stoltissimo  è  da  essere 
«reputato  quello,  il  qual  s' astende  alla  credulità  della  Negro- 
«  mantia,  sorella  della  archimia,  partoritrice  delle  cose  semplici 
«  naturali.  Ma  è  tanto  più  degna  di  reprensione  che  l'archimia, 
«  quanto  ella  non  partorisce  alcune  cose  se  non  simile  a  sé,  cioè 
«  bugie,  il  che  non  interviene  nella  archimia,  la  quale  è  mini- 
«  stratrice  de'  semplici  prodotti  della  natura,  il  quale  uffìzio  fatto 


(1)  Leonardo,  Anatomia  fogli  A.  Les  mannscrits  de  Léonard  de  Vinci 
de  la  Bibliothèque  royale  de   Windsor,  Paris,  1900,  f.  8  verso. 

(2)  FoLLiN,  Guy  de  Chuuliac,  Paris,  1865,  pp.  1-38. 


LE  FONTI   DI   LEONARDO  DA  VINCI  123 

«  esser  non  può  da  essa  natura,  perchè  in  lei  non  sono  strumenti 
«  organici,  colli  quali  essa  possa  oprare  quel  che  adopra  l'omo 
«  mediante  le  mani,  che  in  tale  uffizio  ha  fatti  i  vetri,  ecc.;  ma 
«  essa  ney:romanzia  stendardo  ovver  bandiera  volante ,  mossa 
«  dal  vento,  guidatrice  della  stolta  moltitudine,  la  quale  al  con- 
€  tinuo  testimonia  collo  abbaiamento  l'infiniti  effetti  di  tale  arte, 
«e  n'hanno  empiuti  i  libri,  affermando  che  l'incanti  e  spiriti 
«  adoprino,  e  sanza  lingua  parlino,  e  sanza  strumenti  organici, 
«  sanza  i  quali  parlar  non  si  poi,  parlino,  e  portino  gravissimi 
€  pesi,  faccino  tempestare  e  piovere,  e  che  li  omini  si  convertino 
«  in  gatte,  lupi  e  altre  bestie,  benché  in  bestia  prima  entron 
<  quelli  che  tal  cosa  affermano  »  (1). 

Tali  concetti  giravan  per  la  mente  di  Leonardo  ogni  volta 
ch'egli  prendeva  in  mano  il  libro  di  «  Chiromanzia  *  (non  la  Die 
Kunst  Cyromantia  in  tedesco  del  D'Adda,  ma  la  Chyromantica 
scientia  naturalis,  Padue  per  mgrm  matheù  Geradnis  de  vuin- 
dischgrecz  mgri  Erhardi  radolt  instrumentis,  1484,  in-4%  edita 
più  volte)  (2). 


LII. 

Cicerone  M.  T.  «  Tullius  De  Divinatione,  porta  il  Mano- 
«  scritto  E,  ait  Astrologiam  fuisse  adinventam  ante  troianum 
«  bellum  57000  »  (3).  È  un  evidente  richiamo  al  De  Divina- 
tione,  II,  46,  benché  in  questo  passo  non  si  parli  della  scoperta 
dell'Astrologia,  né  se  ne  determini  affatto  il  tempo  in  57000  anni 
prima  delia  guerra  di  Troia,  il  che  porta  a  far  credere  che  la 
citazione  di  Leonardo  è  di  seconda,  se  non  di  terza  mano. 


(1)  Leonardo,  Fragments  (Tèttides  anatomiques  Ree.  D  f.  11  verso.  No- 
tevole il  riconoscimento  del  valore  delle  ricerche  alchimiche.  Cfr.  Berthblot, 
Histoire  des  sciences.  La  chimie  au  moyen  dge,  Paris,  1803,  p.  384. 

(2)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  210  recto. 

(3)  Leonardcj,  Manoscritto  Ecop.  verso.  Cfr.  su  questo  passo  C.  Ravaisson- 
MoLLiKM,  Les  écrits  de  Léonard  de  Vinci,  Paris,  1S87,  pp.  23-24;  Richter, 
The  literary   Works,  P.  I,  n.  91.5. 


124  E.   SOLMI 


LUI. 


Gleomede.  Il  «  Gleoraete  filosofo  »  (1)  citato  da  Leonardo  (e 
letto  dal  Piumati  erroneamente  Clemente)  non  può  essere  che 
Cleomedis  De  mundo  Georgia  Valla  interprete  Venetiis  per  Si- 
monem  Bevilaquam 1498,  in-fol.  (extat  cum  Nicephori,  Lo- 
gica ecc.). 

I  problemi  che  qui  si  trattano,  sulla  sfericità  della  terra,  la 
dimostrazione  contro  Epicuro  che  il  sole  è  più  grande  di  quel 
che  pare,  la  spiegazione  dell'apparente  grandezza  degli  astri 
orizzontali  accrescono  la  probabilità  della  conoscenza  di  questo 
libro  per  parte  di  Leonardo  da  Vinci,  dal  quale  tuttavia  nulla 
ha  tolto  testualmente  l'artista  (2). 


LIV. 


Corsali  Andrea.  È  noto  che  Andrea  Corsali,  rammentando 
che  nelle  Indie  vivevano  «  alcuni  gentili,  chiamati  Guzzarati, 
«  che  non  si  cibano  di  cosa  alcuna  che  tenga  sangue,  né  fra  essi 
«  loro  consentono  che  si  neccia  ad  alcuna  cosa  animata  »,  aveva 
citato  come  unico  esempio  di  questa  elevata  pietà  fra  noi  «  il 
<  nostro  Leonardo  da  Vinci  »  (3). 

Possiamo  affermare  con  sicurezza  che  il  Nostro  non  ha  avuta 
conoscenza  della  Lettera  di  Andrea  Corsali,  alVill.mo  signor 
duca  Juliano  de  Medici,  venuta  dalle  Indie  del  mese  di  octobre 


(1)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  141  verso. 

(2)  Gfr.  anche  Si  bono  litterarum  studio  delectaris  suavissime  lector, 
Volumen  istud  lectioni  tuae  saepius  occurrat  facito,  eo  enim  continentur 
Ciomedis,  de  contemplatione  orbium  excelsiorum  disputatio  ;  Aristidis  :  et 
Dionis  de -concordia  orationis;  Plutarchi,  praecepta  connubialia,  ecc.;  in 
fine:  Impraessum  Brixiae  per  Bernardinum  Misentam  sumptibus  Angeli  Bri- 
tannici civis  Brixiani,  anno  1487,  die  III  aprilis,  in-4". 

(3)  Corsali,  Lettere,  cit.  in  Richter,   The  literary  Works,  II,  p.  130. 


LE  FONTI   DI   LEONARDO   DA    VINCI  125 

nel  i516,  Firenze,  Jo.  Stephano  de  Carli  da  Pavia,  1516,  in-4'' 
e  della  Lettera  allo  Ul.yno  principe  Laurentio  de  Medici  duca 
di  Urbino  ex  /ndtó.  quinto  decimo  kal.  octobris  MDXVII  in-8»! 
Eran  lettere  di  un  amico  scritte  a  protettori  ed  amici  di  Leo- 
nardo, quali  Giuliano  e  Lorenzo  de  Medici. 


LV. 


Crescenzio  (Pietro).  Le  conoscenze  che  il  Crescenzio  aveva 
di  Varrone.  del  Palladio  e  del  Columella,  e  i  metodi  da  lui  offerti 
per  la  misurazione  del  terreno,  rendevano  sommamente  pregevole 
questo  autore  al  Vinci  (1). 

Questi  infatti  segna,  fra  le  opere  che  possiede.  «  Piero  Gre- 
scentio  »  (2)  e  poi,  di  nuovo:  «  Libro  di  Piero  Crescenzio  »  (3), 
cioè  il  Libro  della  Agricoltura  di  Pietro  Crescentio,  Florenfiae 
per'  me  Nicolaum  Laureniii  alemanum  diocesis  uratislaviensis 
anno  MCCCCLXXVIII  in  fol.». 


LVL 

Crivelli.  1  rapporti  di  Leonardo  da  Vinci  con  la  potente  ed 
estesa  famiglia  dei  Crivelli  furono  strettissimi  :  basti  rammentare 
il  ritratto,  eseguito  dall'artista,  di  Lucrezia  Crivelli,  che  oggi  si 


(1)  Cfr.  Re  Filippo,  Elogio  storico  di  Pietro  de  Crescensi,  Bologna,  1812, 
pp.  12  sgg.  Non  è  escluso  che  Leonardo  conoscesse  anche  :  Opera  agricola- 
tionum,Columellae,Varronis,  Catonis  et  Palladii,  studio  Philippi  Beroaldi, 
(in  fine)  Impressa  Regii  impensis  Dionysii  Bertochi  Regien.  Anno  1496  kal. 
octobris,  in  fol. 

(2)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  210  recto.  Il  Vinci  ha  attinto  forse  ai 
consigli  di  questo  libro  la  preferenza  data  ai  legni  di  cipresso,  pero,  sorbo 
e  noce,  e  l'accenno  sull'utilità  di  sotterrare  le  viti  durante  l'inverno,  in 
quanto  che  l'agronomo  bolognese  ha  lasciato  scritto  che  «  in  quelle  vigne 
«  nelle  quali  in  fino  a  un  piede  si  abbreviano  i  tralci,  siccome  a  Bologna 
«  e  a  Modena  e  in  molti  altri  luoghi,  in  mexzolana  terra  si  difendono  ». 

^3;  Leo.\.\rdo,  Manoscritto  Windsor  Library,  f.  141  verso. 


126  E.   SOLMI 

vuol  vedere,  senza  sufficienti  prove,  nella  Ferronière  del  Louvre, 
la  quale  ci  conserverebbe  le  sembianze  della  prediletta  fra  le 
predilette  di  Lodovico  il  Moro  (1),  Nel  marzo  del  1497  lettere  da 
Milano  di  Marco  Dandolo,  dottore  e  cavaliere,  alla  Signoria  di 
Venezia,  annunziavano  «  come  era  nato  uno  puto  al  Duca  di 
«  madona  Lugrecia  Crivella  soa  favorita  »  (2).  E  quando  la  for- 
tuna dello  Sforza  era  ormai  irreparabilmente  precipitata,  l'ora- 
tore veneto  annunziava  da  Inspruch,  che  accanto  al  Duca  «  è  do 
«  floli  del  Signor  Lodovico  a  Yspurch  et  la  moglie,  videlicet 
«  madona  Lucretia  Crivella  »  (3). 

Rapporti  di  natura  scientifica  vi  furono  tra  Leonardo  e  la 
famiglia  di  Biagino  Crivello,  che  il  Sanuto  chiama  «  Biaxin, 
«  Biasin  e  Biasim  »,  «  capo  de  cavalli  lizieri  del  Signor  Lodovico  », 
«  capitano  di  balestrieri  »  (4).  Per  tal  amicizia  furono  agevolati 
gli  esperimenti,  che  il  Vinci  fece  per  mezzo  dei  balestrieri  mila- 
nesi, di  cui  ci  serbano  tante  traccio  i  manoscritti.  «  Domanda  i 
*  balestrieri  che  differenza  è  da  tenere  la  mano  in  A  o  in  B  o 
«  G:  chi  la  freccia  tira  più  alto  o  più  basso  e  donde  viene»  (5). 


(1)  Nel  Codice  Atlantico  vi  sono  tre  epigrammi  per  il  ritratto  di  Lucrezia 
Crivelli,  inviati  a  Leonardo  da  qualche  suo  ammiratore,  e  che  portano  nel 
retro  note  matematiche  e  fisiche  dell'artista,  perchè  almeno  l'adulazione  ser- 
visse, una  volta  tanto,  alla  scienza  ! 

I.  —  Ut  bene  respondet  Naturae  Ars  docta  !  dedisset 
Vincius,  ut  tribuit  cetera,  sic  apimam. 

Noluit  ut  similis  magis  haec  fuit,  altera  sic  est: 
Possidet  illius  Maurus  amans  animam. 
II.  —  Huius  quam  cernis  nomen  Lucretia,  Divi 
Omnia  cui  larga  contribuere  manu. 
Rara  buie  forma  data  est;  pinxit  Leonardus,  amavit 
Maurus,  pictorum  primus  hic,  ille  ducum. 
III.  ~-  Naturam,  ac  superas  hac  laesit  imagine  Divas 
Pictor;  tantum  hominis  posse  raanum  haec  doluit 
lUae  longa  dari  tam  magnae  tempora  forma, 
Quae   spatio   fuerat   depintura    brevi. 
Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  164  recto. 

(2)  Sanuto,'  Diarii,  I,  p.  536. 

(3)  Sanuto,  Diarii,  6  luglio  1500. 

(4)  Sanuto,  Diarii,  li,  529.  Gfr.  10R5,  1087,  V.  447,  450,  451. 

(5)  Leonardo,  Manoscritto  I,  f.  120  recto. 


LE  FONTI   DI   LEONARDO   DA   VINCI  127 

Biagino  Crivelli  ebbe  una  esistenza  singolarmente  avventurosa. 
Fedele  a  Lodovico  il  Moro,  fu  uno  dei  principali  cittadini,  che  age- 
volarono nel  1500  il  ritorno  in  Milano  del  Duca,  tanto  da  incorrere 
nell'odio  dei  Francesi.  Il  6  maggio  del  1500  il  Cardinale  di  Rohan 
«  dimanda,  sopra  tutti,  li  Crivelli  e  Visconti  e  Laodriani  quali 
«  forno  causa  di  far  ritornare  Lodovico  in  Milan  »  (1).  Nel  1510 
è  prigioniero  dei  Veneziani,  e  vien  domandato  irosamente  da 
Gian  Giacomo  Trivulzio  in  cambio  di  un  tal  Andrea  Basegio  di 
Niccolò  : 

«  Magnifica  et  potens  domine,  etc. 

«  Io  non  usarò  tante  cerimonie  con  la  magnifìcentia  vostra, 
«  come  soleno  fare  quelli  altri,  qualli  non  lassariano  uno  pri- 
«  gione,  se  non  facisseno  a  mano  a  mano,  non  servarò  questi 
€  termini  con  lei,  perhò  li  mando  liberamente  misser  Andrea 
«  Basilio,  et  prego  la  magnifìcentia  vostra  me  fazi  mandar  misser 
«  Biaximo  Crivello,  a  la  quale  mi  raccomando.  Ex  castris  regis 
«  apud  Montagnanae  20  maggio  1510  ». 

Non  meno  avventurosa  fu  l'esistenza  della  moglie  di  Biagino 
Crivelli,  alla  quale  si  riferisce  la  nota  di  Leonardo:  «  Dimanda 
«  la  moglie  di  Biagin  Crivello  come  il  cappone  allieva,  e  cova 
«  Tova  della  gallina  essendo  lui  imbriacato  »  (2).  Questa  nota 
appartiene  ad  un  manoscritto  datato  al  1510.  Nell'aprile  del  1500 
questa  donna,  che  aveva  già  un'età  rispettabile  (3),  aveva  veduto 
saccheggiare   la    propria  casa  dai   francesi  e  dai    lombardi  :  «  i 

«  Francesi   sachizano  caxe   di    Visconti,  Crivelli  e  Landriani 

«  Tutte  le  case  di  Visconti  di  qualche  qualità,  sono  state  messe 
«a  sacho  per  francesi  e  taliani,  che  erano   in   castello:  quelli 


(1)  Sanuto,  Diarii,  6  maggio  1500,  pp.  394,  »4,  396,  426. 

(2)  Leonardo,  Xotes  et  dessins  sur  la  Generation  et  le  mécanisme  des 
Fonctions  intimes,  f.  1  recto,  li  Richter  aveva  letto  erroneamente  «  Biagio  >. 

(3)  Che  avesse  già  una  età  rispettabile  lo  induco  dal  fatto  che  Benedetto 
Crivelli,  il  quale  coprì  importanti  cariche  presso  la  Repubblica  Veneta,  nel 
1513  aveva  «  moglie  zovane,  non  sposata,  fiola  di  Biasin  Crivello,  qual  farà 
«  venir  di  qua  »  (Sanuto,  Diarii,  X,  p.  454). 


128  E.   SOLMI 

«sono  intratl  in  le  caxe  sanza  tumulto,  e  portano  via  el  bono 
<  e  meio.  E  cusi  alle  caxe  di  Crivelli  e  di  Landriani  si  fa  più 
*  disonestà  de  le  altre,  maxime  a  le  donne  maritade  in  queste 
<s  caxate  nominate  di  sopra,  a  le  quali  li  hanno  dato  il  convento 
<di  più  di  vinti  persone  »  (1).  Nell'af^osto  del  1511  la  moglie  di 
Biagin  Crivelli  doveva  essere  rattristata  da  un  altro  evento 
scandaloso:  «  Item  de  novo  per  uno  venuto  da  la  parte  di  Lom- 
«  bard'a,  è,  che  a  Milan  è  intervenuto  uno  scandalo,  che  andando 
«  a  solazio  da  sera  alcune  done  di  Crivelli  su  le  Ihoro  carete, 
«  et  arieto  li  soi  mariti  e  parenti,  saltorno  fuora  la  fameja  di 
<c  monsignor  di  Foys  e  volseno  far  alcune  disonestade,  e  quelli 
«  Crivelli  e  faraigie  fonno  a  le  man  con  essi  francesi,  e  ne  ama- 
«  zorno  da  cercha  cinque  zenthilomini  francesi;  e  per  questo 
«  monsignor  di  Foys,  il  dì  seguente,  fé'  prender  4  di  quelli 
«  gentilhomeni  milanesi,  et  che  missier  Zuam  lacomo  Triulzi  li 
«  mandò  a  dir,  che  '1  non  volesse  corer  a  furia,  e  che  lui  in- 
«  stesso  quando  i  havessero  fallito  con  le  sue  man  li  volea  far 
«  taiar  la  testa,  et  la  cossa  fu  suspesa,  e  certifica  per  questo 
«  messier  Zuam  Jacomo  è  andà  in  Pranza  »  (2). 


LVII. 

Croce  (della)  Niccolò.  Fra  coloro,  a  cui  Leonardo  si  rivolge 
per  aver  libri  da  leggere  e  meditare,  vi  è  Niccolò  della  Croce. 

Questi  fu  tanto  caro  a  Lodovico  il  Moro  da  ricevere  da  lui  in 
dono  il  14  febbraio  del  1500  (come  gentilmente  mi  comunica  il 
dotto  amico  Gio.  Battista  De  Toni)  la  possessione  della  Torre  dei 
Negri  nell'agro  pavese,  tra  Pavia  e  Belgioioso,  tolta  a  Bernardino 
da  Corte,  che  aveva  consegnato  proditoriamente  a'  nemici  il 
castello  di  Milano.  «  Cum,  ob  manifestam  proditionem  et  rebel- 
«  lionera  Bernardini  de  Corte,  scrive  il  documento  milanese,  qui 


(1)  Sanuto,  Diarii,  21  aprile  1500,  25  aprile  1500. 

(2)  Sanuto,  Diarii,  II,  p.  377. 


LE   FONTI   DI   LEONARDO   DA   VINCI  129 

«  cum  in  recessu  nostro,  superioribus  mensibus,  castellanus  arcis 
«  nostre  Mediolani  constitutus  et  eliectus  esset,  et  si  reliquisseraus 
«  custodiondam  arcem  ipsam,  inimicis  nostris  proditorie  tradidit, 
«  universa  eius  bona  fìsco  nostro  applicata  jure  fuissent,  eaque 
«  partiri  in  benemeritos  nostros  statuissemus,  occurrit  in  primis 
«  nobis  dilectus  noster  Nicholaus  de  la  Gruce,  civis  et  causi- 
<  dicus,  Mediolani,  cui  meritorum  et  fìdei  suae  gratiam  redde- 
«remus,  et  quem  sponte  nostra  secretarium  apud  senatum 
«  nostrum  secretum  deligimus  ».  A  Niccolò  della  Croce  viene 
donata  la  possessione  «  in  agro  papiensi  iacentem  inter  Papiam 
«  et  Belzoyosum,  cum  juribus  et  pertinentiis  suis  »  (1). 

Il  dono  era  veramente  fatto  da  Lodovico  il  Moro  in  articulo 
inortis:  nel  maggio  del  1500,  Niccolò  della  Croce,  che  era  fug- 
gito in  Venezia  con  Leonardo,  dovette  assistere  prigioniero  allo 
«  squartamento  di  Niccolò  da  la  Basula  et  Jacobo  Andrea  da 
«  Ferara,  perchè  nel  tempo  che  era  a  Milano  il  Sig.  Ludovico, 
«  fumo  mediatori  a  vedere  di  farli  rendere  il  castello  di  Milano, 
«  tenuto  da  Francesi,  con  quali  o  con  parte  de'  quali  avevano 
«  familiarità  grande  »  (2). 

Nel  1509  Leonardo  domanda  a  Niccolò  della  Croce  la  Quaestio 
de  aqua  et  terra  di  Dante  (3)  ;  nel  1516  «  Nicolò  della  Croce 
«  (homo  assai  maledico)  »  è  chiam»to  in  obbedienza  da  Francesco  I 
con  altri  ricchi  lombardi,  «  i  quali  erano  in  qualche  suspecto  de 
«  parzialità  de  Stato  »  (4)';  nel  1519  lo  troviamo  Sindaco  della 
Comunità  di  Milano  (5);  e  finalmente  nel  1521  è  ufficiale  delle 
lobbie. 


(1)  Comune  di  Milano.  Arch.  Storico.  Lettere  ducali,  1512,  1523,  f.  232. 

(2)  Prato,  Storia  di  Milano  in  Archivio  Storico  Italiano,  t.  Ili,  Firenze, 
1842,  p.  252. 

(3)  Leonardo,  Manoscritto  F,  f.  copertina  verso. 

(4)  Prato,  Storia  di  Milano  in  Archivio  Storico  Italiano,  t.  Ili,  p.  350. 

(5)  Comune   di   Milano.    Archivio    Storico.  Registro   delle  Provvisioni, 
1514,  1523,  fo.  221. 

GiomcU*  $torieo.  —  Sappi,  no  10-11.  9 


130  E.   SOLMI 


LVIII. 


Dante.  Tutti  sanno  il  culto  che  Michelangelo  ebbe  per  Dante, 
e  le  ispirazioni  che  l'artista  seppe  trarre  dalla  Commedia  nei 
dipinti  e  nelle  sculture  immortali,  ma  i  più  ignorano  che  anche 
Leonardo  da  Vinci  fu  studioso  appassionato  delle  opere  dell'Ali- 
ghieri, e  ad  esse  attinse  più  di  una -volta  motivi  d'arte  e  concetti 
filosofici.  Leonardo  non  ebbe  alcuna  simpatia  per  le  opere  del 
Petrarca,  e,  benché  nei  suoi  Manoscritti  ne  trascrivesse  alcuni 
versi,  pur  tuttavia  egli  preferi  la  Divina  Commedia  e  gli  altri 
scritti  del  fiorentino,  così  compenetrati  di  profondo  pensiero.  Il 
Petrarca  era  stato  il  principe  degli  umanisti,  e  come  tale  non 
doveva  andar  troppo  a  garbo  a  Leonardo;  gli  imitatori  suoi,  che 
pullularono  sulla  fine  del  400  e  in  principio  del  500,  eran  riu- 
sciti a  render  noioso  e  stucchevole  il  dolce  cantore  di  Laura;  è 
naturale  che  il  Vinci  segnasse  ne'  suoi  manoscritti  con  compia- 
cenza i  versi  satirici  di  un  antipetrarchista  : 

Se  il  Petrarca  amò  sì  forte  il  lauro, 

Fu  che  egli  è  ben  fra  la  salsiccia  e  tordo  ; 

Io  non  vo  di  lor  ciancia  far  thesauro  (1). 

Leonardo  invece  ammirava  l'Alighieri  non  solo  come  padre 
di  quel  volgare,  che  egli  contrapponeva  al  latino,  ma  anche  per 
l'universalità  del  suo  pensiero,  che  aveva  rappresentato  ciò  che 
nel  cielo  e  sotto  il  ciel  si  gira. 

Quando  Leonardo  nel  Trattato  della  pittura  vuol  accennare 
alla  grandezza  massima,  cui  può  aggiungere  la  poesia,  gli  ricorre 
alla  mente  il  poema  di  Dante:  «  Io  ti  descriverò  (dice  il  poeta), 
«  l'inferno  o  il  paradiso,  e  altre  delizie  e  spaventi  »  (2).  Ma  «  il 
«  pittore,  suggerisce  subito  Leonardo,  ti  supera  perchè  ti  metterà 
«  innanzi  cose  che,  tacendo,  diranno  tali  delizie,  o  ti  spaventeranno 


(1)  Leonardo,  Il  codice  Trivulziano,  f.  1  verso. 

(2)  Leonardo,   Trattato  della  pittura,  p.  22. 


LE   FONTI    DI   LEONARDO   DA   VINCI  131 

*  e  ti  movono  l'animo  a  fuggire  »  (1).  «  Se  quello  spaventa  i  popoli 
-€  con  le  infernali  invenzioni,  questo  colle  medesime  cose  in  atto 
«  fa  il  simile  »  (2). 

Certamente  il  Vinci  non  ha  ben  compreso  l'importanza  della 
poesia  nella  sfera  delle  arti.  Tutto  intento  ad  elevare  la  pittura 
al  primato,  che  incontestabilmente  le  spettava  nel  secolo  XVI  in 
Italia,  e  a  reclamarne  la  inserzione  nel  novero  delle  arti  liberali, 
donde  era  stata  senza  giusto  motivo  esclusa,  a  differenza  della 
musica,  Leonardo  sostiene  che  la  pittura  supera  la  poesia  per  la 
forza  rappresentativa  e  per  la  sua  evidenza.  <  E  ancorché  le 
«  cose  de'  poeti  siano  con  lungo  intervallo  di  tempo  lette,  spesse 
«  sono  le  volte,  ch'elle  non  sono  intese,  e  bisogna  farli  sopra 
«  diversi  commenti,  de"  quali  rarissime  volte  tali  commentatori 
«  intendono  qual  fusse  la  mente  del  poeta  »  (3). 

Sotto  molti  rispetti  Michelangelo  e  gli  altri  dantisti  del  tempo, 
amici  di  Leonardo,  Botticelli  e  Bramante,  eran  più  atti  a  pene- 
trare nell'intimo  della  poesia  dell'Alighieri.  Ma  sarebbe  errore 
affermare  che  la  conoscenza  per  parte  di  Leonardo  degli  scritti 
danteschi  fosse  meno  profonda  di  quella  di  Michelangelo,  del  Bot- 
ticelli e  di  Bramante;  certamente  fu  più  estesa  (4).  Il  Vinci  non 
si  contentò  di  leggere  e  di  meditare  la  Divina  Commedia,  ma 
compulsò  il  Convivio,  e  probabilmente  anche  la  tanto  discussa 
Quaestio  de  aqua  et  terra,  che  egli  ritenne  opera  di  Dante. 

I  contemporanei  sapevano  che  Leonardo  aveva  letto  e  me- 
ditato gli  scritti  danteschi.  L'Anonimo  Biografo,  che  è  ben  in- 
formato delle  vicende  fiorentine  del  Vinci,  e  che  forse  si  trovò 
presente  all'episodio  che  racconta,  narra  che  passando  una  volta 
Leonardo  «  da  Santa  Trinità,  dalla  pancaccia  delli  Spini,  dove 
<  era  una  ragunata   d'homini  da  bene,  et  dove  si  disputava  un 


(1)  Leonardo,   Trattato  della  pittura,  p.  22. 

(2)  Leonardo,   Trattato  della  pittura,  p.  14. 

(3)  Leonardo,  Trattato  della  pittura,  p.  17. 

(4)  Muntz,  Léonard  de  Vinci,  p.  285.  <  Bramante  se  distìngoait  par  une 
€  admiration  sans  bornes  pour  l'aoteur  de  la  Divine  Comédie  >. 


132  E.   SOLMI 

«  passo  di  Dante,  chiamaron  Leonardo  dicendogli,  che  dichiarasse 
<  loro  quel  passo  ».  È  caratteristico  il  Vinci  commentatore  del- 
l'Alighieri !  Certo,  questo  uffizio  poteva  essere  tenuto,  a  quei 
giorni,  con  maggior  diritto  da  Michelangelo  !  «  Et  a  caso  a  punto, 
«  continua  l'Anonimo,  passò  di  qui  Michele  Agnolo.  Et,  chiamato 
«  da  uno  di  loro,  rispose  Leonardo  :  —  Michele  Agnolo  ve  lo 
«  dichiarerà  egli.  —  Di  che  parendo  a  Michele  Agnolo  l'avessi 
«  detto  per  sbeffarlo,  con  ira  gli  rispose:  —  Dichiaralo  pur  tu, 
«  che  facesti  un  disegno  di  un  cavallo  per  gittarlo  di  bronzo,  et 
«  non  lo  potesti  gittare,  et  per  vergogna  lo  lasciasti  stare.  —  Et 
«  detto  questo,  voltò  loro  le  reni,  et  andò  via  ;  dove  rimase  Leo- 
«  nardo,  che  per  le  dette  parole  diventò  rosso  »  (1). 

Niente  di  più  singolare  di  questo  episodio  per  mostrarci  con 
evidenza  la  posizione  del  Vinci  di  fronte  all'Alighieri,  di  estima- 
tore del  poeta,  ma  in  grado  minore  di  Michelangelo,  e  lo  sdegno 
di  quest'ultimo  per  il  riconoscimento  della  sua  superiorità  nel 
culto  dantesco  è  eccessivo  e  ingiustificato.  Questa  «  ragunata  di 
«  homini  da  bene  »,  che  disputa  su  un  passo  di  Dante,  e  chiama 
il  Vinci  a  dilucidarlo,  ci  dà  un  indizio  dello  studio  che  il  pittore 
aveva  fatto  del  suo  grande  e  vecchio  concittadino. 

E  i  manoscritti  confermano  questo  studio,  e  lo  palesano  assiduo. 
Quando  lo  studio  di  uno  scrittore  è  assiduo  corrono  sotto  la  penna, 
anche  inconsciamente,  delle  imagini  e  delle  movenze  tratte  da 
quello. 

Per  dare  un'idea,  ad  esempio,  del  perpetuo  movimento  del- 
l'acqua nel  mondo  si  risvegliano  nella  fantasia  di  Leonardo  i 
versi  della  bufera  infernale: 

Leonardo.  Dante  (I,  V,43...). 

Di  qua,  di  là, di  su,  di  giù  scorrendo.  Di  qua,  di  là,  di  su,  di  giù  li  mena, 

nulla  quiete  la  riposa  mai,  non  che      Nulla  speranza  li  conforta  mai, 
nel  corso,  ma  nella  sua  natura.  Non  che  di  posa,  ma  di  minor  pena  (2). 


(1)  Milanesi,  Documenti  inediti  riguardanti  Leonardo  da  Vinci,  Fi- 
renze, 1872,  p.  11.  De  Fabriczy,  Il  Codice  dell'Anonimo  Gaddiano,  Firenze, 
1893,  p.  77. 

(2)  Leonardo,  Cod.  Atlantico,  f.  171  recto.  Dante,  Inferno,  V,  v.  43  sgg. 


LE   FONTI   DI   LEONARDO   DA   VINCI  133 

E  parlando  dell'assurdità  della  teoria  dell'emissione  dei  raggi 
luminosi  dall'occhio  per  andar  all'oggetto,  Leonardo  scrive  della 
virtù  visiva: 

Leonardo.  Danti  (II,  V,  14). 

e  non  si  muta  per  soffiar  de'  venti.  non  crolla 

giamnnai    la    cima    per    soffiar    de* 
[venti  (1>! 

E  su  una  carta  in  cui  altra  mano  aveva  già  scritto  de'  versi 
mistici  popolari: 

Lbonardo.  Dante  (II,  XXIV,  46). 

Omu^   chonvien   chosi   chetku    ti         «  Ornai   coavien   che    tu   così  ti 
[spoltri  [spoltre  », 

Disse  il  maestro   che  seggiendo   in      Disse  il  maestro,  €  che  seggendo   in 
[piuma  [piuma, 

In  fama  non  si  vjen,  né  sotto  choltri.      In  fama  non  si  vien,  né  sotto  coltre  ; 

Sanza  la  qual  chi  sua  vita  chonsuma      Senza  la  qual  chi  sua  vita  consuma. 

Tal  vestigia  in  terra  di  sé  lascia  Cotal  vestigio  in  terra  di  sé  lascia, 

Qual   fumo   in   aria  o  nell'acqua  la      Qual  fummo  in  aere  ed  in  acqua  la 
[schiuma.  [schiuma  (2). 

Alla  conoscenza  per  parte  di  Leonardo  della  Divina  Com- 
media, bisogna  aggiungere  quella  del  Convivio.  Sono  parecchi 
i  passi  dei  Manoscritti,  che  sono  stati  cavati  dall'opera  di  Dante 
e  da  essa  ispirati.  Il  Convivio  era  uscito  in  Firenze  nel  1490  e 
Leonardo  aveva  potuto  leggerlo  in  istampa.  Nel  Codice  Atlantico 
è  scritta  una  frase,  che  a  tutta  prima  sembrerebbe  cavata  dalle 
parole  iniziali  della  Metafisica  di  Aristotile,  ma  invece  è  tratta 
dal  Convivio  : 


(1)  Leonabdo.  Manoscritto  Ash.  I,  f.  32  verso.  Dante,  Purgatorio,  V, 
v.  14  sgg. 

(2)  Leonardo,  Croquis  et  dessins  sur  le  chéval,f.  60  recto.  Dante,  Pur- 
gatorio, XXIV,  v.  46  sgg.  Non  è  difficile  che  Leonardo  possedesse  la  bella 
edizione  milanese  della  Divina  Commedia:  «  Al  nome  di  Dio  comincia  la 
€  Comedia  di  Dante  Aldighieri  Excelso  poeta  Fiorentino  DIVA  BO.  MA. 
«  cum  dulci  nato  Io.  Gz.  ducibus  feliciss.  liguriae  valida  pace  regnantihus 


134 


E.    SOLMI 


Leonardo. 
Naturalmente   li   omini  buoni  de- 
siderano di  sapere. 


Dante. 
Siccome,  dice  il  Filosofo  nel  prin- 
cipio della  prima  filosofia:  tutti   gli 
uomini   naturalmente  desiderano   di 
sapere  (1). 


E  poco  oltre  nello  stesso  Codice  Atlantico: 


Leonardo. 
Aristotele    nel    terzo    dell'  Etica  : 
l'uomo  è  degno  di  loda  o  di  vituperio 
solo  in  quelle  cose  che  sono  in  sua 
podestà  di  fare  o  di  non  fare. 


Dante. 
E  però  è  da  sapere  secondo  la  sen- 
tenza del  Filosofo  nel  terzo  àe\Y Etica  : 
che  l'uomo  è  degno  di  loda  o  di  vi- 
tuperio solo  in  quelle  cose  che  sono 
in  sua  podestà  di  fare  o  di  non 
fare  (2). 


E  quando  Leonardo  nel  manoscritto  F  scrive:  «  il  Dante  di 
«  Nichelò  della  Croce  »  (3)  non  reputo  che  egli  si  riferisca  alla 
Divina  Commedia.  L'incontro  del  Vinci  con  Niccolò  della  Croce 
è  da  porsi  intorno  al  1509,  quando  già  era  uscita  per  le  stampe, 
per  opera  di  Benedetto  Moncetti  da  Castiglione  Aretino,  quella 
Quaestio  de  aqua  et  terra,  che  tanto  dovette  interessare  il 
Vinci,  il  quale  spesso  si  era  mosso  lo  stesso  quesito,  e  lo  aveva 
dibattuto  nei  suoi  appunti.  Vi  sono  moltissimi  contatti  fra  l'opera 
dantesca  e  i  manoscritti  leonardiani,  specialmente  là  dove  i  due 
autori  parlan  di  coloro,  che  affermano  l'acqua  trovarsi  alla  som- 
mità dei  monti,  perchè  il  mare  è  più  alto  che  la  terra.  «  D'alcuni, 
«  che  dicano  l'acqua  essere  più  alta  che  la  terra  scoperta  »,  scrive 


4.  operi  egregio  manum  supremam  LVD.  et  ALBER.  pedemontani  amico 
<  Jove  imposuerunt  »,  Mediolani  urbe  illustri.  Anno  gratie  MCCGGLXXVIII, 
VI.  ID.  F.  MP.  N.  M.  GOM.  GV.  T.  FA.  GV.,  gr.  in  fol.  a  2  col. 

(1)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  119  recto.  Convivio  di  Dante  Alighieri, 
Fior.,  impresso  in  Firenze  per  ser  Francesco  Bonaccorsi,  1490,  a  dì  XX  di 
septembre,  in-4'*,  p.  185. 

(2)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  124  recto.  Dante,  Convivio,  p.  186. 

(3)  Leonardo,  Manoscritto  F  cop.  verso. 


LE  FONTI  DI  LEONARDO  DA  VINCI  135 

Leonardo  in  modo  analogo  alfAlighieri,  «  cierto  non  poca  arai- 
«  ratione  mi  dà  la  comune  openione  fatta  contro  al  vero  dallo 
«  universale  concorso  de'  giudizi  delli  omeini ,  e  questo  è  che 
«  tutti  s'accordano  che  la  superficie  del  mare  sia  più  alta  che 
«  l'altissime  cime  delle  montagne,  allegando  molte  vane  e  puerili 
<  ragioni.  Contro  ai  quali  ie  n'all(^herò  solo  una  semplice  e  brieve 
«  ragione.  Noi  vedemo  chiaro,  che  se  si  tolge  via  l'argine  al  mare, 
«  che  lui  vestirà  la  terra,  e  faralla  di  perfetta  rotondità.  Or 
«  considera  quanta  terra  si  leverebbe  a  fare  che  l'onde  marine 
«  coprìssino  il  mondo.  Adunque  ciò  che  si  levassi  sarebbe  più 
«  alto  che  la  riva  del  mare  »  (1). 


LIX. 


Dati.  Fra  i  libri  di  Leonardo  è  indicato  brevemente  «  Spera  »  (2) 
e  si  resta  sulle  prime  incerti,  se  si  deve  attribuire  la  designazione 
allo  Sphaera  mundi  di  Giovanni  Sacrabosco  o  alla  Spera  di 
Goro  0  di  Leonardo  Dati.  Ma  nella  Laude  del  soie  il  Vinci  bia- 
sima l'antico  politeismo,  che  adorò  delle  forme  antropomorfiche 
in  luogo  del  sole,  lume  di  tutto  il  mondo  e  vita  di  tutte  le  vite, 
e  scrive:  «  La  Spera  e  Marnilo  laudan  con  altri  il  sole»  (3). 
La  Sphaera  mundi  del  Sacrabosco  non  contiene  alcuna  «  laude 
«  del  sole  »,  invece  la  Spera  del  Dati,  diffusissima  nel  secolo  XV, 
dalla  strofa  16'  alla  22*  innalza  un  inno  alla  sorgente  della  luce 
e  delle  anime: 


(1)  Cfr.  Dante,  Questio  florulenta  et  perutilis  de  duobus  elementis  aquae 
et  terrae  tractans,  nuper  reperto,  que  olim  Mantuae  auspicata,  Veronae  vero 
disputata  et  decisa,  ac  manu  propria  scripta  a  Dante  fiorentino  poeta 
clariss.,  Venetia,  per  Manfredum  de  Monferrato,  1508,  in-4».  Leonardo, 
Manoscritto  A,  f.  58  verso. 

(2)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  210  -ecto. 

(3)  Leonardo,  Manoscritto  F,  f.  4  verso.  Cfr.  Palermo,  I  manoscritti 
palatini  illustrati,  Firenze,  1853, 1,  593-596.  È  notevole  che  Leonardo  non 
nomini  espressamente  nella  sua  Laude  del  sole  anche  il  Liber  de  sole  (et 
de  lumine)  di  Marsilio  Ficino  (1490,  1493,  1502,  1503),  ma  si  contenta  di 
dire:  «  La  Spera  e  Marulio  laudan  con  altri  il  sole  ». 


136  E.   SOLMI 

Chiaro  splendore  e  fiamma  rilucente 
Sopra  tutt'altre,  creatura  bella,  ecc. 

Resta  dunque  inconfutabilmente  dimostrato,  contro  il  D'Adda, 
che  Leonardo  conosce  La  Spera  di  Ooro  Dati,  (in  fine)  Finita 
la  spera  dì  Villi  di  Novembre  MCCCCLXXXll  in  Firenza 
in-4°,  0  altra  edizione  del  tempo  (1). 


LX. 


DioDORo  Siculo.  Diodori  Siculi  de  antiquorum  gestis  fabu- 
losis  Libri  VI  a  Poggio  Fiorentino  in  latinum  traducti,  (in 
fine)  Bononiae  per  Ugonem  Rugerium  et  Dominum,  Berlochum 
i471,  in  fol.  {Veneliis,  1476,  in  (o\., per  And.  Jac.  Catarensem; 
Ivi,  1493,  in  fol.,  per  Philippum  Pincium  Mantuanum,  ecc.). 

Se  non  è  di  seconda  mano,  si  deve  considerare  un  richiamo 
al  Libro  I,  Sezione  II,  cap.  2  di  quest'opera  la  citazione  che 
Leonardo  da  Vinci  fa  di  Diodoro   Siculo  nel  Codice  Atlantico: 

«  I  nostri  antichi  architettori  o  tal  ( ),  cominciando  in  prima 

«dagl'Ili,  i  quali,  secondo  che  discorre  Diodoro  Siculo,  furon 
«  i  primi  edificatori  e  componitori  di  città  grandissime  e  di  ca- 
«  stella,  e  d'edifizi  pubblici *e  privati,  di  forma,  grandezza  e  qua- 
«  lità,  per  li  quali  i  loro  antecedenti  riguardavano  (?)  con  istu- 
«  pefazione  e  maraviglia  le  elevate  e  grandissime  macchine, 
«  parendo  loro...  »  (2). 


(i)  Edizioni  della  Sfera  del  Dati  furono:  1.  La  spera,  (in  fine)  finis 
explicit  feliciter  Deo  gratias.  Amen  1478  Cuscenciae,  Octavianus  Salomoni 
de  Manfredonia  impressit  hunc  librum;  2.  La  spera,  s.  1.  n.  a.;  3.  La 
spera,  s.  1.  n.  a.  ;  4.  Id.  Finita  la  spera  a  dì  Vili  di  Novembre  1482  in 
Firenze;  5.  La  spera  vulgare,  s.  1.  n.  a.;  6.  La  spera  volgare,  (in  fine) 
Finita  la  spera  apetitione  di  Ser  Piero  Pacini  da  Pescia,  1513;  7.  El 
libro  della  spera,  s.  1,  n.  a.  Gfr.  Ximenes,  Del  vecchio  e  nuovo  gnomone. 
p.  XCIX. 

(2)  Codice  Atlantico,  f.  325  recto.  La  traduzione  delle  Istorie  favolose 
nuovamente  fatta  in  volgare  fu  edita  da  Filippo  Giunta  in  Firenze  solo 
nel  1526. 


LE  FONTI   DI   LEONARDO  DA   VINCI  137 

LXI. 

Diogene  (Laerzio).  Gran  parte  della  sua  erudizione  storica, 
cosi  poco  critica,  Leonardo  da  Vinci  l'attinse  da  un  libro  ch'egli 
chiama  :  «  Vite  di  filosafi  »  (i\  cioè;  «  Incomincia  el  libro  de  la 
<  vita  de  philosophi  et  delle  loro  elegantissime  sententie  extracie 
«  da  D.  Lahertio  et  d'altri  antiquissimi  auctori.  Impressum 

«  hoc  opusculum.  mira  arte  et  diligentia Venetiis  per  Ber- 

«  nardinum  CeletHum  de  Lucre  B.  Anno  S.  D.M.  MCCCCLXXX 
«  die  IX  Decembris  inclyto  Duce  Joanne  Mocenigo  ».  in -4°. 

È  una  serie  di  vite  di  vari,  coi  quali  Diccene  Laerzio  ha  po- 
chissimo a  che  fare,  e  ne  fu  principale  autore  Walter  Burlay. 
Quivi  Leonardo  aveva  appreso  che  Anassagora  (che  poi  confon- 
derà con  Socrate)  «  diceva  il  Sole  esser  un  ferro  infogato  e  più 
«  grande  del  Peloponneso  »,  e  che  «  Archelao  pensava  la  voce 
«  esser  percussione  d'aria,  et  che  il  Sole  è  più  grande  di  tutte 
«  le  stelle  »  (2). 


LXII. 


DioscoRiDE.  Leonardo  in  nessuna  parte  dei  suoi  manoscritti 
accenna  a  Dioscoride,  Dioscoridis  Anazarbaei  Pedaci,  Opera 
latine,  curante  Petro  paduensi,  (in  fine)  Colle  per  Johannem 
Allemannum  anno  1478,  mense  Julii,  in  fol.,  prima  edizione 
in  centodue  fogli,  con  la  tavola  in  fine  ed  il  registro.  Ma  che  il 
Vinci  abbia  compulsato  tal  libro  lo  prova  il  confronto  fra  un 
passo  latino  scritto  dall'artista  nel  Codice  Atlantico  e  il  passo 
corrispondente  della  irepl  \i\x\c,  ìarpiKfìq: 


(1)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  210  recto. 

(2)  Diogene  Laerzio,  Le  vite  di  filosofi,  ed.  cit.  nel  testo,  p.  9  recto  e 
verso.  Gfr.  Leonardo,  Frammenti  letterari  e  filosofici,  Firenze,  IX*  ed.,  1904, 
p.  131:  «  ben  mi  meraviglio,  che  Socrate  biasimasse  questo  tal  corpo,  e  che 
«  dicessi  quello   essere  a  similitudine   di    pietra  infocata  »,  ecc.  Altre  edi- 


138  E.    SOLMI 

Leonardo.  Dioscoride. 

Salvia,  cap.  GGGGXXXIII.  Salvia,  III.  35. 

Nascitur   in   locis   asperis.    Huius  Nascitur  in  asperis  locis.  Bibitur 

decoctum,  cum  foliis  ramulis,  urinam  ad   ciendam  urinam  foliorum   ramo- 

provocat,  potum,  menstrua  et  infantes  rumque  decoctum,  menses  et  foetus 

evellit,  crines  denigrai  (1).  idem  trahit,  capillum 'denigrai  (2). 

LXIII.       . 

DoLCEBUONi  GiovAN  JACOPO.  Sotto  il  nome  «  libro  di  Giangia- 
«  comò  »  (3)  Leonardo  accenna  probabilmente  a  Giovan  Jacopo 
Dolcebuoni,  architetto  del  Duomo  di  Milano.  Sui  rapporti  di 
questo  artista  col  Vinci  mi  riserbo  di  trattare  lungamente  nel 
libro:  Gli  amici  e  i  discepoli  di  Leonardo  da  Vinci. 


LXIV. 
Donato.    Nel    Codice    Atlantico    e    nel    Codice    Trivulziano 


zioni  delle  Vite  di  filosofi  son  quelle  di  Firenze  del  1488,  Venezia  1488, 
Bologna  1495  e  Milano  1498.  Diogene  Laertii  Vitae  et  Sententiae  Philo- 
sophorum,  (in  fine)  Venetiis,  per  Nicolaum  lensin,  1475,  die  XIIII  augusti. 
E  la  seconda  edizione  in  fol.  del  Laerzio  tradotta  da  Ambrogio  Gamaldolese. 

(1)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  72  verso. 

(2)  Le  piccole  differenze  derivano  dalla  diversità  delle  edizioni,  poiché  io 
attingo  al  De  medica  materia  lib.  Y,  de  letalibus  venenis,  eorum,que 
praecautione  et  curatione,  et  de  cane  rabido  lib.  unus  {graece  et  latine) 
interprete  Marcello   Virgilio.  Ejusdem  Marcelli   Virgilii  in  hosce  Diosco- 

ridis  libros  com,mentarii Coloniae,  opera   et  impensa    Ioannis  Soleris, 

anno  MDXXIX  mense  augusti,  in  fol.,  p.  355.  Di  tutte  le  opere  dell'anti- 
chità e  del  Medio  Evo,  in  cui  si  parla  della  Salvia,  da  me  compulsate,  l'u- 
nica che  si  accosti,  accanto  a  Dioscoride,  ma  assai  più  discosta  di  Dioscoride 
slesso,  ai  passo  di  Leonardo,  è  lo  Speculum,  naturale  del  Bellovacense, 
libro  X,  p.  768.  «  In  locis  asperis  nascitur,  decoctum  eius  potata  urinam  et 

€  menstrua  movet, Nascitur  in  locis  asperrimi  virtus  est  ei   diuretica, 

«  menstruis  imperai,  abortum  facit.  Succus  foliorum  ejus  capillos  denigrai  ». 
Vincentii  Burgundi  ex  ordine  praedicatorwm,  venerahilis  episcopi  bellova- 
censis,  Speculum  quadruplex  naturale,  doctrinale,  m,orale,  historiale.  Duaci 
anno  1624,  p.  768. 

(3)  Leonardo,  Windsor  Library,  f.  141  verso. 


LE   FONTI    1)1   LEONARDO   DA    VINCI 


139 


«  Donato  »  (1),  cioè  una  delle  tante  edizioni  del  Donatus  latine 
et  italice...  impressum  Venetiis  impensis  Joanni  Baptistae  de 
Sessa.  Anno  MCCCCXCJX  die  vero  XX  julii,  <n-éf . 


Leonardo. 

Quot  suDt  partes  orationis?  8:  no- 
men,  verbum,  participium  et  prono- 
men,  praepositio,  adverbium,  inter- 
iectio  et  conjunctio. 

Nomen-Quot  acciduDt?  5:  specìes, 
genus,  numerus,  figura  et  casus. 

Accidentia  verborum  sunt  5:  activo, 
passivo,  neutro,  comune  e  deponente. 

Tempora  verborum  sunt  5:  prae- 
sens,  imperfetto,  perfetto,  piuche- 
perfetto  (2). 


Donato. 

Partes  orationis  quot  sunt  ?  Octo. 
Quae?  Nomen,  pronomen,  verbum, 
adverbium,  participium,  coniunctio, 
praepositio,  interiectio. 

Nomini  quot  accidunt?  Sex.  Quae? 
Qualitas,  comparatio,  genus,  numerus, 
figura  et  casus. 

Genera  verborum  quot  sunt'^  Quin- 
que.  Quae?  Activa,  passiva,  neutra, 
deponentia,  communia. 

Quot  sunt  tempora  in  declinatione 
verborum?  Quinque.  Quae?  Praesens, 
ut  lego,  praeteritum  imperfectum,  ut 
legebam,  praeteritum  perfectum,  ut 
legi,  praeteritum  plusquamperfectum, 
ut  legeram,  futurum,  ut  legam  (3). 


LXV. 


Egidio  Romano.  Nel  Codice  Atlantico  accanto  alla   apografa 

nota:  «à  Mons.  Le  Vintie  des  chevaux  de  Téscuyer  du  Roy 

«  laissez  payement  continuer  à  Ms.  Lyonard  Paintre  du  Roy 
«  Araboise  *,  vi  è  quella  autografa  :  «  Egidius  Romanus  de  for- 
«  matione  corporis  humani  in  utero  matìns  »,  che  è  un  evi- 
dente richiamo  allo  scritto  Magistri  Aegidii  Romani,  Tractatus 


(1)  Leonardo,  Cod.  Atlantico,  f.  210  recto,  e  Cod.  Trivulziano,  f.  2  recto. 

(2)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  358  recto. 

(3)  Donati,  De  partibus  orationis  ars  minor,  in  Gramatici  Latini  (ed. 
Enrico  Keil),  Id.,  IV,  pp.  355,  356,  359,  360.  Cfr.  Ars  grammatica,  pp.  372, 
373,  381,  384. 


140  E.   SOLMI 

aureus  De  formatione  corporis  in  utero  matris,  libri  IV,  Parisi, 
Ponset  Le  Preux,  1515,  in-fol.,  a  cura  di  Benedetto  Moncetti  da 
Castiglione  Aretino,  donde  però  nulla,  secondo  il  confronto  da 
me  istituito,  trasse  l'artista  per  i  suoi  bei  studi  embriologici  (1). 

LXVI. 

Elefanta  (pianta  d').  Leonardo  è  un  ricercatore  di  carte 
geografiche.  Egli  rammenta  i  «  paesi  di  Milano  in  istampa  »,  il 
€  pian  di  Pisa  che  ha  Giorgio  cartolaro  »,  e  allargando  la  sua 
curiosità  ai  più  lontani  luoghi  del  mondo:  «pianta  d'Elefanta 
«  d'India  »,  segna  nelle  sue  note  (2),  «  che  l'ha  Antonello  Mer- 
eiaio ». 

Che  un  mercante  possedesse  una  «  pianta  d'Elefanta  d'India  » 
era  cosa  naturale  in  que'  tempi  di  così  vivo  commercio  italico  ; 
che  il  Vinci  poi  la  ricercasse,  egli  cosi  dotto  di  cose  orientali, 
non  ha  in  sé  nulla  di  strano.  Elefanta  o  Garapuri  è  una  piccola 
città  della  costa  occidentale  della  rada  di  Bombay  a  6  kil.  a 
E.  N.-E.  da  Bombay.  I  Portoghesi  han  dato  a  quest'isola  il  nome 
di  Elefanta  da  un  gigantesco  elefante  di  pietra  oggi  scomparso. 
Gli  indigeni  la  chiamano  «  Garapuri  »,  la  «  città  delle  grotte  ». 
L'isola  racchiude  in  fatti  uno  dei  più  celebri  gruppi  di  ipogei 
dell'India.  Questi  templi,  tagliati  nell'interno  de'  monti,  rimon- 
tano al  IX  secolo  e  son  di  origine  bramanica,  cioè  lascian  ricordo 
dell'ultimo  periodo  de'  grandi  lavori  di  questo  genere  nella  pe- 
nisola indiana.  «  Un  large  escalier  de  trois  à  quatre  cents  mar- 
«  ches,  taillé  dans  le  roc,  conduit  de  la  plage  aux  temples. 
«  Débouchant  sur  une  terrasse  de  peu  d'étendue,  on  arrive 
«  devant  la  fagade  principale,  une  large  et  basse  ouverture, 
«  encadrèe  par  de  lourdes  colonnes,  qui  paraissent  supporter  la 
«  montagne,  dont   le   flanc  taillé  à  pie  forme  une  sorte  d'enta- 


(1)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  171  verso.  Altre  edizioni  furon  quelle 
di  Padova  del  1484,  di  Venezia  del  1494  e  1514,  di  Lione  del  1505. 

(2)  Leonardo,  Manoscritto  F,  cop.  verso. 


LE  FONTI   DI  LEONARDO   DA   VINCI  141 

«  blement  massif,  à  demi  cache  sous  un  rideau  de  lianes  et  de 
€  racines.  Dès  les  premiers  pas  que  l'on  fait  dans  l'intórieur  du 
«  tempie  on  est  frappé  par  l'aspect  grandiose  de  ces  longues 
«  rangées  de  colonnes,  se  pendant  dans  l'obscurité,  à  travers  la- 
«  quelle  on  devine,  plutót  qu'on  ne  voit,  des  figures  colossales 
«  ètranges,  courant  sur  les  murs  »  (1).  A  questi  templi  si  rife- 
riscono note  e  disegni  di  Leonardo:  «  Per  dodici  gradi  di  scala  al 

<  magnio  tempio  si  saliva,  il  quale  ottocento  braccia  circundava, 
«  e  con  ottangular  figura  era  fabbricato,  e  sopra  li  otto  anguli  otto 
«  gran  base  si  posava,  alte  un  braccio  e  mezzo  e  grosse  tre,  e 
«  lunghe  6  nel  suo  sodo,  coH'angolo  in  mezzo,  sopra  della  quale 
«si  fondava  8  gran  pilastri,  sopra  del  sodo  della  basa  si  leva- 
«  vano  per  ispazio  di  24  braccia,  e  nel  suo  termine  era  stabilito 
«8  capitelli  di  3  braccia  l'uno  e  larghi  6;  sopra  di  questi  se- 
«  guiva  architrave,  fregio  e  cornice,  con  altezza  di  4  braccia  e 
«  mezzo,  il  quale  per  retta  linea  da  Tun  pilastro  all'altro  s'astendea, 
«  e  così,  con  circuito  d'ottocento  braccia,  il  tempio  circundava,  in 

<  frall'un  pilastro  e  l'altro  per  sostentaculo  di  tal  membro  era  sta- 
«  bilito  dieci  gran  colonne  dell'altezza  de'  pilastri,  e  con  grossezza 
«  di   3   braccia   sopra   la  base,  le  quali  eran   alte  un  braccio  e 

<  mezzo.  Salivasi  a  questo  tempio  per  12  gradi  di  scala,  il  quale 
«  tempio  era  sopra  il  dodicesimo  grado,  fondato  in  figura  ottango- 
«  lare,  e  sopra  ciascun  angulo  nasceva  un  gran  pilastro,  e  in  fralli 
«  pilastri  era  inframmesso  dieci  colonne  colla  medesima  altezza 
«  de'  pilastri,  i  quali  si  levavan  sopra  del  pavimento  28  braccia 
«e  VsJ  sopra  di  questa  medesima  altezza  si  posava  architrave, 
«  fregio  e  cornice,  che  con  lunghezza  d'ottocento  braccia  cingea 
«  il  tempio  a  una  medesima  altezza  circuiva,  dentro  a  tal  cir- 
«  cuito  sopra  il  medesimo  piano  inverso  il  centro  del  tempio. 
«  per  ispazio  di  24  braccia,  nascea  le  corrispondenze  de  li  8  pi- 
«  lastri  delli  angoli  e  delle  (ottanta)  colonne,  poste  nelle  prime 
«  facce,  e  si  levavano  alla  medesima  altezza  sopradetta,  e  sopra 


(1)  RoDSSELET,  L'Inde  des  Rajah,  Paris  1882,  p.  52. 


142  E.   SOLMI 

«  tali  pilastri  li  architravi  perpetui  ritornavano  sopra  li  primi 
<  detti  pilastri  e  colonne  *  (1). 

Quanto  ai  disegni  di  Leonardo,  rammenterò  lo  schema  di  Mau- 
soleo, edito  dal  Richter,  che  è  uno  dei  più  magnifici  che  la  storia 
della  architettura  ricordi,  e  che  richiama  la  tomba  nota  col 
nome  di  Regulini  Galeassi,  «  le  Madracen  »  e  «  le  tombeau  de 
«  la  Chrétienne  »  in  Algeri  (2). 


LXVII. 

Erbolaro.  «  Maestro  Giuliano  da  Marliano  à  un  bello  Erbo- 
«  laro,  sta  a  riscontro  alli  Strami  legniamieri  »  (3).  Sembrerebbe 
una  raccolta  d'erbe,  ma  non  è;  è  invece  un'opera  a  stampa  e 
precisamente  1'  «  Herbarius  cum  herbarum  figuris  »,  Fata  vie, 
impressus  anno  domini  1485,  1486,  in-4°,  di  153  fogli,  cosi  ca- 
ratteristico e  interessante. 


LXVIII. 

Ermete  Trismegisto.  La  breve  indicazione  «  Ermete  filosofo  »(4) 
(analoga  all'altra  Clemente  filosofo)  non  si  riferisce  né  al  Liber 
de  potestate  et  sapientia  Dei,  tradotto  dal  Ficino  (5),  né  all'astro- 
logico Centiloquium  (6),  ma  quasi  senza  dubbio  al  De  alchimia 


(1)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  285  recto. 

(2)  Geymùller  in  Richter,  The  literary  Works  of  Leonardo  da  Vinci, 
voi.  Il,  p.  58  sgg. 

(3)  Leonardo,  South  Kensington  Museum,  f.  35  recto. 

(4)  Leonardo,  Codice  Trivulziano,  f.  22. 

(5)  Liber  de  potestate  et  sapientia  Dei  e  greco  in  latinum  traductus  a 
Marsilio  Ficino  fiorentino  ad  Cosmus  Medicem  patrem  patriae...  Venetiis, 
MGGGGXGIII.  Ghe  interesse  poteva  avere  infatti  quest'opera  per  Leonardo  ? 

(6)  Insieme*  con  Y Aritmetica  del  Nemorario  Albubassar  et  Centiloquium 
divi  Bermetis...  Venetiis,  1501.  Centiloquium  Dive  Eermetis.  Cosi  il  fron- 
tispizio, nel  cui  verso  trovasi  la  dedica  colla  data  Venetiis  Idibus  Junij  1492. 
Componesi  di  6  car.   in   fol.    Il   recto  della  5»  porta  il  titolo:    Almansoris 


LE  FONTI   DI  LEONARDO   DA   VINCI  143 

che  si  conservava  nel  XV  secolo  nella  Biblioteca  Sforzesca   del 
Castello  ài  Pavia  (1). 

LXIX. 

Erose.  I  principi  idraulici  di  Leonardo,  l'applicazione  del- 
l'eolipilo  per  produrre  il  movimento  automatico  di  un  caratte- 
ristico girarrosto  basterebbero  da  soli  a  rivelarci  che  il  Vinci 
ha  conosciuto  i  Pneumaticot-um  libri  dell'insigne  discepolo  di 
Ctesibio;  ma  quando  nel  Codice  Atlantico  si  rinviene  la  nota 
«  Herone  di  acque  »  (2)  (evidente  richiamo  alle  macchine  idrau- 
liche dell'Alessandrino)  la  supposizione  diventa  certezza,  e  non 
si  esita  un  momento  a  segnare  nella  libreria  vinciana  gli  Spi- 
ritali eroniani,  che  furono  tuttavia  editi  solo  nel  1571  dal 
Commandino,  e  tradotti  in  italiano  poco  più  tardi  da  Bernardino 
Baldi  (3). 


Judicia  seu  propositiones  Incipiunt  Capitula  stellarum  oblato  Regi  Magno 
Saraeenorum  ab  Almansore  Astrologe:  et  a  Platon  Tyburtino  translata. 
Questa  trad.  di  Platone  da  Tivoli  è  inserita  in  una  raccolta  di  scritti  astro- 
logici editi  in  Venezia  nel  1495:  Liber  quadripartiti  Ptholomei. —  Centi' 
loguium  eiusdem.  —  Centiloquium  hermetis.  —  Eiusdem  de  stellis  heibenijs. 
—  Centiloquium  bethem  et  de  horis  planetarum.  —  Eiusdem  de  significa- 
tione  triplicitatum  ortus.  —  Centum  quinquaginta  propositiones  Alman- 
soris.  —  Zahel  de  interrogationibus.  —  Eiusdem  de  electionibtts.  —  Eiusdem 
de  temportim  signtficationibus  in  jtidiciis.  —  Messhalach  de  receptionibus 
planetarum.  —  Eiusdem  de  interrogationibus.  —  Epistola  eiusdem  cum 
duo  decessi  capitulis.  —  Eiusdem,  de  revolutionibus  annorum  mundi,  (in 
fine)  Venetiis,  per  Donatum  locatellum  :  impensis  nobilis  viri  Octaviani  Scoti 
civis  Modoetiensis,  1493,  13  kalendas  Januarias. 

(1)  Albertus  de  mineralibus  cum  hermete  de  alchimia.  Vebere  de  coU 
lectione  secretorum  nature  et  aliis  pluribus.  segnato  DCGGGXXXYIII,  che 
Leonardo  poteva  leggere  nella  libreria  di  Pavia,  dove  spesso  si  recava. 

(2)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  219  verso.  «  Erone  de  aqua  >,  Codice 
Atlantico,  f.  95  verso.  Lo  Schmidt,  Leonardo  da  Vinci  und  Heron  von 
Alexandria,  scrive  nella  Bibliotheca  Mathematica,  Leipzig,  1902,  p.  181: 
«  Conosciamo  uno  scritto  di  Hippocrate  e  di  Teofrasto  -rrcpì  Oòdruiv,  ma  non 
«  di  Herone,  benché  Pappo  (p.  1080,  2*  ed.  Hultsch)  cita  uno  scritto  ero- 
«  niano  rrcpi  ùòpeiujv,  indicando  il  irepi  iiòpiurv  ibpoaKoneiwv  >. 

(3)  Su  Erone   puoi   vedere  T.  H.  Maetixs,  Recherches  sur  la  vie  et  les 


144 


E.   SOLMI 


In  un  secolo,  in  cui  si  reputavano  il  non  plits  ultra  della 
scienza  le  opere  lulliane,  l'illetterato  da  Vinci  dava  prova  di 
grande  accortezza  mentale  ricorrendo  all'antica  opera  di  Erone, 
dove  si  contiene  un  po'  di  geometria  elementare  con  applicazioni 
ai  teatri,  ai  bagni,  alle  sale  per  festini  e  così  via;  un  po'  di 
matematica  applicata,  con  ricerche  intorno  ai  centri  di  gravità, 
e  applicazioni  meccaniche;  ma  sopratutto  le  leggi  fondamentali 
dei  movimenti  dell'aria  e  dell'acqua,  con  un  centinaio  di  ordigni 
meccanici,  alcuni  dei  quali  veramente  ingegnosissimi  (1). 

Ha  già  osservato  lo  Schmidt  che  la  cicognola  leonardesca  del 
manoscritto  G  trova  il  suo  perfetto  riscontro  nei  Libri  pneu- 
matici di  Erone  (2). 

«  Questo  strumento  è  di  natura  di  cicognola  »  (3). 


Cosi  gli  Spiritali  di  Erone  han  dato  origine  a  quella  che 
Leonardo  chiama  «  la  cicognola  d'argento  vivo  per  far  foco. 
«  Perchè  quanto  più  l'acqua  diminuisce  nel  vaso,  tanto  più  si 
«  abbassa  la  sua  superficie,  e  quanto  più  s'abbassa  la  superfizie 
«  dell'acqua  tanto  men  velocie  versa  la  sua  cicognola.  Ma  se  la 


ouvrages  dCHéron  d Alexandrie,  in  Mémoires  prèsentés  à  VAcadémie  des 
inscriptions,  voi.  IV,  Paris,  1854,  p.  42.  Gantor,  Vorlesungen  ùher  Qesch. 
der  Mathematik,  cit.,  cap.  XVIII  e  XIX. 

(1)  Ho  dinanzi  l'edizione  delle  Opere  di  Erone,  Teubner,  Leipzig,  1899 
e  1901,  curata  dallo  Schmidt  e  dal  Nin. 

(2)  Gfr.  Leonardo,  Cod.  Atlantico,  f.  80  recto  «  cicognola  >  con  Herone, 
Opera,  ed.  citata,  Pneum.,  I,  1  «  aicpujv  •».  Leonardo,  Codice  Atlantico, 
f.  80  recto  «  zaina  »  con  Herone,  Pnem.,  I,  3  «  itviktò^  òiaPnxri^  ». 

(3)  Leonardo,  Manoscritto  G,  f.  40  verso.  Gfr.  Herone,  Pneum.,  I,  13. 


LE  FONTI   DI  LEONARDO  DA  VINCI 


145 


«  cic(^noIa  discendessi  insieme  alla  superficie  dell'acqua  ch'ella 
«  sostiene  sanza  dubbio  il  moto  dell'acqua,  che  versa  per  la  ci- 
«  cognola,  senpre  sarebbe  in  sé  eguale  »  (1). 
Da  Erone  ha  derivata  Leonardo  anche  l'idea  di  una  «  lucerna 


(1)  Lkonardo,  Manoscritto  G,  f.  48  recto;  Heronb,  Pneum.,  I,  4  e  5:  se 
non  che  Leonardo  parla  di  argento  vivo  ed  Erone  semplicemente  di  acqua. 


Giornali  ttorieo.  —  Snppl.  no  10-11. 


10 


Ì46  E.   SOLMI 

«  che  quanto  cala  l'olio  tanto  s'inalza  lo  stopino  »  (1)  e  quella 
di  un  «  uscio  serrato  da  contrapeso  »  (2). 

Si  potrebbero  ricordare  anche  notevoli  concordanze  fra  la 
Biopira  eroniana  e  gli  scritti  di  Leonardo.  Le  più  notevoli  son 
quelle  già  rilevate  dallo  Schone  :  «  Se  vuoli  sapere  appunto  la 
*  vera  altezza  d'ogni  montagna  o  altra  altitudine  farai  con  di- 
«  ligenza  il  modo  di  sopra  KF.  Collocherai  lo  strumento  di 
«  sopra  figurato  P  S  in  su  una  pianura  di  meno  due  miglia  di 
«  spazio  »  (3). 

«  Damit  sind  schwerlich,  concluderò  collo  Schmidt,  alle  Be- 
«  ziehungen  zwischen  Heron  und  Leonardo  erschòpft,  vielleicht 
«  wird  ein  grundliches  Studium  seines  Nachlasses  noch  andere 
«  an  den  Tag  ziehen.  Sie  zu  erscbopfen  war  auch  nicht  unsere 
«  Absicht,  wohl  aber  nachzuweisen,  dass  Leonardo,  dieser 
«  erste  grosse  Moderne,  es  nicht  verschmàht  hat,  von  den  heutzu- 
«  tage  so  vielfach  verachteten  Alten  sich  anregen  zu  lassen  und 
«  zu  lernen.  Wie  schon  an  anderer  Stelle,  erkennen  wir  auch 
«  hier,  wie  selbst  auf  dem  physikalischen  und  technischen  Ge- 
«  biete  der  Faden  der  Kulturentwickelung  nicht  abreisst,  sondern 
«  die  moderne  Kultur  mit  Erfolg  an  die  antike  ankniipft  »  (4). 


(1)  Leonardo,  Manoscritto  G,  f.  41  recto;  Herone,  Pneum.,  1,  34; 
Schmidt,  Leonardo  da   Vinci  und  Heron  von  Alexandria,  pp.  183-184. 

(2)  Leonardo,  Manoscritto  I,  f.  SO  recto;  Herone,  Pneum.,  I,  38;  Leo- 
nardo, Manoscritto  /,  f.  93  recto;  Herone,  Pneum.,  ed.  cit.,  pp.  34,  2.5.  Altri 
confronti  si  possono  istituire  fra  Leonardo,  Manoscritto  D,  f.  2  recto  e  la 
Catottrica  di  Herone,  VUI  ed.  cit.,  p.  332,  e  IV  ed.  cit.,  p.  325;  Leonardo, 
Codice  Atlantico,  f.  49  verso;  Herone,  Mechanica,  III,  1,  presso  Pappo 
(ediz.  Hultsch),  p.  H30  e  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  49  con  Herone, 
Mech.,  II,  5,  presso  Pappo,  p.  1126.  Gfr.  Th.  Beck,  Leonardo  da  Vinci  im 
Civilingenieur,  in  Eistorischen  Notizen,  XV,  XVIII,  voi.  39  e  42,  p.  17, 
p.  30,  che  istituisce  paragoni  fra  il  Manoscritto  B,  f.  20  verso,  e  Herone, 
Pneum.,  I,  28;  Manoscritto  I,  f.  26  recto,  e  Herone,  Mech.,  II,  18,  presso 
Pappo  (ed.  cit),  p.  4. 

(3)  H.  ScHÒNE,  Die  Dioptra  des  Heron  in  Jahrbuch  der  Arch.-lnst., 
voi.  XIV,  pp.  91  sgg.  ;  Schmidt,  Leonardo  und  Heron,  cit.,  pp,  185-186; 
Codice  Atlantico,  f.  131  recto,  e  Manoscritto  M,  f.  8  verso.  Gfr.  Cantor, 
Vorlesungen  ùber  Geschichte  der  Mathematik..  P,  p.  151. 

(4)  Schmidt,  Leonardo  und  Heron,  cit.,  pp.  186-187. 


LE  FONTI   DI   LEONARDO   DA  VINCI  147 


LXX. 


EsQPO.  «  Esopo  »,  segna  Leonardo  fra  i  suoi  libri  (1),  cioè  : 
*  Esopus  Esopo  con  la  vita  sica  ^istoriale  vulgare  et  latino,  Im- 
«  pressum  Mediolani,  per  Uldericum  Seinzenzeler,  anno  salutis 
<  Domini  1497,  die  XXIII  Decembris  >. 

Né  qui,  né  altrove,  trovasi  traccia  delle  favole  leonardesche, 
che,  reputo,  per  profondo  convincimento  e  lunghe  ricerche, 
originali  in  massima  parte  del  Maestro. 


LXXI. 

Euclide.  Nella  scuola  d'abbaco  Leonardo  aveva  avuto  i  primi 
elementi  della  geometria  euclidea,  ma  fu  più  tardi  in  Milano 
che,  per  i  bisogni  imprescin'libili  dell'intelletto  e  per  l'amicizia 
con  Luca  Pacioli,  le  conoscenze  geometriche  dell'artista  si  raffor- 
zarono e  si  estesero,  ed  il  Vinci  potè  citare  a  memoria  defini- 
zioni e  proposizioni  di  Euclide  (2). 

Nel  1482  usci  in  Venezia  la  prima  edizione  della  geometria 
del  Qreco,  tradotta  ed  esplicata  in  latino  dal  Campano  :  «  Opus 


(1)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  210  recto.  È  notevole  che  la  favoletta 
di  Leonardo:  «  Sendo  l'ostrica,  insieme  colli  altri  pesci,  in  casa  del  pescatore 
«  scaricata  vicino  al  mare,  pregò  il  ratto,  che  al  mare  la  conduca;  e  '1  ratto, 
«  fatto  disegno  di  mangiarla  la  fa  aprire:  e  mordendola,  questa  li  serra  la 
«  testa  e  si  lo  ferma,  vien  la  gatta  e  l'uccide  »,  che  si  trova  nella  Anthologia 
graeca  e  che  fu  rielaborata  dall' Alciato  {Emblemi,  LXXXVl),  e  dal  La 
Fo.NTAiNE  {Les  Grands  Ècrivains  de  la  France.  J.  de  la  Fontaine  et  i2e- 
gnier,  t.  Il,  p.  251),  non  compare  in  nessuna  delle  raccolte  di  Esopo  edite 
nel  1481, 1483,  1487, 1490, 1497.  Il  Vinci  la  attinse  dal  Tesoro  di  Brunetto 
Latini  ! 

(2)  Veggasi  sulla  scuola  d'abbaco  e  sul  Pacioli,  Solmi,  Leonardo,  pp.  6, 
110  sgg.  Si  studiava  Euclide  coi  commenti  di  Campano  di  Novara.  Verini, 
De  illustr.  urbis  Florentiae,  Parigi,  1583,  p.  25;  Vespasuno  da  Bisticci, 
Le  vite,  Firenze,  1859,  p.  531. 


148  E.   SOLMI 

«  Euclidis  Megarensis  Liber  elementorum  in  artem  Geometrice 
«  e  gr.  in  lai.  translat.  cum  Commentalionibus  Ant.  Campani, 
«  (in  fine)  Venetiis,  per  Erhardum  Ratdolt,  Augustensem,  im- 
«  pressum,  1482  »,  in  fol.,  in  carattere  semigotico,  senza  cifre, 
segnature  e  richiami. 

Ma  senza  dubbio  Leonardo  possedette  l'edizione  pacioliana 
del  1509,  dove  maestro  Luca  ricorda  gli  amici  che  lo  spinsero 
alla  pubblicazione,  «  quorum  mihi  carissimus  Leonardus  Vincius 
«  accessit,  ut  ederem  »  (1).  Euclidis  megarensis  philosophi  acu- 
tissimi malhemaiicorum  om,nium  sine  controversia  principis, 
Opera  a  Campano  interprete  fidissimo  ir  astata  ;  lihìmriorum, 
detestanda  culpa  mendis  fedissimis  adeo  deforma  essent  ut 
vix  Euclidem  ipsum,  cognosceremus  Lucas  Paciolus  theologus 
insignis  altissima  mathematicarum,  disciplinarum,  scientia 
rarissimus  iudicio  castigatissimo  detersit  em,endavìt,  fìguras 
centum  et  undeviginta  que  in  aliis  codicibus  inverse  et  defor- 
mate erant  ad  rectam  symmetriam  concinnava  et  multas 
necessarias  addidit ...  A.  Paganinus  Paganinius  characteribus 
elegantissimis  accuratissime  imprimebat,  Venetiis...  MCGCGCIX. 
in  folio. 

Le  citazioni  di  proposizioni  di  Euclide  sono  in  Leonardo  fre- 
quentissime. Nel  Manoscritto  E,  il  Vinci,  per  es.,  cita  «  la  qua- 
«  dragesima  del  primo  di  Euclide  »,  e  non  starò  qui  a  riferire 
tutte  le  citazioni,  che  si  rinvengono  nel  Codice  Atlantico  (2). 


(i)  Epistola  dedicatoria  di  Luca  Pacioli  all'Opus  elementorum  di  Euclide, 
dalla  quale  potrebbe  trarsi  la  non  irragionevole  supposizione,  che  anche 
Leonardo  ha  partecipato  col  frate  alla  prima  edizione  critica  della  geometria 
euclidea.  Cfr.  P.  Riccardi,  Saggio  di  una  bibliografia  euclidea  nelle  Me- 
morie delVAccad.  di  Bologna,  serie  IV,  t.  8  e  9,  serie  V,  t.  i. 

(2)  Leonardo,  Manoscritto  E,  f.  9  verso,  10  recto  :  «  Per  la  quadragesima 
€  {di  Euclide)  del  primo  delli  elementi»;  f.  29  verso:  «La  quadratura  del 
«  triangholo  obliquo  sarà  data  mediante  la  multiplichatione  della  basa  nella 
€  metà  dell'aftezza,  che  à  l'anghol  superiore  sopra  la  rettitudine  della  basa 
<  prodotta  in  chontinuo  diritto.  —  Come  se  la  basa  bc  del  triangolo  bcd 
M.  fussi  prodotta  in  continuata  rectitudine  dal  bc,e  dicoche  tu  debba  multi- 
«  plicare  tutta  la  basa  bc  per  la  metà  dell'altezza  de,  cioè  nel  dn,  e  l'avve- 


LE  FONTI  DI  LEONARDO  DA  VINCI 


149 


Talora  egli  dà  anche  testualmente  gli  enunciati  del  grande 
maestro,  nominandolo:  «  Pruovasi,  scrive  per  esempio,  per  una 
*  di  Euclide,  che  dicie:  tutti  li  triangoli  divisi  con  taglio  equidi- 
•*  stante  alla  sua  basa,  anno  li  lati  proporzionati  di  proportione 
«  simile  ai  suo  tutto  >  (1). 

Qualche  volta  Leonardo  trascrive  brani  interi  degli  Elementi 
e  vi  aggiunge  le  illustrazioni  dei  commentatori. 


Lbonasdo. 
Prima  definitioae:   parte  è  quan- 
tità di  quantità  minore  della   mag- 
giore, conciosiachè  la  minore  numeri 
la  maggiore. 

Parte  propriamente  detta  è  quella 
ch'è  moltiplicativa,  cioè  che  molti- 
cata  per  alcuno  numero  ricompone  il 
suo  tutto  con  precisione- 
Parte  comune  aggr^ativa  è  quella, 
la  quale  quantunche  volte  si  piglia 
più  0  meno  del  suo  tutto  o  no,  è  ne- 
cessario che  coU'aiuto  di  altra  quan- 
tità diversa  rifaccia  il  suo  tutto,  e 
perciò  è  detta  aggregativa. 

Seconda  definitione:  La  multipli- 
cità  è  maggiore  della  minore,  quando 
la  minore  misura  quella. 

Di  sopra  definimmo  il  minore  estre- 
mo, e  qui  si   di£Bnisce  il  maggiore. 


Euclide  V». 
DifBnitio  prima:  Pars  est  magni- 
tudo   magnitudinis    minor    maioris, 
quando  minor  metitur  maiorem. 


DifSnitio  secunda  :  Multiplex  est 
maior  minore,  quando  eam  metitar 
minor  (2). 


«  nimento  sarà  essa  quadratura  di  tutto  il  triangolo  obbliquo  bcd.  Pruovasi 

<  per  una  di  Euclide,  che  mostra  il  triangolo  ab  e  essere  eguale  al  triangolo 

<  bcd.  Adunque  per  la  regola,  che  si  quadra  l'uno,  si  quadra  ancora  l'altro  ». 
Cfr.  anche  f.  62  verso:  «Per  una  delli    Elementi    geometrici   che   dicie  la 

<  linia  recta,  che  sarà  in  contatto  delli  dua  cerchi  contingienti,  passerà  per 

<  il  contatto  d'essi  cierchi  ». 

(1)  Leonardo,  Manoscritto  E.  f.  29  verso. 

(2)  Euclidis  Megarensis  philosophi  platonici  mathematicarum  diseipìi- 
narum  janitoris...  s.  1.,  1500,  libro  V.  III. 


150  E.    SOLMI 

La  parte  relativamente  è  detta  al 
tutto,  e  in  questi  due  estremi  sta 
tutta  la  relatione  di  quegli  e  chia- 
mansi  multeplici  (1). 

Leonardo.  Euclide  X". 

La  sfera  è  un  tale  corpo  rotondo  Sphaera   est   quando,  semicircula 

0  solido,  il  quale  è  descrìtto  dall'arco  manente  dimetiente,  circumductus  se- 
dei semicirculo  intorno  aggirato  over  micirculus  in  se  ipsum  rursus  resol- 
circundato  (2).  vitur,   unde  incipit   circumassumpta 

figura  (3). 

È  noto  corno  la  geometria  di  Euclide  sia  una  sintesi  delle 
opere  dei  matematici  precedenti.  Il  I  e  il  II  libro  è  sostanzial- 
mente dovuto  a  Pitagora,  il  III  ad  Ippocrate  di  Chio,  il  V  ad 
Eudosso,  i  libri  IV,  VI,  XI  e  XII  ai  pitagorici  più  recenti.  Ma 
come  tutto  viene  armonizzato  e  semplificato  dalla  gran  mente 
del  matematico  greco,  con  quell'insuperabile  metodo,  che  è  ve- 
ramente suo  !  (4).  L' intera  opera  di  Leonardo  è  fondata  sugli 
Elementi  di  Euclide,  e  quando  i  manoscritti  saranno  editi,  si 
vedrà  anche  una  volta  come  la  moderna  geometria  non  sia  che 
un  felice  rampollo  dell'antica  (5). 

Conobbe  il  Vinci  anche  i  Data,  il  De  levi  et  ponderoso  frag- 
mentum,  la  Perspectiva  di  Euclide  ?  Per  i  Data  non  son  riu- 
scito a  trovare  una  prova  sicura  (6).  Per  il  De  levi  et  ponderoso 
fragmentum  basti  citare  quella  nota  rivela toria:  «  Maestro  Ste- 


(1)  Leonardo,  Manoscritto  K,  f.  51  recto  e  verso. 

(2)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  176  recto.  Leggansi  anche  in  questo 
foglio  i  successivi  tentativi  di  definizione. 

(3)  Euclidis  Megarensis,  ed.  cit.,  libro  X,  Difinitio  Xll. 

(4)  Heiberg  J.  L.,  Litterargeschichtliche  Studien  ùber  Euhlid,  Leipzig, 
1882,  pp.  9,  43.  L'Heiberg  insieme  col  Menge  è  anche  autore  dell'edizione 
più  compiuta  delle  opere  di  Euclide,  che  noi  possediamo  (Leipzig,  1883-1895). 

(5)  Si  confronti  per  ulteriori  contatti  di  Leonardo  con  Euclide  il  Mano- 
scritto M,  f.'S  verso  con  Euclide,  Elementa,  II,  Defin.  2. 

(6)  È  noto  che  i  Acòopéva  contengono  95  illustrazioni  delle  specie  di 
deduzioni,  che  più  frequentemente  debbono  esser  fatte  per  risolvere  i  pro- 
blemi di  analisi  geometrica. 


LE   FONTI    DI   LEONARDO   DA   VINCI  151 

«  fano  Caponi  medico  sta  alla  Piscina:  ha  Euclide  De  ponderi- 
€  bus  »  (1).  Per  la  Perspectiva,  «  nella  quale  si  tratta  di  quelle 
«  chose,  che  per  raggi  diritti  si  veggono  et  di  quelli  che  con 
«  raggi  riflessi  negli  specchi  appariscono  »  (2),  bastino,  nel  silenzio 
di  Leonardo,  questi  riavvicinamenti  significativi: 


Leonardo.  Euclide. 

Io  dimando,  che  mi  sia  conceduto  Suppositio  prima:   Sapponatur  ab 

lo  affermare,  che  ciascuno  razzo  pas-      oculo  visus  emissos  in  rectas  lineas 
sando  per  aria,  che  sia  d'equale  sotti-      ferri  (4). 
lità,  scorrino  per  retta  linia  dalla  loro 
cagione  all'obbietto  o  percussione  (3). 

Le  cose  equali    poste  in  distanzie  Aequales  magnitudines  aequaliter 

equali   si    dimostreranno  in  fra  loro      expoeitae  aequale  apparent  (6). 
equali  (5). 


(1)  Leonardo,  South  Kensington  Museum,  HI,  f.  93  recto.  Richtbr,  The 
literary  Works  of  Leonardo  da  Vinci,  li,  1488.  Benché  rantichità  greca 
non  attribuisca  ad  Euclide  nessuno  scritto  sulla  Meccanica,  il  nome  di  questo 
grande  geometra  ritorna  frequentemente  nei  libri  degli  autori  arabi,  che 
han  scritto  sulla  Statica,  e  tre  frammenti  relativi  alla  meccanica  son  dati 
come  suoi.  Il  primo  è  formato  da  quattro  assiomi  sulla  bilancia,  ma  è  ri- 
masto sconosciuto  ai  geometri  occidentali,  come  ha  dimostrato  il  Woepcke. 
Il  secondo  e  il  Liber  de  ponderoso  et  levi,  che  esprime  con  grande  chiarezza 
l'assioma  fondamentale  della  meccanica  peripatetica.  11  terzo  è  il  Liber 
Euclidis  de  ponderibus  secundum  terminorum  circumferentiam,  che  è  un 
felice  saggio  per  collegare  la  teoria  delle  leve  alla  dinamica  peripatetica. 
I  rapporti  di  questi  frammenti  col  Liber  Charastonis  e  coi  trattato  così 
detto  De  canonia  sono  stati  ben  rilevati  dal  Duhem  nel  suo  libro  Les  ori- 
gines  de  la  statique,  Paris,  1906,  cap.  V,  2  e  3.  L'unione  degli  Elemento 
Jordani  e  del  De  Canonio  avrebbe,  secondo  il  Duhem,  prodotto  il  Liber 
Euclidis  de  ponderibus. 

(2)  E  quel  trattato  in  due  libri  edito  dal  Heiberg  e  Menge  sotto  il  nome 
di   Optica  in  Euclidis  opera  omnia,  voi.  VII. 

(3)  Leonardo,  Manoscritto  A,  f.  8  verso. 

(4)  Euclidis,  Perspectiva  in  Opera,  1500,  A.\.  II.  II.  II.  recto. 

(5)  Leonardo,  Manoscritto  E,  f.  29  verso.  «  Perspectiva  ». 
(fi)  Euclidis,  Op.  cit.,  Theorema  IV. 


152  E.   SOLMI 

Infra   le   cose   d"  equal   grandezza  Aequales  magnitudines  inequaliter 

quella,  che  fia  più  distante  dall'occhio,      expositae  intervallis  proportionaliter 
si  dimostrerà  di  minor  figura  (1).  minime  spectantur  (2). 

E  con  questo  io  non  dico  che  nella  immane  congerie  di  ap- 
punti leonardeschi  non  vi  sia  qualch'altro  frammento  tradotto  dalle 
traduzioni  latine  di  Euclide,  ma  l'aver  rilevato  questi  è  già  suf- 
ficente  per  dimostrare  quanto  l'illetterato  da  Vinci  tenesse  in 
pregio  l'opera  del  suo  grande  predecessore  di  Grecia.  Da  questa 
egli  procedette  a  nuove  speculazioni,  che  qui  non  è  il  luogo  di 
enumerare;  accennerò  soltanto  al  metodo  geometrico  per  estrarre 
qualsivoglia  radice  di  un  numero  in  modo  semplice  e  intuitivo, 
dovuto  alla  proposizione  «  14'  et  ultima  del  II  delli  Elementi  di 
«  Euclide  ».  «  Se  voi  la  radicie  di  2  pon  3  in  linia,  e  questo 
«  prociesso  s'astende  in  infinito,  col  por  sempre  più  uno  di  quel 
«  numero  di  che  vuoi  la  radicie,  e  questa  nascie  da  una  d'Eu- 
«  elide  qui  figurata  in  margine  »  (3).  E  altrove  con  entusiasmo  : 
«  a  b  è  radicie  di  3,  e  questa  regola  è  nata  dalla  14*  et  ultima 
«  del  2°  delli  elementi  d'Euclide  »  (4). 

LXXII. 

Falaride.  «Pistole  di  Falaride»  (5)  scrive  Leonardo  nel  Codice 
Atlantico,  cioè:  «  Epistole  de  Phalari,  traducte  da  Frane.  Are- 


(1)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  1  recto.  Gfr.  Richter,  The  literary 
Works,  I,  no  97. 

(2)  EucLiDis,  Op.  cit.,  Theorema  Vili.  Gfr.  Theorema  V. 

(3)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  235  recto  «  De  radicie  ». 

(4)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  221  verso.  Leonardo  da  Vinci  conosce 
anche  il  celebre  «  bacolo  »  di  Euclide.  Gfr.  Leonardo,  Codice  Atlantico, 
f.  148  verso.  «  Bacolo  d'Euclide,  e  tiensi  l'occhio  nel  punto  e,  e  le  croci  in 
«  testa  alle  bacchette  si  debbono  crescere  e  decrescere  tanto  che  l'abbrac- 
«  ciano,  over  l'occupino,  tutta  l'altezza  e  larghezza  del  muro,  che  voi  misu- 
«  rare.  Ma  fa  la  bacchetta  di  braccia  10,  e  fermala  prima  bene,  e  tanto  quanto 
«  le  larghezze  della  croce  entrano  nel  manico,  tanto  l'altezza  e  larghezza 
«  del  muro  entr^  da  sé  a  l'occhio  tuo  e,  e  sapendo  tu  l'asta  essere  lunga 
«  braccia  10,  facilmente  potrai  vedere  che  parte  la  croce  è  di  dette  braccia  10, 
€  e  tanto  quanto  ab  entra  in  b  e,  tanto  se  entra  in  cn  ». 

(5)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  234  verso.  Nulla   da   questo   libretto. 


LE  FOSTI  DI  LEONARDO  DA  VINCI  153 

«  tino  di  Greco  in  Latino  e  di  Latino  in  vogare  da  Bartho- 
«  loìneo  Phontio  Fiorentino  »,  s.  I.,  1471,  in-4»  (riprodotto  in 
Napoli,  e,  più  tardi,  in  Venezia  nel  1488).  Nulla  cavò  il  Vinci  da 
questa  enfatica  compilazione  retorica. 


LXXIII. 

Pesto  Pompeo.  «  Nonio  Marcello  -  Pesto  Pompeo  *  (1)  segna 
I..eonardo:  è  una  delle  tante  raccolte  di  questi  due  autori,  cioè: 
Nonij  Marcelli.  De  proprietate  set^monum,  Festi  Pompeij.  De 
verborum  significatione...  Mediolani...  MD. 


LXXIV. 

PiLARETE  Francesco.  Leonardo  nomina  nel  Codice  Atlantico 
«  Francesco  Pilarete  »  (2),  che  fu  araldo  della  Signoria  di  Firenze 
attorno  al  1478  e  dal  1490  al  1504.  Nel  1503  Leonardo  e  il  Fila- 
rete,  con  altri,  dettero  giudizio  sul  posto  dove  dovevasi  collocare 
il  David  di  Michelangelo  (3). 

Noterò  qui  soltanto  che  Francesco  Pilarete  è  ricordato  per  la 
sua  dottrina  dai  contemporanei,  e  che  di  lui  si  conserva  mano- 
scritto nella  Laurenziana  di  Firenze  un  Cerimoniale. 


LXXV. 

FiLELFO  Francesco.  Nella  nota  di  libri  posseduti  da  Leonardo 


esercitazione  vaniloquente  di  un  retore,  ha  attinto  il  Vinci  per  i  suoi   ma- 
noscritti. 

(1)  Leonardo,  South  Kensington  Museum,  III,  f.  87  verso. 

(2)  Leonardo.  Codice  Atlantico,  f.  12  verso. 

(ò)  TjZIELLI,  Paolo  dal  Posso  Toscanelli  e  i  suoi  tempi,  p.  217;  Ricerche 
intorno  a  Leonardo  da  'Vinci  (1396),  p.  xvi  ;  Milanesi,  io  Buonarroti  M-, 
Lettere,  Firenze,  1875,  p.  9  n. 


154  E.   SOLMI 

risulta  un  «  De  immortalità  d'anima  »  (1),  che  il  D'Adda  repu- 
tava fosse  la  Theologia  platonica  sive  de  immortalitate  animo- 
rum  di  Marsilio  Ficino  (2),  e  io  invece  opino,  dopo  un  attento 
esame  delle  molteplici  opere  pubblicate  nel  secolo  XV  sulla 
vexata  quaestio,  sia  l'opuscolo  volgare  Deir  immortalità  del- 
Vanima  a  modo  di  dialogo  di  Francesco  Filelfo,  edito  in  Cosenza 
nel  1478(3). 

Le  ragioni  che  mi  fanno  cosi  concludere  sono  diverse.  Prima 
di  tutto  la  citazione  di  Leonardo  è  di  un'opera  volgare;  in  se- 
condo luogo  le  opere  di  Francesco  Filelfo  erano  molto  divulgate 
in  Milano  sulla  fine  del  secolo  XV,  dove  questi  aveva  lungamente 
abitato,  caro  alla  corte;  da  ultimo  non  mancano  nei  manoscritti 
leonardeschi  passi,  che  sono  calcati  sul  dialogo  fllelflano  (4). 

Si  aggiunga  inoltre  che  Leonardo  nel  medesimo  foglio  segna 
un'altra  opera  di  Francesco  Filelfo  con  le  parole:  «  Pistole  del 
«  Filelfo  »  (5),  cioè  V Epìstolarium,  libri  XV J,  edito  in  Venezia 
nell'anno  1472,  dal  quale  però  nulla  il  Nostro  ha  attinto. 

LXXVL 

Filelfo  Mario.  Nella  lista  di  libri,  dei  quali,  come  vedremo 
più  oltre,  Leonardo  voleva  disfarsi  in  prossimità  di  un  suo  viaggio, 


(1)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  210  recto. 

(2)  G.  D'Adda  in  Ricther,  The  literary  Works  of  Leonardo  da  Vinci, 
li,  pp.  442  e  444. 

(3)  Dialogo  de  la  immortalità  de  lanima.  Extracto  de  theologia  et  de 
philosophia  vulgarizzato  da  maestro  Jacomo  camphora  da  zeneva  del 
ordene  de  li  predicatori,  (in  fine)  In  caxa  del  Venerabile  homo  miss.  pre. 
Zuanlunardo  longo  Piovan  de  sancto  Paulo  de  Vicenza,  1477  a  dt  ultimo 
del  mexe  de  marzo.  Amen.  M.  P.  Z.  L.  C.  L.,  in  fol.  Sta  unito  al  Filelfo. 
Fu  riedito  in  Brescia  nel  1498.  Al  cap.  XII  parla  «  de'  membri  ufficiali  de 
«  l'anima  »,  in  modo  analogo  a  quello  che  fa  il  Vinci. 

(4)  Escludo  affatto  che  siano  i  seguenti  scritti:  1.  Isidoro  de  Isolanis, 
Explicatio  immortalitatis  humani  animi,  Mediolani,  1509;  2.  Samuele  Ga- 
SINENSE,  De  immortalitate  animae,  Mediolani,  -1498,  usuali  e  cattedratiche 
dissertazioni  latine,  benché  edite  in  Milano,  mentre  il  Vinci  vi  si  trovava. 

(ò)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  210  recto. 


LE  FONTI   DI   LEONARDO  DA   VINCI  155 

si  trova  segnato:  «  Pistole  del  Filelfo  »,  che  abbiamo  identiScato 
con  V Epistolarium  di  Francesco  Filelfo,  e  poche  linee  dopo,  ma  ad 
una  certa  distanza,  una  seconda  volta  :  «  Pistole  del  Filelfo  »  (1). 
Che  sia  una  svista,  come  la  crede  il  D'Adda,  lo  reputo  poco  pro- 
babile: la  lista  di  libri  è  breve,  Leonardo  rileggendola  avrebbe 
senza  dubbio  cancellato  l'intitolazione  seconda,  se  fosse  stata  una 
semplice  ripetizione  materiale  e  sbagliata.  Il  Vinci,  come  pale- 
sano i  manoscritti,  era  un  attento  cancellatore  e  correttore  di 
scritture.  Credo  che  bisogna  identificare  il  secondo  titolo  con 
V Epistolarium  seu  de  arie  conficiendas  episloias  opus  di  Mario 
Filelfo,  che  tanto  doveva  interessare  Leonardo  per  il  suo  carat- 
tere elementare  e  didattico,  e  che  era  stato  edito  in  Milano 
proprio  n^li  anni,  in  che  il  Vinci  vi  si  trovava,  cioè  nel  1484  (2). 


LXXVIL 

Filippo  di  Brera.  Leonardo  fu  in  relazione  con  un  ignoto  fra 
Filippo  di  Brera,  oscuro  cultore  delle  scienze  positive.  «  Fatti  mo- 
«  strare,  scrive  il  Vinci,  al  frate  di  Brera  De  pondetnbus*;  «  A 
«  fra  Filippo  di  Brera  prestai  cierti  gruppi  ». 

LXXVIU. 

«  Fior  di  virtù  »  (3),  cioè  :  Comencia  una  opera  chiamata 
fior  de  virtù:  la  quale  tracia  de  tucti  li  vita  fiumani:  li  quali 


(1)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  210  recto. 

(2)  Potrebbe  anche  essere  V Epistolarium  notmm  edito  in  Venezia  nel  1492, 
dello  stesso  Mario  Filelfo,  ma  né  dell'opera  citata  in  aito,  né  di  questa  vi 
é  traccia  nei  manoscritti  vinciani. 

(3)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  210  recto.  11  Bestiario  leonardesco  fu 
già  confrontato  col  Fior  di  virtù  da  A.  Springer,  Ueber  den  Philologus  des 
Leonardo  da  Vinci  in  Berichte  ùber  die  Verhandlungen  der  k.  sdchs. 
Gesell.  d.  Wissen.  zu  Leipzig.  Philolog.-hist.  Classe,  1884,  fase.  3-4  e 
GoLDSTACB  UND  Wendriner.  Ein  tosco-venezianischer  Bestiarius,  Halle, 
1892,  pp.  240-254:  Anhang  zu  Kap.  YL  Exkurs  ùber  den  Bestiarius  des 


156 


E.   SOLMI 


debono  fugire  li  homini  che  desidet^ano  vivere  secundo  Dio' 
Et  insegna  come  se  debia  acquistar  le  virtù  :  et  li  costumi 
morali:  provandolo  per  auclorità  de  sacri  iheologi  et  de  molti 
philosophi  doctissimi,  (in  fine)  Fine  de  libro  chiamato  Fior  de 
virtù  lo  quale  ha  impresso  il  diligente  homo  Maestro  Mi- 
chele manzolo  da  Palma  habitante  in  trevisi.  Nel  anno 
MCCCCLXXXVIJI  a  dì  XV  di  denaro  Principe  di  Viniegia  lo 
inclyto  et  magnanimo  huomo  Ioanne  Mocenico.  In -8°. 

Dirò  solo  che,  nei  confronti  con  Leonardo  qui  non  si  esamina, 
come  han  fatto  il  Qoldstaub,  il  Wendriner  ed  il  Calvi,  il  solo  Be- 
stiario, ma  tutta  quanta  l'opera  del  Vinci,  come  non  è  ancora 
stato  fatto  da  alcuno. 


Leonardo. 
Niuna  cosa  si  pò  amare,  né  odiare, 
se  prima   non    si    ha   cognitione  di 
quella. 


Fior  di  virtù  A  11  verso. 
Niuna   persona    pò   amare   alcuna 
cosa,  se  primamente  non  ha  qualche 
cognitione  di  quella  (3). 


L'oro  in  verghe  si  aflSnisce  col  foco. 


Ivi  cap.  V. 

Siccome  Toro  e  l'ariento  si  provano 
al  foco,  così  si  pruovano  le  persone 
nelle  loro  tribolazioni. 


Considerando  la  certezza  della  morte 
e  l'incertezza  dell'ora  di  quella. 

Amore  di  virtù. 
Galendrino  è  uno  ucciello,  il  quale 
si  dice  che  essendo  esso  portato  di- 
nanzi a  uno  infermo,  che  se  '1  detto 


Ivi  T  11  recto. 
Nessuna   cosa   è  più  certa  che  la 
morte,  e  più  incerta  dell'ora  di  quella. 

loi  cap.  I. 
Puosi  asemiar  e  apropriare  la  virtù 
d'amore  a  uno  oselo,  che  se  chiama 
calandrino,  che  ha  tale  proprietà,  se 


Leonardo  da  Vinci.  Il  lavoro  fu  poi  rifatto  di  proposito  da  G.  Calvi,  Il  Ma- 
noscritto H  di  Leonardo  da  Vinci,  il  Fior  di  virtù,  e  l'Acerba  di  Cecco 
d'Ascoli.  Contributo  ad  uno  studio  sui  fonti  di  Leonardo  da  Vinci  in  Ar- 
chivio Storico  lombardo,  Milano,  1898,  X,  p.  73  sgg..  Qui,  pur  traendo  pro- 
fitto dai  lavori  precedenti,  io  mi  propongo  di  estendere  il  raffronto  col  Fior 
di  virtù  a  tutta  l'opera  del  Vinci,  e  parmi  con  risultati  notevoli. 


LE   FONTI    DI    LEONARDO   DA   VINCI 


157 


infermo  debe  morire,  questo  ucciello, 
li  volta  la  testa  per  lo  contrario,  e 
mai  lo  riguarda,  e  se  esso  infermo 
debe  iscampare  questo  ucciello  mai 
l'abandona  di  vista,  anzi  è  causa  di 
levarli  ogni  malattia.  Similmente  fa- 
more  di  virtù  non  guarda  mai  cosa 
vile,  né  trista,  anzi  dimora  sempre 
in  cose  oneste  e  virtuose,  e  ripatria 
(senpre)  in  cor  gientile,  a  similitudine 
degli  uccielli  nelle  verdi  selve  aopra 
li  fioriti  rami,  e  si  dimostra  più  esso 
amore  nelle  aversità.  che  nelle  pro- 
sperità, facendo  come  lume  che  più  ri- 
splende, dove  trova  più  tenebroso  sito. 


condo  che  scrive  Alberto  Magno  e 
Plinio  solino  e  Bartholomeo  de  la 
proprietà  de  li  oseli,  che  se  l'è  por- 
tato dinanci  a  uno  infermo,  se  ri(n)- 
fermo  deve  morire,  el  dito  oselo  li 
rivolge  la  testa,  e  non  lo  voi  mai 
guardare,  e  se  lo  infermo  deve  scan- 
pare:  si  lo  guarda  fermo  e  fiso,  e 
ogni  sua  malatia  si  li  tole  da  dosso. 
Così  fa  la  virtù  d'amore,  ch'ella 
non  guarda  mai  alcun  vitio,  e  fage 
senpre  ogni  cosa  vile  e  trista,  e  de- 
mora  senpre  volentieri  in  cose  ho- 
neste  e  virtuose:  e  repatria  e  pratica 
sempre  in  ciascun  cuore  gentile  come 
fano  li  oseli  in  le  verdure  de  le  selve 
e  de  li  arbori  fioriti  e  verdi:  e  de- 
mostra più  la  forza  e  '1  valor  de  la 
sua  virtù,  in  la  adversità  che  in  la 
prosperità.  Si  come  fa  lo  lume  che 
posta  in  la  oscurità  e  tenebre  illu- 
mina e  resplende  più  forte,  che  in  la 
luce,  così  la  virtù  del  vero  e  perfecto 
amore  se  cognosse  meglio  per  el  suo 
contrario. 


Dei  nibbio  si  legge,  che  quando 
esso  vede  i  sua  figlioli  nel  nido  esser 
di  troppa  grassezza,  che  egli  gli  becca 
loro  le  coste,  e  tiengli  sanza  man- 
giare. 


Ivi  cap.  II  (De  la  invidia). 

Et  puosi  apiopriare  et  assimigliare 
il  vitio  de  la  invidia  al  pio  overo 
nibio,ch'è  unooccello  tanto  invidioso, 
che  s'elo  vede  li  suoi  figlioli  ingras- 
sare in  lo  nido,  si  li  da  de  lo  becco 
nelle  coste,  accio  che  la  carne  si 
amarcisca,  et  chosì  si  smacrino. 


L'allegrezza  è  appropriata  al  gallo, 
che  d'ogni  piccola  cosa  si  rallegra, 


Ivi  cap.  Vili  (Alegreza). 

Et  puosi  asimigliare  e  appropriare 
la  virtù  de  la  nostra  alegreza  al  gallo. 


158 


E.    SOLMI 


e  canta  con  vari  e  scherzanti  movi- 
menti. 


La  tristezza  s'assomiglia  al  corvo, 
il  quale,  quando  vede  i  sua  nati  fi- 
gliuoli essere  bianchi,  per  lo  grande 
dolore  si  parte,  con  triste  ramma- 
richio gli  abandona,  e  non  gli  pasce, 
insino  che  non  gli  vede  alquante 
poche  penne  nere. 


Del  castoro  si  legge  che,  quando  è 
perseguitato,  conoscendo  essere  per 
la  virtù  de'  sua  medicinali  testiculi, 
esso,  non  potendo  più  fuggire,  si  ferma, 
e,  per  avere  pace  coi  cacciatori,  coi 
sua  taglienti  denti  si  spicca  i  testi- 
culi,  e  li  lascia  a  sua  nimici. 


Dell'orso  si  dice  che,  quando  va 
alle  case  delle  ave  per  tórre  loro  il 
mele,  esse  ave  lo  cominciano  a  pun- 
gere; onde  lui  lascia  il  mele,  e  corre 
alla  vendetta;  e,  volendosi  con  tutte 
quelle  che  lo  mordano  vendicare,  con 
nessuna  si  vendica,  in  modo  che  la 
sua  vita  si  converte  in  rabbia,  e  git- 
tatosi  in  terra  con  le  mani  e  coi  piedi 
innaspando,  indarno  da  quelle  si  di- 
fende. 


lo  quale  se  alegra  e  canta,  secundo 
l'hore,  per  movimenti  de  alegreza  na- 
turale. 

Ivi  cap.  IX  (Tristeza). 
Et  puosi  apropriare  e  asimigliare 
el  vicio  di  la  tristeza  al  corbo,  il  quale 
vedendo  nascere  dell'ove  li  suoi  fi- 
glioli bianchi  elo  satrista  tanto,  ch'elo 
si  parte  e  lassali  stare,  non  credendo 
che  siino  suoi  figlioli,  perchè  non 
sono  negri  come  lui,  e  infino  che  non 
cominciano  a  metter  le  penne  negre  : 
non  li  porta  da  mangiare:  ma  bisogna 
che  vivano  d'aere. 

Gap.  X  (De  la  pace). 
E  puosi  apropriare  la  pace  al  ca- 
storio, che  è  uno  animale  che  sa  per 
natura:  perche  li  cazadori  lo  van 
perseguendo,  ciò  e  per  li  suoi  co- 
glioni ;  perche  sono  medicinali  a  certe 
infirmitade  :  si  che  quando  lo  e  perse- 
guito, e  vede  che  non  può  scampare: 
lo  se  piglia  li  coioni  con  li  denti,  e 
taiaseli  via,  acio  che  li  cazadori  li 
habia. 

Cap.  Xll  (De  la  ira). 
Et  puosi  appropriare  e  assimigliare 
el  vicio  de  lira  ad  lorso,  che  mangia 
volentiere  el  mele,  che  volendolo 
trare  del  buscio  :  le  ape  li  ponge  li 
ochi:  e  lui  lassa  stare  lo  mele,  e  corre 
driedo  a  le  ape  per  occiderle,  e  poi 
viene  laltra,  e  pongeli  el  muso,  e  elio 
lassa  stare  la  prima,  e  corre  driedo  a 
laltra,  et  e  tanta  la  sua  ira,  che  se  elle 
fossino  ben  mille,  che  tutte  vorebotio 
fare  vendetta  :  benché  non  la  possono 
fare  di  niuna  lassando  luna  per  laltra. 


LE  FONTI   DI   LBONARDO   DA   VINCI 


159 


Misericordia  over  gratitudine. 

La  virtù  della  gratitudine  si  dice 
essere  più  nelli  uccielli  detti  upica,  i 
quali  conosciendo  il  benefìcio  della 
ricievuta  vita  e  notrimento  dal  padre 
e  dalla  lor  madre,  quando  li  vedano 
vecchi  fanno  loro  unonido,eli  covano, 
e  li  notrìscano,  e  cavan  loro  col  becco 
le  vecchie  e  tristi  penne,  e  con  cierte 
erbe  li  rendano  la  vista  in  modo  che 
ritornano  in  prosperità. 


Gap.  XII  (De  la  mesericordia). 
E  puosi  apropriare  e  asimiare  la 
virtù  de  la  misericordia  ali  fioli  d'uno 
oselo,  che  se  chiama  Pola,  che  quaado 
li  vedono  forte  invechiare  el  suo  pa- 
dre e  la  sua  madre:  si  che  non  ve- 
dan(d)o  più  lume,  e  che  non  possa(n) 
più  volare,  eli  si  fanno  nido,  e  si  li 
pase  e  nutriga  li  dentro  :  e  si  li  traze 
col  becho  tute  le  penne,  e  massima- 
mente quelle  che  sono  dintorno  a  i 
ochi:  e  cavali  in  fino  a  tanto  che  li 
renasse  tutte  le  penne:  e  così  per 
natura   se  rivano  e  tornali  il  vedere. 


11  basalisco  è  di  tanta  crudeltà  che, 
quando  con  la  sua  venenosa  vista  non 
po'  occidere  li  animali,  si  volta  al- 
l'erbe e  le  piante,  e,  fermato  in  quelle 
la  sua  vista,  le  fa  seccare. 


Gap.  XIIl  (De  la  crudelità). 
Et  puosi  apropriare  e  assiinigliare 
lo  vicio  de  la  crudelità  al  basalisco, 
che  e  un  serpente,  che  occide  altrui 
pur  solo  col  suo  sguardo.  Et  mai  non 
ha  in  lui  misericordia  alchuna:  et  se 
elio  non  può  trovare  alcuno  da  intos- 
sicare, elio  fa  seccare  le  herbe  et  li 
arbori,  che  li  sono  dintorno. 


Dell'aquila  si  dice  che  non  ha  mai 
sì  gran  fame,  che  non  lasci  parte  della 
sua  preda  a  quelli  uccelli,  che  le  son 
dintorno;  i  quali,  non  potendosi  per 
sé  pascere,  è  neciessario  che  siano 
corteggiatori  d'essa  aquila,  perchè  in 
tal  modo  si  cibano. 


Gap.  XIV  (De  la  liberalità). 
Et  puosi  asimigliare  e  apropriare 
la  virtù  de  la  liberalità  a  laquila,  la 
quale  e  lo  più  liberale  oselo,  che  si  a 
nel  mundo,  perche  non  potrebe  mai 
bavere  tanta  fame  che  non  lassasse 
sempre  la  meta  de  quello  che  ella 
mangia;  e  perciò  rare  volte  se  vede 
volare:  perche  molti  oseli  non  pos- 
sono pascere  perse:  quando  la  vegono 
volare  li  vanno  drieto  per  cibarsi,  et 
nutrirsi  del  suo  cibo  che  li  rimane. 


160 


E.   SOLMI 


Il  rospo  si  pasce  di  terra,  e  sempre 
sta  macro,  perchè  non  si  sazia  ;  tanto 
è  il  timore  che  essa  terra  non  li 
manchi. 


Quando  il  lupo  va  assentito  a  qual- 
che stallo  di  bestiame,  e  che,  per 
caso,  esso  ponga  il  piede  in  fallo,  in 
modo  facci  strepito,  egli  si  morde  il 
pie',  per  correggere  tale  errore. 


La  serena  si  dolcemente  canta,  che 
addormenta  i  marinari  ;  e  essa  monta 
sopra  i  navili,  e  occide  li  addormen- 
tati marinari. 


La  formica,  per  naturale  consiglio, 
provvede  la  state  per  lo  verno,  ucci- 
dendo le  raccolte  semenza,  perchè 
non  rinascine;  e  di  quelle  al  tempo 
si  pascono. 


Gap.  XV  (De  la  avaritia). 
Et  puosi  apropriare  e  assimiare 
lavaritia  a  lo  rospo,  che  vive  pur  di 
terra  sola,  e  per  paura  che  non  li 
manchi  mai,  non  ne  mangia  quanto 
che  li  ne  bisogna. 

Gap.  XVI  (De  la  correctione). 
Et  puosi  apropriare  e  assimiare  la 
virtù  de  la  correptione  al  lupo,  che 
quando  sia  presso  ad  alcuna  habita- 
tione,  se  per  caso  pone  il  piede  in  fallo 
si  che  scapuciasse,  per  modo  che  fesse 
rOore,  che  potesse  esser  sentito:  se  pia 
lo  piede  con  li  denti  e  si  lo  strenge  e 
morde  per  castigarlo,  accio  che  elio 
se  guardi  unaltra  volta. 

Gap.  XVIU  (Be  le  losinghe). 
Et  puosi  apropriare  lo  vitio  de  le 
losinghe  a  la  serena,  che  e  uno  ani- 
male o  vero  un  pesce  di  mare,  che 
dal  raezo  in  zoso  sia  a  modo  de  pe- 
sce....: e  quando  le  navi  nauigano  per 
quelli  luoghi,  elle  cantano  si  dolce- 
mente ,  che  fano  indormenzare  la 
gente,  et  li  marinari,  e  come  dormono 
ella  monta  su  le  naui,  e  si  li  uccide 
tutti. 

Gap.  XVllI  {De  la  prudentia). 
Et  puosi  appropriare  e  assemigliare 
la  virtù  de  la  prudentia:  overo  pre- 
videntia  a  la  formicha,  la  quale  si  e 
solicita  rinstade  a  trouare  quello  che 
bisogna  a  mangiare  Tinuerno;  recor- 
dandosi del  tempo  passato;  et  cono- 
scendo lo  presente:  cioè  ristate, perche 
alhora  troua  ciò  che  li  fa  de  bisogno 


LE  FONTI  DI  LEONARDO  DA  VINCI 


161 


provedendosi  per  lo  tgpo  da  uengnere, 
e  ffende  ogni  biaua,  cbella  governa, 
aciò  che  ella  non  nasca  al  tempo  de 
l'inverno. 


Pazzia. 
11  bo  salvatico,  avendo  in  odio  il 
colore  rosso,  i  cacciatori  vesta(n)  di 
rosso  il  pedal  di  una  pianta,  e  esso  bo 
corre  a  quella,  e  con  gra(n)  furia  v'in- 
cioda  le  coma,  onde  i  cacciatori  l'oc- 
cidano. 


Giustizia. 
E  si  può  assimigliare  la  virtù  de 
la  justizia  allo  re  delle  ave;  il  quale 
ordina,  e  dispone  ogni  cosa  con  ra- 
gione; imperocché  alcune  ave  sono 
ordinate  andare  per  fiori,  altre  ordi- 
nate a  lavorare,  altre  a  combattere 
colle  vespe,  altre  a  levare  le  spor- 
cizie, altre  a  compagnare  e  corteg- 
giare lo  re;  e,  quando  è  vecchio  e 
sanza  ali,  esse  lo  portano,  e,  se  ivi 
una  manca  di  suo  ofi^io,  sanza  al- 
cuna remissione  è  punita. 


GtornaU  ttorico.  —  Sappi,  n*  10-11. 


Gap.  XIX  (De  la  pazia). 
Et  puose  appropriare  et  assemiare 
lo  vitio  de  la  pazia  ouer  mattezza  al 
Bo  silvatico  :  che  ha  I  odio  ogni  cosa 
roscia  per  natura:  si  che  quSdo  li 
ca/iatori  lo  voion  piare,  se  vestono  de 
rosso,  et  si  vanno  doue  usa  el  Bo  sil- 
uatico  :  et  subito  lo  bo,  per  la  grande 
uolontà,  che  elio  ha,  non  ci  pensa,  e' 
non  se  guarda  niente:  ma  con  gran 
furore  li  corre  adosso  :  e  li  cacciatori 
si  fugieno,  et  si  sascondono  drieto  uno 
albore,  che  haò  apostato:  e  lo  bo  cre- 
dendo andare  adosso  a  li  cacciatori, 
uà  a  ferire  cam  le  come  fortemente 
nel  alboro,  che  non  le  può  retirar 
fuora  :  ed  alhora  li  cazatori  uano  fuora, 
et  si  Tocidono. 

Gap.  XX(I)  (De  la  giusHtia). 
Et  puosi  apropriare  et  assemiare 
la  virtù  de  la  iustitia  a  Io  Re  de  le 
ape,  che  ordena,  e  despensa  ogni  cosa 
con  ragione:  perche  certe  ape  sono 
ordinate  andare  per  fiori,  per  fare  il 
miele:  alcune  altre  sono  ordinate  a 
lauorare,  e  fabricare  le  sue  stantie  de 
cera  e  de  mele.  Altre  sono  ordinate  a 
purgare  il  miele:  altre  sono  deputate 
accompagniar  lo  Re.  Alcune  sono  or- 
dinate a  combattere,  perchè  natural- 
mente elle  hano  gran  guerre  insieme  : 
perche  luna  vole  tor  lo  miele  a  laltra: 
né  mai  ninna  ape  uscirà  fuora  de  la 

11 


162 


E.   SOLMI 


Fedeltà  over  Italia. 
Le  gru  son  tanto  fedeli  e  leali  al 
loro  re,  che  la  notte,  quando  lui  dorme, 
alcune  vanno  dintorno  al  prato  per 
guardare  da  lunga;  altre  ne  stanno 
da  presso;  e  tengano  uno  sasso  cia- 
scuna in  pie,  acciochè,  se  '1  sonno  le 
vincessi,  essa  pietra  cadrebbe,  e  fa- 
rebbe tal  remore,  che  si  ridestereb- 
bono;  e  altre  vi  sono,  che  'nsieme  al 
re  dormono,  e  ciò  fanno,  ogni  notte 
scambiandosi,  a  ciò  che  '1  loro  re  non 
venga  'mancare.  Le  gru,  a  ciò  che 
lor  re  non  perisca  per  cattiva  guardia, 
la  notte  li  stanno  dintorno  con  pietre 
in  pie. 


Falsità. 
La  volpe,  quando  vede  alcuna  torma 
di  gazze  o  taccole  o  simili  uccelli,  su- 
bito si  gitta  in  terra  in  modo,  con  la 
bocca  aperta,  che  par  morta,  e  essi 
uccelli  le  voglion  beccare  la  lingua, 
e  essa  gli  piglia  la  testa. 


sua  casa  avanti  lo  suo  re,  e  ciaschuna 
li  fa  grandissima  riverentia:  e  se  lo 
Re  fosse  vechio,  si  che  per  uechieza 
perdesse  le  ale,  e  nò  podesse  uolare, 
gràde  moltitudine  de  Ape  se  lo  porta, 
e  mai  non  lo  abandona,  e  tutte  le 
altre  ape  si  liano  lo  penzello  ne  la 
coda. 

Gap.  XXII  (De  la  lialtà). 
Et  puosi  apropriare  e  asimiare  la 
virtù  de  la  lialità  ale  grue,  che  hano 
ùo  suo  re,  al  qual  tute  seruono  più 
lialmente  che  non  fa  niuno  altro  ani- 
male, perchè  la  note,  quando  laltre 
dormo,  si  mete  lo  suo  Re  de  mezo  e 
tute  le  altre  listaò  dintorno  :  et  mette 
sempre  doe  o  tre  de  le  altre  dintorno 
a  far  la  guardia:  e  aciò  chele  non  se 
adormètasseno  :  le  tengào  un  pie  le- 
uado  T  aiere  e  laltro  rterra:  e  in 
quello,  che  tengon  leuado,  tengono 
sèpre  ùa  pietra  perchè,  se  Io  sono  le 
stracase,  la  piera  le  cagerave  del  pie, 
e  le  se  vegnerave  a  resentire.  Et  qìiesto 
fano  per  la  grande  lialità,  che  se  por- 
tano insieme,  e  perchè  lo  suo  re  non 
li  venisse  a  mancare  per  mala  guardia. 

Gap.  XXIII  {De  la  falsità). 
E  posi  apropriare  e  asimiare  el  vitio 
de  la  falsità  al  volpe,  che,  quando  non 
pò  trovar  da  magiar,  se  getta  I  terra 
I  qualche  campo,  come  se  ella  fusse 
morta, cum  la  lingua  fora  de  la  bocca: 
e  lioselli,  credendo  che  ella  sia  morta, 
gli  uano  dintorno:  e  si  li  mòtào  adosso: 
e  quando  vede,  che  siano  bene  assicu- 
rati :  lieua  la  testa,  e  apre  la  bocca,  8 
pia  quello  che  ella  può. 


LE  FONTI  DI  LEONARDO  DA  VINCI 


163 


Verità. 
Benché  le  pernici  rubino  Tova  l'una 
all'altra,  non  di  meno  i  figlioli,  nati 
d'esse  ova,  sempre  ritornano  alla  lor 
vera  madre. 


Busta. 

La  talpa  ha  li  occhi  molto  piccioli, 
e  sempre  sta  sotto  terra,  e  tanto  vive, 
quanto  essa  sta  occulta,  e,  come  viene 
alla  luce,  subito  more,  perchè  si  fa 
nota  cosi  la  bugia. 


Timore  ot>er  viltà. 
La  lepre  sempre  teme,  e  le  foglie, 
che  caggiono   dalle    piante  per  au- 
tunno, sempre  la  tengano  in  timore, 
e,  '1  più  delle  volte,  in  fuga. 


Magnanimità. 

Il  falcone  non  preda  mai,  se  non 
l'uccelli  grossi,  e  prima  si  lascierebbe 
morire,  che  si  cibassi  de'  piccioli,  e 
che  mangiasse  carne  fetida. 

Vanagroria. 
Di  questo  vitio  si  legie  del  pagone 
esserli  più  che  altro  animale  sotto- 


Gap.  XXIV  (De  la  uerità). 
Et  puoBÌ  apropriare  e  asemiare  la 
virtù  de  la  uerità  a  li  fioli  de  la  per- 
nise,  perchè  quando  una  pernise  ha 
facte  le  oua  :  un  altra  uà,  e  si  l'inuola, 
e  couale,  e  quando  sono  nati  li  fioli, 
cioè  li  pernigoni,  la  natura  linsegna 
a  conoscere  la  voce  de  la  uera  ma- 
dre  e  corron  drìeto  a  la  sua  uera 

madre. 

Gap.  XXV  (Delabosia). 
Et  puosi  apropriare  e  asemiare  lo 
vitio  de  la  bosia  al  topo  overo  topi- 
nera,  che  non  ha  ochi,  et  va  sempre 
sotto  terra,  et  se  uiene  a  laire  subito 
muore:  così  fa  la  bosia,  che  sempre 
se  conuiene  coprire  con  qualsia  colore 
di  verità,  acciò  che  sia  creduta. 

Gap.  XXVIl  (Del  timore). 
Et  puosi  apropriare  et  assemiare  el 
vitio  de  la  fievoleza  overo  del  timore 
a  la  lievore,  che  è  lo  più  spauroso 
animale,  che  sia  al  mondo,  et  lo  più 
vile,  che  stando  al  bosco  se  alde  più 
movere,  et  sonare  le  foglie  de  li  al- 
bori, quando  el  vento  le  mena  :  elio 
de  subito  fuge,  et  scampa  via. 

Gap.  XXVIII  (De  la  magnanimità). 
Et  puose  apropriare  et  asemiare  la 
virtù  de  la  magnanimità  al  falcone, 
che  elio  se  lasseraue  inanzi  morire 
di  fame,  che  manzasse  d' una  carne 
marcia. 

Gap.  XXIX  (De  la  vanagloria). 
E  puosi  apropriare  overo  asimiare 
lo  vitio  de  la  vanagloria  al  Paone  : 


164 


E.  SOLMI 


posto,  perchè  senpre  contenpia  inella 
belleza  della  sua  coda,  quella  allar- 
gando in  forma  di  rota,  e  col  suo  grido 
trae  a  sé  la  vista  de'  circustanti  ani- 
mali, e  questo  è  l'ultimo  vitio,  che  si 
possa  vinciere. 


che  è  tuto  pieno  de  vanagloria  :  e 
tuto  lo  suo  dileto  non  è  altro,  che 
guardarsi  le  sue  penne:  e  in  far  la 
ruoda  cum  la  coda  :  aciò  che  le  per- 
sone la  laude.  De  la  vanagloria  se 
leze  in  la  Summa  de  li  vitii:  che 
quando  l'homo  ha  vinto  tuti  quanti 
li  vitii  :  per  ultimo  si  li  reman  la  va- 
nagloria. 


Costangia. 
Alla  costanzia  s'assimiglia  la  fenice, 
la  quale,  intendendo  per  natura  la 
sua  rennovazione,  è  costante  a  soste- 
nere le  cocenti  fiamme,  le  quali  la 
consumano,  e  poi  di  novo  rinasce. 


Jnconstanzia. 
Il  rondone  si  mette  per  la  inco- 
stanza, il  quale  sempre  sta  in  moto, 
per  non  sopportare   alcuno   minimo 
disagio. 


Gap.  XXX  (De  la  constantia). 
E  puosi  apropriare  e  asimiare  la 
virtù  de  la  constantia  a  uno  ocelo,  che 
ha  nome  fenice,  lo  quale  ulve  trecento 
et  quindeci  anni,  et  come  ella  se 
vede  invechiare,  si  che  la  natura  li 
mancha,  elio  anusia  certe  ligne  odo- 
rifere ben  seche,  et  fané  un  nido  et 
intra  dentro,  et  uolge  la  faza  verso 
la  spiera  del  sole,  et  tanto  sbatte  le 
ale,  chel  fuoco  s*  empia  in  quel  suo 
nido,  per  lo  calore  del  sole.  Et  questo 
ocello  è  tanto  constante ,  che  per 
quello  fuoco  non  se  move:  anzi  si 
lassa  brusciare  :  perchè  lo  sa  natu- 
ralmente, che  elio  se  deve  renovare, 
et,  in  capo  di  none  dì,  si  riesce  de  la 
poluere  o  uero  cenere  et  humore  del 
suo  corpo  un  uermecello,  che  uiue,  e 
cresce  a  poco  a  poco  per  virtù  natu- 
rale, et  poi,  in  capo  di  trenta  dì,  elio 
diventa  ocelo,  come  era  da  prima,  si 
che  non  è  mai  più  che  uno  al  mondo. 

Gap.  XXXI  (De  la  inconstantia). 

Et  puosi  apropriare  e  assemiare  Io 
vitio  de  la  inconstantia  a  la  rondine 
0  vero  zesilia,  che  tutta  la  sua  vita 
si  è  solo  di  volare  in  qua  en  là. 


LE    FONTI    DI   LEONARDO   DA  VINCI 


165 


Temperanza. 
11  cammello  è  il  più  lussurioso  ani- 
male che  sia,  e  andrebbe  mille  miglia 
diritto  a  una  cammella,  e,  se  usasse 
continuo  con  la  madre  o  sorelle,  mai 
le  tocca,  tanto  si  sa  ben  temperare. 


Intemperanza. 
L'alicorno  overo  unicorno,  per  la 
sua  intemperanza  a  non  sapersi  vin- 
cere, per  lo  diletto  che  ha  delle  don- 
zelle, dimentica  la  sua  ferocità  e 
salvatichezza;  ponendo  da  canto  ogni 
sospetto  va  alla  sedente  donzella,  e 
se  le  addormenta  in  grembo  ;  e  i  cac- 
ciatori in  tal  modo  lo  pigliano. 


Gap.  XXXII  (De  la  temperanza). 

E  paosi  apropriare  o  aero  asimiare 
la  virtù  de  la  temp)erantia  a  una  be- 
stia, che  ha  nome  camello,  che  natu- 
ralmète  è  Io  più  lussarioso  animale, 
che  sia  al  mondo:  in  modo  che  an- 
daraae  drieto  a  una  camelia  cento 
mia  per  baverla,  o  uero  per  vederla, 
et  poi  ha  tanta  sofferentia  e  tempe- 
rantia  in  lui,  che  si  andò  con  la  ma- 
dre 0  cum  le  sorelle  non  le  tocaraue 
mai  carnalmente. 

Gap.  XXXIII  (De  la  intemperanza) 
Et  posi  apropriare  overo  assimiare 
el  vitio  de  la  intemperantia  a  lo  lion- 
corno  o  uero  alioonio,  che  è  una  be- 
stia, che  ha  tanta  delectatione  di  star 
con  donzella  vergine,  che  come  elio  ne 
vede  alcuna,  elio  si  va  da  lei,  et  si  seli 
indormenza  in  braccio,  et  così  ven- 
gono li  cacciadori,  et  pianlo. 


Umiltà. 

Dell'umiliti  si  vede  somma  sperien- 
zia  nello  agnello,  il  quale  si  sotto- 
mette  a  ogni  animale,  e  quando  per 
cibo  son  dati  al'incarcerati  leoni,  a 
quelli  si  sottomettano ,  come  alla 
propria  madre,  in  modo  che  spesse 
volte  s'è  visto  i  leoni  non  li  volere 
occidere. 

Superbia. 

11  fa(l)cone  per  la  sua  alterigia  e 
superbia  vole  signioregiare,  e  sopraf- 
fare tutti  li  altri  uccielli,  che  son  di 
rapina,  e  sen(pre)  desidera  essere  solo, 
e  spesse  volte  s' è  veduto  il  falcone 
assaltare  l'aquila  regina  delli  uccielli. 


Gap.  XXXIV  (De  la  humilità). 
Et  puosi  apropriare  et  asemiare  la 
virtù  de  la  humilità  alangello,  che  è 
lo  più  humile  animale  sia  al  mondo: 
et  comporta  tucto  quello,  che  li  uiene 
facto,  sottomettendosi  a  ciaschuno. 


Gap.  XXXV  (De  la  superbia). 
E  puosi  apropriar  e  asemiar  el  vitio 
de  la  superbia  al  falcone,  che  sempre 
vole  segnorizare  i  altri  oseli:  e  zia 
se  à  trovato  falcone,  che  §  presumito 
de  piar  e  amazar  l'aquila,  che  è  re- 
gina de  i  oseli  ;  e  là  dove  el  falcone 


166 


E.   SOLMI 


Astinenzia. 
11  salvatico  asino,  quando  va  alla 
fonte  per  bere,  e  truova  l'acqua  in- 
torbidata, non  ara  mai  si  gran  sete, 
che  non  s'astenga  di  bere,  e  aspetti 
eh  essa  acqua  si  rischiari. 


Gola. 
11  voltore  è  tanto  sottoposto  alla 
gola,  che  andrebbe  mille  miglia  per 
mangiare  d'una  carogna;  e  per  questo 
seguita  (li  eserciti). 


Castità. 
La  tortora  non  fa  mai  fallo  al  suo 
compagno,  e,  se  l'uno  more,  l'altro 
osserva  perpetua  castità,  e  non  si  posa 
mai  su  ramo  verde,  e  non  bee  mai 
acqua  chiara. 


Lussuria. 
11  palpistrello  per  la  sua  isfrenata 
lussuria,  non  osserva  alcuno  univer- 
sale modo  di  lussuria,  anzi  maschio 
con  maschio,  femmina  con  femmina, 
si  come  a  caso  si  trovano,  insieme 
usano  il  lor  coito. 


fa  el  nido  ;  batte,  e  score  tutto  el  paese 
dintorno:  e  non  ce  lassa  usar  oselle: 
che  viva  de  rapina,  per  esser  solo  se- 
gnore. 

Gap.  XXXVI  (De  la  abstinentia). 

Et  puosi  apropriare  la  virtù  del 
abstinentia  a  lasino  silvatico,  el  quale 
non  beueraue  mai  acqua,  si  ella  non 
fosse  chiara:  et  si  lo  uà  al  fiume  o 
a  la  fontana,  e  l'acqua  sia  torbida; 
elio  starà  duoi  o  tre  giorni,  che  non 
beueraue,  sperando  che  l'acqua  se 
schiare. 

Gap.  XXXVIl  (De  la  gola). 
Et  puosi  apropriare  el  vitio  de  la 
gola  a  lo  auoltor,  che  è  uno  oselo 
tanto  goloso,  che  andarla  cento  mia 
per  mazzar  d'una  carogna,  et  però 
siegue  loste  de  la  zente  darme:  e  le 
bataie. 

Gap.  XXXVIII  (De  la  castità). 
Et  puosi  apropriare  o  aero  asemiare 
la  virtù  de  la  castità  a  la  tortora,  la 
quale  non  fa  mai  fallo  (al)  suo  com- 
pagno, et  se  morisse  un  di  loro,  laltro 
obserua  perpetua  castità,  e  mai  più 
non  si  accompagna,  et  sempre  sta  so- 
litaria et  in  velame,  et  mai  non  beue 
acqua  chiara,  et  non  si  mette  mai  in 
albore  verde. 

Gap.  XXXIX  (De  la  luxuria). 
Et  puosi  apropriare  o  vero  asemiare 
el  vitio  de  luxuria  al  Barbastrelo  o 
vero  noctula  che  in  verità  è  lo  più 
luxurioso  animale,  che  sia  al  mondo: 
siche  per  la  sua  desordenata  et  sme- 
surata  volontà,  che  elio  ha  de  questo 


LE  FONTI  DI  LEONARDO  DA  VINCI  167 

vitio  :  non  obeerva  nìuno  naturale 
modo, come  fan  li  altri  animali,  perchè 
mascolo  con  mascolo:  et  femina  con 
femina;  come  se  trovano,  se  coniun- 
gono  insiemi. 


Mode  rati  za. 
L'ermellino  per  la  sua  moderantia 
non  mangia  se  n(on)  una  sola  volta 
il  dì,  e  prima  si  lasscia  pigliare  a' 
cacciatori,  che  volere  fuggire  nella 
infangata  tana  —  per  non  maculare 
la  sua  gientileza. 


Afagnianimità. 
Il  falcone  non  piglia  se  non  uccielli 
grossi,  e  prima  more,  che  mangiare 
carne  di  non  bono  odore. 


al  traditore  la  morte  è  vita,  perchè 
se  usa  lialtà,  non  gl'è  creduta. 


Gap.  XXXX  (De  la  moderanxa). 

E  puosi  apropriare  o  vero  asemiar 
la  virtù  de  la  moderanza  a  Tarmelino, 
ch'è  uno  animale  più  moderato  e  cor- 
tese e  zentile,  che  sia  al  mondo  :  si 
che  per  sua  gran  moderanza  e  naturai 
zentileza  non  manza  mai,  se  non  una 
volta  al  dì:  e  mai  no  manzarave  de 
ninna  cosa  soza;  e  quando  piove  non 
ese  mai  de  la  soa  tana  :  per  non  inv 
pegarsi  de  fango,  e  questo  fa  per  sua 
zentileza,  e  mai  non  habita  in  loco 
humido,ma  sempre  in  loco  sciuto:  e 
quando  li  cazadori  lo  voiono  piare  : 
eli  circonda(no)  tuta  la  sua  tana  de 
fango,  e  quando  l'armelino  ese  fora, 
eli  sara(no)  la  boca  de  la  tana:  per- 
chè la  non  posi  retomare  in  la  sua 
tana.  E  quando  el  vede  i  cazadori:  el 
fuze,  e  quando  zonze  al  fango  si  lasa 
avanti  piar,  che  volersi  impegar,  tanto 
è  zentile. 

Gap.  XXVII  (De  la  magnianimità). 
E  puosi  apropriare  e  asimiare  la 
virtù  de  la  magnanimità  al  falcone. 
Io  se  lasaraue  inanzi  morire  de  fame, 
chelo  manzasse  de  una  carne  marza, 
e  non  pia  mai,  se  non  oselli  grossi. 

Gap.  XXIII  (De  la  falsità). 
Longino    dice  :   a   lo   traditore    la 
morte  si  è  vita  :   perchè   s'  elo  usa 
lialtà,  non  i  è  creduta. 


168 


E.  SOLMI 


dimanda  consiglio  a  ch(i)  ben  si 
correggie. 

giustitia  voi  potentìa  intelligentia 
e  volontà,  e  si  assomiglia  al  re  delle 
ave. 


chi  non  puniscie  il  male,  comanda 
che  si  facci. 


chi  piglia  la  biscia  per  la  coda, 
quella  poi  lo  morde. 

chi  cava  la  fossa,  questa  gli  mina 
adesso. 

chi  scalza  il  muro,  quelo  gli  cade 
adosso. 

chi  taglia  la  pianta,  quella  si  ven- 
dica colla  sua  ruina. 

chi  non  rafrena  la  voluctà,  colle 
bestie  s'acconpagni. 

non  si  pò  aver  magior,  né  minor 
signoria,  che  quella  di  se  medesimo. 


chi  poco  pensa,  molto  erra. 

più  facilmente  si  contesta  al  prin- 
cipio, che  al  fine. 

nessuno  consiglio  è  più  leale,  che 
quello  che  ai  dà  dalle  navi,  che  sono 
in  pericolo. 


Gap.  XVIII  (De  la  prudentia). 
quando  tu  voli  domandar  conseio  ad 
altri,  guarda  prima  come  se  rese  lui. 

Gap.  XX. 

Sancto  Tomaso  dice  che  tre  cose 
bisogna  al  homo  a  fare  iustitia:  po- 
tentia,  intelligentia  e  voluntà:  e  Puose 
apropriare  e  asimiare  la  virtù  de  la 
iustitia  a  lo  Re  de  le  Ave. 

Gap.  XXI. 
chi  non  ponisce  lo  male,  comanda 
che  lo  mal  se  fazi. 

Gap.  XXI. 
chi  pia  la  bisia  per  la  coda,  si  la 
morde, 
chi  cava  la  fossa,  si  cade  dentro. 

chi  revolze  la  pietra,  si  li  cade 
adosso. 

(chi  fende  lo  legno  inasverato  sarà 
da  quello  inasverato,  ed.  Bottari). 

Gap.  XXXII. 

chi  non  rafrena  le  sue  voluntà,  non 
è  homo,  cum  le  bestie  se  puoi  accom- 
pagnare. 

non  se  pò  haver  magior  ne  menor 
signoria,  che  quella  de  si  isteso. 

Gap.  XVIll. 

el  poco  pensare  fa  molte  volte  er- 
rare. 

più  leziera  cosa  è  contrastare  al 
principio  0  vero  al  comenzamento 
de  le  cose,  che  a  la  fine. 

niuno  conseio  è  meglior  né  più 
liale,  che  quello  che  si  dà  ne  le 
navi  che  sono  in  pericolo. 


LE  FONTI  DI  LEONARDO  DA  VINCI  169 

(DeWantivedere)  Gap.  ULTIMO, 

il  gallo  non  canta,  se  prima  3  volte         Albertano  dice,  che  ogni  un  che 
non  batte  l'alie.  voi  esser  honesto  nel  parlare,  de*  piar 

exemplo  dai  gaio  :  che  sempre,  avanti 
chele  canti, sbate  tre  volte  le  ale. 

Gap.  XVUI. 
aspetti  danno,  quel  che  si  regie  per         aspetare  si  pò  ben  roinia,  chi  se 
giovane  in  consiglio.  reze  per  conscio  de  zovene. 

Constantia 

non  chi  comincia,  ma  quel  che  per-         (non  è  da  lodare  chi  comenzia,  ma 
severa  (1).  chi  persevera)  (ed.  Bottari). 


LXXIX. 

PoRzoRE  (da)  Niccolò.  Assorto  ne'  suoi  lavori  per  la  canaliz- 
zazione dell'Arno,  il  Vinci  si  fa  dare  da  un  mercante  sanese 
Niccolò  da  Forzore,  alcune  notizie  su  certi  canali  di  Fiandra, 
donde  si  ritraeva,  che  «  il  fiume,  che  s'ha  a  piegare  d'uno  in 
«  altro  loco,  deve  essere  lusingato,  e  non  con  violenza  aspreggiato, 
«  e  a  questo  fare  si  de'  cavare  in  fra  '1  fiume  alquanto  di  pescaia, 
*  e  poi  di  sotto  gettarne  una  più  innanzi,  e  cosi  si  faccia  colla 
«  terza,  quarta  e  quinta,  in  modo  che  '1  fiume  imbocchi  col  ca- 
«  naie  datogli,  e  che  per  tal  mezzo  si  scosti  dal  loco  da  lui  dan- 
«  neggiato,  come  fu  fatto  in  Fiandra.  Dettomi,  conclude  Leonardo, 
«  da  Niccolò  da  Forzore  »  (2). 


(1)  I  frammenti,  da  me  messi  a  riscontro  dei  vari  capitoli  del  Fior  di  virtù,  ' 
son  da  ricercarsi  :  il  primo  in  Leonardo,  Trattato  della  pittura  (ed.  Ludwig), 
n.  77  :  il  secondo  nel  Manoscritto  H,  f.  47  verso  ;  il  terzo  nella  Bibl.  Melzi, 
Testamento  di  Leonardo;  il  quarto  e  i  successiNa  nel  Manoscritto  JET,  f.  5 
recto  e  verso,  f.  6  recto  e  verso,  f.  7  recto  e  verso,  f.  8  recto  e  verso,  f.  9 
recto  e  verso,  f.  10  recto  e  verso,  f.  11  recto  e  verso,  f,  12  recto,  101  recto, 
118  recto  e  verso,  119  recto,  48  verso,  101  recto. 

(2)  Lso.NARDO,  Manoscritto  di  Leicester,  f.  13  recto. 


170  E.   SOLMI 


LXXX. 


FosiNFRONTE  ANGELO  DA  FossAMBRONE.  Il  richiamo  del  Ma- 
noscritto M:  «  De  moto  locale...  Tisber...  Angelo  Fossabron  »  (1)  è 
un  evidente  riferimento  al  De  motu  locali  di  Angelo  Fossam- 
bruno,  studioso  di  meccanica  del  secolo  XV;  e  forse  precisamente 
alla  edizione,  che  si  conserva  nella  Universitaria  di  Bologna  : 
«  Tractatus  guilelmi  Hentisberi  de  sensu  composito  et  diviso. 
«  Regulae  ejusdem  cum  sophismalibus.  Declaratio  Gaetani 
«  supra  easdem.  Expositio  lilteralis  supra  tractatum  de  tribus. 
«  Questio  messini  de  motu  locali  cum  expletione  gaetani. 
«  Scriptum  supra  eodem  angeli  de  fosambruno.  Bernardi 
«  torni  annotata  supra  eodem.  Simon  de  lendenaria  supra 
«  sex  sophismata.  Tractatus  hentisberi  de  veritate  et  falsilate 
«  propositionum.  Conclusiones  ejusdem  »,  Venetiis,  per  Bonetum 
locatellii,  ecc.  MGGGGXGIV,  in  fol.  (2). 

LXXXI. 

Franceschi  (Pier  de').  Accanto  a  Leon  Battista  Alberti  scrit- 
tore e  architetto,  i  contemporanei  di  Leonardo  ponevano  Pier 
de'  Franceschi,  scrittore  e  pittore.  Questi,  come  Paolo  Uccello 
e  Giocondo  Veronese,  innamoratosi  della  Prospettiva,  vi  aveva 
lungamente  meditato,  con  una  profonda  conoscenza  di  Euclide. 
«  Ma,  scrive  il  Vasari,  essendo  stato  tenuto  maestro  raro  nelle 
«  difflcultà  de'  corpi  regolari  e  nell'aritmetica  e  geometria,  non 
«  potette,  sopraggiunto  nella  vecchiezza  dalla  cecità  corporale  e 
«  dalla  fine  della  vita,  mandare  in  luce  le  virtuose  fatiche  sue, 
«  le  quali  nel  Borgo  sua  patria  ancor  si  conservano  »  (3). 


(1)  Leonardo,  Manoscritto  M,  f.  8  recto. 

(2)  Ho  esaminato  anche  l'altra  opera  di  Angelo  Fossambruno,  Tractatus 
de  velocitate  motus  augmentationis,  s.  1.  n.  d.  Nulla  vi  ha  attinto  Leonardo, 
negli  scritti  editi  fin  qui.  Gfr.  Vecchietti,  Bibl.  Picena,  t.  IV,  p.  196. 

(3)  Vasari,  Le  vite,  Firenze,  1889,  III,  p.  179,  cioè  in  Borgo  Sansepolcro. 


LE  FONTI  DI  LEONARDO  DA  VINCI  171 

Quando  Leonardo  scrive  :  «  Borges  ti  farà  avere  un  Archimede 
«  del  Vescovo  di  Padova,  e  Vittellozzo  quello  da  il  Borgo  a 
«  San  Sepolcro  »  (1)  allude  con  l'ultimo  nome  alla  Perspecdva 
pingendi  di  Pier  de'  Franceschi  o  al  Libellus  de  quinque  cor- 
poribus  reguìaribitsì  (2). 

La  nota  del  British  Museum:  «  maestro  Piero  del  Borgo»  è, 
senza  dubbio,  un  ricordo  di  Pier  de'  Franceschi,  detto  Petrus  de 
Burgo  o  burgensis,  ma  non  della  persona  (Pier  de'  Franceschi 
era  già  cieco  e  vecchio  nel  1409),  bensì  dell'opera,  di  quella 
Perspectivn  pingendi,  che  ci  mostra  ciò  che  di  meglio  fosse 
stato  fatto  nella  prima  metà  del  sec.  XV,  in  rispetto  alla  teorica 
della  pittura- (3).  Luca  Pacioli  l'aveva  giudicata  «opera  insigne»; 
e  Leonardo,  benché  movesse  sul  più  sicuro  terreno  della  prospet- 
tiva binoculare,  ne  ha  fatto,  come  ha  dimostrato  il  Winterberg, 
uno  studio  non  superficiale  (4). 

LXXXII. 

Francesco  Miniatore.  La  nota  di  Leonardo:  «ritrai  il  braccio 
«  di  Francesco  miniatore,  che  ha  molte  vene  »,  (5)  palesa  rapporti 
scientifici  del  Vinci  con  il  miniatore  Francesco  Roselli  o  Rosegli, 
fratello  del  noto  pittore  Cosimo. 

Lxxxin. 

Prezzi  (Federico).  Nella  nota  all'ematite  del  Codice  Atlan- 
tico è  indicato  Quadriì^egio  (6),  e  fu  facile  al  D'Adda  scorgervi  : 


(1)  Leonardo,  Manoscritto  L,  f.  2  recto. 

(2)  Fichi  G.  F.,  Piero  della  Francesca,  Firenze,  1893,  p.  18. 

(3)  Cantor,  yorlesungen  ùber  Geschichte  der  Matematik,  Leipzig,  1892, 
li,  pp.  282-283.  Pacioli,  Summa  de  arithmetica,  geometria,  proportioni  et 
proportionalità,  Venezia,  1494,  e.  2  recto.  Gfr.  Uzielu,  Ricerche  intomo  a 
Leonardo  da    Vinci,  Torino,  1896,  pp.  430,  452. 

(4)  La  Perspectiva  pingendi  si  diffuse  in  due  redazioni:  una  latina  (Bi- 
blioteca Vaticana),  l'altra  italiana  (Bibl.  di  Parma).  Quest'oltima  redazione 
fu  edita  nel  1899. 

(5)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  209  recto.  Gfr.  Bradlet,  Dict.  of 
Miniat.,  Ili,  p.  171. 

(6)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  210  recto.  «  De"  4  regi  ». 


172  E.   SOLMI 

«  Prezzi  (Federigo)  vescovo  di  Folingo.  Il  quadriregio  del  de- 
«  corso  della  vita  humana  overo  libro  de'  Regni.  Impresso  in 
«  Firenze,  s.  a.  »  o  «  Incomincia  il  libro  intitolato  quatriregio 

<  del  decursu  della  vita  humana  di  messer  Federico,  impres- 
«  sum  Mediolani,  per  Antonium  Zarotura,  1488.  Idibus  aprilis  ». 
Reputo  si  tratti  più  facilmente  di  quest'ultima  edizione.  N  ssuna 
traccia  di  quest'opera  nei  manoscritti  vinciani. 

LXXXIV. 

Frontino  (Sesto Giulio).  L'appunto  di  Leonardo:  «Frontino de 

<  acquedotti  »  (1),  porta  naturalmente  al  De  aqueductibus  urbis 
Romae  dell'antico  ingegnere,  così  importante  per  la  storia  del- 
l'architettura e  dell'idraulica.  Delle  molte  edizioni  fatte  di  questo 
libro  nel  secolo  XV  citerò  solo:  Sexti  juli  Frontini,  Viri  Con- 
sularis,  De  aquis  que  in  Urbem  influunt  libellus  mirabìlis, 
Romae,  1490;  Venetiis,  1494,  ecc.  Nulla  il  Vinci  ha  testualmente 
attinto  da  questo  libro,  ma  molto  vi  ha  imparato  (2). 

LXXXV. 

Gafurio  Franchino.  Che  siano  esistiti  rapporti,  di  natura  scien- 
tifica, fra  Leonardo  da  Vinci  e  Franchino  Gafurio,  nato  in  Lodi 
a'  14  di  gennaio  del  1451,  è  assai  probabile,  senza  tuttavia  accet- 
tare con  ciò  l'ipotesi  di  Luca  Delirami,  che  il  ritratto  di  musicista, 
che  si  conserva  2\)ì Ambrosiana,  e  che  dovrebbe  rappresentare 
il  musico  lodigiano,  sia  del  Nostro;  o  quella  di  Gerolamo  D'Adda, 
che  le  tavole  incise  da  Guglielmo  Siguerre  nella  Praciica  mu- 
sicae  sive  musicae  actiones  in  4  libris  del  Gafurio,  editi  in 
Milano  nel  1496,  siano  state  disegnate  sotto  la  direzione  di  Leo- 


(1)  RiCHTER,  The  literary  Works  of  Leonardo  da   Vmct,  II,  p.  443. 

(2)  Un'edizione  di  quest'  autore  fu  anche  curata,  come  si  vedrà,  da  Gio- 
condo Veronese.  Sui  meriti  scientifici  di  Frontino  Gfr.  Montukla,  Hist,  des 
Mathém.,  I,  p.  411. 


LE  FONTI   DI  LEONARDO  DA  VINCI  173 

nardo  (1).  È  notevole  il  fatto  che  nessuna  traccia  evidente  del- 
r0pM5  miisice  discipline,  edito  dal  Gafurio  nel  1480,  1486,  1492, 
1500;  e  del  De  harmonia  musicot^m  insirumentorum  opus 
quadripartiium,  edito  nel  1508,  che  uniscono,  al  profondo  sapere 
e  alla  vasta  erudizione  nella  musica,  uno  stile  più  colto  di  quel 
che  di  solito  s'adopera  in  simil  genere  di  scritti,  si  riscontra  ne) 
Ubro  degli  strumenti  armonici  di  Leonardo. 

LXXXVI. 

Qaleno.  Se  Leonardo  non  cita  di  seconda  mano,  è  da  reputarsi 
che  con  la  noticina:  «  Galieno  de  utilità  »  (2),  il  Nostro  si  rife- 
risca ai   diffusissimi  Therapeuticoynim.  ttbri  XIV,  contenuti  in 

Galeni,  Opera Venetiis,  1490,  1502,  1511,  ecc.,  donde  tuttavia 

nulla  trasse  testualmente  l'artista. 


Lxxxvn. 

Gaurìco  Pomponio.  Mentre  Leonardo  si  trovava  in  Firenze 
(1504),  usciva  coi  tipi  di  Filippo  Giunta  un  piccolo  volume  in-8° 
di  46  fogli,  dove  il  Nostro  è  chiamato  «  Archimedeo  ingenio  no- 
<  tissiraus  (3)  ».  È  questo  il  De  sculptura  ubi  agitur  de  symetriis, 
de  linenmenlis,  de  physiognonomia,  de  perspectica,  de  chimice, 
de  ectyposi,  de  caelatura  etusque  speciebus,  Praeterea  de  ce- 
ie>Hs  speciebus  Statuariae,  De  Plastica,  De  Paragligmatice,  De 
Tomie,  De  Colaplice,  De  claiHs  sculptoribus  ac  plerisque  altis 
rebus  scitu  dignissimis,  Florentiae,  Vili  Gal.  lanuar.  MDIIII,  in-S"* 
(Pisauri,  penes  Hieronymum  Soncinum),  etc.  di  Pomponio  Gau- 
rico,  napoletano,  poeta  non  privo  di  ingegno  e  di  grazie,  benché 


(1)  Bkltrami,  Il  «  Musicista  >  di  Leonardo  da   Vinci  in  Raccolta    Vin- 
ciana,  Milano,  1906,  II,  pp,  75  sgg. 

(2)  Leonardo,  Windsor  Anatomy,  II,  f.  202  verso.  Si  noti  che  <  Galieno 
«  de  utilità  >  è  citato  più  volte  anche  nella  Cirogia  di  Guy  de  Chauliac. 

(3)  Gaurici  Nbapolitani,  De  sculptura,  ecc.,  Firenze,  1504,  p.  1  verso. 


174  E.   SOLMI 

molle  e  lascivo,  che  più  tardi  fu  professore  nell'Università  di 
Napoli  e  maestro  di  Ferrante  Sanseverino,  principe  di  Salerno, 
fratello  sopra  tutto  di  quel  Luca,  che  acquistò  tanta  fama  nel 
secolo  XVI  come  astronomo  (1). 

Sarebbe  strano  che  il  Vinci  non  si  sia  procurata  notizia  del 
De  sculptura,  non  tanto  per  esservi  egli  nominato,  come  uomo 
di  scienza  (cosa  più  unica  che  rara!),  quanto  per  le  svariate 
materie,  che  vi  si  trattavano,  ma  i  Manoscritti  non  serbano  in- 
dizi evidenti  di  questa  lettura. 

Lxxxviir. 

Geometria.  «  Il  Vespuccio  mi  voi  dare  un  libro  di  Geometria  », 
scrive  il  Vinci  nel  Manoscritto  del  British  Museum.  Il  richiamo 
è  così  vago  ed  indeterminato,  che  è  impossibile  stabilire  a  che 
libro  di  Geometria  l'artista  si  riferisca  (2). 

LXXXIX. 

Giacomo  Andrea  di  Ferrara.  Giacomo  Andrea  di  Ferrara, 
architetto  e  «  accuratissimo  sedatore  delle  opere  di  Vitruvio  », 
arrivò  alla  corte  milanese  attorno  al  1480.  Scienziato,  ma  non 
scrittore  di  scienza,  diffonde,  con  l'entusiasmo  della  parola,  i  me- 
todi e  i  principi  degli  antichi.  Ben  presto  dovette  avvicinare 
Leonardo,  perchè  nel  23  luglio  1490  la  loro  amicizia  era  già 
tanto  intrinseca,  che  l'artista  fiorentino  scrive  :  «  andai  a  ciena 
«  con  Jacomo  Andrea  ».  Questo  avvenne  in  Pavia.  Poco  più  di 
tre  anni  dopo,  nel  1494,  troviamo,  in  Vigevano,  Leonardo  insieme 
con  «Jacomo  Andrea  >;  e  nel  1498  Luca  Pacioli  ci  attesta,  che 
l'intimità  dei  due  amici  era  allora  divenuta  proverbiale  (3). 


(1)  Origlia,   Storia   dello   Studio  di  Napoli,  li,  p.  8.  Tafuri,  Scrittori 
napoletani.  III,  P.  I,  p.  231,  P.  VI,  p.  102. 

.   (2)  Leonardo,  Manoscritto  del  British  Museum,  f.  48  recto.  II  Vespuccio, 
qui  ricordato,  è  Bartolomeo,  figlio  di  ser  Nastagio. 

(3)  Leonardo,   Manoscritto  C,  f.  15  verso.    Manoscritto  K,  f.  109  verso. 


LE  FONTI   DI  LEONARDO  DA  VINCI  175 

1  ragionamenti  di  Leonardo  e  dell'architetto  ferrarese  dovet- 
tero, senza  dubbio,  aggirarsi  lungamente  intorno  alla  scienza 
degli  antichi,  intorno  all'arte  di  costruire  mezzi  di  difesa  e  di 
offesa,  e,  soggetto  più  alto,  intorno  ai  principi  della  statica  e 
della  dinamica.  Il  testo  fondamentale  dei  loro  ragionamenti  do- 
vette essere  Vitruvlo:  «  Messer  Vincenzo  Aliprando,  —  scrive 
«  infatti  Leonardo,  parlando  forse  di  un  fratello  del  famoso  giu- 
«  reconsulto  Ambrogio  e  del  canonico  Simone  — ,  che  sta  presso 
*  all'osteria  dell'Orso,  ha  il  Vitruvio  di  lacomo  Andrea  »  (1). 

La  cena  solitaria  del  1490,  la  cooperazione  del  1494,  il  con- 
vegno del  1498,  accennato  da  Luca  Pacioli,  non  furono  forse  le 
sole  cene,  le  sole  cooperazioni,  i  soli  convegni  dei  due  seguaci 
della  scienza  esatta.  Questa  fraterna  amicizia,  che  sembrava 
nulla  dovesse  indebolire,  né  spegnere,  fu  infranta  da  un  avve- 
nimento fatale.  Dopo  i  casi  precipitosi,  che  rovinarono  lo  stato 
degli  Sforza,  il  4  febbraio  1500  Giacomo  Andrea  di  Ferrara  e 
Niccolò  della  Basula  convinsero  i  cittadini  di  Milano  a  riaprire 
le  porte  a  Ludovico  il  Moro.  Leonardo  s'era  rifugiato,  fino  dal 
1499,  in  Venezia,  e  poi  era  ritornato  in  Firenze. 

Giacomo  Andrea,  fedele  al  suo  antico  signore,  ne  aveva  desi- 
derato e  reso  possibile  il  ritorno.  Il  15  aprile  1500  Giangiacomo 
Trivulzio,  comandante  dei  francesi,  entrava  in  Milano  animato  da 
rigida  severità.  Il  suo  primo  atto  è  di  incarcerare  Giacomo  An- 
drea «valet  de  chambre  du  seygneur  Ludovic»  e  Niccolò  «barbier 
«  et  cirurgien  de  la  ville  de  Millan  »  ;  ma,  per  intercessione  del 
vescovo  Pallavicino,  il  primo  ha  ottenuto  *  gratia  et  presto  il 
«  caverà  di  prigione  ».  Con  lettera  di  due  giorni  dopo,  l'oratore 


Cfr.  anche   Manoscritto   H,  f.  94  recto  :  e  Agagia  -  Nicolao  -  refe  -  Fer- 

<  rando  -  Jacopo  Andrea  -  tela  -  Pietro  -  colore  -  pennelli  -  tavoletta  da 

<  colori  -  spunga  -  tavola  del  Duca  ».  Qui  son  ricordati  Niccolò  della  Ba- 
sula (?),  Ferrando  Spagnuolo,  Giacomo  Andrea  di  Ferrara,  Pietro  Monti  e 
Lodovico  il  Moro.  Cfr.  Luca  Pacioli,  Divina  proporlione  (1509),  P.  I,  e.  2, 
recto  e  verso.  Uziklli,  Ricerche  intomo  a  Leonardo  da  Vinci  (1896), 
pp.  378  sgg.  Cittadella,  Notizie  relative  a  Ferrara  (1864),  p.  341. 

(1)  Leonardo,  Manoscritto  K,  f.  109  verso. 


176  E.   SOLMI 

di  Ferrara  a  Milano  annunciava,  che  Jacomo  Andrea,  dopo  aver 
ottenuta  la  grazia  della  vita  e  la  facoltà  di  passeggiare  per  la 
rocca,  tutto  ad  un  tratto,  quella  mattina,  cioè  il  12  maggio  1500, 
era  stato  decapitato  nel  Castello,  e  poi  squartato,  e  che  i  quarti 
erano  stati  mandati  alle  porte,  con  quelli  del  suo  compagno  Nic- 
colò della  Basula  (1).  Per  uno  strano  gioco  della  sorte,  a  Leonardo 
da  Vinci  fu  poi  dato  più  tardi,  l'incarico  di  innalzare  il  sepolcro 
«  a  Giovanni  Jacomo  Trivulzio  »  (2),  ma  la  morte  gli  vietò  di 
compiere  quest'offesa  verso  la  memoria  dell'amico. 

XC. 

Gherardo  Miniatore.  L'amicizia  di  Leonardo  da  Vinci  con 
Gherardo,  miniatore  fiorentino,  che  oggi  ci  è  rivelata  dalle  carte 
di  Windsor,  in  una  nota  poco  chiara  :  «  riserva  all'ultimo  del- 
*  l'ombre  le  figure,  che  compariranno  nello  scrittoio  di  Gerardo 
«  miniatore  a  Sancto  Marco  in  Firenze»  (3);  ci  impone  di  segnare 
fra  le  sorgenti  della  coltura  del  Vinci  anche  il  nome  dell'artista 

fiorentino,  che  come  scrive  il  Vasari  «miniò un'infinità  di 

«  libri  »  (4).  È  naturale  che  tale  amicizia  non  dovesse  essere  infe- 
conda a  chi  era  animato  da  un  ardente  desiderio  di  apprendere, 
non  solo  dalla  natura  vivente,  ma  anche  dai  libri. 


XGL 

Ghiringhelli.  Quando  Leonardo,  in  Milano,  si  rivolgeva  alla 
casa  di  Pietro  e  Antonio  Ghiringhelli,  per  ricercarvi  le  opere 


(1)  R.  Archivio  Estense.  Cancelleria  Ducale.  Dispacci  da  Milano.  Lettera 
di  Giovan  Giorgio  Seregni  al  Duca  di  Ferrara  del  tO  maggio  1500.  Gfr.  Prato, 
Storia  di  Milano,  in  Archivio  Storico  Ital.  (1842),  p.  251  sgg.  Jean  D'Auton, 
Croniques  (ed.  De  Maulde)  I,  p.  139,  277,  278. 

(2)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  179  verso. 

(3)  Leonardo,  Windsor  Library,  f.  232  verso  (F).  Gherardo  miniatore  è 
considerato  come  l'inventore  «  delle  ombre  grandi  tratte  dalle  lucerne  ». 

(4)  Vasari,  Le  vite,  p.  373.  Di  questi  libri   alcuni  li  miniò  per  S.  Maria 


LE  FONTI  DI  LEONARDO   DA   VINCI  177 

prospettiche  e  meccaniche  di  Biagio  Pelacani  da  Parma,  cono- 
sceva egli  il  dramma,  che  avea  insanguinato  la  soglia  di  quella 
porta?  Tutto  assorto  nelle  sue  ricerche  scientifiche:  «Eredi «di 
<  maestro  Giovan  Ghiringhello,  scrive  il  Vinci,  hanno  opere  del 
«  Pelacano»  (1). 

Giovanni  de' Ghiringhelli,  che  era  stato  professore  nella  Uni- 
versità di  Pavia,  poco  prima  della  metà  del  sec.  XV,  accusato  di 
omicidio,  era  stato  condannato  al  bando  e  alla  confisca  dei  beni. 
Un  FormulaiHo  della  cancelleria  di  Francesco  Sforza  duca  di 
Milano,  che  si  conserva  nella  Biblioteca  Universitaria  di  Bologna 
(cod.  n*  707)  contiene  a  carte  39  recto  Mxi'absolutio  ab  homicidio, 
pronunziata  in  favore  degli  '  eredi  di  maestro  Giovan  Ghirin- 
ghello '  :  «  Pietro  e  Antonio  di  Giovanni  de'  Guiringeli  »,  annota 
il  formulario,  «  sono  assolti  dal  bando,  e  da  ogni  altra  condanna 
«  pronunziata  contro  il  padre  loro  per  omicidio  ». 

Alla  casa  di  costoro  Leonardo,  per  l'amore  del  sapere  e  per  il 
desiderio  della  conoscenza,  rivolse,  pressoché  ignoto  al  suo  se- 
colo come  scienziato,  il  suo  sguardo  e  il  suo  passo. 


xai. 

GiANANGELO  Andrea,  pittore.  «Un  nipote,  scrive  Leonardo, 
«  di  Gianangelo,  dipintore,  ha  uno  libro  d'acque,  che  fu  del  padre  ». 
11  Gianangelo  dipintore,  qui  ricordato,  è  un  diccalis  mgeniarius 


del  Fiore,  altri  per  Mattia  Corvino  re  dUngherìa,  ricordato   con  tanto  af- 
fetto da  Leonardo  nel   Trattato  della  pittura,  *  i  quali,  aggiunge  il  Vasari, 

<  sopravvenuta  la  morte  del  detto  re,  insieme   con   altri  di  mano  di  Vante 

<  e  d'altri  Maestri,  che  per  lo  detto  re  lavoravano  in  Fiorenza ,  furono   pa- 

<  gati,  e  presi   dal   magnifico  Lorenzo   de'  Medici,  e  posti  nel   numero  di 
€  quelli  tanto  nominati,  che  preparavano  per  far  la  libreria  ». 

(1)  Leonardo,  South  Kensington  Museum  III,  f.  3  verso.  Giovanni  Ghi- 
rìnghelli  era  stato  profes-sore  di  Logica  nel  1442-1443,  di  medicina  e  di  me- 
tafisica nel  1453,  di  filosofia  ordinaria  nel  1455,  di  fisica  ordinaria  nel  1461-1462, 
di  filosofia  ordinaria  nel  1464-1465,  di  pratica  medica  ordinaria  <  de  sero  > 
nel  1467-68.  Il  suo  nome  ricompare  nel  1483:  «  lectora  Almansoris  1483  ». 

6i4»maU  ttorieo.  —  Sappi,  n»  10-11.  12 


178  E.   SOLMI 

et  pinctor  di  Lodovico  il  Moro,  e  precisamente  «  Andrea  Gianan- 
«  gelo  »,  di  cui  restano  memorie  negli  Annali  della  fabbrica  del 
Duomo  di  Milano  (1). 

xeni. 

Giocondo  (fra)  Giovanni  da  Verona.  Leonardo  nomina  gue- 
st'uomo,  rarissimo  ed  universale  in  tutte  le  più  lodate  facoltà, 
la  cui  opera  di  erudizione  sulle  iscrizioni  antiche  meritò  di  esser 
chiamata  dal  Mommsen  «  insignem  et  ad  multas  partes  perutilem  », 
una  sola  volta  nei  suoi  manoscritti,  sotto  lo  schizzo  di  un  giardino 
con  la  nota:  «ed  giardino  di  Bles;  a  b  è  il  condotto  di  Bles 
«  fatto  in  Francia  da  fra  Giocondo  :  b  e  è  il  mancamento  del- 
«  l'altezza  di  tal  condotto;  e  d  è  l'altezza  del  giardino  di  Bles; 
«  e  f  è  la  caduta  della  cicognola  ;  b  e,  e  f,  f  g,  è  dove  tal  cico- 
«  gnola  versa  nel  fiume»  (2).  È  grandemente  probabile,  come 
vedremo,  che  Leonardo  abbia  conosciute  le  edizioni  di  Frontino 
e  di  Vitruvio,  dedicate  da  fra  Giocondo  a  Giuliano  de'  Medici  (3), 
ma  l'appunto  sopra  citato,  relativo  a  lavori  di  architettura  e  di 
idraulica,  compiuti  oltre  che  a  Blois,  in  Venezia,  in  Verona,  in 
Roma,  in  Parigi,  fa  sospettare  un  più  largo  interessamento  per 
le  opere  e  gli  scritti  del  grande  veronese.  Fra  Giocondo  fu  uno 
spirito  grandemente  affine  a  Leonardo  per  l'universalità  delle 
attitudini  e  per  l'entusiasmo,  che  aveva  riposto  nello  studio  degli 


(1)  Leonardo  Codice  Atlantico,  f.  222  recto.  Gfr.  Annali  della  Fabbrica 
del  Duomo  di  Milano  dall'origine  fino  al  presente  pubblicati  a  cura  della 
sua  amministrazione,  Milano,  1877-1885,  voi.  Ili,  passim. 

(2)  Leonardo,  Manoscritto  K^,  f.  20  recto. 

(3)  Il  Vinci  si  trovava  in  casa  di  Giuliano  de'  Medici  in  Roma,  quando 
Giocondo  Veronese   presentava  a  questo  principe  il  Vetruvius  iterum   et 

Frontinus revisi   repurgatique  quantum   ex  collactione  licuit.  Flo- 

rentiae,  1513  in-S",  già  editi  in  Venezia  nel  1496  col  Panepistemon  di  An- 
gelo Poliziano.  Gfr.  Tipaldo,  Elogio  di  fra  Giovanni  Giocondo  Veronese, 
Venezia,  1840,  Zendrini,  Memorie  storiche  dello  stato  antico  e  moderno 
delle  lagune  di  Venezia,  Padova,  1811,  voi.  II,  dove  si  riferiscono  quattro 
memorie  idrauliche  di  Fra  Giocondo.  Mommsen,  Corpus  Inscript.  lat.  v.  Ili, 
p.  I,  Berlino,  1873,  p.  xxvii. 


LE  FONTI  DI   LEONARDO  DA  VINCI  179 

scrittori  antichi,  quali  Cesare,  Plinio  il  giovane,  Catone,  Vairone, 
Columella,  Palladio,  Pesto,  Nonio,  Aurelio  Vittore  ;  e  della  natura. 
Il  Sanuto  lo  dice  <  docto  in  grecho  et  latin  »,  e  Giulio  Cesare 
Scaligero,  che  fu  suo  discepolo,  lo  celebra  come  di  santissimi  co- 
stumi ed  eruditissimo.  Al  Pontefice  Giulio  II  irà  Giocondo  scri- 
veva :  «  Scripsi  tamen  de  architectura  et  de  mathematicarum 

<  disciplinarum  usu  ac  tractatione  multa,  sed  nondum  elaborata, 
«  nondum  satis  perpolita,  ut  copia  et  raritate  et  operum  varie- 
«  tate  et  doctrina,  nomini,  qui  de  harum  rerum  usu  scripserint, 
«  cessurum  sim  »  (1). 

XGIV. 

Giovanni  di  Parigi.  Più  intime  furono  le  relazioni  dell'artista 
con  Giovanni  di  Parigi,  il  maggior  «  peintre,  ingènieur  et  archi- 

<  tecte  > ,  che  potessero  vantare  allora  i  Francesi.  Un  poema, 
scritto  nel  1509,  La  legende  des  Vèniliens,  racconta  che  Luigi  XII 
si  faceva  accompagnare,  con  l'incarico  di  riprodurre  sulla  tela 
i  paesi  e  i  principali  fatti  d'armi,  da  un  secondo  Zeusi  o  Apelle, 
apparso  al  mondo  sotto  il  nome  di  Jean  de  Paris. 

Jean  de  Paris,  figlio  del  poeta  e  pittore  francese  Claudio  Per- 
réal,  fu  uno  dei  favoriti  di  Carlo  Vili,  Luigi  XU  e  Francesco  I. 
Il  suo  nome  si  trova  la  prima  volta  nel  1489  fra  gli  uomini  ado- 
perati dal  municipio  di  Lione;  e  la  seconda  nel  1493,  come  diret- 
tore delle  feste  per  l'ingresso  di  Carlo  VIII,  cui  poi  indirizzava, 
insieme  ad  un  gruppo  di  pittori,  intagliatori  e  lavoranti  in  vetro 
lionesi,  una  supplica  nel  1496. 

Venuto  con  Luigi  XII  in  Italia,  dipinge  sovrani  e  soldati,  paesi 
e  battaglie;  ingegnere  militare  e  architetto,  presta  la  sua  opera 
a  mille  faccende;  poi  si  fa  cantare,  a  tempo  e  a  luc^o,  dal  poeta 
Giovanni  Lemaire,  che  ama  tenere  al  proprio  fianco,  onde  ador- 
narsi del  profumo  della  poesia. 


(i)  Dedica  di  Giocondo   a   Giulio  II  del   M.  Vitrctids  per  Jucundum 
solito  castigatior  faetus  cum  figuris  ecc.  (1511). 


180  E.   SOLMI 

In  Milano  diviene  amico  e  ammiratore  di  Leonardo:  il  poeta 
suo  favorito  si  attenta  quindi  nella  Plainte  du  dèstre  (1509)  di 
aggiungere,  alle  lodi  del  protettore,  quelle  di 

Léonard,  qui  a  gràces  supernes. 

I  manoscritti  del  Vinci,  alla  loro  volta,  non  sono  muti  in  ri- 
spetto a  Jean  de  Paris,  se  si  accetta  la  ragionevole  ipotesi,  che 
si  debba  vedere  quest'uomo  sotto  il  nome  di  «  Giovanni  Francese  > 
e  a  dirittura  di  «Gian  di  Paris  ».  In  una  nota  Leonardo  ricorda  «  la 
«  misura  del  sole  promessami  da  maestro  Giovanni  Francese  »  (1), 
un  metodo  forse  per  risolvere  quell'arduo  quesito  della  gran- 
dezza reale  del  sole  dedotta  dalla  apparente,  che  tanto  travagliò 
il  fiorentino.  In  un'altra  nota:  «Speculum,  scrive  il  Vinci,  di 
«  maestro  Giovanni  Francese  »  (2) ,  un  libro ,  probabilmente  lo 
Speculum  naturale  del  di  Beauvais.  In  una  terza  finalmente: 
«  Impara  da  Gian  di  Paris  il  modo  di  colorire  a  secco  »  (3). 

XGV. 

Giordano  Nemorario.  La  parola  de  ponderibus,  che  si  trova 
frequentemente  nei  manoscritti  di  Leonardo,  sta  alcune  volte  ad 
indicare  uno  scritto  del  Vinci  stesso  (4)  (da  lui  ordinato  in  modo 
simile  al  trattato  De  Vocie),  altre  volte  significa  un  libro  d'altro 
autore,  ch'egli  teneva  prezioso.  Preparandosi  ad  un  viaggio,  l'Ar- 
tista scriveva:  «  tolli  de  ponderibus  »  (5);  e  che  qui  non  si  parli 
ne  del  frammento  attribuito  ad  Euclide,  ne  dell'opera  omonima 
di  Biagio  Pelacani,  ma  del  celebre  Tractatus  de  ponderibus  di 
Giordano  Nemorario,  lo  induco  da  un'altra  nota  vinciana,  dove, 


(1)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  222  recto. 

(2)  Leonardo,  Manoscritto  /,  f.  28  recto. 

(3)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  247  recto. 

(4)  Di  tal  fatta  sono  per  esempio  le  citazioni  del  Vinci  di  un  De  ponde- 
ribus suo  proprio  nel  Manoscritto  A,  f.  1  verso  e  47  recto  e  verso,  nel 
Manoscritto  del  South  Kensington  Museum,  I,  f.  48  verso. 

(5)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  246  recto. 


LE   FONTI   DI   LEONARDO  DA  VINCI  181 

accingendosi  alia  partenza,  è  scritto:  «Ricordo:  Giordano  de  pon- 
deribas  »  (1). 

Si  è  riconosciuto,  oggi,  mediante  lo  studio  della  Oeomeb^  vti 
de  TriangiUis,  del  De  isoperimetr^ ,  deW Atnthmetica  demon- 
strafa,  deW Atgoy^ethmus  demonsb^atics,  del  De  numerai?  datis, 
che  il  Nemorarìo  si  deve  considerare,  insieme  con  Leonardo  Fi- 
bonacci, come  il  rinnovatore  delle  moderne  scienze  matema- 
tiche (2).  In  quanto  poi  riguarda  lo  studio  delle  leggi  del  moto, 
è  dimostrato,  che  il  Nemorario  procedeva,  come  il  Vinci,  non  con 
le  arguzie  dell'ingegno,  come  avean  fatto  molti  degli  antichi,  ma 
con  l'esperienza  e  con  la  matematica.  All'astratta  ponderosità  di 
Archimede  il  Tractatus  de  pondey^bus  sostituisce  lo  studio  della 
forza  e  dei  moti  in  concreto,  con  belle  considerazioni  sulla  compo- 
sizione dei  movimenti  e  sui  momenti  della  discesa  dei  gravi  lungo 
ì  piani  inclinati  (3).  Leonardo  in  tutti  i  suoi  scrìtti  meccanici 
ha  sempre  dinanzi  alla  mente  le  proposizioni  del  De  pondertbus, 
le  quali,  con  la  lor  concisione,  lasciavan  piuttosto  al  lettore  libero 
campo  di  svolgerle  in  nuovi  teoremi  e  problemi,  che  di  trascri- 
vere materialmente  il  loro  contenuto.  Ed  io  potrei  attraverso  i 
manoscritti  vinciani  seguire  a  passo  a  passo  le  meditazioni  del- 


(1)  Leonardo,  Manoscritto  Windsor  Library,  f.  141  recto. 

(2)  Gantor,  Vorlesungen  ùber  Geschichte  der  Mathematik.  Gap.  XllI 
e  XIV.  GuRTZE,  Jordanus  Nemorarius  in  Mitteilungen  des  Copemicus-  Ve- 
reins  zu  Tom.,  1887,  voi.  VI  e  Zeitschrifì  ftir  Mathematik  und  Physik,  1891, 
voi.  XXXVI.  h' Arithmetica  demonstrata  era  stata  edita  nel  1496  a  Parigi. 

(3)  Sotto  il  nome  De  pondertbus,  Leonardo  allude  a  diversi  trattati,  che 
giunsero  a  sua  conoscenza,  uno  dei  quali  è  attribuito  a  Giordano  Nemorario. 
Nel  Medio  Evo  la  meccanica  aveva  sollecitato  gli  sforzi  di  due  categorie  di 
pensatori.  Da  una  parte  i  Maestri  deirUniversità,  quando  commentavano  la 
Physicae  auscultatio  ed  il  De  coelo  et  mundo,  sviluppavano,  a  proposito  del 
movimento  e  dell'equilibrio  dei  pesi,  le  idee  peripatetiche.  Dall'altra  parte, 
prima  e  dopo  il  sorgere  delle  Università  e  fuori  da  esse,  i  geometri  svilup- 
parono una  Scientia  de  ponderibus,  che  non  ha  nulla  a  che  fare  con  la  fi- 
sica della  Scuola.  Molti  nomi  di  filosofi  delle  scuole  son  giunti  fino  a  noi  : 
Alberto  di  Sassonia,  Marsilio  d'inghen,  Pietro  d'Ailly,  Timone  figlio  delFe- 
breo,  Biagio  da  Parma  ecc.  Al  contrario  noi  ignoriamo  quasi  tutti  i  geometri, 
che  hanno   illustrata  la  scuola  De  ponderibus,  e  i  trattati,  che  vi  si  com- 


182 


E.   SOLMI 


l'artista  sul  Nemorario,  se  la  via  lunga  non  mi  sospingesse  a 
trattenermi  sulle  prime  e  fondamentali  proposizioni,  sufQcenti 
tuttavia  a  dimostrare  qual  fu  l'efflcacia  del  matematico  tedesco 
sul  Nostro. 


Leonardo. 

Ogni  peso  desidera  scendere  al 
centro  per  la  via  più  breve...;  e  quella 
cosa  clie  più  pesa,  essendo  libera,  più 
presto  cade. 

Quanto  il  grave  si  moverà  per 
linia  più  vicina  alla  centrale,  tanto 
8Ì  dimostrerà  di   maggior  gravezza. 

L'acqua,  ricievuta  nell'angolo  su- 
pino, occuperà  tanto  più  dell'  una 
faccia  che  dell'altra,  quanto  l'una  fia 
più  obliqua  dell'altra  (Ms.  A,  f.  22 
recto). 

Quel  peso  è  più  grave,  che  discende 
per  linia  manco  obliqua. 

Ogni  corpo  di  lunga  figura,  d'equale 
grossezza  e  peso,  sospeso  ne'  sua 
estremi  da  due  corde,  attaccate  nelli 
estremi  d'equal  braccia  della  bilancia, 
benché  esse  corde  siano  di  varie  lun- 
ghezze, nientedimeno  sempre  le  bi- 
lance staranno  nella  linea  della 
equalità  (Ms.  C,  f.  7  recto). 


Giordano. 

I.  Omnis  penderosi  motum  ad  me- 
dium esse  (pag.  4). 

II.  Quanto  gravius,  tanto  velocius 
descendere  (pag.  5). 

III.  Gravius  esse  in  descendendo, 
quanto  ejusdem  motus  ad  medium 
est  rectior  (ivi). 

IV.  Secundum  situm  gravius  esse, 
quanto  in  eodem  situ  minus  obliquus 
est  descensus  (Praefato). 


V.  Cum  fuerint  appensorum  pon- 
dera aequalia,  non  motum  faciet  in 
aequilibri,  appendiculorum  inaequa- 
litas  (pag.  11). 


ponevano,  o  sono  anonimi,  o  vengono  attribuiti  indifferentemente  a  Euclide, 
Archimede,  Giordano  Nemorario.  Secondo  le  ricerche  del  Duhem  bisogna 
distinguere  tre  trattati,  fra  quelli  che  correvano  più  frequentemente  nelle 
scuole  ai  tempi  di  Leonardo.  Un  geometra  di  genio,  del  quale  noi  igno- 
riamo tutto,  eccettochè  il  nome,  inaugurò  la  statica  dei  tempi  moderni, 
in  un  breve  scritto  destinato  a  servire  di  introduzione  al  De  canonio  di  un 
geometra  chiamato  Charistione.  Questo  scritto  creava  la  nozione  di  gravità 
secundum  situm,  e  inventava  il  metodo  dei  lavori  virtuali,  servendosene 
per  provare  la  legge  d'equilibrio  della  leva.  Da  questo  bisogna  distinguere 
altri  due  trattati.  Il  primo  è  l'opera  di  un  filosofo  per  nulla  affatto  geometra. 


LE  FONTI  DI  LEONARDO  DA  VINCI  183 


XGVI. 

Giustino  (Marcio  Iuniano).  Il  Vinci,  come  risulta  dal  Codice 
i4//an<fco(l),  possedeva:  *Jl  libro  di  lustino,  posto  dUigentemente 
«  in  materna  lingica  »,  Venetia  ale  spesse  di  lohanne  de  Colonia 
et  lohanne  Ghezetze,  1477,  in  fol.  Leonardo  è  anche  egli,  a  suo 
modo,  un  umanista,  e  si  compiace  d'ornare  i  propri  scritti  con 
qualche  richiamo  classico.  Parlando  dei  rapporti  fra  la  teoria  e 
la  pratica:  «  vedi  primo,  scrive,  la  poetria  di  Orazio  »  (2);  rivol- 
gendosi ai  fabbricieri  del  duomo  di  Piacenza,  per  esortarli  a  com- 
piere un'opera  d'arte  bella  e  degna  :  «  allega  Plinio  »  ;  e  accennando 
alla  malvagità  degli  uomini,  distruggitori  delle  opere  mirabili  di 
natura,  rammenta  Giustino.  «Li  abbreviatori  delle  opere,  an- 
«  nota,  fanno  ingiuria  alla  cognitione  e  allo  amore.  FI  non  t'avvedi 
«  che  tu  cadi  nel  medesimo  errore,  che  fa  quello  che  denuda  la 
«  pianta  dell'ornamento  de'  sua  rami,  pieni  di  fronde,  miste  co  li 
«  odoriferi  fiori  o  frutti?  —  Sopra  dimostra  (che)  in  quella  pianta 
«  esser  da  fare  di  lunghe  tavole  —  Come  fecie  Giustino,  abbre- 
«  viatore  delle  storie  scritte  da  Trogo  Pompeo,  il  quale  scrisse 
«ornatamente  tutti  li  eccellenti  fatti  delli  sua  antichi,  li  quali 
«  eran  pieni  di  mirabilissimi  ornamenti,  e  cosi  compose  una  cosa 
«  inuda,  ma  sol  degna  d'ingiegni  impatienti,  li  quali  pare  lor 
«  perdere  tanto  di  tempo,  quanto  quello  è,  che  è  adoprato  util- 
«  mente,  cioè  nelli  studi  delle  opre  di  natura  e  delle  cose 
«  umane  »  (3). 


che  cerca  di  riattaccare  le  dottrine  di  Giordano  ai  principi  della  fisica  d'A- 
ristotile. Rogero  Bacone  Io  chiama  col  nome  di  commentatore.  Il  terzo  trat- 
tato è  opera  di  un  geometra  abile,  che  racchiude  alcuna  delle  scoperte  più 
feconde,  che  siano  state  fatte  nella  Statica,  e  questo  fu  chiamato  dal  Duhem 
il  Precursore  di  Leonardo  da  Vinci  (Les  origines  de  la  Statique,  e.  VI). 

(1)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  210  recto.  <  Justino>. 

(2)  Leonardo,  Manoscritto  G,  f.  8  verso. 

(3)  Leonardo,  Codice   Atlantico,  f.  319  recto.    Notes  et  dessins   sur  le 
Cceur,  f.  14  verso. 


i84  E.  SOLMI 


XGVII. 


GozzoLi  Benozzo.  Leonardo  da  Vinci  si  rivolse  a  Benozzo  Goz- 
zoli  (morto  dopo  il  1484)  per  leggere  il  De  divinis  institutionibus 
o  qualche  altro  scritto  di  Lattanzio  ?  «  Lattanzio,  scrive  l'artista, 
«  libro  di  Benozzo  »  (1).  Costui  fu  discepolo  dell'Angelico  fra  Gio- 
vanni, e  a  ragione  amato  da  lui,  e  da  chi  lo  conobbe  tenuto 
pratico  di  grandissima  invenzione  e  molto  copioso  negli  animali, 
nella  prospettiva,  ne'  paesi  e  negli  ornamenti. 

XGVIII. 

Grammatica.  Con  la  nota  «  Grammatica  di  Lorenzo  de'  Me- 
«  dici  »  (2),  Leonardo  accenna  (non  alla  lettera  nella  quale  il  Ma- 
gnifico cerca  di  caratterizzare  a  Federigo  d'Aragona  il  posto  degli 
antichi  nostri  poeti)  (3),  ma  ad  una  delle  tante  grammatiche  latine 
del  sec.  XV,  come,  ad  esempio,  a  Venturinus  Franciscus,  Rudi- 
menta  fframatices  ex  multis  voluminibus  excerpta  et  in  unum 
corpus  reducia,  (in  fine)  Florentiae,per  Anionium  Bartholomaei 
Mischomini,  1482,  in  fol.,  che  forse  si  trovava  nella  Libreria 
Medicea  (4),  oppure  tra  i  libri  di  Lorenzo  di  Pier  Francesco  de' 
Medici  (5). 

XGIX. 

Grammatica  del  Conte  di  Pavia.  A  proposito  di  questo  co- 
dicetto,  già  appartenuto  al  Conte  di  Pavia,  Massimiliano  Sforza, 


(1)  Leonardo,  Études  et  dessins  d'archit.,  f.  6  verso:  «  Lattanzio  libro  di 
«  Benozzo,  gruppi  -  fa  legare  il  libro  -  lucerna  -  ser  Pocantino  -  Pandolfino  - 
*  Rosso  -  squadra  -  coltellini  -  cavezza  -  streglia  -  tanaglina  -tazza». 

(2)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  120  recto. 

(3)  Reumont,  Lorenzo  de'  Medici  the  Magnificient,  Londra,  1876,  voi.  I, 
p.  457. 

(4)  Volpi,  Una  nota  di  libri  posseduti  da  Lorenzo  il  Magnifico,  in  Ras- 
segna critica  della  letteratura  italiana,  voi.  V,  p.  81. 

(5)  Solmi,  Leonardo,  p.  207  sgg. 


LE  FONTI   DI   LEONARDO  DA   VINCI  18  5 

rAmoretti  scrive:  «In  un  codicetto  triulziano,  in  coi  ammiransi 
«  molti  disegni  di  Leonardo  e  della  sua  Scuola,  uno  ve  n'ha  di 
«  bel  giovanetto,  che  credesi  essere  Francesco  Melzi  ».  Questi 
disegni,  scrive  l'Uzielli,  non  sono  di  Leonardo,  e  forse  neanche 
di  un  suo  allievo.  Le  miniature  sono  dieci,  ed  il  Milanesi  vi 
ritrova  la  mano  di  «  Fra  Antonio  da  Monza,  miniatore  eccellente, 
«  sebbene  poco  noto  »  (!)• 

a 

Grimani.  Mentre  Leonardo  da  Vinci  fuggiva  attraverso  la  pia- 
nura lombarda  ed  il  Veneto,  per  porsi  in  iscampo  con  Luca  Pa- 
cioli  e  altri  artisti  e  dotti,  che  si  erano  raccolti  intorno  a  Lodo- 
vico il  Moro,  dalla  furia  degli  eserciti  di  Luigi  XII;  tutta  la  città 
di  Venezia  era  insorta  contro  Antonio  Grimani,  capitano  generale 
di  mare,  che  aveva  perduto  a  Lepanto  contilo  i  turchi; 

Antonio  Grimani, 
Ruina  de'  cristiani, 
Rebello  de'  venitiani, 
Poostu  esser  manza  da  canni. 
Da  canni,  da  Gagnolìi 
Ti  e  toi  fioUi  (2). 

L'opinione  pubblica  in  Venezia  chiedeva  a  gran  voce  un  riparo 
contra  le  frequenti  incursioni  degli  infedeli,  principalmente  nel 
Friuli,  e  risalgono  certo  a  questo  tempo  un  abbozzo  di  lettera  e 
certi  appunti  e  disegni  vinciani,  relativi  alla  difesa  delle  <  nostre 
<  parti  italiche  »,  e  principalmente  dei  domini  della  Serenissima 
Repubblica,  dal  lato  del  confine  orientale  (3). 


(1)  Amoretti,  Memorie,  p.  53,  n.  1.  Uzieuj,  Ricerche  intomo  a  L.  d.  V. 
(1884),  p.  385.  Milanesi,  in  Vasari,  Le  vite,  voi.  IV,  p.  28  nota. 

(2)  Sanuto,  Diarii,  p.  5,  1°  ott.  1498. 

(3)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  234  verso  :  €  Illustrissimi  signori  mia, 
«  avendo  io  conosciuto,  che  per  qualunque  parte  di  terra  ferma  e  Turchi  per- 
<  venire  si  possino  alle  nostre  parti  italiche,  alfin  conviene  a  quelli  capitare 
«al  fiume  l'Isonzio  >. 


186  E.   SOLMI 

«  Illustrissimi  Signori  mia,  —  scrive  Leonardo  rivolgendosi,  con 
una  lettera,  forse  ai  capi  dell'uffizio  per  le  armi  e  le  fortificazioni,  — 

<  Avendo  io  veduto,  come  e  turchi  non  possano  prima  venire  in 
«  Italia,  per  alcuna  parte  di  terra  ferma,  che  non  passino  il  fiume 
«  risonzio,  e  benché  io  cognosca  non  potersi  fare  alcun  riparo  di 
«  lunga  permanenza,  non  resterò  però  di  ricordare  che  i  pochi 

«  omini,  coll'aiuto  di  tale  fiume,  (non)  vagliano  per  molti Ho 

«  giudicato  non  si  potrà  fare  riparo  in  alcun  altro  sito,  che  sia 
«  di  tanta  universale  valitudine,  quanto  quello  che  si  fa  sopra 
«  detto  fiume  »  (1). 

Il  Vinci  si  era  recato  nel  Friuli;  aveva  fatto  un  piccolo  schizzo 
del  corso  dell'Isonzo  e  del  Wilpbach,  nelle  vicinanze  di  Gorizia, 
aveva  interrogati  i  paesani  (2),  e  aveva  concepito  di  costruire 
quello,  che  egli  chiama  un  '  serraglio  mobile  ',  '  un  sostegno 
dentato  '  (3),  che  resistendo  alla  corrente  impetuosa  del  fiume 
poteva  alzare,  quando  si  volesse,  le  acque  ad  un  livello  consi- 
derevole, ed  impedire,  con  l'innondazione  del  territorio,  la  marcia 
del  nemico. 

Fu  in  questa  occasione,  che  egli  avvicinò  la  prima  volta  la  fa- 
miglia dei  Qrimani,  e  sentì  compiangere  la  sorte  di  Antonio,  chiuso 
nelle  prigioni  del  Palazzo   Ducale.  Non   senza   commozione  nel 


(1)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  234  verso.  Gfr.  Codice  Atlantico,  f.  218 
recto  :  «  36  milioni  d'oro  si  son  vantati  li  Veneziani  di  potere  spendere  in 
<  dieci  anni  nella  guerra  dello  Imperio,  Chiesa,  Re  di  Spagna  e  di  Francia, 
«  a  trecentomila  ducati  il  mese  ».  I  danari  per  l'opara  non  mancavano 
dunque  a  Venezia. 

(2)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  234  verso  :  «  Ponte  di  Gorizia,  Vilpago, 
«  alta,  alta  ». 

(3)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  234,  verso  :  «  Illustrissimi  signori  mia, 
<c  avendo  io  bene  esaminato  la  qualità  del  fiume  Isonzio,  e  dai  paesani  inteso 
«  come  per  qualunche  parte  di  terra  ferma  vi  passino  i  Turchi  alle  parti 
«  di  la  Italia,  alfine  conviene  capitino  al  detto  fiume,  onde  per  questo  ho  giu- 
«  dicato,  che,'  ancora  che  sopra  esso   fiume  ripari  far  non  si  possino,  che 

«  alfine  non  sieno  minati  e  disfatti  dalle  sue  inondazioni ».  Si   confronti 

anche  Leonardo,  Manoscritto  del  British  Museum,  f.  270  verso.  «  E  fac- 
«  ciasi  il  serraglio  mobile  che  io  ordinai  nel  Friuli  ».  Codice  Atlantico,  f.  79, 
recto:  «Bombarde  [...]  a  Venezia,  col  modo  che  io  detti  a  Gradisca...».  E 


LE  FONTI   DI  LEONARDO  DA   VINCI  187 

marzo  del  1500  Leonardo  udiva  la  notizia  sparsa  per  Venezia  del- 
l'interrogatorio del  capitano  generale  di  mare,  <  Sier  Antonio  Gri- 
<  mani,  procurator  »,  che  era  venuto  '  di  prexon  suso,  con  vesta 
negra,  a  raanege  pigole,  canudo  et  senza  bareta  in  testa  *. 

Quando  l'infelice  capitano  fu  condannato  al  confine  in  Cher8o(l), 
Leonardo  si  trovava  già  da  parecchi  mesi  in  Firenze  (2).  Fu  sol- 
tanto più  tardi  in  Roma,  nei  primi  giorni  del  1503,  che  il  Vinci 
potè  avvicinare  l'esule  Antonio  Grimani,  che  da  Gherso  si  era 
quivi  rifugiato,  e  vergare  quel  mirabile  disegno  simbolico  delle 
virtù,  che  si  conserva  nelle  carte  vinciane  del  British  Museum, 
e  che  porta  la  nota:  «  Messer  Antonio  Grimani  veneziano  com- 
«  pagno  d'Antonio  Maria  ».  Era  un  tributo  reso  all'esule  sconfitto? 
oppure  una  semplice  opera  d'artista  ? 


più  oltre,  f.  234  verso:  «Quanto  l'acqua  è  più  torbida,  più  pesa,  e  quanto 

<  più  pesa,  più  si  fa  veloce  nel  suo  discienso,  e  quella  cosa,  cb'è  più  veloce 

<  più  offende  il  suo  obbietto.  0  la  cosa  nota  sopra  dell'acqua,  o  ella  [è 
«  ferma].  L'acqua  non   ruina,  s'ella   non  si  move,  e,  movendosi,  ciò  che  si 

<  trova  sotto  la  sua  superficie,  che  non  sia  fermo  col  suo  fondo,  si  move  tanto 

<  più  tardo  che  l'acqua,  quanto  ella  è  più  grave...  Poi  portare  delle  cose  col 

<  corso,  cioè  legnami  e  sassi  ?  Non  vò  fare  sostegno,  che  passi  le  più  basse 

<  vie,  cioè  4  braccia...  Di'  quel  che  fia  detto  contro  alla  premanenza.  I  le- 
«  gnami,  che  son  portati  da  i  fiumi,  romperanno?...  A  questa  parte  rispondo 

<  che  tutti  i  sostegni,  fieno  nella  loro  altezza  eguali  alla  minor  bassezza  delle 
€  argine,  e  venendo  il  fiume  a  crescere  insino  a  tale  altezza,  esso  non  entra 
€  ne'  boschi  vicini  all'argine,  e  non  rientrando,  non  si  concede  che  possa 
€  levare  alcun  legniame,  e  così  il  fiume  corre  sol  colla  sua  acqua  di  sem- 

<  plice   turbolenzia E  s'ella  s'innalza  sopra   essa   argine,  come  s'è  visto 

«  questo  anno  aver  superato  le  minore  argine  circa  4  braccia,  e  s'essa  porta 
€  con  esso  legniami  grandissimi,  quelli  levandoli  a  noto,  a  compagnia  col  suo 
«  corso,  e'  li  lascia  appoggiati  e  fermi  a  quelli  magiori  alberi,  che  li  sono 

<  atti  a  resistere,  e  rimangano  perch'hanno  rami E  se  pure  entrano  nel 

«  fiume,  essi  v'entrano  per  avere  pochi  o  nessun  ramo,  e  notano  di  sopra,  e 

<  non  toccano  il  mio  sostegni©  dentato  ». 

(1)  Sanuto,  Diarii,  v.  IV,  p.  53,  27   giugno   1501.    «  El  dito  Marco  Be- 

<  vazan.  volendo  ripatriare,  andò  a  Gherso,  dove  trovò  ser  Antonio  Grimani 
€  olim  capitanio  zeneral  nostro  de  mar,  ivi  confinato,  molto  grasso,  in  ocio  ». 

(2)  Sostenni,  contro  il  Mùller-Walde,  che  Leonardo  il  24  aprile  1500  era 
già  in  Firenze.  Oggi  un  documento  importantissimo  dell'Archivio  di  Stato 
di  Mantova,  comunicatomi  da  Alessandro  Luzio,  viene  a  confermare  la  mia 
affermazione.  E  una  lettera  dell'll  agosto  1500  ad  Isabella  Gonzaga.  <  Mando 


188  E.   SOLMI 

Antonio  era  infatti  lo  sconfìtto  di  Lepanto;  ed  Antonio  Maria 
il  cardinale,  il  patriarca  di  Aquileia,  che  è  probabilmente  nominato 
anche  nell'altra  nota  del  Vinci:  «  Stephano  Chigi,  canonico  de 
«  dicto  Regno,  quondam  familiar  del  klarissimo  cardinale  Gri- 
«  mani  a  Sancto  Apostolo  »  (1),  dove  si  riferisce  propriamente  a 
Stefano  Ghisi  (od  altrimenti  scritto  Ghisi,  Gixi  o  Gisi),  il  quale 
appunto  possedeva  una  abitazione  nella  parrocchia  dei  SS.  Apo- 
stoli in  Venezia,  e  viveva  ancora  nel  1542. 

CI. 

Gualtieri  di  Gandia.  «  In  Gandia  di  Lombardia  presso  Ales- 
ai sandria  della  Paglia,  facendosi  per  messer  Gualtieri  di  Gandia 
«  uno  pozzo ,  fu  trovato  uno  principio  di  navilio  grandissimo 
«  sotterra,  circa  a  braccia  10,  e  perchè  il  legniamo  era  nero  e 
«  bello  parve  a  esso  messer  Gualtieri  di  fare  allungare  tal  bocca  di 
«  pozzo  in  forma,  che  i  termini  di  tal  navilio  si  scoprissino  »  (2). 


«  alla  ill.raa  S.  V.  el  disegno  de  la  chasa  di  Agnolo  Tovaglia,  facto  per 
«  man  propria  di  Leonardo  Vinci,  el  quale  se  rechomanda  come  servitore 
<  suo  a  quella,  et  similmente  a  la  signoria  de  Madona.  Domno  Agnolo  dice 
€  che  '1  vorà  poi  venire  a  Mantua  per  potere  dar  judicio  qual  sera  stato 
«  migliore  architetto  o  la  S.  V.  o  lui,  benché  '1  sia  certo  de  dover  essere 
«  superato  da  quella,  sì  che  facile  est  inventis  addere,  si  perchè  la  prudentia 
«  de  la  S.  V.  non  è  da  equiparare  a  lui.  El  prefato  Leonardo  dice,  che  a 
«  fare  una  chosa  perfecta  bisogneria  poter  transportare  questo  sito,  che  è 
«  qui  là,  dove  voi  fabricare  la  S.  V.,  poi  quella  haria  la  contenteza  sua.  Non 
€  ho  facto  far  colorito  el  disegno,  né  fateli  metere  li  ornamenti  de  verdura 
«  di  hedere,  di  busso,  di  cupresso,  né  di  lauro  come  sono  qui  per  non  pa- 
«  rerme  molto  di  bisogno  :  pur  se  la  S.  V.  vorrà,  il  predetto  Leonardo  se 
«  offerisse  a  farlo  cusì  de  pictura,  che  di  modello,  come  vorà  la  pta  S.  V.  ». 
Leonardo,  Manoscritto  del  British  Museum,  f.  250  recto. 

(1)  Leonardo,  Manoscritto  del  British  Museum ,  f.  274  verso.  Ste- 
fano Ghisi  (od  altrimenti  Chisi,  Gixi  o  Gisi)  viveva  a  Venezia,  quando 
Leonardo  vi  giunse  da  Milano  nel  1500.  La  sua  famiglia  possedeva  un'abi- 
tazione nella  parrocchia  dei  SS.  Apostoli,  che  negli  antichi  estimi  veneziani 
é  denominata  appunto  Santo  Apostolo. 

(2)  Leonardo,  Manoscritto  di  Leic,  f.  9  verso.  E  subito  dopo,  f.  10  recto  : 
«  Alessandria  della  Paglia  in  Lombardia  non  ha  altre  pietre  da  far  calcina, 
«  se  non  miste  con  infinite  cose  nate  in  mare,  la  quale  oggi  é  remota  dal 
«  mare  più  di  200  miglia  ». 


LE  FONTI  DI  LEONARDO  DA  VINCI  189 

Reputo  grandemente  probabile,  che  il  messer  Gualtieri  di  Gandia, 
da  cui  Leonardo  ebbe  questa  notizia  di  grande  interesse  archeo- 
logico, sia  una  medesima  persona  con  Qualterio  de'  Bottapetri, 
lomellinese,  che  il  Tanzi  dice  segretario  di  Lodovico  il  Moro, 
«  l'umano,  fedele  et  prudente  et  soUicito  esecutore  de  li  toi  co- 
«  mandi ,  instrumento  del  tuo  ingegno  »,  e  al  quale  il  Bellin- 
cioni  dedica  il  sonetto:  «  Sonetto  a  Meser  Qualteri,  domandandogli 
«  un  piaceri  ».  Documenti  dell'Archivio  di  Milano  lo  dicono: 
«  Qualterius  de  Bottapetri  ducali»  judex  datiorura,  fllius  quondam 
«  magnifici  Domini  Baptistae  »  (1). 

Quanto  al  valore  teorico  della  notizia,  relativa  agli  avanzi  di  una 
nave  antichissima  scoperta  in  Gandia  di  Lomellina,  bisogna  ricor- 
dare che,  secondo  Leonardo,  la  parte  settentrionale  d'Italia  era  ri- 
masta per  lungo  tempo  in  balia  del  Po  e  degli  altri  fiumi,  i  quali 
avevan  lasciato  un  manifesto  segno  del  loro  antico  dominio  negli 
alti  strati  di  ghiaia,  formanti  il  letto  delle  campagne  lombarde,  e 
nei  tempi  anche  più  antichi,  sempre  secondo  il  Vinci,  nella  pia- 
nura padana,  aveva  ondeggiato  il  mare  là,  dove  ora  ondeggiano 
le  messi.  Le  memorie  sloriche  della  Lomellina  confermano  queste 
idee:  ab  antico  per  difetto  di  canali  di  scolo,  pei  fiumi  irrefre- 
nati  0  per  altri  simili  cause,  i  luoghi  dove  ora  sorge  Candia  erano 
poco  più  di  un  vasto  maroso ,  da\'e  il  terreno  era  uliginosum, 
coenosum,  paludosum,  e  quivi,  e  principalmente  verso  Gelavigna, 
Parona,  Mortara,  Trumello,  Ceregnago,  S.  Giorgio,  Gambolò,  Re- 
mondò e  Garbana,  restano  anche  oggi  le  traccio  della  sabbia 
marina. 

GIL 
Heytisbdry  (di)  Guglielmo.  Il  nome  di  '  Tisber  '  nel  Mano- 


(1)  Leonardo  lo  nomina  altrove.  Manoscritto  I,  90  verso  :  «  11  Moro  in 
«  figura  di  ventura  colli  capelli  e  panni  e  mani  innanzi,  e  messer  Gualtieri 
«  con  reverente  atto  lo  piglia  per  li  panni  da  basso,  venendoli  dalla  parte 
«  dinanzi  ». 


190  E.   SOLMI 

scritto  M  ha  sempre  rappresentato,  per  tutti,  un  mistero  (1).  Esso 
deve  identificarsi  con  Heytisbury,  senza  dubbio.  Questo  nome 
era  difficile  a  scriversi,  e  difficilissimo  a  pronunziarsi,  ed  io  ho 
trovato  varietà  innumerevoli  di  grafia,  che  vanno  da  Heytisbury 
a  Heytusbery,  Heutisberi,  Hentisbarus,  Hentisbart,  Hyttilisberi, 
Hestylibilry,  Hittylbyri  sino  al  Tisber  di  Leonardo  da  Vinci,  che 
ricompare  poi  in  Girolamo  Cardano,  ultima  deformazione  di  un 
nome  sugli  estremi  limiti  della  cultura  medievale  (2).  Lodovico 
Vives,  nel  terzo  libro  del  De  corrupiis  artibus,  parla  di  alcune 
opere  di  questo  scrittore,  delle  Regulae  grammaticales ,  della 
Dialecttca,  delle  Conclusiones  sophtsiicae,  del  De  sensu  composito 
et  diviso,  del  De  maximo  et  minimo,  del  De  scire  et  dubitare, 
deìVExpositio  litteralis  super  Tractatus  de  tribus,  del  Tractatus 
de  relativis,  ecc.,  e  ne  fa  un  gran  conto  (3).  Nessuna  di  queste  opere 
poteva  interessare  Leonardo  ;  la  cerchia  delle  sue  idee  era  assai 
più  modesta,  né  si  elevava  alle  speculazioni  metafisiche:  «  Ve- 
«  dendo  io  non  potere  pigliare  materia  di  grande  utilità  o  di- 
«  letto,  perchè  li  omini,  innanti  a  me  nati,  hanno  preso  per  loro 
«tutti  li  utili  e  necessari  temi,  farò  come  colui,  il  quale,  per 
«  povertà,  giugne  l'ultimo  alla  fiera,  e  non  potendo  d'altro  for- 
«  nirsi,  piglia  tutte  cose  già  da  altri  viste,  e  non  accettate,  ma 
«  rifiutate  per  la  loro  poca  valetudine  ».  Anche  l' Heytisbury 
aveva  trattato  un  soggetto  di  '  poca  valetudine  '  nel  De  velocitatis 
augm.entatione,  e  il  Vinci  si  rivolge  appunto  a  questo  trattato, 
citandolo  accanto  a  quello  di  analogo  soggetto  di  Angelo  Fos- 
sambruno,  ma  nulla  vi  tolse  testualmente. 


(1)  Leonardo,  Manoscritto  M,  f.  8  recto. 

(2)  Fabricius,  Bibliotheca  mediae  aetatis,  Padova,  1754,  alla  voce  «  Gui- 
«  lelmus  ». 

(3)  Vives,  Opera  omnia.  Valenza,  1782.  1790,  v.  IV,  §  78.  Ecco  la  nota 
testuale  del  "Manoscritto  M,  f.  8  recto  :  «  De  moto  locale  Suisset  calculatore 
€  -  Tisber  -  Angelo  Fossabron  -  Alberto  ».  Anche  Giovanni  Marliani  cita 
spesso  il  De  velocitate  dell'Heytisbury.  Vedi  infatti  De  proportione  motuum 
in  velocitate,  Papiae,  1482,  f.  d.  z.  4:  «  Tu  tamen  si  Hesberi  De  velocitate 


I 


LE  FONTI  DI  LEONARDO  DA  VINCI  191 


CHI. 

Infermieri  Paolo.  Se  il  Paolo  Infermieri,  cui  Leonardo  ac- 
cenna nella  noia:  <  libro  di  maestro  Paolo  Infermieri  »  (1),  sia  l'au- 
tore 0  il  possessore  dell'opera,  forse  manoscritta,  che  il  Vinci 
ricerca,  non  è  possibile  determinare. 

GIV. 

Ippocrate.  Varie  furono  le  edizioni  delle  opere  di  Ippocrate, 
sulla  fine  del  secolo  XV,  e  basterebbe  citare  quella  splendida  di 
Venezia  del  1487.  Leonardo  nel  manoscritto  di  Anatomia  del 
South  Kensinglon  Museum  scrive:  «  Dicie  Ippocrate,  che  la 
«  origine  della  nostra  semenza  deriva  dal  cielabro  e  dal  polmone 

<  a'  testiculi  dei  nostri  gienitori,  dove  si  fa  l'ultima  decozione,  e 
«  tutti  li  altri  membri  porgono  per  sudazione  la  loro  sustanzia  a 

<  esso  seme.  Perchè  non  si  dimostra  alcuna  via,  che  a  essa  se- 
«  menzia  pervenire  possino?  >(2). 

Se  Leonardo  ha  conosciuto  direttamente  gli  scritti  di  Ippo- 
crate, egli  non  può  con  queste  parole  che  riferirsi  al  rv  libro, 
capp.  1-32  del  TTepi  vouaujv,  dove  si  parla  irepì  qpùoioq  ttoiòiou. 
*H  òè  Tovf)  ToO  àvòpò^  Ipxetai  ano  Traviò?  xoO  ÙYpoO  xoO  ev  n?» 
<yu)(iaTi  èóvToq  ecc. 

CV. 

Isidoro  di  Siviglia.  Al  folio  104  recto  del  Codice  Atlantico 
assistiamo  alla  compera  che  il  Vinci  fa  dell'opera  più  popolare 
di  Isidoro  di  Siviglia: 

«  soldi  68  in  cronica  »; 


«  aumentationis  opinionem  teneris  etc.  »,  ed  anche  In  diversis  materiis  ad 
philosophiam  pertinentibus,  s.  ì.  n.  a.  :  «  Guliermus  Hesberi  in  ultimo  So- 
*phismate*. 

(1)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  120  recto. 

(2)  Leonardo,  South  Kensington  Museum,  III,  f.  16  verso. 


192  E.   SOLMI 

e  al  folio  210  recto  troviamo,  fra  i  libri  posseduti  da  Leonardo, 
la:  «cronica  d'Isidoro»,  cioè:  Comenza  la  Cronica  de  Sancto 
Isidoro  menore  con  alcune  additione  cavate  dal  leccio  et 
Istorie  de  la  Bibia  e  del  libro  de  Paulo  Orosio  e  De  la  pas- 
sione de  li  sancii.  (In  fine)  Impresso  in  Ascoli  in  casa  del 
reverendo  messer  Pascale  per  mano  de  Oufflielmo  de  Linis 
de  alamania,  1477,  in  4°.  Nulla  Leonardo  ha  attinto  da  questo 
libro,  come  anche  nulla  dai  famosi  Etymologiarum.  Isidori  hispa- 
lensis  Episcopi  libri  XX  liem  Isidori  de  Summ,o  bono  libri  III 
(in  fine)  Impressus  Venetiis  per  Petrum  linein  de  Langenzenum 
1483  in  fol.  in  car.  seraigotico  a  due  colonne,  che  era  una  ras- 
segna di  tutte  le  conoscenze  del  tempo,  riassunta  poi  nel  De 
natura  rerum  di  Beda  il  Venerabile. 

evi. 

Ignoto.  Nei  Godici  di  Windsor  è  ricordato  un  «  libro  di  Gian 
«  Giacomo  »,  che  è  impossibile  identificare.  Gol  nome  di  Gian  Gia- 
como reputo  probabile,  che  il  Vinci  accenni  a  Gian  Giacomo 
Dolcebuoni,  architetto  del  Duomo  di  Milano,  suo  amico  e  com- 
pagno di  lavoro  (1). 

GVII. 

Landino  Gristoforo.  Nel  Codice  Atlantico  è  scritto:  «  Formu- 
«  lario  di  epistole  »  (2),  cioè  :  Formolario  di  epistole  volgari  di 
Cristoforo  Landino,  (in  fine)  Bologna  per  Bazaliero  di  Bazalieri 
et  Angelo  di  Rugieri,  1487,  in-4°,  donde  nulla  ha  tolto  il  Vinci. 


(1)  Leonardo,  W.  L.,  f.  141  verso.  È  difficile  che  il  Vinci  accenni  qui 
a  un  libro  posseduto  da  Gian  Giacomo  Trivulzio,  che  dovette  conoscere.  La 
nota  dice  testualmente  «  libro  di  Piero  Crescenzio  -  nudi  di  Giovanni  Am- 
«  brosio  -  compasso  -  libro  di  Gian  Giacomo».  Il  nome  Giovanni  Ambrosio 
ci  riporta  al  De  Predis,  collaboratore  di  Leonardo,  e  alla  dimora  milanese 
dell'artista.  Sul  Dolcebuoni  vedi  gli  Annali  della  Fabbrica  del  Duomo  di 
Milano  ecc.,  voi.  Ili,  p.  60. 

(2)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  210  recto.  Gfr.  f.  19  verso.  Ritengo  assai 
meno  probabile  la  conoscenza,  per  parte  di  Leonardo,  di  Bartolomeo  minia- 


LE   FONTI   DI  LEONARDO  DA   VINCI  193 

GVIII. 

Lapidario.  II  '  Lapidario  '  del  Codice  Atlantico  e  del  Codice 
Tnvulziano{l),  che  rappresentava  un  mistero,  non  può  essere  che 
il  Lapidanum  omni  voluptale  refertum  et  medicinae  plurima 
experiìnenta  complectens,  s.  I.  n.  d.,  donde  però  nulla  ha  tra- 
scritto Leonardo  pei  suoi  Manoscritti. 


CiX. 

Latini  Brunetto.  In  nessun  luogo  Leonardo  nomina  Brunetto 
Latini  e  il  suo  Tesoro;  tuttavia  i  punti  di  contatto  fra  le  sue 
opere  e  lo  scritto  del  suo  antico  concittadino  sono  tanti,  che  non 
esito  a  segnare  fra  le  fonti  del  Vinci  anche  il  libro:  Qui  incho- 
mincta  et  tesoro  dì  Brunetto  Latini  di  Firenze  e  parla  del 
nascimento  e  della  natura  di  tutte  le  cose,  (in  fine)  a  Treviso 
adì  XVI  decembrio  1474,  in  fol. 

Leonardo.  Brunetto. 

La   luna   è   vestita  dai   suoi  eie-  Che  quando  una  cosa  è  rinchiusa  e 

menti,  cioè  acqua,   aria  e  fuoco,  e  intorniata  dentro  dell'altra,  conviene, 

così  in  sé  per  sé  si  sostiene  in  quello  che  quella  che  rinchiude  tenga  quella 

spazio,  come  fa  la  nostra  terra  coi  rinchiusa  ;  e  conviene,  che  quella  che 

sua  elementi  in  questo  altro  spazio.  è  rinchiusa   sostenga  quella   che  la 


tore  e  del  suo  Formulario  de  epistole  vulgari  missive  et  responsive  et  altri 
fiori  de  ornati  parlamenti  allo  eccelso  et  illustrissimo  principe  Hercule  da 
Este  dignissimo  Duca  di  Ferrara  composto  per  Bartolomeo  miniatore 
affectionato  et  fidelissimo  servo  (in  fine).  Finisce  el  libro  chiamato  formu- 
lario stampato  in  Venetia  per  maestro  Manfredo  da  Monfrà  da  Streno  nel 
1495  adi  15  di  zenaro  corredo  con  summa  diligentìa  ;  in-4'',  in  carattere 
semigotico,  senza  cifre  e  richiami. 

(1)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  210  recto.  Leonardo,  Codice  Trivul- 
ziano,  f.  2  recto.  Leonardo  enumera  il  Lapidario  fra  le  opere,  che  possiede 
a  stampa.  Reputo  quindi  poco  probabile  che  egli  accenni  qui  al  così  detto 
Lapidario  di  Aristotile,  per  quanto  vi  si  potesse  rinvenire  qualche  contatto. 
Gfr.  Revue  des  études  grecs,  1894,  p.  243. 

Giornale  $torieo.  —  Snppl.  no  10- H.  13 


194 


E.   SOLMI 


Il  rossume  over  tuorlo  dell'ovo  sta  in 
mezzo  al  suo  albume,  sanza  discendere 
d'alcuna  parte,  ed  è  più  lieve  o  più 
grave  o  equale  d'esso  albume  ;  e  s'elli 
è  più  lieve,  egli  dovrebbe  surgere 
sopra  tutto  l'albume,  e  fermarsi  in 
contatto  della  scorza  d'esso  uovo;  e 
s'elli  è  più  grave,  dovrebbe  discendere  ; 
e  s'egli  è  equale,  così  potrebbe  stare 
nell'un  delli  stremi,  come  in  mezzo 
0  di  sotto  (1). 

Se  possibile  fussi  dare  un  diametro 
d'aria  a  questa  spera  della  terra,  a 
similitudine  d'un  pozzo,  che  dall'una 
all'altra  superfizie  si  mostrasse,  e  per 
esso  pozzo  si  lasciasse  cadere  un  corpo 
grave,  ancora  che  esso  corpo  si  vo- 
lesse al  centro  fermare,  l'impeto  sa- 
rebbe quello  che  per  molti  anni 
glielo  vieterebbe  (3). 


rinchiude.  La  ragione,  come  se  '1 
bianco  dell'uovo,  che  aggira  il  tuorlo, 
non  tenesse,  e  non  lo  rinchiudesse 
dentro  da  sé,  egli  cadrebbe  in  sul 
guscio;  e  se  '1  tuorlo  non  sostenesse 
l'albume,  certo  egli  cadrebbe  nel  fondo 
dell'uovo...  E  questa  è  la  ragione 
perchè  la  terra  è  assisa  nel  miluogo 
di  tutti  i  cerchi  e  di  tutti  i  tornia- 
menti,  cioè  il  fondo  de'  cieli  e  delli 
elementi  (2). 

Se  fosse  cosa  possibile  che  l'uomo 
potesse  cavare  la  terra,  e  fare  un 
pozzo,  che  andasse  dall'uno  lato  della 
terra  all'altro,  e  per  questo  pozzo 
gittasse  poi  l'omo  una  grandissima 
pietra  o  altra  cosa  grave,  io  dico  che 
quella  pietra  non  andrebbe  oltre,  anzi 
si  terrebbe  ecc.,  né  ch'ella  ritornasse 
indietro  se  non  fosse  un  poco  per  la 
forza  del  cadere  (4). 


(1)  Leonardo,  Manoscritto  del  British  Museum,  f.  94  verso. 

(2)  Latini,  Il  Tesoro...  volgarizzato  da  Bono  Gianboni,  Bologna,  1878, 1, 
p.  312.  Gfr.  anche  p.  308:  «  com'è  il  guscio  dell'uovo,  che  inchiude,  e  serra 
«  ciò  che  v'ha  dentro  ».  Si  noti  tuttavia  quanto  il  concetto  di  Leonardo  è 
più  conforme  alle  idee  moderne. 

(3)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  159  recto.  Gfr.  Galilei,  Opere  (ediz. 
Naz.)  voi.  VII,  p.  47. 

(4)  Latini,  Il  Tesoro,  ed.  cit.,  I,  p.  314.  Quanto  Leonardo  è  più  innanzi 
del  Latini,  pur  seguendolo  !  Si  confronti  con  Leonardo  questo  brano  di  Bru- 
netto, Tesoro,  ed.  cit.,  I,  p.  315:  «  Se  due  uomini,  d'uno  luogo,  ad  una  ora,  si 
«  movessero,  e  andasse  l'uno  tanto,  quanto  l'altro,  e  l'uno  andasse  verso  levante 
«  e  l'altro  verso  ponente,  e  andasse  dirittamente  l'uno  a  riscontro  dell'altro, 
«  certo  eglino  si  riscontrarebbero  dall'altra  parte  della  terra  per  mezzo  quel 
«  luogo,  onde  fossero  mossi  ».  Gfr.  anche  Leonardo,  Manoscritto  A,f.55verso: 
«  Il  corpo  della  terra  a  similitudine  dei  corpi  delli  animali,  è  tessuto  di  ramifi- 
€  cazioni  di  vene  ecc.  »,  con  Brunetto,  Tesoro,  ed.  cit.,  p.  317  :  «  Le  acque,  che 
«  di  mare  escono,  vanno  e  vegnono  per  la  terra,  e  surgono  dentro  e  di  fuori, 
«  secondo  che  le  vene  le  menano  qua  e  là,  così  come  il  sangue   dell'uomo 


LE  FONTI  DI  LEONARDO  DA  VINCI  195 

Leonardo.  Brunetto. 

Ostriga.  Questa,  quando  la  luna  è  Et  un*altra  cochilla,  è  che  l'uomo 
piena,  s'apre  tutta,  e,  quando  il  gran-  la  chiama  cancro,  però  che  I'  ha 
chio  la  vede,  dentro  le  getta  qualche  gambe,  ed  è  rotonda,  ed  è  nemica 
sasso  o  festuca  ;  e  questa  non  si  può  delFostrica  ;  ch'ella  mangia  la  loro 
risserrare,  ond'  è  cibo  d'esso  granchio,  carne  per  grande  ingegno,  eh'  ella 
Così  fa  chi  apre  la  bocca  a  dire  il  porta  una  piccola  pietra,  e  va  di  sopra 
suo  segreto,  che  si  fa  preda  dello  in-  all'ostrica,  e  quando  ella  apre  la 
discreto  ulditore  (1).  bocca,  ed  ella  lascia  cadere  questa 

pietra  tra  le  sue  ossa,  con  che  ella 
si  chiude  ,  e  quando  ella  vuole  non 
si  può  richiudere,  sì  che  ella  la   si 
mangia  in^  questo  modo  (2). 
• 

ex. 

Lattanzio.  Nell'appunto  di  Leonardo  '  Lattanzio,  libro  di  Be- 
nozzo  —  gruppi  —  legare  il  libro,  ecc.  '  non  reputo  improbabile 
si  contenga  un  accenno  alla  celebre  opera  De  dwinis  insiitutio- 
elibus  adversus  gentes  libri  septem  di  Firmano  Lattanzio,  ch'era 


<  si  spaile  per  le  sue  vene  ecc.  »,  si  che  cerca  tutto  il  corpo  da  monte  e 
da  valle.  <  Ed  egli  è  vero  che  '1  mare  si  è  in  sulla  terra,  secondo  che  '1  conto 

<  divisa  qui,  a  dietro  nel  capitolo  degli  elementi.  E  se  ciò  è  vero  che  l'acqua 
«  seggia  in  su  la  terra,  dunque  è  ella  più  alto  che  la  terra,  dunque  non  è 

<  maraviglia  delle  fontane,  che  escono  su  nell'alte  montagne,  che  egli  è  pro- 

<  pria  natura  dell'acqua,  che  ella  monti  tanto,  quanto  ella  scende  ».  Leo- 
nardo nel  Manoscritto  F,  f.  72  verso,  combatte  Brunetto  Latini,  Tesoro, 
p.  317,  che  dà  per  causa  del  salire  l'acqua  sui  monti  la  maggiore  altezza  del 
mare.  L'ultimo  segue  poi,  con  identica  espressione  "del  Vinci  :  €  e  sappiate  che 

<  l'acqua  muta  sapore,  colore  e  qualitade,  secondo  la  natura  della  terra  on- 

<  d'ella  corre  >.  Vinciani  sono  pure  i  passi  del  Tesoro  a  p.  319  (dove  son 
date  per  causa  dei  terremoti  le  caverne,  che  si  formano  sotto  la  terra),  p,  321 
(dove  è  detto  che  l'aria  è  spessa,  e  perciò  gli  uccelli  pos.sono  volare),  p.  326 
(dove  è  scritto  :  e  e  se  alcuno  mi  domandasse,  perchè  l'uomo  vede  più  tosto 

<  li  baleno,  che  non  ode  i  tuoni,  io   gli   direi,  per  ciò  che  '1  vedere  è  più 

<  presto  che  l'udire  »).  Si  confrontino  con  Leonardo  anche  i  capitoli  XIII, 
XIV,  XV,  XVI,  XVII,  XIX  dell'ultimo  libro  del  Tesoro,  che  riguardano  il 
modo  di  acquistar  benevolenza  col  parlare. 

(i)  Leonardo,  Manoscritto  E,  f.  14  verso. 
(2)  Latini,  Tesoro,  I,  pp.  108  sgg. 


196  E.   SOLMI 

stata  edita  in  Subiaco  nel  1465,  in  Roma  nel  1468  e  1470,  in 
Venezia  nel  1471  e  1472,  di  nuovo  in  Roma  nel  1474,  in  Rostock 
nel  1476,  di  nuovo  in  Venezia  nel  1478,  in  Firenze  nel  1513  e 
finalmente,  con  V Apologeticus  adversus  genies  di  Tertulliano,  in 
Venezia  da  Aldo  Manuzio  nel  1515  (1). 


CXI. 

Leonardo  de'  Antonii  (Cremonese).  Leonardo  da  Vinci,  prepa- 
randosi ad  un  viaggio  per  Roma,  forse  prolungato  a  Napoli,  scrive 
in  una  nota  del  Codice  Atlantico:  «  tolli  il  libro  di  Vitolone,  e  le 
<  misure  delli  ediflzì  publici,...  piglia  da  Gian  di  Paris  il  modo  di 
«  colorire  a  secco,  e  '1  modo  del  sale  bianco  e  del  fare  le  carte 

«  impastate ,  sole  e  in  molti  doppi,  e  la  sua  cassetta  de'  colori 

«  Impara  la  tempera  delle  cornage,  impara  a  dissolvere  la  lacca 

«  gomma, tolli  De   ponderibus, tolli   l'opere  di   Leonardo 

«  chermonese  ». 

Chi  fosse  questo  «  Leonardo  chermonese  »  è  rimasto  lungo 
tempo  dubbio,  fino  a  che  Antonio  Favaro  con  tre  eruditissimi  la- 
vori, l'ultimo  de'  quali,  il  più  importante,  fu  edito  nei  primi  mesi 
del  1905,  veniva  a  porre  in  chiaro  trattarsi  di  un  Leonardo  de' 
Antonii,  che  fioriva  fra  il  1404  e  il  1438,  «  ingenioso  homo  »,  del 
quale  da  Tolomeo  in  qua  non  era  stato  alcuno  «  de  più  profonda 
«  scientia  ne  le  cose  mathematice  »  (2). 


(1)  Noterò  che  qualche  volta  sotto  il  nome  di  Lattanzio,  Leonardo  ac- 
cenna all'amico  suo  Lattanzio  Tedaldi.  Qui  tuttavia  vi  è  l'epiteto  significativo 
di  «  libro  di  Benozzo  ».  Leonardo,  Etudes  et  dessins  d'architectiire  (Gol- 
lezione  Rouveyre),  f.  6  verso.  «Pier  Pagolo  da  Como  -  Marco  da  Riminio, 
«  bargello  in  Ravenna  -  Lattanzio,  libro  di  Benozzo  -  gruppi  -  fa  legare 
«  il  libro  -  lucerna  -  ser  Pocantino  -  Pandolfino  -  Rosso  -  squadra  -  col- 
«  tellini  -  cavezze  -  streglia  -  tanaglino  -  tazza  ». 

(2)  A.  Favaro,  Sul  matematico  cremonese  Leonardo  Mainardi  in  Bi- 
bliotheca  Mathematica.  Zeitschrift  fììr  Geschichte  der  mathemntischen 
Wissenschaften  herausgegeben  von  Gustaf  Ernestrom,  3  Folge,  4  Band, 
pp.  334-337,  Leipzig,  1903.  Intorno  al  presunto  autore  della  A>-tis   metrice 


LE  FONTI  DI  LEONARDO  DA  VINCI  l-'"^ 

Fino  a  poco  tempo  ftt  non  si  conoscev»  del  Cremonese  che 
YArtis  meirice  pratice  compilalo,  già  data  alle  stampe  dal 
Gurtze,  un  trattato  cioè  di  grande  importanza  storica,  sia  per  il 
svio  contenuto,  sia  anche  per  la  sua  indipendenza  dagli  scritti  di 
Leonardo  Fibonacci  (1). 

Ma  il  Vinci  doveva  possedere  oltre  all'urtò  metrice  pratice 
compilano,  anche  altri  scritti:  egli  infatti  ci  dice  chiaramente: 
<  tolli  l'opere  di  Leonardo  chermonoSe  ».  Mercè  il  risultato  delle 
nostre  ricerche  possiamo  oggi  determinare  con  sufflcente  esat- 
tezza, quali  fossero  queste  '  opere  '  possedute  dal  Vinci,  se  anche 
non  si  vuole  ammettere,  che  il  codice  conservato  ora  nella  biblio- 
teca nazionale  di  Parigi  sia  quel  medesimo  che  l'artista  posse- 
dette, e  che  dovette,  senza  dubbio,  aver  portato  con  sé  ad  Am- 
boise  (2). 

I)  Leonardi  Cremonensis  pratica  minuiiarum.  (Incipit  :  Re- 
rum omnium  quiditativam  essentiam  minime  elucidari  posse  sine 
numerali  conditione.  Explicit:  Vide  primo  quod  illi  numeri  in 
se  raultiplicali  constituunt  60,  quorum  '/j,  ^l^,  '/s  faciant  47, 
divide  60  per  47  et  proveniet  tempus  in  horis,  etc). 


practice  compilatio  edita  da  Massimiliano  Curtze  in  Atti  del  R.  Istituto 
Veneto.  Venezia,  1904,  voi.  63,  2,  pp.  377-395.  Nuove  ricerche  sul  mate- 
matico Leonardo  Cremonese,  in  Bibliotheca  mathem.atìca,  Leipzig,  1905, 
3  Folge,  4  Band,  pp.  :i26-341. 

(1)  Die  *  Practica  Geometriae  >  des  Leonardo  Mainardi  atts  Cremona 
{Abhandlungén  zur  Geschichte  der  mathematischen  Wissenschaften  mit 
Einschluss  ihrer  Anvoendtmgen  Begrùndet  von  Moritz  Cantor  XIII  Hef. 
Urkunden  zur  Geschichte  der  Matematik  itn  Mittelalter  und  der  Renais- 
sance herausgegeben  voti  Maximilian  Curtze,  in  zwei  Theilen,  zweiter  Theil) 
Leipzig,  1902.  Cfr.  Catalogo  di  Manoscritti  ora  posseduti  da  D.  Baldassarre 
Boncompagni  compilato  da  Enrico  Narducci,  Roma,  1862,  p.  114-115. 

(2)  Tale  manoscritto  proviene  dalla  Collezione  Mazzarino,  nella  quale 
portava  il  n'  5437,  e  non  presenta  alcuna  traccia  degli  antecedenti  posses- 
sori :  esso  apparisce  costituito  dalla  riunione  di  parecchi  fascicoli  scritti 
dalla  medesima  mano,  la  quale  in  fine  di  ciascuno  di  essi  notò  accurata- 
mente la  data  del  relativo  compimento,  ed  appartenne  certamente  non  ad 
un  semplice  amanuense,  ma  a  persona,  che  comprendeva  quello  che  trascri 
veva.  e  che  in  qualche  circostanza,  specialmente  nella  riproduzione  delle  fi- 
gure, usa  di  grande  discernimento'.  La  copia  è  del  1505-1507. 


198  E.   SOLMI 

II)  Leonardi  Cremonensis  pratica  minutiarum  (algorismus 
minutiarum).  [Inc.  Pro  notitia  fractionum  sciendum  est  quod 
quedam  sunt  fractiones  numeri  integri,  quaedam  sunt  fractiones 

fractionum Expl.:  Si  apposuisses  12  cifras  et  prò  radice  ha- 

buisses  hunc  numerum  345678  removendo  4<""  figuras  provenlent 
34  integra,  34  "/p  4  •  2,  4  •  3,  48.  4'  multiplicando,  multiplicando 
scilicet  ammotum  per  60,  ut  prius  dicebaturj. 

Ili)  Leonardi  Cremonensis  artis  meirice  pratice  compilano. 

(Inc.:  Primus  tractatus.  Artera   metricam  seu  raensurativam 

Expl.:  Que  vero  sit  proportio  alibi  dixi  demonstrativa  conclu- 
sione fere.  Finis). 

IV)  Tàbula  sinuum  secundum  proportionem  22  ad  7. 

V)  Copia  cuiusdam,  demonstrationis predicti  Reverendi  Ma- 
gìstri  Leonardi  Cremonensis  reperte  super  uno  folio  papiri 
scripte  et  figurate  eius  manu  propria.  (Inc.:  Presenti  disposi- 

tione  circulorum    patet   quod   angulus Expl.  :  Quia  videlicet 

angulo  super  circunferentiam  facto  correspondent  180,  sed  facto 
super  centrum  90). 

VI)  De  equatione  dierum  secundum  Excell.^'*  D.  M.""»  Leo- 
nardum  De  Antoniis  Cremonensem.  (Inc.:  Quia  Deo  dante,  paucis 
elapsis  diebus,  scientiam  equationum  dierum  percipi,  circha  quam 
diu  dubitaveram,  deliberavi  clarius  in  ea  loqui  cum  divina  gratia, 
quem  Ptholomeus  capitulo  10  dixtionis  3'  Alraagesti  fecerit  et 
suus  comentator  Geber  ultimo  capitulo  3"  tractatus  sui...  Expl.: 
Ipsa  quidem  debet  addi  ut  habeatur  medium  tempus  quo  sciantur 
coniunctiones  et  ascendens  coniunctio  numeri). 

VII)  Notandum  prò  intelectu  notabilzs  primi  Campani  com- 
menatoris  Euclidis  posilo  in  commenti  i3*  2*  libri.  (Quoniam 
si  fuerit  trigonus  ortogonius,  tunc  ductis  lineis  angulum  rectum 
continentibus.  Expl.:  et  angulus  g  e  d  sicut  r  p  f  et  e  d  e  sicut 
p  f  h,  quare  recti.  Deo  laus,  amen). 

Vili)  Leonardus  Cremonensis  sic  prosequitur  descriptionem 
Cosmographie  in  plano.  (Inc.:  Terreni  situs  habitabilis  partes  de- 
scribentium  Ptholomeus  quis  fuerit  licet  non  pateat,  prò  aliis 
tamen  sufflcientius  dicit.  Expl.:  '  non  enim  video  quod  in  mensura 


LE    FONTI   DI   LEONARDO  DA   VINCI  199 

possit  procedi  nisi  secundum  primara  partemdicti  capituli.  Suramo 
sit  factori  laus  per  secula  semper.  Amen  '). 

IX)  Ars  instrumenti  hot^ologici  prò  tempore  sei^eno  edita 
per  ii?."^3/.»""  Leonardum  Cremonensem,.  (Inc.:  Affectis  intense 
cìrcha  mobilia  celestium  quatenus  et  eorum  conditor  atque  re- 
ctor  avidius  queratur,  Expl.:  Hec  autem  voluella  cura  ponetur 
sopra  centro  signato  in  virgula  defferentis  ex  parte  augis  velut 
oppositi  iuxta  suum  diem,  patebit  locus  solis  in  defferente  et 
mediiis  motus  eius  in  primo  mobili  et  etiam  sua  equatio.  Ce- 
lorum  rectori  laus  sit  Ghristo  perhennìs). 

E  dopo  una  '  Tabula  varietatis  aicffis  solis  et  dierum,  '  a 
car.  95-96  si  legge  '  Expletum.  per  me  Bemardtnum  Alicherium 
die  29  May  i507  \  Di  altra  mano  e  di  tempo  posteriore  sono  la 
'  Tabella  annuarum,  conversionum,  \  la  '  Tabella  equationis 
solis  '  e  la  Tabella  profectionis  diurne  '. 

X)  Di  Leonardo  Cremonese  sono  infine  anche  i  metodi  per 
la  estrazione  delle  radici  quadrata  e  cubica  a  car.  253-56  del 
codice  della  biblioteca  universitaria  di  Bologna  segnato  col  nu- 
mero 2780  e  la  Descriptio  Cosmografie  in  plano  del  codice  di 
Parma  n.  984. 

Del  valore  di  Leonardo  cremonese  nella  storia  delle  matema- 
tiche e  della  sua  efficacia  effettiva  su  Leonardo  da  Vinci,  cre- 
diamo che,  per  giudicare  con  competenza,  sia  necessario  incomin- 
ciare con  la  pubblicazione  di  tutti  gli  scritti  inediti,  che  vengono 
a  integrare  VArtis  ìnetìHce  pratice  compilano.  Da  un  rapido 
confronto,  da  noi  fatto,  possiamo  aff*ermare  che  nulla  Leonardo 
ha  tratto  testualmente  da  questi  scritti. 

È  intanto  da  rilevare,  che  quasi  il  solo  Vinci,  fra  tutti  i  ma- 
tematici italiani  del  Rinascimento,  ricorda  gli  scritti  del  Cremo- 
nese con  grande  stima,  e  come  indispensabile  strumento  al  calcolo 
geometrico  e  aritmetico,  preferendoli  probabilmente  a  quelli  che 
sulle  stesse  materie  ci  ha  lasciato  Prosdocirao  de'  Beldomandi. 


200  E.   SOLMI 


GXII. 


Leonardo  Pisano.  Di  questo  autore  ho  già  parlato  alla  parola 
Abbaco.  Qui  aggiungerò  soltanto,  che  poiché  il  fondamento  della 
istruzione  elementare  in  Firenze  nel  secolo  XV,  nelle  cosi  dette 
«  scuole  di  abbaco  »,  era  costituito  dall'opera  aritmetica  del  Fi- 
bonacci (1),  e,  in  queste  scuole,  il  Vinci,  come  ci  attesta  il  Vasari, 
«in  pochi  mesi  che  ei  vi  attese,  fece  tanto  acquisto  che  mo- 
«  vendo  di  continuo  dubbj  e  difflcultà  al  maestro,  che  gli  inse- 
«  gnava,  bene  spesso  lo  confondeva  »  (2),  deve  aversi  per  certa  la 
conoscenza  e  lo  studio  del  Liber  abaci  di  Leonardo  Pisano  per 
parte  del  grande  artista  e  scienziato  fiorentino  fino  dagli  anni 
più  teneri. 

Traccio  di  questo  classico  libro  si  possono  riscontrare  nel  Co- 
dice Atlantico  e  nel  Manoscritto  A,  q,  se  si  pensa  quale  efficacia 
il  Liber  abaci  abbia  avuto  sui  maggiori  matematici  del  secolo 
XV  e  XVI,  si  comprenderà  facilmente  perchè  io  mi  richiami  so- 
vente a  questa  fonte  degli  scritti  leonardeschi,  donde  però  nulla 
è  stato  tratto  testualmente  per  i  Manoscritti  (3). 

GXIIL 

Libro  d'acque.  Fra  le  fonti  di  Leonardo  da  Vinci  deve  anche 
porsi  un  incognito  trattato  idraulico,  forse  manoscritto,  accennato 
con  le  misteriose  parole:  «  Un  nipote  di  Gianangelo  dipintore 
«  à  uno  libro  cCacqice,  che  fu  del  padre  »  (4). 


(i)  UziELLi,  Ricerche  intorno  a  Leonardo  da  Vinci,  Torino,  1896,  p.  44-50. 

(2)  Vasari,  Le  vite  (1859),  p.  205. 

(3)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  180  (antica  segnatura)  ecc.  Manoscritto  A, 
f.  10  ecc. 

(4)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  225  r.  Gianangelo  dipintore  è  Gianan- 
gelo Andrea,  che  troviamo  indicato  tra  gli  «  Ingeniarii  ducales:  Bramantus 
«  ingeniarius  et  pinctor.  Jo.  Jac.  Dulcebonus  ingeniar.  et  murator.  Leonardus 
«  de  Florentia  ingeniar.  et  pinctor.  Ahi  ducales  ingeniarii  Hamedeus,  Joh. 
€  de  Busto,  Antonio  de  Sesto  :   Jacomo  Stramido,  Andrea   Gianangelo,  Be- 


LE  FOSTI   DI   LEONARDO  DA  VINCI  201 

È  da  notarsi  che,  secondo  TArgelati,  un  Bartolomeo  della 
Valle  milanese  scrisse  un  Trattato  per  adacquar  terreni,  ed 
altre  regole  di  Agrimensura,  con  un  modo  generale  per  fm^- 
mare  il  giusto  prezzo  di  terren  (1509),  e  fece  una  collezione  degli 
Ordini  Ducali  per  le  acque  del  Naviglio  Grande  e  dell'altro 
detto  deUa  Martesana  dal  1447  al  i50S  (1510)  (1). 

GXIV. 

Lippi.  Quando  Leonardo  discese  fanciullo  da  Vinci  in  Firenze, 
egli  dovette  stringere  relazione  con  fra  Filippo  Lippi  (morto  nel 
1469),  alla  scuola  del  quale  accorrevano  Sandro  Botticelli,  Pisello, 
Iacopo  del  Sellaio  ed  infiniti  altri  maestri ,  ai  quali  il  «  grande 
«  pittore,  come  dice  il  Vasari,  sempre  con  amorevolezza  insegnò 
«  l'arte  »  (2),  Il  nome  di  «  Filippo  del  Carmine  »  ripetuto  nei  Ma- 
noscìHtti,  il  racconto  fatto  dal  Vinci  stesso,  dinanzi  al  Cenacolo^ 
della  liberazione  del  Lippi,  caduto  in  mano  de'  pirati  turchi,  e 
degli  onori  avuti  dagli  infedeli  per  la  sua  meravigliosa  abilità 


«  nedetto  da  Briosce  >.  Bramante  è  nominato  spesso  da  Leonardo,  talora  col 
nome  di  Donnino,  Gio.  Giacomo  Dolcebono  è  forse  quello  che  il  Vinci  ri- 
corda con  le  parole  «  libro  di  Giangiacomo  »,  Giovanni  Bataggi  è  ricordato 
da  Leonardo  col  nome  di  €  Giovanni  di  Lodi  >,  Benedetto  da  Briosco  col 
nome  di  «  maestro  Benedetto  scultore  >. 

(1)  Fra  i  «  libri  d'acqua  >,  dati  alle  stampe,  si  può  ricordare  quello  di 
Bartolo  da  Sassoferrato  (1313-1359).  Ad  retferendissimum  ed  lUustrem 
Marchionem  d.  suum  d.  Lodovicum  de  gontaga  apostolicum  ■protonotarium 
Ruffinus  gabloneda  Mantuanus  Liher  (sic  prò  Liber)  pritnus  de  flumi- 
nibus  cum  figuris  composilus  per  d.  bar.  de  saxoferrato  legum  illumina- 
torem  quem  tyberiadem  appellant.  Incipit,  (in  fine)  Explicit  tractatus  de 
insigniis  et  armis  compositus  a  Bartholo  de  saxoferrato  cive  perusino  quem 
Nicoiaus  Alesandri  eius  gener  post  mortem  Bartholi  octavo  die  Januariis 
publicavit  (anno  1478).  Il  Bartolo  è  il  primo  autore  che  abbia  trattato,  con 
l'aiuto  di  Guido  da  Perugia,  geometricamente  delle  alluvioni.  Cfr.  Ahgelati, 
Biblioth.  script,  mediol.,  II,  1  col.,  1559.  Dove  Leonardo  scrive  «  Libro  del- 
l'acque a  messer  Marco  .\ntonio  >,  si  riferisce  evidentemente  ai  suoi  appunti 
idraulici. 
(2)  Vasari,  Le  vite,  p.  321. 


202  E.   SOLMI 

nel  dipingere,  palesano  assai  chiaramente  che  vi  debbono  essere 
stati  rapporti  di  Leonardo  col  carmelitano  fiorentino  (1). 

I  quali  rapporti  più  stretti  e  più  fecondi  divennero  con  Filip- 
pino Lippi.  I  primi  quadri  di  Leonardo  furono  fatti  in  comune 
con  questo  artista.  Il  Vasari  ricorda  la  commissione  d'una  pit- 
tura ceduta  dal  Lippi  al  Vinci  (2),  e  l'Anonimo  dice  del  primo  «  di- 
«  pinse  nella  sala  minore  del  palazzo  de'  Signori,  la  tavola,  dove 
«  è  una  Nostra  donna  con  altre  figure,  la  quale  aveva  comin- 
«  ciate  a  dipingere  Leonardo  da  Vinci,  e  detto  Filippo  la  fini  in 
«  sul  disegno  di  Leonardo  »  (3).  Secondo  alcuni  critici  i  Lippi,  e  non 
già  il  Verrocchio,  sarebbero  stati  i  primi  maestri  del  Nostro  artista. 

GXV. 

LucRETio.  T.  Lucretii  Cari  de  rerum  natura,  (in  fine)  Venetiis 
per  theodorum  de  i^egazonibus,  1495,  in  4°  e  l'edizione  prece- 
dente del  Fridenpreger  in  Verona  del  1486  e  la  seguente  di  Aldo 
in  Venezia  del  1500.  Da  questo  libro,  come  ho  altrove  dimostrato (4), 


(1)  Bandello,  Novelle,  Londra  S.  Harding  MDGCXL,  P.  I,  Novella  LVIII, 
carte  363  e  364  recto.  La  novella  raccontata  da  Leonardo  porta  per  titolo  : 
«  Fra  Filippo  Lippi  fiorentino  Pittore  è  preso  da  Mori,  e  fatto  schiavo,  e  per 
l'arte  de  la  Pittura  è  fatto  libero  et  honorato  ». 

(2)  Vasari,  Le  vite,  p.  444. 

(3)  Milanesi,  Documenti  inediti  su  Leonardo  da  Vinci,  Firenze,  1872,  p.  5. 

(4)  Frammenti  letterari  e  filosofici,  Firenze,  1899,  p.  413.  Leonardo,  Co- 
dice Atlantico,  f.  376  verso.  «  Anassagora.  Ogni  cosa  vien  da  ogni  cosa,  e 
«  ogni  cosa  torna  in  ogni  cosa,  perchè  ciò  che  è  nelli  elementi  è  fatto  da 
«  essi  elementi  ».  Nella  Bibl.  Laurenziana  si  conservano  Anaxagorae  sen- 
tentiae  quaedam.  III,  711,  LXX.  Lucrezio,  Be  rerum  natura,  lib.  1, 
vv.  830  sgg.  Gfr.  Bruno,  De  umbris  idearum,  Berlino,  1868,  p.  28  e  Zeller, 
Gesch.  der  Philosophie  der  Griechen,  I,  pp.  875-885.  Gusa  (da)  Niccolò, 
Opera,  Basilea,  1565,  De  docta  ignorantia,  p.  28.  «  Si  acute  iam  dieta  attendis, 
«  non  erit  tibi  difficile  videre  veritatis  illius  Anassagoricae  (quodlibet  esse  in 
<  quolibet)  fundamentum,  fortassis  altius  Anassagora.  Nam  cum  manifestum 
«  sit  ex  libro  primo,  Deum  ita  esse  in  omnibus,  quod  omnia  sunt  in  ipso,  et 
«  nunc  constat  Deum  quasi,  mediante  universo,  esse  in  omnibus,  bine  omnia 
«  in  omnibus  esse  constat,  et  quodlibet  in  quolibet;  universum  enim,  quasi 
«  ordine  naturae  ut  perfectissimum  praecessit  omnia,  ut  quod/ibet  in  quolibet 
«  «esse  posset  ». 


LE  FONTI  DI  LEONARDO  DA  VINCI  203 

Leonardo  ha  tratte  le  sue  notizie  per  la  opinione  di  Anassagora, 
sui  principi  ultimi  delle  cose  o  (Jnépiaata  (Fr.  /,  3,  6[4])  che  si 
trovano  sparsi  da  per  tutto,  sempre  eguali  a  sé  stessi,  ed  entrano 
nella  composizione  di  ogni  essere  inorganico  ed  organico. 


CXVI. 

Macrobio.  Leonardo  conosce  V—Aurelii  TheodosU  Macrobii 
expositio  in  somnium  Scipionis  M.  T.  Ciceì^onis  et  sutwma- 
liorum,  lib.  VII,  Veneliis  opera  et  impensis  Nic.  Jenson,  1472 
in  fol.  ?.  Non  osiamo  affermarlo,  non  ostante  che  un  riavvici- 
namento assai  suggestivo  ci  potesse  mettere  in  qualche  sospetto. 

Leonardo.  Macrobio. 

Fu  dimandato  un   pittore,  perchè,  Hic  Enangelus  '  apad  L.  Mallium, 

facendo  lui   di   figure   sì  belle,  che  qui  optimus  pictor  Romae  habebatur, 

eran   cose  morte,  perchè  causa  esso  Servilius  Geminus  forte  cenabat,  cum- 

avesse  fatti  i  figliuoli  si  bratti.  Allora  que  fìlios  eius  deformes  vidisset,  non 

il  pittore  rispose,  che   le  pitture   le  similiter,  inquit.  Malli,  fingis  et  pingis. 

fece  di  dì  e  i  figliuoli  di  notte(l).  Et  Mallius  :  in  tenebris  enim  fingo, 

inquit,  luce  pingo  (2). 


GXVIL 

Maestro  d'abbaco.  Anche  nella  sua  età  matura  Leonardo  non 
sdegnò  di  rivolgersi  ai  più  umili  professori  delle  arti  per  aumen- 
tare le  proprie  conoscenze  principalmente  matematiche:  «Fatti 
«  mostrare  (scrive  nel  Codice  Atlantico)  dal  maestro  d'abbaco  ri- 
«  quadrare  uno  triangolo  »  (3). 


(i)  Leonardo,  Manoscritto  M,  f.  58  verso. 

(2)  Macrobics  (ed.  Francesco   Eyssenhardt),   Lipsia,  1893.  Salum.  II,  2, 
p.  139. 

(3)  Leonardo,  Cod.  Atl.,  f.  225  recto. 


204  E.   SOLMI 


GXVIII. 


Maestro  d'acqua.  Una  prova  del  suo  desiderio  di  sapere  si 
ha  nell'appunto  di  Leonardo,  che  accenna  ad  un  ignoto:  «  Truova 
«  uno  maestro  d'acqua,  e  fatti  dire  i  ripari  d'essa,  e  quello  che 
«  costan  »  (1). 

GXIX. 

Maffei  Gerolamo.  Nella  nota:  «  da  maestro  Mafeo,  perchè  sette 
«  anni  l'Adige  alza  e  sette  abbassa  »  (2),  si  ha  un  indizio  sicuro  che 
Leonardo  si  è  rivolto,  forse  per  lettera,  a  qualcuno  dei  Maffei- 
di  Verona,  per  aver  notizia  sulle  vicende  del  massimo  fiume,  che 
passa  per  quella  città.  Secondo  il  Ravaisson,  il  Vinci  accenne- 
rebbe qui  a  Raffaello  Maffei,  il  noto  enciclopedista  del  tempo, 
morto  nel  1522,  ma  se  si  pensa  che  questi  era  di  Volterra,  e 
che  visse  la  maggior  parte  della  sua  esistenza  a  Roma,  non'  si 
comprende  bene  come  appunto  a  lui  l'artista  si  rivolgesse  per 
aver  notizie  dell'Adige.  Bisogna  anche  escludere,  che  si  tratti  di 
Agostino  Maffei  (1476  — 1525),  veronese,  che  dimorò  alla  Corte 
Pontificia,  e  che  fece  una  raccolta  di  cose  antiche.  Reputo  gran- 
demente probabile  che  Leonardo  si  riferisca  al  medico,  e  quindi 
'  maestro  ',  Gerolamo  Maffei  di  Verona,  che  nel  1484  aveva  pub- 
blicato V Anatomia  di  Mondino  de'  Luzzi,  e  che  è  chiamato  «  ex- 
«  celentissimum  artis  et  medicinae  doctorem  magistrum  Hiero- 
«  nymum  de  Mafeis  de  Verona  »  (3). 


(1)  Leonardo,  Cod.  Atl.,  f.  225  recto. 

(2)  Leonardo,  Manoscritto  F,  cop.  verso. 

(3)  Bradley,  Diction.  miniai.,  II,  245.  Giuliani,  Lett.  Veron.  (1876),  p.  349. 
Maffei,  Verona  Illustrata  (1825),  II,  2647.  Incipit  anathomia  Mundini,  2, 
Q.  Via  ut  ait  G...^.  VII  terapeutica  methodi  auctoritate  etc.  F  34  a  Hic  modus 
imponit  anathomia  Mundini  :  que  non  paucis  in  locìs  emendata  fuit  per 
excellentissimum  artis  et  medicine  doctorem  magistrum  Hieronymum  de 
Mafeis  de  Verona  impressaque  magistrum  Mattheum  cerdonis  de  Vuindisch- 
grets.  Padue,  anno  dn.  1484. 


LE   FONTI   DI   LEONARDO   DA   VINCI  205 

GXX. 

Mandavilla.  Leonardo  nota  nel  Codice  Atlantico  :  «  Qiovan  di 
Mandinella  »  (1),  cioè:  Tractato  de  le  più  maravigliose  cose  e  più 
notabile  che  si  trovino  in  le  parte  del  mondo  reducte  e  colte 
sotto  brevità  in  lo  presente  compendio  dal  strenuissimo  cavalier 
a  speron  d'oro  Johann£  de  Mandavilla  anglico  nato  ne  la  cita 
de  sancto  Albano  el  quale  ete.,  (in  fine)  Impresso  ne  lalma  et 
inclita  citade  di  bologna  per  m,i  Ugo  di  Rugin  sotto  al  dico  et 
illustrissimo  principe  e  signore  Giovanni  secondo  bentivoglio 
Sforcia  di  risconti  daragona.  Neli  anni  del  nostro  Signore 
m£sser  Jesu  Cristo  1488  adi  IlII  de  luglio,  in-4»,  in  carattere 
semigotico,  a  dae  colonne,  senza  cifre  e  richiami. 

Una  sola  e  debole  traccia  di  questo  libro  ho  trovato  nei  codici 
leonardeschi. 

Leonardo.  Mandavilla. 

Ma  tu,  oltre  alli  figlioli,  ti  mangi  il  ...  e  se  «ono  grassi    di  sabito  li 

padre,  madre,  fratello  e  amici,  e  non      mangiano,  e  ae  sono  magri    li    fano 
ti  basta  questo,  che  tu  vai  a  caccia      ingrassare...  (2). 
per  le  altrui  isole  pigliando   li  altri 
omini  e  questi,  mezzo  nudi  li  testi- 
culi,  fai  ingrassare  e  ti  li  cacci  giù 
per  la  gola. 

CXXI. 

Manganello.  Nel  Codice  Atlantico  Leonardo  segna  <  Manga- 
«  nello  »  (3)  cioè,  come  già  rilevò  il  D'Adda ,  i  XIIl  capitoli 
intitolati  il  Manganello  s.  1.  n.  a.    Questa   violenta  e   grosso- 


(1)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  210  recto:  «Giovandi  mandinella  >. 

(2)  M.\NDATiLLA,  Tractato  de  le  più  maravigliose  cose  e  più  notabile  che 
si  trovano  in  le  parti  del  mondo,  Milano,  1480,  f.  1.  4  recto.  Cfr.  Leonardo, 
Codice  Atlantico,  f.  67  recto,  e  Mandavilla,  Op.  cit.,  f.  g.  3  verso. 

(3)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  210  recto. 


206  E.   SOLMI 

lana  satira  contro  alle  donne,  ricalcata  sulla  sesta  di  Giovenale,  fu 
attribuita  ingiustamente  all'Aretino.  La  nota  del  Vinci,  ci  dà  ora 
la  certezza,  che  fu  edita  assai  prima  che  «  messer  Pietro  »  na- 
scesse. Una  nota  manoscritta,  che  si  ritrova  in  uno  dei  rarissimi 
esemplari  di  questo  libretto,  ci  dice:  «  Il  Manganello  fu  milanese, 
«  e  perchè  amò  meno  discretamente  una  giovane  in  Ferrara  ne 
«rilevò  ferita,  e  un'altra  volta  tre  tratti  di  corda;  il  che  rico- 
«  noscendo  avere  per  comissione  della  Duchessa,  scrisse  centra 
«  lei  questa  sua  satira  ». 

Sembra  che  la  Duchessa  di  Ferrara  trovasse  un  difensore  in 
un  certo  Bertocco:  trovo  infatti  un  libretto  rarissimo  intitolato: 
«  Reprensione  cantra  Manganello  per  Bertocco  s.  1.  n.  a.  ». 

GXXII. 

Manilio  (Marco).  È  da  ricordare  che,  mentre  Leonardo  era 
in  Milano,  usci  per  le  stampe  l'opera  Marci  Manila  astrano- 
micon  a  Stephano  Duecenio  emendatum,  (in  fine)  Impressum 
Mediolaniper  Antonium  Zaroium,  1489,  in  fol.,  benché  di  questo 
libro,  pur  così  diffuso  (se  ne  hanno  stampe  nel  1472,  1474,  1475, 
1480,  1484,  1510,  ecc.),  nessuna  traccia  evidente  si  possa  riscon- 
trare nei  manoscritti  vinciani. 


GXXIII. 

Mappamondo.  Leonardo  da  Vinci  possedeva  un  '  mappamondo  '. 
Egli  lo  chiede  con  insistenza  all'amico  suo  Giovanni  Benci  cui 
l'aveva  prestato:  «  Mappamondo  de  Benci  ».  «  Mappamondo  di 
<  Giovanni  Benci  ».  «  Il  mio  mappamondo,  che  ha  Giovanni 
«  Benci  »  (1). 


(1)  Leonardo,  Codice  AH.,  f.  120  recto.  Manoscritto  L,  f.  1  verso.  Nella 
Biblioteca  Universitaria  di  Genova  in  un  codice  cartaceo  in  4°  del  sec.  XV 
di  Anonimo  si  conserva  a  carte  238-264  un  Mappamondo  (1472),  già  posse- 


LE  FONTI  DI  LEONARDO  DA  VINCI  207 

Questo  planisfero,  condotto,  senza  dubbio,  sulle  migliori  carte 
del  secolo,  faceva  parte  di  un'opera  manoscritta,  come  di  una 
copia,  ad  esempio,  della  Cosmografia  di  Tolomeo,  dellV^torm 
Naturale  di  Plinio,  della  Sfera  di  Leonardo  (o  Qoro)  Dati,  ecc.? 
Oppure  era  una  carta  geografica  a  sé  stante,  come  quella  che 
si  conserva  nel  British  Museum  a  Londra  attualmente,  e  si 
attribuisce  da  alcuni,  benché  senza  troppi  fondamenti,  al  Vinci  ? 

A  sostegno  della  prima  ipotesi  si  potrebbero  citare  note  leo- 
nardesche manoscritte,  che  reputo  probabile  si  riferiscano  sempre 
al  mappamondo:  «  Libro  di  Giovanni  Benci  »,  «  Giovanni  Benci 
«  il  libro  mio  »  (1). 


GXXIV. 

Marliani  (Giovanni).  Quando  il  Vinci  arrivò  in  Milano  la 
prima  volta,  era  recente  l'eco  della  morte  del  matematico  Gio- 
vanni .Marliani  (2).  Questi,  ascritto  nel  Collegio  dei  medici  milanesi 
il  22  agosto  1440,  dopo  aver  insegnata  la  medicina  nella  capitale 
lombarda,  era  passato  a  Pavia,  dove  era  rimasto  poi  tutta  la 
vita,  e  aveva  scritto  un  gran  numero  di  opere,  (3)  le  principali 
delle  quali  sono  le  seguenti  : 

1)  De  proportione  motuurn  in  velocitate  (edito  in  Pavia 
nel  1482)  ;  2)  De  reductione  aquae  calidae  (edito  in  Pavia  nel  1482); 


duto  dal  Bossi;  in  Napoli  nella  Bibl.  Nazionale  V.  E.  A.  3.  si  conserva  una 
Mappa  terrestre  del  sec.  XV,  dipinta  in  un  Codice  membr.  dellVs/oria  na- 
turale di  Plinio;  moltissimi  sono  poi  i  mappamondi  disegnati  sulla  Sfera  di 
Leonardo  (o  Goro).  Dati  (Firenze,  Bibl.  Nazion.;  Bibl.  Med.  Lattrenziana; 
Trexiso,  Bibl.  Comunale;  Lucca,  Bibl.  Pubblica;  Napoli,  Bibl. Nazionale, 
ecc.).  Gfr.  anche  P.  Zurla,  Il  mappamondo  di  Fra  Mauro  Camaldolese, 
Venezia,  1886,  p.  158-164. 

(1)  Leonardo,  Cod.  Atl.,  f.  120  recto. 

(2)  Lancino  Curzio,  Epigrammata...  Milano,  ISl,  L.  I,  p.  2. 

(3)  Solmi,  Leonardo,  Firenze,  1900,  pp.  85-86.  Cfr.  Argelati,  Bibl.  script, 
mediai.  (1745),  11,  i,  p.  866.  Corte,  Notizie  istoriche  intomo  ai  medici  mi- 
lanesi, Milano,  1718,  p.  403.  Txraboschi,  Storia  della  Letteratura  Ita- 
liana, VI,  p.  436. 


208  E.  SOLMI 

3)  Pì^obatio  cujusdam  sententiae  calculatoris  de  motu  locali 
(edito  in  Pavia  nel  1482);  4)  De  reactione  adversus  Cajetanum 
de  Thienis  (finito  nel  1448);  5)  Tractatus  in  defensionem  dicto^ 
rum  in  materia  de  reactione  (finito  nel  24  ag.  1464);  6)  De  in- 
tensione et  remissione  (inedito);  7)  De  difficultate  actionis;  8)  De 
demensìone  partium,  ad  centrum;  9)  De  mawimo  et  minimo; 
10)  Dispuiationes  cum  Philippo  Adjuta  veneto  et  Jacobo  Ju- 
liviensi  (edito  in  Pavia  s.  d.);  11)  Quaestio  de  caliditate  cor- 
porum,  humanorum,  (edito  in  Venezia  1501);  12)  Algorism,us  de 
minutiis;  13)  Algebra',  i4)  Expositiones  super  XXI 1  seu  tertii 
Canonis  Avicennae  (edito  in  Milano  1594);  15)  De  urinis;  16)  De 
febribus  omnibus  cognoscendis  et  curandis  (edito  in  Milano 
nel  1494). 

Leonardo  da  Vinci,  desideroso  di  attingere  alla  gran  somma 
delle  opere  edite  ed  in'edite  di  Giovanni  Marliani,  si  affrettò  ad 
avvicinare  i  figli  Gerolamo  e  Pier  Antonio,  ottimi  medici  e  dili- 
genti studiosi  di  geometria.  La  prima  nota  del  Vinci  è  relativa 
2HCC Algebra,  ch'era  inedita,  non  ostante  l'espressione  del  Marliani 
stesso:  «  libellus  quem  edidi  Alcibra  subtilissimus  »  (1):  «  Al- 
«  gebra,  scrive  Leonardo,  eh' è  appresso  i  Marliani  fatta  dal  loro 
«  padre  »  (2). 

Tuttavia  studiando  gli  scritti  del  medico  milanese,  l'artista  fio- 
rentino dovette  convincersi,  che  molto  in  quelli  vi  era  di  arbi- 
trario. Avvezzo  a  non  fondarsi,  e  a  non  credere  che  ai  propri 
occhi  (dice  egli  stesso:  '  questo  per  isperienzia  è  provato  che  chi 
non  si  fida  mai  sarà  ingannato  '),  Leonardo  ribattendo  una  propo- 
sizione del  Marliani  sui  rapporti  fra  la  luce  e  l'ombra:  «  adunque, 
«  conclude,  la  scientia  Marliana  è  falsa  »  (3). 

Non  ostante  queste  delusioni,  il   Vinci  ritornava  ancora  alle 


(1)  Marliani,  De  proportione  motuum  in  velocitate,  e.  48. 

(2)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  225  recto. 

(3)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  314  recto.  Leonardo,  Codice  Atlan- 
tico, f.  204  recto  :  «  Come  si  può  fare  certi  corpi  densi,  che  non  faranno 
«  ombra  ne  l'obbietto  loro.  Adunque  la  scienzia  Marliana  è  falsa  ». 


À 


LE  FONTI  DI  LEONARDO  DA  VINCI  209 

opere  del  milanese,  se  non  alle  originali,  almeno  agli  eruditi 
commenti.  «  Le  proposizioni  d'Alchino,  scrive  egli  infatti,  con  le 
«  considerazioni  del  Marliano  da  messer  Fazio  »  (1). 


GXXV. 

Marliano  (da)  Giuliano.  Con  Giuliano  da  Marliano,  che  fu 
chirurgo  e  medico  di  corte  ai  tempi  di  Lodovico  il  Moro,  Leo- 
nardo ebbe  relazioni  di  natura  scientifica,  come  provano  le  due 
note:  «  Dell'osso  de'  Marliani;  dell'osso  che  fora  Oianjacomo  da 
«  Belinzona,  e  tirane  fori  il  chiodo  con  facilità  ».  <  Giulian  da 
«  Marlian,  medico,  ha  un  massaio  sanza  mano  »  (2).  «  Maestro  Giu- 
•€  liano  da  Marliano  ha  un  bello  Erbolaro  sta  a  riscontro  al  li 
<  Strami  legnamieri  »  (3). 

Le  lettere  autografe  del  medico,  che  si  conservano  nel  R.  Ar- 
chivio di  Stato  in  Milano,  non  portano  alcuna  nuova  luce  su 
questi  rapporti. 


(1)  LEONARDO,  Codice  Atlantico,  f.  225  recto.  Su  Fazio  Cardano  vedi  il 
mio  Leonardo,  pp.  81-85. 

(2)  Lbouardo,  Cod.  Atl.,  f.  225  recto.  Manoscritto  del  South  Kensington 
Museum,  II,  2,  f.  22  recto. 

(3)  Leonardo,  Manoscritto  del  South  Kensington  Museum,  III,  f.  55 
recto.  Gli  <  Strami  legniamieri  >,  cui  si  riferisce  Leonardo  in  questo  fram- 
mento son  della  stessa  famiglia  di  quel  Guaspari  Strami  (o  Stramito  o  Stre- 
mido)  nominato  nel  Manoscritto  L,  f.  1  recto,  come  uno  dei  magistri  a 
lignamine  più  in  vista,  a  proposito  di  certi  <  santi  di  cappella  >,  sul  quale 
fu  edito  dal  Maulde  La  Clavière  un  documento  in  appendice  alle  Chro- 
niques  di  Jean  d'Anton  li,  p.  363  «  IX^^II.  A  Graspart  Stremit,  pour  le  re- 
€  parations  des  pontz  et  portes  de  Milan,  l'an  de  ce  present  estat,  selon  la 
«  composition  et  marche  faict  avec  les  maistres  des  Intrades  pour  les  dites 
€  reparations ,  chascun  an,  la  somme  de  IXx^VIJ  1.  x  s  > .  Altri  magistri  a 
lignamine  appairtenenti  alla  stessa  famiglia  sono  un  Bartolomeo  Stramido, 
che  nel  1483  era  stato  incaricato  dei  lavori  nella  Sala  delle  Asse,  e  un 
M'°  Johanne  Stremito,  che  nel  1466  avanzava  un  credito  per  legnami  ado- 
perati nella  costruzione  di  una  casa  fatta  edificare  in  Milano  da  Francesco 
Sforza  per  una    «  Isabetta  de  Rubicho  >.  Per  Jacomo  Stramido,  v.  p.  200. 

GiomaU  storico.  —  Soppl.  no  10-11.  14 


210  E.   SOLMI 


GXXVI. 


Marmocchi  Carlo.  Con  la  parola  '  quadrante  di  Carlo  Mar- 
mocchi '  Leonardo  si  riferisce  ad  un  fiorentino,  che  si  occupava 
di  astrologia,  e  del  quale  non  ci  resta  alcuna  memoria  (1). 


.  CXXVII. 

Martelli  Piero.  Leonardo  abitò,  per  qualche  tempo,  in  casa 
di  Piero  di  Braccio  Martelli,  dove  lo  troviamo  a  riordinare  i 
suoi  scritti  «  addi  22  di  marzo  1508  ».  Noterò  qui  soltanto  che 
il  Martelli,  benché  di  complessione  debolissima,  aveva  composti 
«  libri  quatuor  in  Mathematicas  disciplinas,  epistolae  plures  et 
*  elegantes,  epigrammata  non  pauca  et  acutissima  »  (2). 

CXXVIIL 

Martini  (Francesco  di  Giorgio).  Molto  diffuso  sulla  fine  del 
secolo  XV  fu  il  Trattato  di  architettura  civile  e  militare  di 
Francesco  di  Giorgio  Martini  (3).  Leonardo  non  lo  rammenta  in 
alcuna  parte  dei  suoi  scritti;  ma  si  nota  che  il  Vinci  e  il  Mar- 


(1)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  i.  16  recto.  Uzielli,  Ricerche  intomo  a 
Leonardo  da  Vinci  (1897),  p.  XV. 

(2)  Leonardo,  Manoscritto  del  British  Museum,  f.  1  recto  e  202  verso. 
«  Ghominciato  in  Firenze  in  casa  di  Piero  di  Braccio  Martelli  addi  22  di 
«  marzo  1508  ;  e  questo  fia  un  raccolto  sanza  ordine,  tratto  di  molte  carte, 
«  le  quali  io  ho  qui  copiate,  sperando  poi  metterle  per  ordine  alli  lochi  loro, 
«  secondo  le  materie  di  cui  esse  tratteranno  ».  «  Dov'è  Valentino?  -  stivali 
«  -  casse  in  dogana,  Falleri,  frate  del  Carmine,  squadra,  Piero  Martelli  - 
«  Salvi  -  Qorgherini  -  rimanda  le  sacche  -  sostentaculo  delli  occhiali  -  lo 
«  ignudo  del  Sangallo  -  la  cappa  -  porfido  -  gruppi  -  squadra  -  Pan- 
«  dolfino  ». 

(3)  Edito  con  grandissima  cura  da  Carlo  Promis  nel  1841,  in  2  voi.  in-4o, 
in  Torino,  presso  Chirio  e  Mina. 


J 


LE  FONTI  DI  LEONARDO  DA  VINCI  211 

tini  furono  insieme  per  qualche  tempo  in  Milano  e  in  Pavia  nel 
1490(1),  e  che  l'ultimo,  nel  suo  Trattato  di  architettura,  esprime 
qua  e  là  concetti  essenzialmente  vinciani,  come  quello  sull'uni- 
versale applicabilità  delle  matematiche  (2). 

CXXIX. 

Mardllo.  L'  inno  al  sole  di  Marnilo,  l'infelice  poeta  greco 
odiato  dal  Poliziano  e  morto  nei  gorghi  del  fiume  Cecina  nel  1500, 
che  Leonardo  cita  nel  Manoscritto  E  accanto  alla  Spetta  di 
Goro  Dati  (3),  è  contenuto  nel  libro  secondo  dell'opera  di  Michele 
Tarcaniota  intitolata  '  Hymniet  epigrammata,  Florentiae,  1487  ', 
dove  personifica  nelle  divinità  mitologiche  le  forze  della  natura, 
e  ne  canta  gli  effetti  con  sentimento  schiettamente  pagano,  e  che 
si  apre  appunto  coi  versi  rivolti  allo  splendido  astro  del  giorno: 

Quis  noTus  hic  animos  faror  incidit  onde  repente 
Mens  fremii  horrentique  sonant  praecordia  mota? 

cxxx. 

Medicinale.  Una  poesia,  che  Leonardo  ha  trascritta  nel  Codice 
Atlantico,  e  che  diventò  popolare  nei  secoli  XIV  e  XV,  si  ritrova 
in  un  manoscritto  di  Udine  (n°  42),  insieme  ad  alcuni  sonetti,  che 
vanno  dal  folio  99   in   avanti.  Fu    attribuita  da  alcuni  erronea- 


(1)  Maiocchi,  Giovanni  Antonio  Amadeo,  Pavia,  1903,  p.  22.  Cfr.  Mala- 

SPINA  DI  San.^^aro,  Memorie  storiche  della  Fabbrica  della  Cattedrale  di 
Pavia,  Milano,  1816,  p.  10.  «  A  di  21  giugno  dello  stesso  anno  1490  come  dal 
*  qui  sopra  citato  libro  o  rostro,  venne  pagata  la  somma  di  lire  20  all'oste 
<  Agostino  da  Berneris  alla  locanda  del  Saraceno  in  Pavia,  che  credesi  fosse 
€  in  piazza  grande  vicino  alla  soppressa  chiesa  di  Santa  Maria  Gualtieri,  per  la 
«  dimora  i\i  fatta  degli  ingegneri  Francesco  senese  e  Leonardo  fiorentino  ». 

(2)  M.\RTiNi.  Trattato,  cit.,  voi.  I,  p.  12.5-126,  salvo    la    citazione  di  Eu- 
pompo  di  Macedonia,  invece  che  di  Panfilo  il  Macedone. 

(3)  Leonardo,  Manoscritto  F,  f.  4  verso  :  e  La.  Spera  e  Manilio  laudan, 
«  con  molti  altri,  esso  Sole  >. 


212 


E.   SOLMI 


mente  a  Cecco  Angiolieri  da  Siena,  per  la  comica  ragione  che  si 
trova  subito  dopo  ad  un  sonetto  intitolato:  «  Gecho  da  Siena: 
«  Tutto  quest'anno  che  mi  son  frustato  »,  ma  è  opera  di  ignoto  (1). 


Leonardo. 

Se  voi  star  sano,  osserva  questa 
[norma  : 

non  mangiar  sanza  voglia,  e  cena  leve  ; 

mastica  bene,  e  quel  che  in  te  ricieve 

sia  ben  cotto  e  di  semplice  forma. 

Chi  medicina  piglia,  mal  s'informa, 
guarti  dall'ira,  e  fuggi  l'aria  grieve  ; 
su  dritto  sta,  quando  da  mensa  leve; 
di  mezzogiorno  fa  che  tu  non  dorma. 

El  vin  sia  temprato,  poco  e  spesso, 
non  for  di  pasto,  né  a  stomaco  voto, 
non  aspectar,  né  indugiar  il  cesso; 
se  fai  esercizio,  sia  di  picciol  moto. 

Col  ventre  resupino  e  col  capo  de- 
[presso 

non  star,  e  sta  coperto  ben  di  notte, 

el  capo  ti  posa,  e  tien  la  mente  lieta, 

fuggi  lussuria,  e  attienti  alla  dieta  (2). 


Cod.   Udinese. 

Se  vuoi  star  sano,  osserva  questa 
[norma: 

Non  mangiar  senza  voglia,  e  cena 
[breve  ; 

Mastica  bene  quel  eh'  in  te  riceve, 

E  sia  ben  cotto  e  di  semplice  forma. 

Chi  medicina  piglia,  mal  se  informa. 
Guardati  da  ira  e  da  ogni  cosa  greve  ; 
Su  dritto  sta  quando  da  mensa  leve  ; 
Da  mezzo  giorno  fa  che  tu  non  dorma. 

11  bever  temperato,  poco  e  spésso; 
Non  fuor  di  pasto  et  a  stomaco  voto, 
11  corpo  in  possa,  e  la  mente  tien  lieta. 


Non  indugiar,  né  no  affrettar  il  cesso. 
Se  fai  esercizio  fa  '1  di  leggier  moto. 
Fuggi  lussuria,  e  tienti  a  la  dieta.  (3). 


GXXXI. 

Meglio  (del)  Antonio.  Gustavo  Uzielli  ha  dimostrato  fin  dal 
1884,  che  è  di  Antonio  del  Meglio  il  sonetto:  «  Chi  non  può  quel 


(1)  A,  Battistella.,  Quattro  sonetti  inediti  di  Cecco  Angiolieri,  in  Bi- 
blioteca delle  scuole  italiane,  voi.  Il,  1890,  pp.  177  sgg. 

(2)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  78  verso. 

(3)  Biblioteca  comunale  di  Udine,  Cod.  segn.  42.  Cfr.  Mazzatinti,  Inv., 
voi.  Ili,  p.  183.  Questo  medesimo  sonetto  si  trova,  con  varianti,  che  più  si 
discostano  da  Leonardo,  in  La  pestilenza  del  i348.  Rime  antiche,  Fi- 
renze, 1884,  C.  e  L.  Frati,  Indice  delle  carte  di  P.  Bilancioni,  in  Pro- 
pugnatore, serie  II,  voi.  II,  p.  26. 


LE  FONTI  DI  LEONARDO   DA  VINCI  213 

«  che  vuol  quel  che  può  voglia  »,  il  quale  attribuito,  non  si  sa  come, 
a  Leonardo  da  Paolo  Lomazzo,  fu  tradotto  e  commentato,  come 
opera  del  Vinci,  da  gran  numero  di  scrittori  italiani,  francesi, 
tedeschi  e  inglesi  (1).  Spiace  che  l'Uzielli,  enumerando  e  discutendo 
i  vari  giudizi  portati  su  questo  sonetto,  non  abbia  fatto  parola 
del  commento  più  ingegnoso,  che  fu  quello  di  Volfango  Goethe, 
intorno  al  quale  puoi  oggi  vedere  uno  studio  di  H.  G.  Graf  nel 
Ooethes  Jahrbttch  del  1905. 


GXXXII. 

Milano  (carta  geografica  di).  Quando  Leonardo  da  Vinci 
nel  Codice  Atlantico  scrive:  'Paesi  di  Milano  in  istampa  —  Libri 
di  mercato  ',  (2)  reputo  grandemente  probabile,  ch'egli  si  riferisca 
ad  una  carta  topografica  a  stampa  analoga  a  quella  che  poi 
usci  nel  1567  col  titolo:  'Nova  descHttione  di  tutto  il  ducado 
di  Milano ,  del  Piamonte ,  del  paese  de  Svizeri  et  gran  parte 
di  altre  regioni  cmifinanti,  ridotta  a  perfettione  in  Venetia  ap- 
presso Ferrando  Bertelli  Nel  MDLXVll  (m.  0  29  X  m-  0  45)  ' 
oppure  analoga  all'altra,  che  uscì  n«l  1570,  col  titolo:  '  La  Nuova 
descrittione  della  Lombardia  (con  dedica  del  cosmografo  Giorgio 
Tilman  a  Mons/'  Cristoforo  Madrutio)  stampato  in  Roma  ap- 
presso La/fari  L'A.  1570  '  (3). 


(1)  UziELLi,  Ricerche  intorno  a  Leonardi  da  Vinci,  Roma,  1884,  pp,  29  sgg. 
Nel  Codice  Palatino  di  Firenze,  segnato  GGXV  il  sonetto  :  <  Chi  non  può 
<  quel  che  vuol,  quel  che  può  voglia  »  si  legge  a  e.  91  verso  sotto  il  ti- 
tolo: Sonetto  del  detto  Messer  Antonio  di  Matteo  Araldo.  Cfr.  Biblioteca 
Comunale  di  Siena.  Cod.  H,  XI,  54  a  e.  91. 

(2)  Leonardo,  Cod.  Atl.,  f.  120  recto.  Cfr.  225  recto.  <  Misura  di  Bocalino. 
€  Misura  di  Milano  e  borghi.  Misura  de  la  corte  vecchia.  Misura  del  castello. 
€  Della  misura  di  sco  Lorenzo.  Ritrai  Milano.  Milano  in  fondamento  ». 

(3)  C.  Castellani,  Catalogo  Ragionato  delle  più  rare  e  più  importanti 
opere  geografiche  a  stampa  che  si  conservano  nella  biblioteca  del  Collegio 
Romano,  Roma,  1878,  p.  243. 


214  E.   SOLMI 


CXXXIII. 


Milano  e  sue  chiese.  «Libro  che  tratta  di  Milano  e  sue  chiese, 
«  che  ha  l'ultimo  cartolaro,  che  sta  verso  il  Gordusio  »,  si  affretta 
a  segnare  Leonardo  nelle  carte,  che  porta  sempre  seco  (1),  e  questa 
nota  ci  pone  innanzi  un  quesito  non  facile  da  risolvere,  poiché 
non  vi  è  nulla  a  stampa,  che  appartenga  alla  fine  del  sec.  XV 
e  al  principio  del  XVI  secolo  in  tal  genere  di  studi.  Probabil- 
mente si  trattava  di  un  manoscritto,  ed  in  tal  caso  dell'opera, 
ben  nota  ai  cultori  di  storia  milanese,  di  Goffredo  da  Busserò, 
cappellano  di  Rodello  (1220  +  1289),  intitolata  Liber  notitie  san- 
ciorum  Mediolani,  nella  quale  si  enumerano,  in  ordine  alfabe- 
tico, tutti  i  santi  che  avevano  chiese  ed  altari  cosi  in  Milano 
come  fuori,  ricordando  d'ognuno  i  fasti.  Il  codice  originale  è 
nella  Metropolitana  di  Milano ,  e  non  se  ne  hanno  oggi  altre 
copie  antiche,  ma  può  ben  darsi  che  ve  ne  siano  state,  ed  una 
l'avesse  «  l'ultimo  cartolaro,  che  sta  verso  il  Gordusio  »,  ricordato 
da  Leonardo  (2). 


GXXXIV. 

Mondino  de  Luzzi.  Il  trattato:  Mundinus ,  Anathomia  Mun- 
dini,  praestantissimorum  doctorum  almi  studii  ticinensis  cura 
diligentissime  emendata  [in  fine].  Impressa  Papiae  per  magi- 
strum  Antonium  de  Carcano,  1478,  in  fol.;  ristampata  Bono- 
niae,  1482;  Patavii,  1484;  Lipsiae,  1493;  Venetiis,  1494  e  1498 
con  figure;  non  è  che  uno  studio  dei  differenti  visceri  e  organi 
contenuti  nelle  tre  grandi  cavità  del  corpo:  addome,  torace  e 
testa.  Si  è  potuto  dire,  con  ragione,  che  non  ostante  i  cadaveri 


(1)  Leonardo,  Cod.  Atl.,  f.  225  recto. 

(2)  Dozio,  Notizie   di   Vimercate  e  sua  pieve,  Milano,  1853,  pp.  90  sgg. 


J 


LE  FONTI   DI   LEONARDO  DA  VINCI  215 

che  l'autore  aveva  aperti,  egli  ha  descritto  questi  organi  piut- 
tosto da  Galeno  e  dagli  Arabi,  che  dalla  natura,  perchè  in  pre- 
senza del  fegato  umano  a  quattro  lobi.  Mondino  non  osa  rigettare 
i  cinque  presi  dall'anatomia  animale,  e  affermati  dall'anatomia 
antica  (1). 

Per  questo  ossequio  poco  reverente  verso  la  esperienza,  Leo- 
nardo, che  ha  letta  e  meditata  l'Anatomia  di  Mondino,  è  molto 
severo  verso  questo  autore.  «  Dice  Mondino,  scrive  con  disprezzo 
«  nei  fogli  di  Windsor,  che  li  muscoli,  che  alzano  li  diti  del  piede, 
«  stanno  nella  parte  silvestra  della  coscia,  e  poi  sogiugne  che  '1  dosso 

<  del  piede  non  à  muscoli,  perchè  la  natura  lo  volle  fare  legero, 
«  a  ciò  che  fussi  facile  al  movimento,  perchè  se  fussi  carnoso 
«  sarebbe  più  grave  !  ».  A  tali  idee  Leonardo  contrappone  la 
'  sperientia  ',  indagando  con  grande  accuratezza  '  l'origine  dei 
muscoli  del  piede  '  (2).  E  fra  i  fogli  inediti,  da  me  trascritti,  trovo 
quest'altra  nota  del  Vinci,  non  meno  severa:  «  Tu  Mondino  credi, 

<  che  li  vasi  spermatici ,  over  testiculi ,  non  gittano  vera  se- 
«  menza,  ma   sol   gittan   un   certo  omore  scilivale,  il  quale  la 

<  natura  ha  ordinato  a  dilectatione  del  coito  della  femina.  Alla 
«  qual  cosa,  se  cosi  fussi,  non  bisogniava,  che  li  nascimenti  delli 

<  vasi  spermatici  nascessino  nel  medesimo  modo  ne  le  femine, 
*  che  ne'  maschi  »  (3). 


(1)  Le  figure  contenute  in  questo  trattato  non  sono,  come  si  è  preteso,  le 
prime,  che  fossero  introdotte  in  un  trattato  di  Notomia.  Nel  fasciculus  me- 
dicinae  di  Giovanni  Ketham,  che  riproduce  V Anatomia  del  Mundinas,  im- 
presso pure  a  Venezia  da  1.  e  G.  de  Gregoriis  1491  in  fol.,  contengonsi  in- 
tagli in  legno,  che  si  vogliono  disegnati,  ma  non  incisi,  dal  Mantegna,  e  furono 
più  volte  riprodotti  negli  anni  successivi. 

(2)  Leonardo,  Windsor  Anatomy,  fogli  A,  f.  18  recto.  Fra  le  opere  me- 
diche di  Leonardo  era  forse  anche  contenuto  il  libro  Guidonis  de  Montero- 
cheren,  Manipulus  curatorum,  (in  fine)  Impressum  Mediolani  per  prudentes 
opifices  Leonardum  pachel  et  uldericum  scinezenceller  teutonicos.  Anno  a 
nativitate  Domini  1481  pridie  Kalendas  Februarias  in-4°,  in  carattere  semi- 
gotico, a  due  colonne,  senza  segnature  e  richiami  ?  II  nome  di  «  Guidone  >, 
ripetuto  più  volte  da  Leonardo,  e  alcuni  contatti  coi  manoscritti,  lo  farebbero 
sospettare. 

(3)  Lkonardo,  Windsor  libr..  Ili,  f.  10  recto. 


él6  E.   SOLMI 


GXXXV. 


Monti  Pietro.  Da  Giorgio,  figlio  di  Ambrogio,  era  nato  in  Mi- 
lano nel  1460  Pietro  Monti,  soldato,  ingegnere  e  teologo.  Questi, 
recatosi  giovanissimo  in  Ispagna,  vi  aveva  scritto  nella  lingua 
del  paese  un'opera  piena  d'ingegno  e  di  stramberie,  che  fu  edita 
poi  in  Milano  «  interprete  ex  hispanico  G.  Aiora  cordubensi  » 
nel  1492,  dopo  il  ritorno  del  suo  autore,  col  titolo  De  digno- 
scendis  horninibus.  (Antonius  Zarotus  Parmensis  Mediolani  hoc 
opus  impressit  Millesimo  quadregentesimo  nonagesimo  secundo 
sexto  decimo  chalendas  Januarii  in  fol.  in  carattere  rotondo  assai 
nitido,  in  bella  carta,  senza  cifre  e  richiami).  Quivi  le  pagine 
contro  la  necromanzia  ed  i  medici,  contro  il  principio  di  autorità 
ed  in  favore  dell'esperienza,  erano  così  vivaci,  che  dovettero 
suscitare  qualche  grido,  e  attrarre  l'attenzione  di  Leonardo. 
«Parla  con  Pietro  Monti»,  scrive  l'ultimo  nel  Manoscritto  I, 
«  di  questi  tali  modi  di  trarre  i  dardi  »  (1)  ;  e  questo  appunto  vin- 
ciano,  estremamente  prezioso,  ci  apre  uno  spiraglio,  e  non  lieve, 
a  rivelare  un  altro  di  quegli  intelletti,  che  cooperarono  alla  for- 
mazione del  più  gran  genio,  che  sia  mai  apparso  al  mondo. 

Il  Monti,  nella  Corte  milanese,  abbandonate  le  armi  e  le  astra- 
zioni filosofiche,  dopo  aver  cercato  riposo  nella  conversazione 
degli  amici  e  negli  spettacoli  teatrali,  convinto  che  la  natura  ci 
ha  creati  per  esser  utili  agli  altri,  si  era  dato  a  raccogliere 
notizie  ed  esperimenti  sull'arte  della  guerra,  avvicinando  due 
maestri  nell'ingegneria,  un  pratico,  Galeazzo  da  Sanseverino,  e 
un  teorico,  Leonardo  da  Vinci. 

Frutto  dei  suoi  studi  e  delle  sue  amicizie  fu  il  De  singulari 
ceriamine  exercitiorum  atque  artis  mililaris  collectanea  in 
tres  libros  distincta,  edito  in  Milano  nel  1509.  In  questo  mede- 


(1)  Leonardo,  Manoscritto  /,   f.    120   recto.   Gfr.  Manoscritto   H,  f.  94 
recto.  €  Pietro  »  accanto  a  «  Giacomo  Andrea  »  di  Ferrara. 


LE  FONTI  DI  LEONARDO   DA  VINCI  :.'1T 

Simo  anno  egli  passa  al  servizio  della  Repubblica  veneta,  acquista 
molta  fama  come  tattico,  e  scrive  il  De  via  ad  exercitia  miii- 
taria.  Si  smarrisce  poi  negli  studi  di  filosofia  e,  vecchio,  nel 
1522,  contro  la  invadente  riforma  luterana,  innalza  una  protesta 
nel  De  unius  legis  veritate  et  sectoì^um  falsitate,  che  nessuno 
lesse,  e  dove  stranamente  il  misticismo  era  legato  allo  sperimen- 
talismo, Aristotile  ai  nuovi  concetti  propugnati  dal  Vinci  e  dai 
suoi  successori,  la  teologia  alla  fisica  ;  caratteristico  sfogo  mistico 
di  un  filosofo  soldato;  immensa  Somma  abortita,  dove  risplendono 
solo  le  pagine,  che  studiano  la  traiettoria  percorsa  dalla  palla 
uscente  dalla  bocca  del  cannone,  lanciata  in  libero  movimento, 
come  un  ricordo  dei  metodi  intravveduti  nel  contatto  con  Leo- 
nardo. «  Domanda,  aveva  scritto  quest'ultimo,  in  che  parte  del 
«  suo  moto  curvo,  la  causa,  che  muove,  lascerà  la  cosa  mossa  e 
«  mobile.  Parla  con  Pietro  Monti  di  questi  tali  modi  di  trarre 
«  i  dardi  »  (1). 


GXXXVI. 

Nonio  Marcello.  Con  la  nota  «  Nonio  Marcello,  Pesto  Pompeo, 
«  Terenzio  Varrone  »  (2)  Leonardo  ci  suggerisce  la  raccolta,  forse 
contenuta  in  un  unico  tomo:  Nomi  Marcelli  Peripatetici  Ti- 
burticensis  compendiosa  doctrina  de  proprielate  sermonum 
(in  fine)  impressa  Parmae,  1480,  in  fol.;  M.  T.  Vat^onis  de 
lingua  latina  (in  fine)  Impressus  Parmae,  1480,  Tertio  Idus 
Decembris,  in  fol.  Carattere  rotondo  senza  cifre  e  richiami,  pre- 
ceduta da  una  lettera  di  Pomponio  Leto  a  Gio.  Batt.  Platina.  Pomr 
pejus  Festus  de  verboy^m  significatione  (in  fine)  Mediolani, 
tertio  nonas  augustas  millesimo  quadringentessimo  septuagessimo 


(1)  Cfr.  De  dignoscendis  hominibus,  e.  XIll,  XIV,  XV,  XVII,  XIX,  XXIX 
del  libro  primo.  Nel  rimanente  le  idee  espresse  dal  Monti  in  questi  e  negli 
altri  suoi  libri  sono  agli  antipodi  di  quelle  di  Leonardo. 

(2)  Leonardo,  Manoscritto  del  South  Kensington  Museum,  III,  f.  87  verso. 


218  E.   SOLMI 

primo,  in  fol.  piccolo,  rarissimo.  Nulla  Leonardo  ha  attinto  testual- 
mente da  questi  libri,  sui  quali  egli  cercò  di  rendere  più  salda 
la  conoscenza  della  lingua  latina. 


GXXXVII. 

Orazio.  Ben  due  volte,  una  nel  Manoscritto  G  e  l'altra  nel 
Manoscritto  F,  Leonardo  accenna  alle  poesie  di  Orazio.  Par- 
lando dei  rapporti  che  debbon  passare  fra  la  teorica  dell'arte  e 
la  pratica:  «  vedi  prima,  scrive  egli,  la  Poetria  di  Orazio »(1).  E 
altrove,  in  modo  estremamente  vago  e  inesatto:  «Orazio  scrisse 
«  della  velocità  del  cielo  »  (2). 

Nella  prima  citazione  accenna  alla  Epistola  ai  Pisoni  o  arte 
poetica,  nella  seconda  a  qualche  verso  delle  odi,  ch'egli  poteva 
leggere  nella  splendida  edizione  di  Milano  del  1474  dello  stampa- 
tore Zaroto,  e  forse  al  verso  dell'ode  famosa  che  incomincia  Dif- 
fugere  nives,  dove  è  scritto:  «  damna  tamen  celeres  reparant 
«  caelestia  lunae  ».  Citazioni  più  esatte  si  hanno  altrove  e  so- 
pratutto nel  passo,  che  qui  riferisco: 

Leonardo.  Orazio. 

Orazio  :  Tu,  o  Iddio,  ci  vendi  tutti  Nil  sine  magno 

li  beni  per  prezzo  di  fatica  (3).  Vita  labore  dedit  mortalibus  (4). 


(1)  Leonardo,  Manoscritto  (?,  f.  8,  recto.  «  Dell'error  di  quelli  che  usano 
«  la  pratica  sanza  scientia.  Vedi  prima  la  poetria  di  Orazio  ». 

(2)  Leonardo,  Manoscritto  F,  verso  della  cop. 

(3)  Leonardo,  Windsor  Anatomy,  IV,  f.  172  recto. 

(4)  Orazio,  Satira  IX,  Libro  /,  v.  59  e  60.  È  notevole  tuttavia  il  fatto 
che  il  testo  del  Vinci  è  più  aflBlne  a  quello,  che  Senofonte,  Commentaria, 
Lipsia,  1882,  p.  39,  attribuisce  ad  Epicarmo. 

Leonardo.  Senofonte. 

Tu,  0  Iddio,  ci  vendi  tutti  li  beni  TOùv  nóvmv  itiuXoOoiv  i^|utv  irdvxa 

per  prezzo  di  fatica.  TàyaGà  ci  Beoi. 


LE   FONTI   DI    LEONARDO   DA   VINCI  219 


G  XXXVIII. 

Ovidio.  «  Le  Pistole  d'Ovidio  »  (1)  porta  il  Codice  Atlantico,  cioè 
*  Le  pistole  di  Ovidio  »  volgarizzate  da  Luca  Pulci,  e  pubblicate 
in  Firenze  dal  Miscomini  nel  1481,  in-4".  Nessuna  traccia  di  questa 
lettura  è  evidente  nei  manoscritti  vinciani. 


CXXXIX. 

Oviedo  (de)  Gonzalo  Fernandez.  Che  siano  esistiti  rapporti 
fra  Leonardo  da  Vinci  e  il  naturalista  spagnuolo  Gonzalo  Fer- 
nandez de  Oviedo,  risulta  chiaro  da  un  passo  della  Historia 
general  y  naturai  de  las  Indias  (ed.  di  Madrid  1851,  parte  1', 
p.  362),  in  cui  l' Oviedo  dichiara  di  aver  conosciuto  il  Vinci 
durante  la  sua  dimora  in  Italia  dal  1478  al  1502.  Parlando  di 
certo  stranissimo  albero,  che  bisognerebbe  per  descriverlo  dipin- 
gerlo, anziché  cercare  di  spiegarlo  verbalmente,  conclude:  «no 
«  me  sé  determinar  si  es  àrbol  o  monstruo  entre  àrboles  :  pero 
«  comò  yo  supiere,  dire  lo  que  dèi  he  comprehendido,  remitién- 
«  dome  à  quen  major  lo  sepa  pintar  o  dar  à  entender,  por  que 
«  es  mas  para  verle  pintato  de  mano  de  Verruguete  u  ótro  ex- 
«  gelente  pintor  comò  él  o  aquel  Leonardo  de  Vinci  o  Andrea 
«Mantena,  famosos  pintores  que  yo  conoci  en  Italia,  que  no 
«  para  darle  à  entender  con  palabras  ». 


CXL. 

Pacioli.  Fratria  Lucae  de  Burgo  sancii  sepulcri.  Summa 
de  Arithmetica,  Geometria,  Proportioni  et  Proportionalità  (in 
fine).  Vinegia  per  Paganino  de  Paganini  da  Brescia  negli  -anni 


(1)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  210  recto. 


220  E.   SOLMI 

de  nostra  salute  1494  adi  10  di  novembre,  in  fol.,  in  carattere 
seraigotico  con  cifre  e  senza  richiami.  Appena  edita  quest'opera, 
il  Vinci  si  affretta  ad  acquistarla,  insieme  alla  Cronaca  di  Santo 
Isidoro  di  Siviglia  e  alla  Bibbia  volgare: 

<  S.    48  nella  Cronica 
61  in  Bibbia 
119  in  Aritmetica  di  maestro  Luca»  (1). 

Nel  1496  Luca  Pacioli  fu  chiamato  da  Lodovico  Sforza  in  Mi- 
lano, come  lettore  di  matematica.  Il  francescano  dice  questo  '  un 
felice  tempo  ',  e  afferma  che  alle  sue  letture  quotidiane  '  cresce 
alla  giornata  il  numero  degli  assidui  '.  Leonardo,  che  stava  allora 
dando  gli  ultimi  tocchi  al  Cenacolo,  assistette  forse  alle  lezioni 
novellamente  istituite  dal  Duca,  e  si  affrettò  ad  avvicinare  l'in- 
signe maestro  (2).  I  loro  ragionamenti  si  aggirarono  attox'no  alla 
prospettiva,  alla  meccanica  e  alla  matematica.  Un  primo  ricordo 
ci  è  conservato  nel  Codice  Atlantico:  «Fatti  mostrare  al  frate 
di  Brera  de  Ponderibus  ».  In  seguito  i  rapporti  diventarono 
sempre  più  intimi.  Leonardo  condusse  il  frate  alle  Grazie,  e  gli 
mostrò  il  Cenacolo;  lo  condusse  in  Corte  Vecchia,  e  gli  mostrò 
la  Statua  equestre;  lo  fece  penetrare  nel  proprio  studio,  in- 
gombro di  pennelli  e  di  strumenti  meccanici,  poi  con  atto  che 
di  rado  egli  dovette  compiere,  sfogliò  dinanzi  all'amico  meravi- 
gliato, la  gran  massa  di  appunti  presi  per  il  Trattato  di  luce 
ed  ombra,  per  quello  Delle  py^oporzioni  e  anatomia  del  corpo 
um,ano,  e  gli  manifestò  i  suoi  pensieri  per  il  più  vasto  Trattato 
del  moto  locale  e'  delle  percussioni  e  pesi  e  de  le  forze  tutte 
cioè  pesi  accidentali  (3). 


(1)  Leonardo,  Cod.  Atlantico,  f.  90  verso.  Sul  Pacioli  leggasi  Gantor, 
Vorles.  ùber  Gesch.  der  Mathematih,  II,  pp.  337  sgg. 

(2)  Solmi,  Leonardo,  pp.  110-115.  I  rapporti  fra  il  Pacioli  ed  il  Vinci 
cominciarono  nel  1496  e  non  nel  1497,  come  volle  l'Uzielli.  Cfr.  Divina 
prop'ortione,  Venezia,  1509,  e.  28  «  ci  trovavamo  nelli  anni  di  nostra  sa- 
«  Iute  1496  fino  al  1499»  e  Codice  Atlantico,  f.  104  recto. 

(3)  Leonardo,  Cod.  Atlantico,  f.  225  recto.  Cfr.  Pacioli,  Divina  propor- 
zione, e.  1. 


LE  FONTI  DI  LEONARDO  DA  VINCI  221 

L'ammirazione  del  francescano  non  ebbe  più  limiti:  la  prodi- 
giosa Cena,  il  grandioso  Cavallo,  le  '  opere  inextiraabili  '  di  Pro- 
spettiva, di  Anatomia  e  di  Meccanica,  gli  fecero  rilucere  dinanzi 
il  genio  più  grande,  che  mai  uomo  potesse  imaginare.  Luca  Pa- 
cioli  lo  comprese  e  lo  celebrò.  Leonardo  per  parte  sua  s'inchinò 
al  matematico,  e  divenne,  quasi  direi,  suo  discepolo,  come  si 
scorge  dalla  nota  del  Codice  Atlantico:  «  Impara  la  maltiplica- 
«  zione  delle  radici  da  maestro  Luca»  (1). 

Il  Pacioli  e  il  Vinci  lavorarono  insieme  alla  Divina  propor- 
liane  nel  1497,  ma  essa  fu  edita  solo  nel  1500.  Fratris  Lucae 
de  Burgo  sancii  sepulcri.  Divina  proportione  opera  a  tutti 
gl'ingegni  perspicaci  e  curiosi  necessaria,  che  ciascun  curioso 
di  philosophia,  prospectiva,  pittura  et  altre  mathematice  sua- 
vfssima,  sottile  et  admirabile  dottrina  consequirà  et  dilecterassi 
con  varie  questioni  de  secretissima  scientia.  Libellus  in  tres  par- 
iiales  tractalus  divisus  quinque  corporum  regulartum  acticae 
perscy^tationi.  (In  fine)  Venetiis  per  Paganinum  de  Paganinis, 
1509.  In  fol.,  in  carattere  rotondo,  con  cifre  e  richiami. 

Reputo  intanto  probabile  che  il  Vinci  stesso  abbia  scritto  al- 
cuni dei  versi,  che  si  trovano  innanzi  all'opera.  Precede  un  'So- 
netto del  autore  '  cioè  di  Luca  Pacioli,  che  comincia: 

Cinque  corpi  in  natura  son  producti. 

Segue  una  terzina  intitolata  Corpora  ad  lectorem: 

Fagioli. 
El  dolce  firucto  vago  e  sì  dilecto 
Constrinse  già  i  Philosophi  a  cercare 
Causa  de  noi,  che  pasci  l'intellecto. 

Ora  si  noti  che  i  '  corpora  '  cioè  i  cinque  poliedri  regolari  e 
derivati  sono,  come  scrive  il  Pacioli,  «  Vincii  nostri  manibus 


(1)  Leonardo,  Cod.  Atlantico,  f.  120  recto.  Cfr.  anche  Manzoni,  Studi 
di  bibliografia,  Roma,  1881-1882,  voi.  II,  p.  107-121.  Uzielli,  Ricerche  in- 
tomo a  Leonardo  da  Vinci,  Torino,  1897,  pp.  197-202. 


222  E.   SOLMI 

«  scalpta  »  «  stati  facti  dal  degnissimo  pictore ,  prospectivo ,  ar- 
«chitecto,  musico  e  de  tutte  virtù  doctato,  Leonardo  da  Vinci 
«  fiorentino  nella  cita  di  Milano ,  quando  a  li  stipendi  de  lo 
«  Excellentissimo  Duca  di  quello,  Ludovico  Maria  Sforza  Anglo, 
«  ci  ritrovavamo  nelli  anni  de  nostra  salute  1496  fin  al  99;  donde 
«  poi  da  sieme  per  diversi  sucessi  in  quella  parte  ci  partemmo 
-«  e  a  Firenze  pur  insieme,  trahemmo  domicilio  ». 

Non  è  naturale  che  il  Vinci  avendo  disegnato  con  «  quella 
«  ineffabile  senistra  mano  a  tutte  discipline  Mathematice  acco- 
«  modatissima  »,  tanto  «  ch'in  prospetivo  disegno  non  è  possibile 
«  al  mondo  farli  meglio,  quando  bene  Apelle,  Mirone,  Policleto 
«  e  gli  altri  fra  noi  tornassero  »,  i  corpi  regolari  e  i  dipendenti, 
non  è  naturale,  dico,  che  scrivesse  anche  ciò  che  i  «  corpora  » 
dicono  «  ad  lectorem  »? 

Trovo  in  fatti  nel  Manoscritto  M,  scritto  di  pugno  di  Leonardo  : 
«  Terzetto  fatto  per  li  corpi  regolari  e  loro  derivativi  »  : 

Leonardo. 

El  dolce  fructo  vago  e  sì  diletto 
Costrinse  già  i  filosofi  a  cercare 
Causa  di  noi  per  pascier  l'intelletto  (1). 

Leonardo  assistette  anche  ai  lavori  del  Pacioli  per  l'edizione 
degli  Elementi  di  Euclide,  che  furon  eseguiti  in  Firenze  dal  1500 
al  1509,  e  che  fruttaron  la  bella  edizione  veneta  del  Liber  ele- 
mentorum,  dedicata  a  Pier  Soderini,  e  della  quale  già  si  è  parlato. 
Maestro  Luca  dice  infatti,  che  ha  edito  Euclide  «  amicorum  prae- 
«  cibus  impulsus  et  tuorum  (del  Soderini)  precipue  familiarium, 
«  quorum  mihi  clarissimus  Leonardus  vincius  accessit  »  (2). 


(1)  Leonardo,  Manoscritto  M,  f.  80  recto. 

(2)  EucLiDis,  Liber  elementorum,  Venetiis,  1509.  Dedica  a  Pier  Soderini. 
Ma  Leonardo  non  fu  presente  alle  lezioni  euclidee  del  Pacioli  nella  chiesa 
di  S.  Bartolomeo  in  Venezia  nell'agosto  del  1508.  Gfr.  Liber  ehm.  Introd. 
al  V  libro.  Sermo  habitus  per  Reverendum  patrem  M.  Lucam  Paciolum  de 
Burgo  Sancti  Sepulcri  or.  minoris  in  ecclesia  Sancti  Bartolomei,  Venetiis,  1508 


LE  FONTI   DI   LEONARDO  DA   VINCI  223 

Non  reputo  impossibile  qualche  intervento  di  Leonardo  anche 
nella  compilazione  della  Aritmetica  ed  Algebra  del  Pacioli  ine- 
dite nella  Biblioteca  Vaticana,  del  De  virilms  quaniilatis  inedito 
nella  Università  di  Bologna,  e  del  Jocondo  et  allegro  tractato 
de  ludis  in  genere,  cum  illicito7'um  reprobatione,  spetialmente 
di  quello  de  schachi  in  tutti  i  modi  detto  schifa  noia,  dedicato 
ai  marchesi  Francesco  e  Isabella  di  Mantova,  pure  inedito. 

Da  altri  è  già  stata  studiata  la  parte  avuta  da  Leonardo  nella 
composizione  della  Divina  propoi^tione  {i).  Io  aggiungerò  solo  che, 
nella  parte  ideale  e  filosofica,  si  sente  in  quest'opera  l'impronta 
di  Niccolò  da  Gusa  e  di  Leonardo  da  Vinci:  del  primo  nel  con- 
cetto che  la  matematica  <  sola  altissimae  indlviduaeque  trinitatis 
«  intime  penetrat  »,  e  in  quello  lungamente  svolto  che  «  finiti 
«  ad  infinitum  proportio  nulla  est  »;  del  secondo  nel  concetto 
che  «  dal  vedere  ebbe  initio  el  sapere  »,  e  in  quello  che  esalta 
la  prospettiva  sopra  tutte  le  scienze  e  la  pittura  sopra  tutte  le 
arti  con  parole,  che  ritornano  nel  Trattato  della  Pittura  vin- 
ciano,  quasi  testuali  «  0  levate  la  musica,  scrive  il  Pacioli  par- 
«  landò  delle  arti  liberali,  o  aggiungete  la  prospettiva.  E  son 
<  certo  che  per  non  essere  articolo  de  fede  me  sera  tolerato  »  (2). 


Die  XI  augusti  in  quintum  Euclidis.  È  degno  di  nota,  che  fra  i  nominati 
dal  Pacioli,  come  presenti  alla  sua  lezione,  vi  è  quel  «  Paolo  di  Vanoceio  se- 

<  nese  »  citato  dal  Vinci  nel  Manoscritto  L  verso  della  copertina,  nel  famoso 
frammento  scritto  forse  in  Venezia,  che  comincia  :  «  Paolo  di  Vanoceio  in 
«  Siena  co.  di  Ronco  »  (Paulus  Vanotii  senensis).  È  l'amico  presso  il  quale 
Leonardo  si  rifugiò  nel  1499. 

(1)  11  Gantor  con  manifesta  esagerazione  scrive  (  Yorl.  ùber  Gesch.  d.  Ma- 
them.,  II,  p.  315):  «  Sie  sind  von  vollendeter  Ausfùhrung,  was  nicht  Wunder 
«  nehmen  kann,  denn  kein,  geringerer  Meister  als  Leonardo  da  Vinci  hat  sie 
«  entworfen...,  der  auch  nicht  ohne  Einfluss  auf  die  Abfassung  des  Werkes 

<  gewesen  sein  wird  ». 

(2)  Cfr.  Divina  proportione,  e.  2  recto  e  verso,  e.  3  recto  e  verso,  e.  7 
verso,  e.  17  verso,  e.  25  recto.  *  Arithmetica.  Geometria.  Astronomia  e  Mu- 
€  sica  e  laltre  fiano  dette  subalternate  cioè  da  queste  quatro  dependenti. 
«  Com  voi  Platone  e  Aristotile  e  ysidoro  in  le  sue  ethimologie.  El  Severino 
*  Boetio  in  sua  Arithmetica.  Ma  el  nostro  judicio  benché  imbecille  et  basso 
€  sia  0  tre  o  cinque  ne  constregne,   cioè  Arithmetica,   Geometria   e  Astro- 

<  nomia  escludendo  la  musica  da  dette  per  tante  ragioni  quante  loro  dall  5. 


224  E.   SOLMI 

Nel  De  viribus  quantitaiis  il  nome  di  Leonardo  ritorna  di 
continuo  a  proposito  dei  corpi  regolari  disegnati  dal  Vinci  e 
della  scrittura  a  specchio;  vi  è  ricordata  l'impressione  naturale 
e  vi  si  parla  di  uno  scherzo,  che  ritorna  nel  Codice  Atlantico 
con  le  medesime  parole:  «  Dimmi  come  faresti  tu  a  insegnare 
«a  uno  cosa  che  tu  né  lui  non  la  sa?  Dirai  che  mesorerai  in 
«  sua  presenzia  una  distanzia  over  lunghezza  di  tavola  o  via  o 
«  altra  cosa,  che  tu,  né  lui,  non  la  saprete,  e  cosi  la  saperà  mi- 
«  surata  che  Tarai  in  sua  presentia  »  (1). 


GXLI. 


Pallavicino  Ottaviano.  Alla  casa  di  raesser  Ottaviano  Palla- 
vicino Leonardo  si   rivolse  per  il  De  architectura  di  Vitruvio, 


«  La  prospectiva  e  per  tante  ragioni,  quella  agiongendo  a  le  diete  quatro 
«  per  quanto  quelli  a  le  diete  nostre  3.  la  musica.  Se  questi  dicano  la  musica 
«  contentare  l'udito  uno  di  sensi  natura.  E  quella  el  vedere  quale  tanto  è 
«  più  degno,  quanto  egli  è  prima  porta  all'intellecto,  se  dichino  quella  sa- 
«  tende  al  numero  sonoro  e  ala  mesura  importate  nel  tempo  di  sue  prola- 
«  tioni.  E  quella  al  numero  naturale  secondo  ogni  sua  diffinitione  e  ala  mi- 
«  sura  dela  linea  visuale.  Se  quella  crea  l'animo  per  l'armonia.  E  questa 
«  per  debita  distantia  e  varietà  di  colori,  molto  dilecta.  Se  quella  suoi 
f.  armoniche  proportioni  considera.  E  questa  le  arithmetiche  e  geometre.  E 
«  breviter  excell.  D.  finora  e  già  son  più  anni  che  questo  nel  capo  mi 
«  tencona.  E  da  nullo  ciò  me  facto  chiaro  per  che  pur  quatro  che  tre  o 
«  cinque.  Pur  existimo  tanti  savi,  non  errare.  E  per  lor  dicto  la  mia  igno- 
ri ran^a  non  si  svelle.  Oime  chi  è  quello  che  vedendo  una  ligiadra  figura 
«  con  suoi  debiti  liniamenti  ben  disposti  a  cui  solo  el  fiato  par  che  manchi 
«  non  la  giudichi  cosa  più  presto  divina  che  humana  ?  E  tanto  la  pictura 
«  imita  la  natura  quanto  cosa  dir  si  possa  ».  Segue  citando  il  Cenacolo  delle 
Grazie  che  «  con  sua  ligiadra  mano  el  nostro  Leonardo  dipinse  ».  Si  con- 
fronti questo  brano  del  Pacioli  con  il  libro  I  del  Trattato  della  pittura 
vinciano  ;  molto  spesso  ritornano  le  medesime  parole. 

(1)  De  viribus  quantitatis,  parte  I,  cap.  LXXXI.  Leonardo,  Codice 
Atlantico,  f.  76  recto.  «  Se  tu  voli  insegnare  a  uno  una  cosa  che  tu  non 
4.  sappi  falli  misurare  la  lunghezza  d'una  cosa  a  te  incognita,  e  lui  saprà  la 
«  misura  che  tu  prima  non  sapeva  ».  Accanto  vi  è  il  nome  «  maestro  Giovanni 
da  Lodi  ».  Gfr.  per  il  Vinci  De  vir.  quant.,  P.  1,  e.  IX  e  X  (impressione 
naturale  usata  da  Leonardo),  P.  11,  e.  XVI. 


i 


LE  FONTI   DI   LEONARDO  DA   VINCI  225 

forse  illustrato  e  commentato:  «  Ottavian  Palavicino  —  pe  '1  suo 
«  Vetruvio  »  (1).  Di  questo  personaggio,  di  famiglia  potentissima, 
sappiamo  soltanto  che  fu  fratello  di  monsignor  Girolamo  Pa- 
lavicino, vescovo  di  Novara,  e  che  fu  uno  de'  più  caldi  fautori 
del  dominio  francese  in  Lombardia.  Nel  marzo  del  1500  «  di  fora 
«  dil  Castel  de  Milano  era  uscito  uno  messo,  mandato  di  monsi- 
«gnor  Palavicino,  fratello  di  domino  Octaviano,  lo  qual  diceva 
<  quelli  del  castello  esser  sani  e  di  bona  voia  ;  hanno  novelle 
«bone  di  Pranza,  e  vituarie  abondantemente  per  mesi  XV 
«  et  più  >  (2). 


CXLII. 

Pandolfini  Francesco.  Francesco  Pandolfini  aveva  avvicinato 
il  Vinci  in  Milano,  quando  si  trovava  per  incarico  della  Signoria 
di  Firenze  come  ambasciatore  presso  Galeazzo  Sforza;  se  n'era 
fatto  amico  mentre  risiedeva  presso  Luigi  XII,  da  prima  sempli- 
cemente come  ambasciatore,  poi  come  cameriere  ordinario  e 
consigliere  del  Re;  lo  aveva  riveduto  dopo  il  1510  mentre  co- 
priva in  patria  la  carica  di  gonfaloniere  della  Signoria.  A  lui  con 
ogni  probabilità  si  riferisce  il  ricordo  dei  manoscritti  vinciani, 
relativi  ad  un  'libro'  indeterminato  e  indeterminabile,  che  il  Vinci 
desiderava  leggere  con  vivo  interesse  :  «  Pandolfino  »  (3)  «  libro  del 
«  Pandolfino  »  (4).  Il  Richter  pensa  erroneamente,  dopo  la  bella 
dimostrazione  del  Pellegrini,  che  Leonardo  accenni  qui  al  Trat- 
tato del  goveì^no  della  famiglia  di  Leon  Battista  Alberti,  edito 
la  prima  volta  in  Firenze,  con  la  vita  di  Vespasiano  da  Bisticci, 
nel  1734,  in-4<'. 


(1)  Leonardo,  Manoscritto  F,  1  recto  della  copertina. 

(2)  Sanuto,  Diarii,  23  marzo  1500. 

(3)  Lbonardo,  Manoscritto  L,  1  recto  della  copertina  «  Porfido  —  gruppi 
-  squadra  —  Pandolfino  ». 

(4)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  120  recto. 

Giomait  itorico.  —  Soppl.  b»  10-11.  15 


226 


E.   SOLMI 


GXLIII. 

PEGKHA.M  (Giovanni).  Quest'autore,  assai  noto,  dopo  gli  studi 
dell'Ehrle,  come  avversario  di  S.  Tomaso,  e  non  mai  ricordato  da 
Leonardo,  è  la  fonte,  come  io  rilevai  nel  1898  nei  miei  Studi  sulla 
filosofia  naturale  di  Leonardo  da  Vinci,  e  poi  ripetei  nel  1899 
nei  Frammenti  letterari  e  filosofici,  e  nel  1900  nel  Leonardo, 
di  uno,  e,  come  si  vedrà,  ora  di  un  secondo  frammento  dei  Ma- 
noscritti. 

Si  tenga  presente  la  Prospectiva  comunis  domini  Johannis 

archiepiscopi  Cantuariensis  fratris  ordinum  minorum,  de  [ ] 

ad  unguem  castigaiam,  per  eximium  artium  et  Tnedicinae  ac 
juris  utriusque  doctorem  ac  matfiematicuTn  peritissimum 
D.  Facium  Cardanum  mediolanensem  in  venerabili  colegio 
juris  peritorum  Mediolani  residentem,  s.  1.  n.  d. 


Leonardo. 
Intra  li  studi  delle  naturali  consi- 
derationi,  la  luce  diletta  più  i  con- 
templanti ;  in  traile  cose  grandi  delle 
matematiche,  la  certezza  della  dimo- 
strazione innalza  più  preclaramente 
r  ingegni  delli  investiganti  ;  la  pro- 
spectiva adunque  è  da  essere  preposta 
a  tutte  le  tradizioni  e  discipline 
umane,  nel  campo  della  quale  la 
linia  radiosa,  complicata,  dà  i  modi 
delle  dimostrationi,  in  nella  quale  si 
trova  la  gloria  non  tanto  de  la  ma- 
tematica, quanto  della  fisica,  ornata 
co'  fiori  dell'una  e  dell'altra;  le  sen- 
tentie  della  quale  distese  con  gran 
circuizioni,  io  le  ristrignerò  in  con- 
clusiva brevità,  intessendo,  secondo 
il  modo  di  la  materia,  naturali  e 
matematiche  dimostrazioni,  alcuna 
volta  concludendo   gli  effetti   per  le 


Peckham. 
Inter  Physicae  considerationis  stu- 
dia, lux  iocundi  afficit  meditantes; 
inter  magnalia  mathematicarum,  cer- 
titudo  demonstrationis  extollit  prae- 
clarius  investigantes.  Prospectiva  igi- 
tur  humanis  traditionibus  recte  prae- 
fertur,  in  cuius  area  linea  radiosa 
demonstrationum  nexibus  compli- 
catur.  In  qua  tam  mathematice  quam 
fysice  gloria  reperii  utriusque  floribus 
adornata.  Huius  sententias  magnis 
deductas  ambagibus  in  conclusiva 
compendia  coartabo,  mistis,  iuxta  mo- 
dum  materie,  naturalibus  et  mathe- 
maticis  demonstrationibus,  nunc  ef- 
fectus  ex  causis,  nunc  ex  effectibus 
causas  conclusurus,  additis  etiam  in 
nonnullis  conclusionibus,  quae  sibi 
non  habentur  ex  eisdem  tamen  eli- 
ciuntur.  Precor  ut  de  luce  tractantem 


LE   FONTI   DI   LEONARDO   DA   VINCI 


227 


cagioni,  alcuna  volta  le  cagioni  per 
li  effetti,  agiugnendo  ancora  alle  mi« 
conclusioni  alcune,  che  non  sono  in 
quelle,  non  di  meno  di  quelle  si 
traggano,  come  si  degnerà  il  signore, 
luce  d'ogni  cosa,  illustrare  me  tratta- 
tore  della  luce,  il  quale  partirò  la 
presente  opera  in  tre  parti  (1). 

La  luce  operando  nel  vedere,  le 
cose  centra  sé  converse  alquanto  le 
spezie  di  quelle  ritiene.  Questa  con- 
clusione si  pruova  per  li  effetti,  perchè 
la  vista,  in  vedere  luce,  alquanto  teme. 
Ancora,  dopo  lo  sguardo  rimangono 
nell'occhio  similitudini  della  cosa  in- 
tesa, e  fanno  parere  tenebroso  il  loco 
di  minor  luce,  per  insino  che  dal 
occhio  sia  sparito  il  vestigio  de  la 
impression  de  la  maggior  luce  (3). 


lux  omnis  deus  dignabitur  illustrare. 


Dividam  autem  hoc  nostrum  opo- 
sculum  in  tres  libelloe  (2). 

Luoem  operari  aliquid  in  vimm 
contra  se  conversum  impressive.  Hoc 
probatur  per  effectum.  Quoniam  visus 
in  videndo  lucem  forte  dolet,  et  pa- 
titur,  et  lucis  intensa  simulacbra  re- 
manent,  post  aspectum  fortis  luminis, 
nec  non  locum  minorìs  luminis  ap- 
parere  facit  oh  umbratum  tenebro- 
sum,  donec  ab  oculis  majoris  luminis 
vestigium  evanuerit...(4). 


GXLIV. 


Pelacani  (Biagio).  La  distinzione  fra  opere  a  stampa  e  opere 
manoscritte  nel  secolo  XV  non  era  così  recisa,  come  è  ora.  Nella 
propria  casa  ogni  studioso,  accanto  a  qualche  opera  edita,  aveva 
volumi  trascritti  o  di  propria  mano  o  dagli  amanuensi.  È  questo 
forse  il  caso,  per  Leonardo  da  Vinci,  degli  scritti  di  Biagio  Pela- 
cani da  Parma,  che  fu  professore  a  Pavia  nel  1374,  poi  a  Bo- 
logna, Padova  e  Parma  fino  alla  morte  seguita  addì  23  aprile 
1416  (5).  Nella  biblioteca  di  S.  Marco  in  Venezia  e  nell'Ambro- 
siana di  Milano  si  conservano  due  codici  scritti  nel  1399  e  inti- 


(1)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  207  recto. 

(2)  Peckham,  Prospectiva  comunis,  f.  a.  2. 

(3)  Leonardo,  Cod.  Atl.,  f.  207  recto. 

(4)  Peckham,  Prospectiva  comutiis,  f.  a.  3. 

(5)  A.  Favaro,  Le  matematiche   nello   Studio  di  Padova  dal  principio 
del  sec.  XIV  alla  fine  del  XVI,  Padova,  1880,  pp.  23-27. 


228  E.   SOLMI 

telati  Blasii  de  Parma  Perspectiva  ;  nella  biblioteca  Vaticana  in 
Roma  un  codice  sulle  Quaestiones  de  coelo  et  mundo;  nella  Lau- 
renzfana  di  Firenze  un  De  ponderibus  ;  e  nel  1482  furono  edite  in 
Padova  le  Quaestiones  super  tractaius  de  latitudine  formarum 
determinate,  molto  importante,  perchè  è  un  acuto  commento  sullo 
scritto  famoso  di  Nicola  Oresme  (1).  A  queste  opere  Leonardo  si 
riferisce  nella  sua  nota:  «  Eredi  di  maestro  Giovan  Ghiringallo 
«  hanno  opere  del  Pelachano  »  (2).  Di  interesse  speciale  per  il 
Vinci,  era,  oltre  alla  perspectiva,  il  de  ponderibus  :  «  Biagio  », 
annota  infatti  Leonardo  nel  Codice  Atlantico,  «  tratta  delle 
leve  »  (3).  E  che  egli  potesse  acquistare  e  meditare  quest'opera 
risulta  evidente  da  un  passo  notevole  del  Manoscritto  2037  della 
Biblioteca  Nazionale,  dove  Leonardo  da  Vinci  appunta  :  «  Dicie 
«  il  Pelachane,  che  il  maggior  braccio  di  questa  bilancia  caderà 
«  più  presto  che  '1  minore,  perchè  il  suo  discienso  descrive  il 
«  suo  quarto  circulo  più  diritto  che  non  fa  il  minore,  e  perchè  i 
«  pesi  desiderano  cadere  perpendiculare  linia.  Quanto  esso  cir- 
«  culo  più  si  torcerà  più  tarderà  il  moto.  La  figura  m  n  gitta 
«  per  terra  questa  ragione,  perchè  il  discienso  de'  sua  pesi  non 
«  vanno  per  circuii,  e  pur  cala  il  peso  dal  maggior  braccio  »  (4). 
Tre  parti  compongono  quest'opera  in  cui  Biagio  Pelacani  ha 
tentato  di  esporre  in  una  forma  coordinata  le  dottrine  della 
scuola  di  Giordano  Nemorario.  Le  due  prime  parti  del  trattato 
del  Parmense  sono  consacrate  allo  studio  della  statica;  la  terza 


(1)  Cat.  Codd.  mss.  Bibl.  S.  Marco,  t.  2,  p.  1.  Altri  due  codici  del  medesimo 
scritto  sono  dal  Montfaucon,  Bibl.  Bibliolh.,  I,  pp.  399,  510,  segnalati  nella 
biblioteca  Laurenz.iana  di  Firenze  e  Ambrosiana  di  Milano.  Sulla  Perspectiva, 
cfr.  Montfaucon,  5ifeZ.  Bihlioth.,  I,  p.  400;  Op.  cit.,  p.  427.  Il  Montfaucon 
indica  anche  nella  Vaticana  Blasii  de  Parma  varia  opera,  e  nella  bibl. 
del  Re  di  Parigi,  t.  4,  p.  359,  un  Judicium  de  revolutione  anni  1405 
authore  Biasio  de  Parma. 

(2)  Leonardo,  South  Kensington  Museum,  III,  f.  13  verso. 

(3)  Leonardo,  Cod.  Atlantico,  f.  210  recto. 

(4)  Leonardo,  Manoscritto  2037,  f.  2  recto.  Il  passo  relativo  del  Pelacani 
è  riportato  dal  Duhem,  Les  origines  de  la  stàtique.  Gap.  VII.  Cod.  Bibl. 
Nat.  di  Parigi,  Fondo  latino,  n"  10.252  f.  128. 


I 


LE   FONTI   DI   LEONARDO    DA   VINCI  229 

parte  è  dedicata  all'idrostatica,  dietro  la  guida  del  Trattato  dei 
pesi,  falsamente  attribuito  ad  Archimede  (che  chiama  Alaminide), 
e  del  Carmen  de  ixmderibus  o  de  pondet'Ums  et  mensuris,  che 
la  collezione  dei  Poetae  latini  minores  attribuisce  falsamente  a 
Prisciano,  dove  è  descritto  l'areometro  a  peso  costante. 


CXLV. 

Petrarca  (Francesco).  Nella  solita  nota  del  Codice  Atlantico 
è  ricordato  «  Petrarca  »  cioè  Sonetti  e  Canzoni  di  Messer  Fran- 
cesco Petrarca  coWinterprelatione  del  prestante  Oratore  et  Poeta 
Messer  Francesco  Philelpho,  (in  fine)  Impresso  in  Venexia  per 
Theodoro  de  Reynsburch  et  Reynaldo  de  Noviraagio  1478.  adi 
XXX  marzo,  in  fol. 

Da  questa  edizione  Leonardo  cava  i  noti  versi: 

Cosa  beila  mortai  passa,  e  non  dura, 
e  gli  altri: 


Passano  nostri  trìumfi,  nostre  pompe 

La  gola  e  '1  sonno  e  l'otiose  piume 
Anno  dal  mondo  ogni  virtù  sbandita. 
Tal  che  dal  corso  suo  quasi  smarita 
Nostra  natura  è  vinta  dal  costume. 

Leonardo  tuttavia  è  più  ammiratore  di  Dante  pensieroso  che 
del  Petrarca  sentimentale,  e  trascrive  con  compiacenza  questa 
terzina  di  un  ignoto  antipetrarchista: 

Se  *1  Petrarca  amò  si  forte  il  lauro 

Fu  che  ^li  è  ben  fra  la  salsiccia  e  tordo; 

lo  non  vo  di  lor  ciancie  far  thesauro  (1). 


(1)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  210  recto.  Petrarca,  Le  Rime  (1820), 
voi.  II,  p.  219.  Leonardo,  Codice  Trivulziano,  f.  1  verso.  Petrarca,  Le 
Rime  (1820),  voi.  1,  p.  7.  Non  si  esclude,  che  Leonardo  abbia  conosciuto 
anche  alcuna  delle  opere  in  prosa  del  Petrarca. 


230  E.   SOLMI 


GXLVI. 


Pisa  (carta  di).  Nel  1503  il  Vinci  fu  mandato  dalla  Signoria 
di  Firenze,  insieme  con  Alessandro  degli  Albizzi,  a  dar  parere 
intorno  ad  una  proposta  di  deviar  l'Arno  a'  danni  di  Pisa,  get- 
tandolo in  uno  stagno  vicino  a  Livorno,  per  lasciare  a  secco 
quella  città,  e  toglierle  ogni  comunicazione  col  mare.  Reputo  che 
in  questa  occasione  Leonardo  segnasse  la  nota:  «  il  pian  di  Pisa, 
«  che  ha  Giorgio  cartolaro  »,  dove  abbiamo  una  prova  che  l'Ar- 
tista ricercò  una  carta  topografica  del  '  pian  di  Pisa  '  per  poter 
dare  un  giudizio  fondato  sull'opportunità  dell'opera  ideata.  Di 
questo  '  pian  di  Pisa  '  non  resta  più  nessuna  traccia  (1). 


GXLVIL 

Platina  (Bartolomeo).  Nel  Codice  Atlantico  Leonardo  ram- 
menta l'opera  :  «  de  honesta  voluptà  »  (2),  che  possiede  fra  i  suoi 
libri;  ed  è  la  traduzione  italiana  ^qW Opusculum  de  obsoniis  ac 
honesta  voluptate  di  Bartolomeo  Platina,  intitolata  :  «  De  la  honesta 
«  voluptate  et  valetudine  et  de  li  obsonii...  Venezia,  1487  »,  in-4''. 
Quest'opera  aveva  un  certo  interesse  pel  Vinci,  perchè  dava  in- 
segnamenti per  formare  cibi  composti  con  semplici  vegetali, 
in  relazione  al  noto  principio  leonardesco,  del  resto,  come  os- 
serva argutamente  il  Richter,  da  lui  non  seguito,  di  non  mangiare 
mai  carne  d'animali.  «  Non  produce  la  natura,  scrive  infatti  Leo- 
«  nardo,  tanti  semplici  che  tu  (o  uomo)  ti  possa  satiare?  e  se 


(1)  Solmi,  Leonardo,  pp.  142-143.  Risale  ai  primi  anni  del  sec.  XVI  il 
Ragionamento  sopra  il  bonificare  il  paese  di  Pisa  fra  messer  Giovanni 
Caccini,  maestro  Davitte  Fortini  e  Lorenzo  Albizzi,  inserito  nelle  diverse 
ediz.  della  Raccolta  di  autori  d'acqua,  di  Firenze,  1723,  L.  I,  p.  25,  di  Fi- 
renze, 1768,  t.  IV,  p.  1,  di  Bologna,  1821,  t.  IV,  p.  448,  di  Venezia,  1841, 
p.  123. 

(2)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  210  recto. 


LE  FONTI  DI  LEONARDO  DA  VINCI  231 

«  non  ti  contenti  de*  semplici  non  puoi  tu  con  la  mistion  di 
«  quelli  fare  infiniti  composti ,  come  scrive  il  Platina  e  li  altri 
€  autori  di  gola?  >  (1). 


GXLVIII. 

Platone  da  Atene.  Leonardo  da  Vinci  aveva  forse  sfogliato  il 
libro:  Platonis,  Opet^a  omnia  latine  ex  versione  Marsilii  Ficini... 

Florentiae ,  in  fol.,  s.  d.  (1483-1484)?  Era  corso  a  leggere  quel 

Timeo,  che  conosciuto  durante  il  Medio  Evo  solo  fino  a  p.  53, 
e,  Steph.,  nella  traduzione  di  Calcidio,  aveva  pur  lasciate  tante 
traccio  nelle  opere  latine  dei  naturalisti  dì  tutti  i  secoli  (2)?  Egli 
attingeva  a  seconda  mano,  e  precisamente  alle  Quaestiones  di 
Alberto  di  Sassonia,  quando  scriveva  le  memorabili  note  del  Ma- 
noscritto F  sui  corpi  mondani.  La  stima  del  Vinci  per  Platone 
appare  dalla  sua  difesa  dell'antico  contro  gli  scolastici  termi- 
nisti  :  «  Della  figura  delli  elementi,  e  prima  contro  a  chi  niega 
«  l'opinione  di  Platone,  che  dicano  che  se  essi  elementi  vestis- 
«  sen  Tun  l'altro  colle  figure,  che  mette  Platone,  che  si  cause- 
«  rebbe  vacuo  infra  l'uno  e  l'altri.  Il  che  non  è  vero:  e  qui 
«  lo  provo  :  ma  prima  bisogna  proporre  alcuna  conclusione.  Non 
«  è  necessario,  che  nessuno  elemento,  che  veste  l'un  l'altro,  sia 
«  d'egual  grossezza  in  tutta  la  sua  quantità  in  fra  la  parte  che 
«  veste,  e  quella  ch'è  vestita.  Noi  vediamo  la  spera  dell'acqua 
«  manifestamente  essere  di  varie  grossezze  dalia  sua  superficie 
«  al  fondo,  e  che  non  che  essa  vestissi  la  terra,  quando  fosse  di 
«  figura  cuba  cioè  di  8  angoli,  come  volo  Platone,  essa  veste  la 
«  terra  che  ha  innumerabili  angoli  di  scogli,  coperti  dall'acqua, 
«  e  varie   globosità  e  concavità,  e  non   si   genera  vacuo  in  fra 


(1)  Leonardo,  Windsor,  An.  Ili,  f.  241  recto. 

(2)  Del  Timeo  di  Platone  si  trovavano   molti   esemplari  nella  libreria  di 
Pavia.  Gfr.  D'Adda,   Indagini,  I,  p.  5,  n.  30  ;  p.  12,  n.  121  ;  p.  13,  n.  123. 


232  E.   SOLMI 

«  l'acqua  e  la  terra.  Ancora  l'aria,  che  veste  la  spera  dell'acqua 
«  insieme  colli  monti  e  valli,  che  superano  essa  spera,  e  non 
«  riman  vacuo  in  fra  l'aria  e  la  terra.  Sicché  chi  disse  glene- 
«  rarsi  vacuo  ebbe  triste  discorso  ». 

«  A  Platon  si  risponde,  che  la  superficie  delle  figure,  che  arebon 
«  lì  elementi,  che  lui  pone  non  potrebbono  stare.  Ogni  elemento 
«  flessibile  e  liquido  per  necessità  ha  la  sua  superficie  sperica. 
«  Ma  prima  bisognia  fare  alcuna  conceptione  e  conclusione. 
«  Quella  cosa  è  più  alta  ch'è  più  remota  dal  centro  del  mondo, 
«  e  quella  è  più  bassa ,  eh'  è  più  vicina  a  esso  centro.  L'acqua 
«  per  sé  non  si  move  s'ella  non  discende,  e  movendosi  essa  di- 
«  scende.  Queste  quattro  conceptioni,  poste  a  due  a  due  mi  ser- 
«  vono  a  provare,  che  l'acqua  che  da  sé  non  si  move,  ha  la  sua 
«  superficie  equidistante  al  centro  del  mondo  (non  parlando  delle 
«  gocciole  0  altre  piccole  quantità  che  si  tiran  l'una  l'altra  come 
«  r  acciaro  la  sua  limatura)  ma  de  la  gran  quantità.  Gonclu- 
«  sione  a  riscontro  »  : 

«  De'  cinque  corpi  regulari  contro  alcuni  commentatori,  che 
«  biasiman  li  antichi  inventori,  donde  nasceron  le  gramatiche  e 
«  le  scientie,  e  fansi  cavalieri  contro  alli  morti  inventori,  e  perchè 
«  essi  non  han  trovato  da  farsi  inventori,  per  la  pigritia  et  co- 
«  moditate  de'  libri,  attendono  al  continuo  con  falsi  argomenti  a 
«  riprendere  li  lor  maestri  ». 

«  Dicono  la  terra  essere  tetracedonica  cioè  cubica  cioè  corpo 
«  di  6  basi,  e  questo  provano  dicendo  non  essere  infra'  corpi 
«  regulari  corpo  di  men  movimento,  né  più  stabile  che  'l  cubo. 
«  E  al  foco  attribuirono  il  thetracedron,  cioè  corpo  piramidale,  la 
«  quale  è  più  mobile  (secondo  questi  filosofi),  che  non  è  la  terra, 
«  però  attribuiscono  essa  piramide  al  foco  e  '1  cubo  alla  terra, 
«  il  che  se  s'avessi  a  ricercare  la  istabilità  del  corpo  piramidale, 
«  e  compararla  al  corpo  cubo,  sanza  comparazione  è  più  mobile 
«  esso  cubo  che  la  piramide,  e  per  difinire  tal  prova  io  piglierò 
«  un  lato  del  cubo  e  un  lato  della  piramide  e  saranno  AB  ;  dico 
«  che  sarà  più  atto  al  movimento  circunvol ubile  il  cubo  G,  che 
«  la  piramide  D,  e  sia  il  principio  di  tal  movimento  EF  di  sotto. 


LE   FONTI   DI  LEONARDO  DA  VINCI  233 

«  dico  in  effetto  o  che  stando  la  basa  sopra  l'altro  suo  lato  el 
«  cubo  volterà  la  quarta  parte  della  sua  circuizione  a  mostrare 
«  l'altro  lato  per  farsene  base.  Seguita  per  queste  due  diraostra- 
«  tioni  avere  concluso  che  il  cubo  dà  volta  intera  contro  de' 
«  sua  lati  sopra  esso  piano,  e  '1  pentagono  poserà  tutti  li  sua 
«  cinque  lati,  e  cosi  quant'è  più  lati  ha  più  facile  '1  movimento, 
«  perchè  più  s'avvicina  alla  spera ,  adunque  io  voglio  inferire 
*  che  '1  triangolo  è  di  più  tardo  moto  che  '1  cubo,  e  per  con- 
«  seguenza  era  da  mettere  essa  piramide  e  non  il  cubo  per  la 
«  terra.  Ecco  che  '1  cubo  dà  una  volta  intera,  con  un  medesimo 
«impeto,  per  una  medesima  linia  e  la  piramide  no,  come  si 
«  vede  !  »  (1). 

Quante  discussioni  con  l'amico  Luca  Pacioli,  strettamente  pla- 
tonico, su  queste  idee  della  composizione  elementare  della  terra 
in  cubi,  dell'acqua  in  icosaedri  regolari,  dell'aria  in  ottaedri  e  del 
fuoco  in  piramidi  (2).  Qui  ne  abbiamo,  senza  dubbio,  un  saggio, 
dove  risplende  l'acutezza  e  il  vigore  della  mente  del  Vinci,  e 
nello  stesso  tempo  l'imparzialità  del  suo  giudizio,  éhe  nega  darsi 
il  vuoto  nelle  forme  mondane  di  Platone,  ma  dall'altra  parte 
afferma  che  un  solido  è  tanto  più  facile  al  movimento,  quanto 
più  si  avvicina  alla  figura  sferica. 

Altrove  Leonardo  combatte  Platone  nel  suo  geometrico  teo- 
rema «  per  fare  un  cubo  doppio  a  un  altro  subduplo  ».  «  Rad- 
«  doppia  il  quadrato,  scrive  egli,  che  si  genera  nel  taglio  dia- 
€  metrale  del  cubo  dato,  e  arai  il  taglio  diametrale  del  cubo 
«  doppio  al  cubo  dato:  radoppia  una  delle  due  superfitie  quadrate, 
«  che  si  gienerano  nel  taglio  diametrale  del  cubo.  L'altra  prova 
«  che  dette  Platone  a  que'  di  Delo  non  è  geometrica,  perchè  si 
«  va  con  r  istrumento  di  seste  e  di  riga,  e  la  sperienza  non  la 
«  mostra,  ma  questa  è  tutta  mentale  e  per  conseguenza  geome- 


(1)  Leonardo,  Manoscritto  F,  f.  27  recto  e  verso.  Ho  data  una  illustra- 
zione di  questi  passi  nei  miei  Studi  sulla  filosofia  naturale  di  Leonardo 
da    Vinci,  pp.  88-89.  La  fonte  di  tali  conoscenze  è  Alberto  di  Sassonia. 

(2)  Cfr.  Luca  Fagioli,  Divina  proportione,  Venezia,  1509,  p.  LV. 


234  E.   SOLMI 

«  trica  »  (1).  Platone,  seguendo  Ippocrate  da  Ghio  (da  non  con- 
fondersi col  medico  di  Goo)  aveva  rivolta  la  sua  attenzione  al 
problema  della  duplicazione  del  cubo,  e  l'aveva  risolto  in  questo 
modo:  se  GA.B  e  DAB  sono  due  triangoli  rettangoli  aventi  un 
lato  AB  comune,  gli  altri  lati  AB  BG  paralleli  e  le  loro  ipote- 
nuse AG  e  BD  ad  angolo  retto,  allora  se  queste  ipotenuse  s'in- 
tersegano  in  P  abbiamo  PG:PB=PB  PA  =  PA:PD.  Questo  teo- 
rema era  adoperato  nella  duplicazione  del  cubo,  perchè  se  si 
possono  costruire  triangoli  tali  che  in  essi  sia  PD  =  2PG,  il  pro- 
blema sarà  risolto,  ma,  come  osserva  Leonardo,  con  l'aiuto  di 
seste  e  di  compassi. 

GXLIX. 

Platone  (da  Tivoli).  Platone  tiburtino,  ne'  tempi  più  avversi 
alle  scienze  (sec.  XII),  fu  uno  dei  primi  che  s'affaticassero  ad 
accrescere  in  Italia  le  cognizioni  matematiche.  Leonardo  da  Vinci 
in  un  foglio  disperso,  gentilmente  comunicatomi  dal  D""  Paul 
Mùller  Walde,  ne  rammenta  il  nome  come  quello  del  traduttore 
del  Libro  del  misurare  le  figure  piane,  che  fu  scritto  in  lingua 
ebraica  dal  giudeo  Savasorda  (2).  Platone  fu  non  solo  un  tradut- 
tore dall'ebraico,  dall'arabo  e  fors'anco  dal  greco,  ma  fu  anche 
versato  nelle  scienze.  Oltre  l'accennata  tradu'zione  del  Savasorda, 
si  rammenta  la  versione  dall'arabo  del  trattato  di  Astronomia 
di  Albategno,  di  quello  degli  Sferici  di  Teodosio  di  Tripoli,  di 
un'operetta  astrologica  di  Almansor,  del  Tetrabiblon  di  Glaudio 
Tolomeo,  d'altro  libro  sopra  le  rivoluzioni  delle  natività  di  certo 


(1)  Leonardo,  Manoscritto  F,  f.  59  recto.  Veggasi  su  Platone  geometra 
Allmann,  Greeh  Geometri/  from  Thalet  to  Euclid,  Dublino,  1889,  v.  I, 
p.  148.  Gow,  Greeck  Mathematics,  Cambridge,  1884;  Bretschneider,  Die 
Geometrie  und  die  Geometer  vor  Eucleides,  Lipsia,  1880,  e  Tannery,  Geo- 
metrie Greeque,  Parigi,  1887. 

(2)  Ecco  la  nota  inedita  scritta  di  pugno  del  Vinci  :  «  incipit  liber  em- 
€  badorum  a  savasorda  judeo  in  ebraico  compositus  et  a  piatone  tiburtino  in 
€  latinum  sermonem  translatus  anno  arabum  510  mense  saphar  —  capitulum 
€  primum  in  geometrie  arithmeticeque  universalia  proposita  ». 


LE  FONTI  DI  LEONARDO  DA  VINCI  235 

Alkaseny,  e  d'un  trattato  d'Abualcasin,  figlio  d'Asafar,  sopra  la 
costruzione  e  gli  usi  dell'astrolabio  (1). 

GL. 

Plinio.  Che  Leonardo  fosse  studioso  di  Plinio  si  ricava  indi- 
rettamente dall'Anonimo,  che  attribuiva  la  rovina  delia  Battaglia 
d'Anghiari,  la  gran  pittura  vinciana  della  Sala  del  Consiglio  in 
Firenze,  alla  ricetta  di  uno  stucco,  che  usavano  gli  antichi  colori- 
tori (l'encausto),  e  che  è  rammentata  nel  libro  XXXV,  e.  41,  della 
grande  opera  del  naturalista  latino  (2).  I  manoscritti  vinciani 
son  oggi  venuti  a  confermare  la  notizia  del  biografo  fiorentino. 
Leonardo  non  solo  possedeva  fra  i  suoi  libri,  come  lo  provano  il 
Codice  Atlantico  e  il  Codice  Trirulziano  (3),  V n'istoria  naturale 
di  C.  Plinio  Secondo  tradocta  di  Itngua  latina  in  fiorentina  per 
Christophoro  Landino,  fiorentino,  al  Sei^enissimo  Ferdinando 
Re  di  Napoli,  ma  ne  trascriveva  qualche  parte  nei  suoi  appunti, 
e  l'aveva  letta  e  riletta  tanto  da  poterla  frequentemente  citare, 
e  talora  combattere  (4). 


(1)  A.  Fabriqus,  Bibliotheca  Graeca  alla  parola  Aeneas:  «  Aeneas  qui 
«  graece  scripsit  de  pulsibus  et  urinis,  quem  latinum  fecit  Plato  Tybur- 
«  tinus  ».  Platone  da  Tivoli  è  uno  dei  pochi  conoscitori  del  greco  nel 
sec.  XII.  Nella  dedica,  ch'ei  fa  a  Giovanni  David,  suo  serenissimo  amico,  e 
peritissimo  nelle  quattro  discipline  matematiche,  la  traduzione  dall'arabo  del 
Trattato    d'Abualcasin,  figlio  di  Asafar,  sopra    l'Astrolabio   scrisse    infatti  : 

«  Cura post    longam  et  assiduam   observationem,  nec  apud  Graecos,  nec 

«  apud  arabos,  nec  etiam  apud  latinos  tam  subtile,  artificiosum,  tamque  per- 
«  utile,  licet  mechanicum.  invenissem  instrumentum,  ut  est  astrolapsus  ». 
Nella  Biblioteca  Bodleyana  d'Oxford  si  conservano  alcuni  Excerpta  ex  libro 
Abohaly  translato  per  Platonem  Tyburtinum. 

(2)  Milanesi,  Documenti  inediti  sulla  vita  di  Leonardo  da  Vinci,  in  Ar- 
chivio storico  italiano,  voi.  XVI  (Firenze,  1872),  p.  226.  «Di  Plinio  cavò 
«  quello  stucco,  con  il  quale  coloriva  ».  Gfr.  Plinio,  Historio  naturalis, 
L.  XXXV,  e.  41.  <  Encausto  pingendi,  duo  fuisse  antiquitus  genera  con- 
«  stat,  ecc.  ».  Leonardo  si  servì,  probabilmente,  del  secondo. 

(3)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  222  recto. 

(4)  Leonardo,  Manoscritto  H,  f.  2  recto.  I  passi  qui  messi  a  riscontro 
son  da  ritrovarsi  in  Leonardo,  Manoscritto  H,  f.  19  verso,  20  recto  e  verso, 
21,  22,  23,  24,  25, 26,  27,  e  in  Plinio,  Historia  natur.,  tradotta  dal  Landino, 
L.  Vili,  e.  4, 5, 7, 10,  11,  12, 13,  14, 15, 16, 17, 18, 21,  23, 24,  25, 27  (pp.  47  sgg.). 


236 


E.   SOLMI 


Leonardo. 
Leofante. 

11  grande  elefante  ha  per  natura 
quel  che  raro  negli  omini  si  truova 
cioè  probità,  prudenza,  equità  e  os 
servanza  in  religione.  Imperocché 
quando  la  luna  si  rinnova,  questi 
vanno  ai  fiumi,  e,  quivi  purgandosi 
solennemente  si  lavano,  e  così  salu 
tato  il  pianeta,  si  ritornano  alle  selve 
E,  quando  sono  ammalati,  stando 
supini,  gittano  l'erba  verso  il  cielo, 
quasi  come  se   sacrificare  volessino. 

Sotterra  li  denti,  quando  per  vec- 
chiezza gli  caggiano;  de'  sua  denti, 
l'uno  adopra  a  cavare  le  radici  per 
cibarsi,  all'altro  conserva  la  punta 
per  combattere.  Quando  sono  supe- 
rati da'  cacciatori,  e  che  la  stanchezza 
gli  vince,  percotesi  li  denti  l'elefante, 
e,  quelli  trattosi,  con  essi  si  ricom- 
prano. 

Sono  clementi  e  conoscano  i  peri- 
coli ;  e,  se  esso  trova  l'omo  solo  e 
smarrito,  piacevolmente  lo  rimette 
sulla  perduta  strada:  se  truova  le  pe- 
date dell'omo,  prima  che  veda  l'omo, 
esso  teme  tradimento,  onde  si  ferma 
e  sofiìa,  mostrandola  all'altri  elefanti  ; 
e  fanno  schiera,  e  vanno  assentita- 
mente. 


(Plinio). 


Landino. 


Grandissimo  è  lo  elephante  et  molto 
proximano  a  sensi  humani.  Preterea 
ha  quello,  che  ne  gì'  huomini  è  raro 
cioè  probità,  prudentia  et  equità.  Item 
religione.  Sono  auctori  e  quali  scri- 
vono che,  nelle  pasture  di  Mauritania, 
le  greggie  d'helephanti  vengono  al 
fiume  Amelo,  quando  la  luna  è  nuova, 
et  quivi,  purgandosi,  solemente  con 
l'acqua  si  bagnano,  e  così  salutato  el 
pianeta  tornano  nelle  selve...  Quando 
sono  ammalati...  supini,  gettono  l'herbe 
verso  el  cielo,  come  se  sacrificare  vo- 
lessino  

Per  la  qual  cosa,  quando  per  alchuno 
caso  0  per  vecchiaia  gli  caggiono  di 

subito  gli  sotterrano Gircha  e  denti 

mettono  diligentia,  et  luno  di  due  ado- 
perano ha  cavare  le  radici  et  all'altre 
cose;  laltro  non  adoperano  per  conser- 
uarli  la  punta,  con  la  quale  in  battaglia 
si  possono  difendere.  Atorniati  da  cac- 
ciatori si  difendono  co  primi...  ;  di  poi 
quando  sono  stracchi  percotendo  e 
denti  a  uno  albero  se  gli  chavano,  et 
con  quegli  si  ricomperano.  Che  sono 
clementi  et  conoscono  epericoli.  Di- 
cono che  se  lo  helephante  truova 
Ihuomo,  semplicemente  vagabondo,  è 
clemente  et  piaceuole  verso  di  lui  et 
mostragli  la  via.  Se  uede  la  traccia 
del  huomo,  prima  che  Ihuomo,  pigia 
horrore,  temendo  aguati.  Fermasi 
adunque,  et  soffia  per  ira,  et  non  cal- 
pesta la  traccia,  ma  mostrala  a  chi, 
gl'è  appresso,  et  cholui   a  quelaltro 


LE   FONTI   DI   LEONARDO    DA   VINCI 


337 


Questi  vanno  sempre  a  schiere,  e"l 
più  vecchio  va  innanzi,  e'I  secondo 
d'età  resta  l'ultimo,  e  così  chiudono 
la  schiera.  Temano  vergogna  :  non 
usano  il  loro  coito,  se  non  di  notte, 
di  nascosto,  e  non  tornano,  dopo  il 
coito,  alli  armenti,  se  prima  non  si 
lavano  nel  fiume:  non  combattono 
ma'  femmine,  come  gli  altri  animali. 
E  di  tanto  clemente,  che  mal  volon- 
tieri,  per  natura,  non  noce  ai  men 
possenti  di  sé,  e  scontrandosi  nella 
mandria  e  greggi  delle  pecore,  colla 
sua  mano  le  pone  da  parte,  per  non 
le  pestare  co'  piedi,  né  mai  noce,  se 
non  sono  provocati.  Quando  sono  ca- 
duti nella  fossa,  gli  altri  con  rami, 
terra  e  sassi  riempiano  la  fossa,  in 
modo  alzano  il  fondo,  ch'esso  facil- 
mente riman  libero.  Temano  forte  lo 
stridere  de'  porci,  e  fuggan  indirieto, 
e  non  fa  manco  danno  poi  co'  piedi 
a'  sua  nimici.  Dilettansi  de'  fiumi,  e 
sempre  vanno  vagabondi  intorno  a 
quegli,  e  per  lo  gran  peso  non  pos- 
son  notare  ;  divorano  le  pietre,  i  tron- 
chi degli  alberi  son  loro  gratissimo 
cibo,  hanno  in  odio  i  ratti  :  le  mosche 
si  dilettano  del  suo  odore,  e,  posan- 
dosele adosso,  quello  arrappa  la  pelle, 
e  fra  le  pieghe  strette,  l'uccide. 

Quando  passano  i  fiumi,  mandano 
i  figlioli  diverso  il  calar  dell'acqua, 
e  stando  loro  inverso  l'erta,  rompono 
l'unito  corso  dell'acqua,  acciò  che  il 
corso  non  li  menasse  via. 

Il  drago  se  li  gitta  sotto  il  corpo. 


inaino  allultimo.  Dipoi  vanno  arri- 
guardo,  et  ordinano  la  schiera. 

Glhelephanti  uanno  sempre  intorma, 
el  più  vecchio  guida  laschiera.  Dipoi 
quello,  che  è  proximano  allui  detta, 
é  lultimo,  per  chiudere  la  schiera. 
Quando  hanno  a  passare  el  fiume 
mandano  inanzi  i  minori,  accioché 
andando  innanzi  i  maggiori  corpi  non 
facessono  crescere  il  fiume  per  rat- 
tenere  l'acque.  Gran  vergogna  é  in 

loro Per  vergogna  non   usano  el 

coito  se  non  di  nascosto In  ogni 

anno  usano  cinque  di  et  non  più.  El 
sexto  si  bagnano  nel  fiume.  Né  prima 
tornerebbero  sgiarraenti.  Non  com- 
battano per  femine  come,  glaltrì  ani- 
mali. 

X.  Dilectonsi  de  fiumi,  et  intorno 
a  quegli  vanno  vagando,  ma  pel  peso 
grande  non  possono  notare Divo- 
rano le  pietre.  E  tronchi  de  glalbori 

son  loro  gratissimo  cibo Nessuno 

animale  hanno  più  in  odio,  che  il 
topo...  Le  mosche  si  dilectono  dello 
odore  di  quello  animale:  ma  quando 
se  gli  pongono  adosso  essi  ranicchiano 
la  pelle,  et  le  mosche  stringono  tra 
le  grinze,  e  in  tal  forma  lamazono. 

XI.  Ma  maggiore  di  tutte  produce 
lindia,  dove  ancora  naschano  dragoni 
inimicissimiaglhelefauti,  e  quali  sono 
di  tanta  lungheza,  che  facilmente  gli 
ricingono,  et  stretamenteglannodano. 
Ma  è  bataglia  la  quale  luno  et  laltro 
amaza.  Imperocché  morendo  lo  he- 
lephante  cade,  et  cadendo  amazcha 
el  serpente. 


238 


E.   SOLMI 


colla  coda  l'annoda  le  gambe,  e  col- 
l'ali  e  colle  branche  li  cigne  le  coste, 
e  co'  denti  lo  scanna,  e  '1  liofante  li 
cade  adesso,  e  il  drago  schioppa,  e 
così,  colla  sua  morte,  del  nemico  si 
vendica. 

Il  dracone. 
Questi  s'accompagnano  insieme,  e 
si  tessano  a  uso  di  ratiti,  e,  colla 
testa  levata,  passano  i  paduli,  e  no- 
tano, dove  trovan  migliore  pastura, 
e,  se  così  non  si  unissin,  anneghereb- 
bono.  Cosi  fa  unione. 

Serpente. 
Il  serpente,  grandissimo  animale, 
quando  vede  alcuno  uccello  per  l'aria, 
tira  a  sé  si  forte  il  fiato,  che  si  tira 
gli  uccelli  in  bocca.  Marco  Regulo, 
consulo  dello  esercito  romano,  fu  col 
suo  esercito  da  un  simile  animale  as- 
salito, e  quasi  rotto.  Il  quale  animale, 
essendo  morto,  per  una  macchina  mu- 
rale, fu  misurato  125  piedi,  cioè  64 
braccia  e  */?  •  avanzava  colla  testa 
tutte  le  piante  d'una  selva. 


Boa. 

Questa  è  gran  biscia,  la  quale  con 
sé  medesima  s'aggrappa  alle  gambe 
della  vacca,  in  modo  non  si  mova; 
poi  la  t€ftta,  in  modo  che  quasi  la 
dissecca.  Di  questa  spezie,  a  tempo 
di  Claudio  imperadore,  sul  monte 
Vaticano,  ne  fu  morta  una,  che  aveva 


Xlll.  Draconi.  Questi  serpenti  sin- 
trecciono  tre  o  quattro  insieme,  in 
forma  di  graticci,  et  col  capo  alto 
nuotano,  dove  truouino  migliori  pa- 
sture. 


XIV.  Serpenti  grandi  et  Boie.  Me- 
gasthene  scrive  che  in  India  sono  si 
gran  serpenti...  Et  Metrodoro  scriue, 
che  circa  Rindechaco  fiume  di  Ponto 
sono  si  grandi,  che  tirano  a  sé  gluc- 
cegli,  che  gli  uolano  sopra  capo,  ben- 
ché alti  et  veloci  siano,  et  inghiotti- 
scongli.  Ne  la  prima  guera  de  carta- 
ginesi, M.  Regolo,  consolo  de  Romani, 
combatté  un  serpente  con  balestra  et 
altri  simili  instrumenti,  come  havessi 
a  combattere  un  castello,  et  finalmente 
lo  mazò.  Fu  questo  a  Bagrada  fiume, 
et  el  serpente  era  lungo  cento  vinte 
piedi. 

Boie,  le  quali  diventano  tanto 
grandi  che  al  tempo  di  Claudio  im- 
peradore ne  fu  morta  una  nel  monte 
Vaticano,  nel  uentre  della  quale  fu 
trouato  un  fanciullino  intero  Queste 
da  principio  si  nutriscono  di  lacte  di 
uaccha. 


J 


LE  FONTI  DI  LEONARDO  DA  VINCI 


239 


un   patto  intero  in  corpo,  il  qnale 
avea  tranghiottito. 

Ma  chi  pel  sonno  è  giunto. 
Questa  bestia  nasce  in  Iscandinavia 
isola,  ba  forma  di  gran  cavallo,  se 
non  che  la  gran  lunghezza  dello  collo 
e  delli  orecchi  la  variano;  pasce 
l'erba  allo  'ndirieto,  perchè  ha  si 
lungo  il  labbro  di  sopra  che,  pa- 
scendo innanzi,  coprirebbe  l'erba.  Ha 
le  gambe  d'un  pezzo:  per  questo, 
quando  voi  dormire,  s'appoggia  a  uno 
albero;  e  i  cacciatori,  intendendo  il 
loco  usato  a  dormire,  segan  quasi 
tutta  la  pianta,  e  quando  questo  poi 
vi  s'appoggia  nel  dormire,  per  lo 
sonno  cade;  i  cacciatori  così  lo  pi- 
gliano, e  ogni  altro  modo  di  pigliarlo 
è  vano,  perchè  è  d'incredibile  velo- 
cità nel  correre. 


Bonaso  noce  colla  fuga. 
Questo  nasce  in  Peonia,  ba  collo 
con  crini  simile  al  cavallo,  in  tutte 
l'altre  parte  è  simile  al  toro,  salvo 
che  le  sue  coma  sono  in  modo  pie- 
gate in  dentro,  che  non  po'  cozzare, 
e  per  questo  non  ha  altro  scampo 
che  la  fuga,  nella  quale  gitta  sterco 
per  ispazio  di  400  braccia  del  suo 
corso  —  il  quale,  dove  tocca,  abbru- 
cia come  foco. 

Lionessa. 


XV.  Item  in  Scandinauia  isola  è 
una  bestia  detta  macli,  non  mai  ve- 
duta in  Italia, ...  la  quale  è  simile 
alle  dectte  di  sopra,  ma  non  si  pos- 
sono piegare  nelle  gambe  :  11  perchè 
non  giace  quando  dorme  :  ma  appog- 
giasi a  uno  albero.  Adunque,  chi  Iha 
Quole  pigiare  sega  glalberi,  tanto  che 
ogni  poche  pondo  gli  possa  fare  ca- 
dere. Appoggiasi  adunque  per  dor- 
mire :  ma  cadendo  lalbero.  cade  an- 
chora  la  bestia,  et  in  questa  forma  si 
pigia;  perchè  altrimenti  per  una 
inaudita  velocità  non  si  potrebbe  pi- 
giare. Ha  illabro  di  sopra  molto  lungo, 
et  per  questo  non  pasce  se  non  allon- 
drieto  :  perchè  andando  inanzi  rico- 
prirebbe la  boccha,  et  inuiluppereb- 
bela,  per  modo  che  non  potrebbe 
pascere. 

Dichono  che  in  Peonia  naacie  nna 
bestia  chiamata  bonaso  con  crini  di 
cauallo,  et  in  tutte  l'altre  chose  si- 
mile al  toro.  Ma  ha  le  coma  così 
ripiegate  luna  inverso  laltra,  che  non 
può  cozzare.  Il  perchè  non  ha  altro 
scampo  che  el  fuggire,  et  fuggiendo 
spesso  getta  stercho  per  ispatio  di 
tre  iogeri,  et  ogni  iugero  è  lungo 
CCXL  piede,  el  quale  toc  beandolo  non 
arde  altrimenti  che  un  fuocho. 


Quando  la  lionessa  difende  i  figlioli  Quando   la    leonessa  combatte  pe 


240 


E.  SOLMI 


dalle  man  de'  cacciatori,  per  non  si      leoncini  :  ferma  glocchi  in  terra,  ac- 
spaventare   delli   spiedi ,    abbassa   li      cicche  gli  spiedi  non  la  spauentano. 
occhi  a  terra,  a  ciò  che  là,  per  sua 
fuga,  i  figli  non  sieno  prigioni. 


Lione. 

Questo  sì  terribile  animale  niente 
teme  più,  che  Io  strepito  delle  vote 
carrette  ;  e  simile  il  canto  de"  galli, 
teme  assai  nel  vederli,  e  con  pauroso 
aspetto  riguarda  la  sua  cresta  —  e 
forte  invilisce,  quando  ha  coperto  il 
volto. 

Pantere  in  Africa. 

Questa  ha  forma  di  leonessa,  ma  è 
più  alta  di  gambe,  e  più  sottile  e 
lunga  e  tutta  bianca  e  punteggiata 
di  macchie  nere,  a  modo  di  rosette  ; 
di  questa  si  dilectano  tutti  li  animali 
di  vedere  ,  e  sempre  le  starebbon 
dintorno,  se  non  fussi  la  terribilità  del 
suo  viso:  onde  essa,  questo  cono- 
scendo, asconde  il  viso,  e  li  animali 
circustanti  s'assicurano,  e  fannosi  vi- 
cini per  meglio  poter  fruire  tanta 
bellezza,  onde  questa  subito  piglia  il 
più  vicino,  e  lo  divora. 

Tigro. 

Questa  nasce  in  Ircania,  la  quale 
è  simile  alquanto  alla  pantera  per 
le  diverse  macchie  della  sua  pelle, 
ed  è  animale  di  spaventevole  velocità. 
11  cacciatore,  quando  trova  i  sua  figli, 
li  rapisce  subito,  ponendo  specchi  nel 
loco  donde  li  leva,  e  subito,  sopra 
veloce  cavallo,  si  fugge.  La  pantera, 
tornando,  trova  li  specchi   fermi    in 


Questo  si  grande  et  si  terribile  ani- 
male niente  di  meno  molto  teme  gli 
strepiti  del  caro,  quando  uoto  corre, 
et  le  chreste  de  galli  :  ma  più  el  canto 
et  maxime  il  fuocho.  Et  certamente 
è  chosa  maraviglosa,  quanto  tanta 
bestia  inuilischa ,  quando  con  ogni 
picchola  chosa  ha  coperto  el  capo. 

E  lioni  solamente  in  Syria  sono 
neri,  le  Panthere  nel  biancho  sono 
indenaiate  di  nero.  Dicono  che  del 
colore  de  la  Panthera  si  dilectono 
tutte  le  bestie,  ma  impauriscono  per 
la  terribilità,  che  dimostra  el  capo. 
11  perchè  nascondono  elcapo,  et  le 
bestie,  che  vengono  a  uedere  el  resto, 
atradimento  pigiano. 


El  Tigre  nasce  in  Hircania  et  in 
India,  animale  di  spauenteuole  velo- 
cità et  maximamente  prouata,  quando 
si  pigia.  El  cacciatore  rapisce  a  un 
tracio  tutti  efigliuoli,  e  queli  li  sono 
assai,  et  monta  in  un  cavallo,  quanto 
più  può  velocissimo,  et  di  poi  nel 
correre  lo  scambia  uno  più  fresco. 
Quando   la  madre  truova  el  couile 


LE  FONTI   DI   LEONARDO   DA   VINCI 


241 


terra,  ne'  quali  vedendo  sé,  li  pare 
di  vedere  li  sua  figlioli,  e  raspando 
colle  zampe,  scopre  lo  *nganno,  onde 
mediante  l'odore  de'  figli,  seguita  il 
cacciatore,  e  quando  esso  cacciatore 
vede  la  tigre,  lascia  ano  de'  figlioli, 
e  questa  Io  piglia,  e  portalo  al  nido, 
e  subito  rigiugne  sul  cacciatore,  e  fa 
'1  simile,  inaino  a  tanto  ch'esso  monta 
in  barca. 


QOto,  uola  cercando  e  figluoli,  et  uà 
anaso.  El  cacciatore,  quando  la  uede 
apressarai:  gitta  uno  de  figliuoli. 
Eaa».  lorìcoglie,  et  prestissimamente 
ritorna,  et  lui  negetta  unaltro  inaino 
adtanto,  che  giugnendo  al  lito,  con 
furore,  arivi  non  lo  può  seguitare. 


Cammelli. 

Quegli  Battriani  hanno  due  gobbi, 
gli  Arabi  uno;  sono  veloci  in  bat- 
taglia e  utilissimi  a  portare  le  some. 
Questo  animale  ha  regola  e  misura 
osservantissima,  perchè  non  si  move, 
se  ha  più  carico  che  l'usato,  e,  se  fa 
più  viaggio,  fa  il  simile,  subito  si 
ferma,  onde  li  bisogna  ai  mercatanti 
alloggiare. 

Catopleas. 
Questa  nasce  in  Etiopia,  vicino  al 
fonte  Nigricapo,  è  animale  non  troppo 
grande  e  pigro  in  tutte  le  membra, 
e  ha  '1  capo  di  tanta  grandezza,  che 
malagevolmente  lo  porta,  in  modo  che 
sempre  sta  chinato  verso  terra,  al- 
tremente  sarebbe  di  somma  peste  alli 
omini,  perchè  qualunque  è  veduto 
dai  suoi  occhi,  subito  more. 


De  quelli  sono  due  spetie,  Bactriaoi 
et  Arabi  :  quegli  hanno  due  scrigni  et 

questi  uno È  animale  uelece  tra 

cavagli:  ma  ogniuno  ha  la  sua  mi- 
sura :  sì  come  le  forze  :  né  maggiore 
peso  che  il  consueto  porta  :  né  più 
viagio  fa. 


In  Ethiopia  è  el  fonte  Nigricapo 
del  Nilo,  come  molti  credono.  Apresso 
a  questa  è  una  fiera  dieta  Catoblepa. 
Non  troppo  grande.  Pigra  in  tutte  le 
membra.  El  capo  ha  grave  et  mala- 
geuolmente  el  porta,  et  sempre  é  chi- 
nato verso  la  terra:  altrimenti  sarebbe 
somma  peste  aglhnomini,  perchè  qua- 
lunche  vede  e  suoi   occhi  di   subito 


Basilisco. 
Questo  nasce  nella  provincia  Cire- 
naica, e  non  è  maggiore  che  12  dita, 
e  ha  in  capo  una  macchia  bianca  a 
similitudine  di  diadema  :  col  fischio 
caccia   ogni  serpente,  a  similitudine 

6»»ntaU  ttorieo.  —  Sappi,  na  10-11. 


Questo  nasce  nella  provincia  Cyre- 
naica:  non  maggiore  di  XII  dita,  et 
ha  in  capo  una  macchia  biancha,  co- 
me se  fussi  un  diadema.  Gol  fischio 
caccia  ogni   serpente:    né   va   come 

16 


242 


E.   SOLMI 


di  serpe,  ma  non  si  move  con  torture, 
anzi  va  ritto  dal  mezzo  innanzi.  Di- 
cesi che  uno  di  questi,  essendo  morto 
con  un'aste  da  uno,  che  era  a  cavalco, 
che  '1  suo  veneno  discorrendo  su  per 
l'aste,  non  che  l'omo,  ma  il  cavallo 
morì.  Guasta  le  biade,  e  non  sola- 
mente quelle  che  tocca,  ma  quelle 
dove  soffia;  secca  l'erba,  spezza  i 
sassi. 

Donnola  over  bellola. 

Questa,  trovando  la  tana  del  basi- 
lisco, coll'odore  della  sua  sparsa  orina, 
l'occide  ;  l'odore  della  quale  orina 
ancora,  spesse  volte,  essa  donnola 
occide. 

Ceraste. 
Queste  hanno  quattro  piccioli  corni 
mobili,  onde,  quando  si  vogliono  ci- 
bare, nascondono  sotto  le  foglie  tutta 
la  persona,  salvo  esse  cornicina;  le 
quali  merendo ,  pare  agli  uccelli 
quelli  essere  piccoli  vermini ,  che 
scherzino,  onde  subito  si  calano  per 
beccarli,  e  questa  subito  s'avviluppa 
loro  in  cerchio,  e  sì  li  divora. 

Amphesibene. 

Questa  ha  due  teste,  l'una  nel  suo 
loco,  l'altra  sotto  la  coda,  come  se 
non  bastassi  che  da  un  solo  loco  git- 
tassi  veneno. 

Iaculo. 
Questa   sta   sopra   le   piante,  e  si 
lancia  come  dardo,  e  passa  attraverso 
le  fiere,  e  l'uccide. 


laltre  serpi  auoulgendosi,  ma  ritto  dal 
mezo  in  su.  Dicesi,  che  essendo  lui 
stato  morto  con  una  basta  da  uno, 
che  era  a  cauallo;  che,  montando 
elueleno  su  per  Ihasta,  non  solo  Ihomo, 
ma  il  cavallo  morì.  Guasta  le  biade, 
et  non  solo  quelle  che  tocha,  ma 
quelle  nelle  quali  soffia.  Secca  Iherbe. 
Spezza  esaxi. 


A  sì  terribile  mostro  la  donnola  è 
mortale  ueleno...  Ammazzangli  facil- 
mente, quando  fanno  le  loro  cauerne 
solamente  con  la  bruttura,  et  essa 
finalmente  muore  per  lodore  sola- 
mente. 

Le  Ceraste  hanno  quattro  cornicina 
mobili,  onde  spesso  nascondendo  el 
resto  del  corpo,  con  quelle  invitano 
gluccelli. 


Amphesibene  hanno  due  capi  luno 
nel  luogo  suo,  laltro  ne  la  coda  :  come 
se  non  bastassi,  che  gittassino  el  ve- 
leno per  una  bocca. 


È  una  serpe  chiamata  .Iaculo  cioè 
dardo:  perchè  sta  in  su  glalberi,  et 
da  quegli  si  lancia  come   un  dardo. 


LE   FONTI  DI  LEONARDO   DA  VINCI 


243 


Aspido. 

II  morso  di  questo  animale  non  ha 
rimedio,  se  non  di  subito  tagliare  le 
parti  morse.  Questo  sì  pestifero  ani* 
male  ha  tale  affezione  nella  sua  com- 
pagna, che  sempre  vanno  accompa- 
gnati; che,  se  per  disgrazia  l'uno  di 
loro  è  morto,  l'altro,  con  incredibile 
velocità,  seguita  l'ucciditore;  ed  è 
tanto  attento  e  sollecito  alla  vendetta, 
che  vince  ogni  difficoltà,  passando 
ogni  esercito.  Solo  il  suo  nemico 
cerca  offendere,  e  passa  ogni  spazio, 
e  non  si  può  schifarlo,  se  non  col 
passare  l'acque  o  con  velocissima 
fuga.  Ha  li  occhi  in  dentro  e  grandi 
orecchi,  e  più  lo  move  l'aadito,  che 
'1  vedere. 

Icnumeone. 

Questo  animale  è  mortale  nemico 
all'aspido  :  nasce  in  Egitto,  e,  quando 
vede  presso  al  suo  sito  alcuno  aspido, 
subito  corre  alla  litta  over  fango  del 
Nilo,  e  con  quello  tutto  s' infanga, 
e  poi,  risecco  dal  sole,  di  novo  di 
fango  s'imbratta,  e  così  seccando  l'un 
dopo  l'altro,  si  fa  tre  o  quattro  veste, 
a  similitudine  di  corazza,  e  di  poi 
assalta  l'aspido,  e  ben  contrasta  con 
quello,  in  modo  che,  tolto  il  tempo, 
se  li  caccia  in  gola,  e  l'ammazza. 

Cocodrillo. 

Questo  nasce  nel  Nilo,  ha  quattro 
piedi,  nuoce  in  terra  e  in  acqua,  né 
altro  terrestre  animale  si  truova  sanza 
lingua,  che  questo,  e  solo  morde  mo- 


EI  morso  del  Aspido  non  ha  rimedio, 
se  non  taglare  disubito  le  parti  morse. 
Questo  si  pestifero  animale  ha  senti- 
mento 0  più  tosto  aff'ectione.  Vanno 
sempre  accompagnati,  et  è  incredibile, 
se  uno  è  morto,  quanta  solecitudine 
pigia  laltro  di  uendicarlo.  Perseguita 
adunque  quello  che  Iha  morto,  et  in 
qualunche  gran  turba  solo  lui  cerca 
offendere.  Vince  ogni  difficultà  e  passa 
ogni  spatio:  né  si  può  schifarlo  se 
non  0  con  passare  il  fiume  o  con  uè- 
locissima  fuga...  A  questa  bestia  ha 
dato  glocchi  di  pocha  uista  et  ficti 
nelle  tempie,  informa  che  pocho  vede 
pel  diricto,  et  più  spesso  la  muove 
laudito  che  el  vedere. 


Ha  mortale  guerra  laspido  con  io 
Ichnevimone.  Nascie  in  ^ypto,  tuffiisi 
nella  belletta,  et  dipoi  asciuto  al  sole, 
più  et  più  volte  si  rituffigi,  in  modo 
che  rimane  inuolto  in  molte  che- 
verte:  di  poi  combatte  con  laspido, 
et  da  quello  con  tale  armadura  si 
difende,  et  sta  alla  dura,  in  fino  ad- 
tanto  che  a  un  puncto  preso,  se  gli 
ficcha  in  boccha  et  nella  stroza. 


El  cocrodillo  nasce  sul  nilo:  bestia 
di  quattro  piedi  in  terra  et  in  acqua 
nociva.  Né  altro  animale  terrestre  si 
truova  senza  lingua,  se  non  questo. 


244 


E.   SOLMI 


vendo  ìa  mascella  di  sopra,  cresce 
insino  in  40  piedi,  è  unghiato,  armato 
di  corame  atto  a  ogni  colpo,  e  '1  di 
sta  in  terra  e  la  notte  in  acqua. 
Questo,  cibato  di  pesci,  s'addormenta 
sulla  riva  dal  Nilo  colla  bocca  aperta, 
e  l'uccello  detto  trochilo,  piccolissimo 
uccello,  subito  li  corre  alla  bocca  e, 
saltatoli  fra  i  denti,  dentro  e  fora  li 
va  beccando  il  rimaso  cibo,  e  così 
stuzzicandolo,  con  dilettevole  voluttà, 
lo  invita  aprire  tutta  la  bocca,  e  così 
s'addormenta.  Questo  veduto  dal  cu- 
mone,  subito  si  li  lancia  in  bocca,  e 
foratoli  lo  stomaco  e  le  budella,  fi- 
nalmente l'uccide. 


Delfino. 

La  natura  ha  dato  tal  cognizione 
alli  animali  che,  oltre  al  conoscere 
le  loro  comodità,  e'  conoscono  la  in- 
comodità del  nimico,  onde  intende  il 
delfino  quanto  vaglia  il  taglio  delle 
sue  pinne,  posteli  sulla  schiena,  e 
quanto  sia  tenera  la  pancia  del  co- 
codrillo,  onde  nel  lor  combattere  si 
li  caccia  sotto,  e  tagliali  la  pancia,  e 
così  l'uccide. 


questo  solo  morde,  movendo  la  ma- 
scella disopra  et  non  quella  disotto, 
et  ha  i  dencti  in  forma  di  pectine. 
Cresce  più  che  dieciocto  gomiti...  È 
armato  dunghie,  et  ha  elchuoio  apto 
a  resistere  a  ogni  colpo.  Eldi  sta 
in  terra,  la  nocte  nellacqua,  et  luno 
et  laltro  fa  con  certa  ragione:  ha- 
vendo  rispecto  al  tempo.  Questo  sa- 
tollo di  pesci  et  colla  boccha  sempre 
piena,  sadormenta  nella  ripa  del  fiume, 
et  un  piccolo  uccello,  quivi  chiamato 
Trochilo  et  in  Italia  Re  de  gluccelli, 
lonuita  a  aprire  la  bocha  per  ingho- 
iarlo,  et  saltandogli  spesso  al  muso 
gli  netta  la  bocca,  et  con  saltandogli 
in  bocca,  et  ritornando  indrecto  lo 
stuzica  con  tanta  voluptà,  che  apre 
tutta  la  bocca,  et  finalmente  per  questo 
piacere  sadormenta.  Il  che  quando 
vede  lo  Ichneumone  come  un  dardo 
sallancia  in  boccha,  et  corre  aluentre 
et  rodelo. 

La  natura  ha  dato  a  ogni  bestia 
che,  non  solamente  conosca  e  suoi 
commodi,  ma  ancora  glincommodi 
delladuersario  :  intende  el  delphino 
quanto  vaglia  il  taglo  delle  sue  penne, 
et  quanto  sia  tenera  la  pancia  del 
Gocrodillo.  Adunque,  fingendo  fugire 
per  paura,  si  tuffa,  et  entrando  sotto  al 
cocrodillo  con  la  penna,  gli  tagla  el 
ventre 


11  cocodrillo  è  terribile  a  chi  fugge, 
e  viiissimo  a  chi  lo  caccia. 


El  Cocrodillo  è  terribile  contro  a 
chi  fuge,  et  per  l'opposito  fuge,  chi  lo 
caccia. 


LE  FONTI    DI  LEONARDO  DA  VINCI 


245 


Hippotamo. 

Questo,  quando  ti  sente  aggravato, 
va  cercando  le  spine,  o,  dove  sia,  i 
rimanenti  de'  tagliati  canneti,  e  li 
tanto  frega  una  vena,  che  la  taglia, 
e,  cavato  il  sangue  che  li  abbisogna, 
colla  litta  s'infanga  e  risalda  la 
piaga.  Ha  forme  quasi  come  cavallo, 
l'unghia  fessa,  coda  torta,  e  denti  di 
cinghiale,  collo  con  crini,  la  pelle 
non  si  pò  passare,  se  non  si  bagna, 
pascesi  di  biade;  ne'  campi  entravi 
allo  indirieto,  acciò  che  pare  ne  sia 
uscito. 


Ibis. 

Questo  ha  similitudine  colla  cico- 
gna, e,  quando  si  sente  ammalato, 
empie  il  gozzo  d'acqua,  e  col  becco 
si  fa  un  cristere. 

Lffrvt. 
Questo,  quando  si  sente  morso  dal 
ragno  falange,  mangia  de'  granchi,  e 
si  libera  di  tal  veneno. 


Luserte. 
Questa ,    quando    combatte    colle 
serpe,  mangia  la  cicerbita,  e  son  li- 
bere. 


Unaltra  bestia  di  maggiore  altezza 
è  nel  Nilo,  la  quale  si  chiama  hipo- 
tamo  cioè  chauallo  di  fiume.  Ha  lan- 
ghia  di  due  pezzi,  come  elbue.  El 
dorso  e  crini  et  lo  nitrire  ha  di  ca- 
uallo:  la  coda  torta.  E  denti  simili 
al  cinghiale;  ma  meno  nociui.  La 
pelle  non  si  può  passare,  se  non  è 
molle.  Et  per  questo  ne  fanno  scodi 
et  elmi.  Pasturasi  di  biade,  che  sono 
ne  campi,  et  entravi  all'  indrieto,  ac- 
ciochè  paia  che  ne  sia  uscito,  et  non 
vi  sia  appostato...  Quando,  per  troppo 
mangiare,  è  ripieno  et  troppo  grasso: 
esce  ariua,  et  apposta  dove  di  proximo 
sia  stato  taglato  el  canneto,  et  a  una 
dì  quelle  taglature  acosta  una  vena, 
et  la  tagla,  onde  uscendo  elsangue 
rimane  col  corpo  scarico  et  sano. 

È  in  Egypto  uno  uccello  simile 
alla  cicogna  chiamato  Ibis  :  el  quale 
quando  si  sente  aggravato:  empie  el 
gozzo  dacqua,  et  col  beccho  si  fa  un 
cristeo. 

Quando  ancora  el  cervo  fhssi  stato 
puncto  da  una  spetie  de  Ragno  ve- 
lenoso, chiamato  pbalangio,  o  da  altra 
similchosa,  rimane  libero,  mangiando 
de  granchi. 

E  una  herba  excellente  a  morsi 
delle  serpi,  con  la  quale  le  lucertole 
si  ricreano,  quando  combattono  con 
quelle. 


246 


E.  SOLMI 


Rondine. 
Questa  rende  il  vedere  alli  inorbiti 
figlioli,  col  sugo  della  celidonia. 


BelMa. 
Questa,  quando  caccia  ai  ratti,  man- 
gia prima  della  ruta. 

Cinghiale. 
Questo  medica   i  suoi   mali,  man- 
giando della  edera. 

Serpe. 
Questa,  quando  si  voi  rennovare, 
gitta  il  vecchio  scoglio,  comenciandosi 
dalla  testa;  mutasi   'n  un  di  e  una 
nocte. 

Pantera. 
Questa,  poi  che  le  sono  uscite  le 
'nteriora,  ancora  combatte  coi   cani 
e  cacciatori. 


Le  Rondini  monstrarono,  che  la 
celidonia  è  sanissima  allauista:  perchè 
quando  e  rondinini  hanno  male  ne- 
glocchi,  con  quella  gli  medicano. 

La  donnola,  quando  caccia  a  toppi, 
mangia  prima  della  Ruta. 


La  Cicogna  medica  esuoi  mali  con 
brigano  et  cinghiali  con  Ihellera. 


Gitta  lo  scoglo,  et,  comenciandosi 
dal  capo,  larrovescia  infino  alia  coda 
in  forma  che  quello,  che  era  di  fuori, 
rimane  dentro,  et  questo  fa  in  un  di 
et  una  nocte. 

Et  poiché  gli  sono  uscite  lenteriore 
ancora  combatte. 


Camaleone. 

Questo  piglia  sempre  il  colore  della 
cosa,  dove  si  posa,  onde,  insieme  colle 
frondi  dove  si  posano,  spesso  dalli 
elefanti  son  divorati. 

Corvo. 

Questo,  quando  ha  ucciso  il  cama- 
leone, si  purga  coll'alloro. 


El  camaleonte  pigia  sempre  el  co- 
lore della  chosa,  in  che  si  posa.  Onde 
interviene,  che  Ihelephante  pasciendo 
varie  fronde,  insieme  con  quelle  lo- 
divora. 

El  corno,  quando  ha  ucciso  el  Ga- 
meleonte,  purgha  el  veleno  con  lai- 
loro  (1). 


(1)  Pli.nio,  Hist.  nat.,  L.  Vili,  e.  27,  p,  66  e  segg.  Si  confronti  anche  Ma- 
noscritto E,  f.  14  recto:  «  Pernice.  Questa  si  trasmuta  di  femmina  in  maschio, 
<  e  dimentica  il  primo  sesso,  e  fura   per  invidia   l'ova    all'altre,  ma  i  nati 


LE  FONTI  DI  LEONARDO  DA  VINCI 


247 


Notisi  ancora,  che  Leonardo,  scrivendo  ai  Fabbricieri  di  Pia- 
cenza, mette  a  profitto  un  passo  di  Plinio  sulla  bellezza  artistica 
di  un'opera  architettonica  :  «  Ecco  uno  il  quale  il  signiore  per 
«fare  questa  sua  opera  ha  tratto  di  Firenze,  che  è  degnio 
«maestro,  ma  ha  tanta  faccenda,  che  non  la  finirà  mai.  E  cre- 
«  dete  voi  che  differentia  sia  a  vedere  una  cosa  bella  da  una 
«brutta?  Allega  Plinio  (1)». 

Nel  Manoscritto  G  da  ultimo  il  Vinci  combatte  l'opinione 
espressa  da  Plinio  sull'origine  della  salsedine  marina. 


Perché  l'acqua  è  salsa.  Dice  Plinio 
nel  2o  suo  libro,  a  103  capitolo,  che 
l'acqua  del  mare  è  salata,  perchè 
l'ardore  del  sole  abronza,  e  secca  Tu- 
mido,  e  quello  succia;  e  questo  al 
mare,  che  molto  s'allarga,  dà  sapore 
di  sale.  Ma  questo  non  si  conciede, 
perchè  se  la  salsedine  del  mare  avessi 
causa  dall'ardore  del  soie,  non  è 
dubbio  che  i  laghi,  stagni  e  paduli 
tanto  maggiormente  sarebbono  più  in- 
salati, quanto  le  loro  acque  son  manco 
mobili  e  di  minore  profondità.  E  l'i- 
sperienzia  ci  mostra  'I  contrario  :  tali 
paduli  ci  mostran  le  loro  acque  essere 
al  tutto  private  di  salsedine.  Ancora 
s'assegna  da  Plinio  nel  medesimo 
capitolo  che  tal  salsedine  potrebbe 
nasciere,  perchè  levatone  ogni  dolcie 


Pellardore  del  sole  si  secca  Ibumido, 
et  è  pianeta  masculino  el  sole  :  el 
quale  abruzza  ogni  cosa,  et  succia. 
Et  per  questo  al  mare,  elquale  molto 
sallarga,  dà  sapore  di  sale.  0  vera- 
mente perchè  levatone  ogni  dolce  et 
sottile  parte:  la  quale  facilmente  el 
fuocho  a  sé  tira.  Rimane  la  parte  più 
aspera  et  più  grossa.  Et  per  questo 
lacqua,  che  è  nella  superficie,  è  più 
dolce  che  nel  fondo  (2). 


<  seguitano  la  vera  madre  >,  con  Plinio,  Historia  nat.,  L.  X,  e.  LXXIll, 
p.  1  ;  Manoscritto  E,  f.  14  recto  :  €  Rondine.  Questa  co  la  celidonia  lumina  i 
*  sua  ciechi  nati  >,  con  Plinio,  Hist.  nat.,  L.  Vili,  e.  27,  p.  65  :  Mano- 
scritto E,  f.  48  verso:  «  Ermellino.  Moderanza  raffrena  tutti  i  vizi.  L'ermellino 

<  prima  voi  morire  che  imbrattarsi  »,  con  Plinio,  Eist.  nat.,  L.  Vili,  e.  15, 
p.  55. 

(1)  Leonardo,  Cod.  Atl.,  f.  319  verso.  A  proposito  della  diflerenza,  che  passa 
fra  una  cosa  bella  ed  una  brutta,  il  Vinci  segna  dunque:  e  allega  Plinio». 

(2)  Plinio,  Eist.  nat.,  L.  II,  e.  13,  14,  15,  16. 


248 


E.  SOLMI 


e  sottile  parte,  la  qual  facilmente  il 
caldo'  a  sé  tira,  rimane  la  parte  più 
aspra  e  più  grossa,  e  per  questo 
l'acqua,  che  è  nella  superfizie,  è  più 
dolcie  che  nel  fondo.  Contro  a  questa 
si  contradice  colle  medesime  sopra 
dette  ragioni,  cioè  che  il  medesimo 
accaderebbe  alle  paduli  e  altre  acque 
che  per  il  caldo  s'asciugano  (1). 

Leonardo. 

Plinio  afferma  che  la  terra  cotta 
in  aceto  è  impenetrabile. 

Come  la  prima  pittura  fu  sol  d'una 
linia,  la  quale  circondava  l'ombra  del- 
l'omo, fatta   dal  sole  ne'  muri  (2). 


Non  si  sa  certo,  né  anco  fa  al 
proposito  nostro,  quando  la  pittura 
avesse  principio.  Ma  tutti  s'accordano 
che  nascesse  dall'ombra  dell'uomo, 
fatta  ne'  muri  (3). 


GLI. 


Plutarco.  Reputo  non  improbabile  la  conoscenza  per  parte 
di  Leonardo  del  De  placitis  philosophorum  dello  pseudo-Plutarco 
(Tiepì  TuJv  dpecJKÓv  tujv  q)i\oaó(poi(;  (puaiKwv  òoymcitujv),  edito 
in  Venezia  nel  1509.  Da  nessun'altra  opera,  in  modo  cosi  spe- 
cifico, come  (la  questa,  parrai  tratta  la  notizia,  che  il  Vinci  pos- 
siede intorno  all'opinione  di  Epicuro  sulla  grandezza  del  sole  (4). 


GLII. 


PoRTiNARi  Benedetto.  La  famiglia  fiorentina  de'  Portinari 
avea  grandi  interessi  commerciali  con  la  Francia,  Fiandra,  Ger- 
mania e  Svizzera,  per  i  quali  si  servi  dopo  il  1476  di  un  Bene- 


(1)  Leonardo,  Manoscritto  G,  f.  48  verso. 

(2)  Leonardo,  Manoscritto  2307,  f.  6  recto.  Cfr.  6  verso  e  8  recto. 

(3)  Plinio,  Hist.  nat.,   L.  XXXV,  5. 

(4)  Leonardo,  Manoscritto  F,  f.  5  recto,  6  recto,  8  verso,  10  recto.  «  Mai 


1 


LE   FONTI  DI  LEONARDO  DA  VINCI  249 

detto  Dei,  autore  di  una  Cronaca  molto  preziosa,  dove  son  rac- 
colte notìzie  sui  costumi  e  sugli  avvenimenti  di  molti  popoli  (1). 
A  uno  di  questa  famiglia  di  commercianti  e  di  viaggiatori  è 
da  riferirsi  la  nota  di  Leonardo  :   «  domanda  a  Benedetto  Porti- 

<  nari  in  che  modo  si  corre  per  lo  ghiaccio  in  Fiandra  »  (2). 
Si  sa  che  nell'Archivio  di  Stato  di  Firenze,  Balia,  Filza  Dei, 
V.  VI,  p.  64,  vi  son  lettere  di  Benedetto  Portinari  a  Benedetto 
Dei,  quando  questi  era  in  Milano  nel  1482,  e  non  vi  sarebbe  da 
stupire,  se  si  trovasi  qua  e  là  rammentato  Leonardo. 

Noto  inoltre  che  di  Benedetto  Dei,  viaggiatore  fiorentino,  gaz- 
zettiere e  faccendiere  nelle  corti  italiane,  vien  messa  in  satira 
da  Leonardo  stesso  nei  suoi  Manoscritti  la  mania  di  spacciare 
le  più  grosse  notizie  dell'Oriente  e  dei  Turchi,  in  diversi  fram- 
menti di  lettere  giocose,  contenute  nel  Codice  Atlantico,  f.  311  r.: 
«Questo  gigante  era  nato  nel  mont'Ata laute,  ed  era  nero,  ed 
«  ebbe  contro  Artaserse  cogli   Egizi  e  Arabi,  Medi  e  Persi  ;  vi- 

<  veva  in  mare  delle  balene,  gran  capidogli  e  de'  navili.  —  Caro 
«Benedetto  Dei,  Per  darti  nuove  de  le  cose  qua  di  levante, 
«  sappi  come  del  mese  di  Giugno  è  apparito  un  gigante,  che  vien 
«  di  la  diserta  Libia.  —  A  similitudine  de  le  formiche,  che  sfu- 
«  riandò  or  qua  or  là,  su  pel  rogero  abbattuto  da  la  scure  del 


<  non  posso  fare  ch'io  non  biasimi  molti  di  quelli  antichi,  li  quali  dissono,  che 

<  il  scie  non  avea  altra  grandezza,  che  quella  che  mostra,  fra'  quali  fu 
«  Epicuro  ».  «  Contro  a  Epicuro,  che  dice  :  tanto  è  grande  il  sole  quanto  e' 

<  pare  ».  «  Dice  Epicuro  il  sole  essere  tanto,  quanto  esso  si  dimostra  ».  e  Epi- 

<  curo  disse  che  '1  sole  era  tanto  grande,  quanto  esso  parca  »  ecc.  «  'L  sole  è 

<  un  piede  »  ecc.  Cfr.  Plutarco,  De  plac.  phil..  Il,  22  :  *  Eraclito  di  lun- 

<  ghezza  d"un  piede  umano.  Epicuro  dice  esser  credibili  tutte  le  precedenti 

<  opinioni,  o  che  sia  tanto  grande  quanto  e'  pare,  o  poco  maggiore,  o  mi- 
«  nore  ».  Nessuna  traccia  invece  nei  manoscritti  vinciani  dell'altra  opera  dì 
Plutarco  :  Plutarchi  Cheronei  Divi  Trayani  praeceptoris  Graecorum 
Clarissimi  Historici  ac  Philosophi  Problemata  eniendalissinia,  in-4'  pic- 
colo, s.  1.  n.  d.  E  la  prima  edizione,  posseduta  dalla  Comunale  di  Mantova. 

(1)  Sulla  Cronaca  di  Benedetto  Dei,  che  si  conserva  nella  Biblioteca  Ric- 
cardiana  di  Firenze,  vedi  Uzielli,  La  vita  e  i  tempi  di  Paolo  dal  Pozzo 
Toscanelli  (1894),  pp.  553  sgg. 

(2)  Leonardo,  Cod.  Atlantico,  f.  225  recto. 


250  E.   SOLMI 

«  rigido  villano  —  Caduto  il  Ger  gigante,  per  la  cagione  de  la 
*  insanguinata  e  fangosa  terra,  parve  che  cadessi  una  montagna; 
«  onde  la  campagna,  a  guisa  di  terremoto,  con  ispavento  a  Plu- 
«  tone  infernale;  e,  per  la  gran  percossa,  ristette  su  la  piana 
«  terra  alquanto  stordito,  onde  subito  il  popolo,  credendo  fussi 
«  morto  di  qualche   saetta ,  tornando  la  gran  barba,  a  guisa  di 

«  formiche,  che  scorrano  sfuriando  per  [ ]  del  caduto  rogero, 

«  cosi  questi  scorrendo  per  l'ampie  membra,  e  le  traversando, 
«  con  ispesse  ferite,  onde  risentito  il  gigante,  e  sentendosi  quasi 
«coperto  da  la  moltitudine,  subito,  sentendosi  cuocere  per  le 
«  punture,  mise  un  muglio,  che  parve  fussi  uno  spaventoso  tono, 
«e  posto  le  mani  in  terra,  e  levalo  il  pauroso  volto,  e  postosi 
«  una  de  le  mani  in  capOj  trovosselo  pieno  d'uomini  appiccati  a' 
«capegli,  a  similitudine  de'  minuti  animali,  che  da  quegli  so- 
«  gliono  nascere  ;  onde  scotendo  il  capo ,  gli  omini  faceano  non 
«  altre  menti  per  l'aria,  che  si  faccia  la  grandine,  quando  va 
«con  furor  di  venti;  e  trovossi  molti  di  questi  uomini  esser 
«  morti  da  quegli,  che  gli  terapestavan  adosso.  Po'  ritto,  co'  piedi 
«  calpestando.  —  E  per  la  gran  caduta  parve  la  provincia  tutta 
«  tremassi.  —  E  attenendosi  a'  capegli ,  e  'ngegnandosi  nascon- 
«  dere  tra  quegli,  facevano  a  similitudine  de'  marinai,  quand'àn 
«  fortuna,  che  corron  su  per  le  corde,  per  rabbassar  la  vela  a 
«  poco  vento  ».  Gfr.  Codice  Atlantico,  f.  96  verso.  «  La  nera  faccia, 
«  sul  primo  oggetto,  è  mollo  orribile  e  spaventosa  a  riguardare, 
«e  massime   l'ingrottati  e  rossi  occhi,  posti  sotto  le  paurose  e 

«  scure  ciglia,  da  fare  rannuvolare  il  tempo  e  tremare  la  terra 

«Oh  quante  infelici  madri  e  padri  furono  privati  de'  lor  figli! 
«  Oh  quante  misere  femmine  private  de'  la  lor  compagnia!  Certo, 
«  certo,  caro  mio  Benedetto,  io  non  credo  che,  poi  che  '1  mondo 
«  fu  creato,  fusse  mai  visto  un  lamento,  un  pianto  pubblico  esser 
<  fatto  con  tanto  terrore  ». 

Leonardb  convinto  della  grande  importanza  della  esperienza 
altrui  come  integrazione  della  propria,  non  fu  soltanto  in  rap- 
porto con  viaggiatori  come  Benedetto  Portinari  e  Benedetto  Dei, 
ma  con  banchieri,  che   risiedevano   in   varie   parti  del  mondo, 


LE  FONTI  DI  LEONARDO  DA  VINCI  251 

principalmente  fiorentini.  Un  elenco  caratteristico  contenuto  nel 
Codiqe  Atlantico,  f.  367  verso,  ci  dà  il  nome  di  alcuno  dei  suoi 
informatori,  dai  quali  il  Nostro  ricevette  tante  preziose  notizie 
sugli  uomini  e  sulle  cose  forestiere:  <  Perpignana:  Giuliano  Gondi. 
« —  Roano:  Tommaso  Ridolfi.  —  liione:  Tommaso  Capponi.  — 
«  Anecy:  Gerardo  Paganelli. —  Parigi:  Nicolò  del  Nero.  — Granto: 
«Simon  Zati. —  Brugia:  Nasi. —  Olanda:  Redi  di  Leonardo  Ma- 
«  nelli,  Guglielmo  di  San  Martino,  Bartolomeo  del  Tovaglia,  An- 
«  drea  Arrigucci,  Nicolò  Capponi,  Giovan  Portinari  ».  Son  tutti 
banchieri  e  commercianti,  spesso  fiorentini,  che  si  possono  iden- 
tificare facilmente  tenendo  presente  il  lavoro  del  Picot,  Les  ilaliens 
en  France  au  XVI'  siècte  (in  Bulletin  iialien,  1902,  t.  I,  p.  124 
e  t.  II,  p.  48),  dove  son  ricordati  Giuliano  Gondi,  Tommaso  Ri- 
dolfi, ecc. 


GLIII. 

PosTiERLL  La  nota  del  Codice  Atlantico  '  el  Cusano  medico  — 
imbasciatore — e  denari  —  el  libro  del  Postieri  '  (1)  che  nella  prima 
parte  si  riferisce  a  Niccolò  Cusani,  professore  di  medicina  nel- 
l'Università di  Pavia  nel  1486  (2),  da  non  confondersi  con  Niccolò 
Cusano  o  da  Cusa,  il  famoso  filosofo,  non  si  sa,  nell'ultima  parte, 
a  che  '  libro  '  si  riferisca  e  a  che  Postieri  o  Postierli,  della  fa- 
mosa famiglia  lombarda  dei  Pusterla  (3). 


(1)  Leonardo,  Cod.  Atlantico,  f.  89  verso. 

(2)  Luca  Pacioli  nomina  accanto  a  Leonardo  da  Vinci,  il  reverendo  padre 
e  sublime  teologo  maestro  Gomezio,  Fra  Domenico  Ponsone  predicatore,  il 
reverendo  P.  M.  Francesco  Busti  reggente  il  Convento  delle  Grazie:  fra  i 
secolari  Galeazzo  Sanseverino,  Ambrogio  Rosate,  Alvise  Marliani,  Gabriele 
Pirovani,  Andrea  Novarese  e  Niccolò  Cusani. 

(3)  Su  Baldassarre  Pusterla  e  la  sua  famiglia,  fiorente  in  Milano  sulla 
fine  del  XV  sec.,  cfr.  Prato,  Storia  di  Milano,  in  cArch.  Stor.  It.  »,  t.  Ili 
(1&42),  pp.  223,  224,  225. 


252  E.   SOLMI 


GLIV. 


Prete  Florenzio.  La  Biblioteca  Trivulzio  possiede  di  questo 
dotto  sacerdote,  musicista  del  sec.  XV,  un  elegantissimo  ms.  in 
95  fogli  di  pergamena,  di  formato  piccolo  in  fol.  (tuttora  inedito) 
dedicato  al  Cardinale  Ascanio  Sforza:  Florentii  musici  sacerdo- 
tisque  ad  illustrissiraum  ac  amplissimum  dominura  et  dominum 
Ascanium  Mariam  sf  Vicecomitem  ac  Sancti  Viti  Diaconum  Gar- 
dinalem  dignissimum,  Libermusices  incipit;  composto,  a  quanto 
pare,  prima  del  1492.  Appartenne  già  al  conte  Paolo  Monti.  Ha 
due  frontispizi  elegantemente  miniati,  con  piccole  figure  della 
scuola  di  Leonardo;  una  di  queste  si  vuole  rappresenti  il  ritratto 
del  Vinci,  che  in  quel  torno  era  in  Milano.  Il  Milanesi  ritiene  le 
miniature  di  questo  codice  del  fiorentino  Attavante  (1). 


GLV. 


Proporzioni.  Non  si  può  stabilire  con  precisione,  se  la  nota 
del  Codice  Atlantico  «  fatti  mostrare  a  messer  Fazio  di  propor- 
«  zione  »  (2)  si  riferisca,  come  è  più  probabile,  all'opera  dell'arabo 
Alkindi,  già  accennata ,  oppure  al  Tractatus  de  Proportionibus 
di  Tommaso  Bradwardino,  arcivescovo  di  Canterbury,  che  era 
stato  edito  a  Parigi  nel  1495  (3). 


(1)  D'Adda,  Leonardo  da  Vinci  e  la  sua  libreria,  p.  24,  n.  1.  Milanesi 
in  Vasari,  Vite,  IV,  p.  28  nota  8.  Uzielli,  Ricerche  (1884),  p.  386. 

(2)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  222  recto. 

(3)  Gli  altri  scritti  del  Bradwardino,  intorno  ai  quali  vedi  Gantor,  Gè- 
schichte  der  Math.,  v.  II,  pp.  102  sgg.,  sono  il  De  quadratura  circuii  edito 
in  Parigi  nel  1495,  Y Arithmetica  speculativa  edita  in  Parigi  nel  1502,  la 
Geometria  speculitiva  edita  in  Parigi  egualmente  nel  1511.  Si  noti  tuttavia, 
che  anche  Nicola  Oresme  scrisse  un  Algorismus  proportionum  importante 
per  l'uso  delle  frazioni  ordinarie  e  per  l'introduzione  dei  loro  simboli. 
Cfr.  GuRTZE,  Die  mathematischen  Schrifien  des  Nicole  Oresme,  Thorn,  1870. 


LE  FONTI  DI  LEONARDO  DA  VINCI  263 


CLVI. 

Prospettivo  Milanese  dipinctore.  «  Antiqicarie  prospetiche 
Romane.  Composte  per  prospectivo  Melanese  (iepictore,sA.sX*. 
Pongo  fra  i  libri  posseduti  da  Leonardo  anche  questo,  perchè  fu 
edito  fra  il  1499  e  il  1506  con  Dedica  al  Vinci,  che  vi  è  chia- 
mato «  colle  parole  un  proprio  Cato  »  (1). 

CLVII. 

Pucci  Antonio.  Fra  i  poeti  del  secolo  XIV  uno  dei  più  arguti 
e  dei  più  popolari  fu,  senza  dubbio,  Antonio  Pucci,  figliuolo  dì  un 
fonditore  di  campane  ed  egli  stesso  operaio,  in  questo  mestiere 
manuale,  che  tuttavìa  non  gli  tolse  la  vena  della  poesia  (2). 
Oltre  la  Reina  di  Oriente  il  Pucci  volse  in  terza  rima  la  Cro- 
naca di  Giovanni  Villani  e  scrisse  un  Epistola  sulle  cose  di  Fi- 
renze del  1373  ed  altre  Rirr^  argute,  in  cui  coltivò  quella  ma- 
niera piacevole,  che  fu  più  tardi  perfezionata  dal  Berni  (3).  È 
singolare,  che  Leonardo  da  Vinci  leggesse  la  Historia  de  la  Reina 
d" Disiente,  e  trascrivesse  dal  Quarto  Cantare  l'ottava  trenta treesima 
che  alcuni  incauti  avevan  fatta  invenzione  originale  del  pittore 
fiorentino,  a  prova  delle  sue  attitudini  poetiche,  c^gi  più  che 
mai  dubbie  e  discutibili.  Il  Pucci  cosi  descriveva  il  cort^gio  di 
un  gigante,  grande  quindici  braccia  e  grosso  quattro: 

Pucci. 

Ed  era  tutto  ner  come  carbone. 
Gl'occhi  avea  rossi,  come  foco  ardente. 


(1)  Goti  G.,  Intorno  ad  un  Opuscolo  rarissimo  della  fine  del  sec.  XV, 
intitolato  Antiquarie  Prospettiche  Romane,  composto  per  Prospettivo  Mi- 
lanese dipintore  e  dedicato  a  Leonardo  da  Vinci,  in  Atti  della  R.  Acca- 
demia dei  Lincei,  S.  II,  voi.  3,  Roma,  187(5,  p.  13. 

(2)  TiRABOSCHi,  Storia  della  letteratura  italiana  (1795),  voi.  II,  237-238. 

(3)  Quadrio,  Storia  della  volgar  poesia,  t.  II,  p.  551. 


254  E.   SOLMI 

E  cavalcava  un  terribii  roncione, 
Sei  braccia  grosso  e  lungo  più  di  vente, 
Quattro  leon  legati  avea  a  l'arcione, 
Mordeva  ad  arte  lor  l'anche  co'  denti, 
Semila  porci  all'intorno  con  zanne 
Fuor  della  bocca  più  di  sette  spanne  (1). 

E  Leonardo,  trascrivendo  forse  da  altro  codice  (poiché  cotal 
genere  di  poesìa  era  destinato  ad  essere  cantato  per  le  piazze  e 
sulle  pubbliche  vie  a  divertimento  del  popolo,  quindi  modificata 
dai  cantastorie  secondo  il  loro  genio),  annota  nel  Manoscritto  I: 

Leonardo. 
Era  più  nero  ch'un  calabrone, 
Gli  occhi  avea  rossi,  com'un  foco  ardente, 
E  cavalcava  sopra  un  gran  ronzone, 
Largo  sei  spanne  e  lungo  più  di  vente. 
Con  sei  giganti  attaccati  all'arcione, 
E  uno  in  mano  che  '1  rodea  col  dente, 
E  dirieto  li  venia  porci  con  zanne 
Fori  della  bocca  dieci  spanne  (2). 


GLVIIL 

Pulci  (Luca).  Di  questo  scrittore  Leonardo  possedeva,  oltre 
alla  traduzione  delle  Epistole  di  Ovidio,  il  «  Driadeo  »  (3)  cioè  «  Il 
«  Driadeo  composto  in  rima  octava  da  Lucio  Pulci  ».  Firenze, 
1478,  1481,  1483,  1487,  ecc.,  donde  però  nulla  trasse. 


(1)  Pucci,  Historia  della  Reina  d'Oriente.  Poema  cavalleresco  del  XI Y 
secolo,  puh.  dal  dr.  Anicio  Bonucci,  Bologna,  1862,  p.  81.  Questa  edizione 
è  stata  fattasu  un  God.  Vegettiano  n.  15  della  Bibl.  Univ.  di  Bologna  e  sul 
Cod.  Lanzi  di  Roma. 

(2)  Leonardo,  Manoscritto  I,  f.  139  recto.  Le  varianti  sono  considere- 
voli, ma  si  comprendono  in  un  poemetto  d'indole  popolare  come  la  Reina 
d' Oriente. 

(3)  Leonardo,  Cod.  Atlantico,  f.  210  recto. 


LE  FONTI  DI  LEONARDO  DA  VINCI  255 


CLIX. 

PoLci  (Luigi).  Uno  degli  autori  prediletti  di  Leonardo  fu  Luigi 
Pulci,  ammirabile  per  la  semplicità  e  per  la  festività  del  det- 
tato. Possedeva  il  «  Morgante  »(1),  cioè  «  il  Morgante  maggiore 

*  di  Luigi  Pulci »  Venezia ,  1488,  o  alcuna  delle  edizioni 

precedenti  e  seguenti.  Nessuna  traccia  testuale  di  quest'opera  ho 
rinvenuta  nei  manoscritti. 


CLX. 

Quadrante.  La  nota  vinciana  'quadrante  di  Carlo  Marmocchi '(2), 
può  riferirsi  tanto  allo  strumento  astronomico,  col  quale  si  co- 
nosce, e  calcola  la  posizione  e  l'altezza  delle  stelle,  quanto,  come 
è  più  probabile,  ad  un  trattato  analogo  a  quello  che  Andalone 
del  Negro  fece  sull'astrolabio  (che  spesso  viene  usato  come  si- 
nonimo del  quadrante),  e  che  fu  edito  in  Ferrara  nel  1745.  (Opus 
praeclarissimum  Astrolabii  compositum  a  domino  Andalo  de 
Nigro  genuensi  foeliciter  incipit.  (In  fine):  Magister  Johannes 
Pacardus  hunc  libì^m  impressit  et  finivU  anno  Domini  1745. 
In  fol.,  in  scrittura  gotica,  in  19  f.)  (3). 

CLXI. 

Riccardo  di  Swineshead.  Questo  filosofo  inglese,  pensatore  sot- 
tile e  vigoroso,  benché  poco  conosciuto  dagli  storici  della  filosofia, 


(1)  Leonardo,  Cod.  Atlantico,  f..210  recto. 

(2)  Leonardo,  Cod.  Atlantico,  f.  12  verso. 

(3)  Dizionario  della  Crusca,  alla  parola  «quadrante»  Zi6r.  Asfr.  «Sappi 
<  la  maggiore  altezza  di  quella  pianta  per  l'astrolabio  o  quadrante  o  per 
«  altro  strumento  ».  Su  Andalone  del  Negro  ed  i  suoi  scritti  cfr.  Ximbnss,  Bel 
vecchio  e  nuovo  gnomone  fiorentino,  Firenze,  1757,  p.  lx  ;  Giustiniani, 
Scrittori  liguri,  Roma,  1667,  p.  49  ;  Soprani,  Scrittori  della  Liguria,  Ge- 
nova, 1667,  p.  17;  Libri,  Histoire,  i.  II,  p.  200. 


256  E.   SOLMI 

può  considerarsi  un  precursore  di  Niccolò  Cusano  nell'idea,  essen- 
zialmente pitagorica ,  di  servirsi  dei  rapporti  numerici  per  arri- 
vare alla  conoscenza  dei  rapporti  delle  cose  reali.  L'opera  sua 
più  importante  è  YOpus  aureum  calculationum,  che  tratta  in 
quattro  capitoli  de  motu  locali,  ma,  come  osservò  giustamente  il 
Brucker,  «  his  capitibus  metapìiysicam  magis  quam  physicam,  ra- 
«  tionis  algebricis,  explicat  »  (1).  Leonardo  citando  '  Suisset  calcu- 
latore  '  (2)  si  riferisce  alla  edizione  dello  Swineshead  che  porta 
per  titolo:  Suiseih  Anglici,  Opus  aureuTn  calculationum  quod 
inscribitur:  calculator  ex  recognitione  lohan.  Tollentini Pa- 
dova, 1498.  È  notevole  che  questa  edizione  contenga  un'epistola 
'ad  Ambrosium  Rosatum  ',  il  famoso  medico  astrologo,  che  Leo- 
nardo conobbe,  e  avvicinò,  forse  con  disprezzo,  in  Milano. 

Lo  Swineshead  era  stato  studiato  ai  tempi  del  Vinci  principal- 
mente dal  veronese  Giovanni  Tollentini,  di  cui  van  ricordate  qui 
le  opere:  Subtilissimi  anglici  doctoris  Suiseih  calculationum 
liber  emendaius,  ecc.  Papiae  per  Fr.  Gyrardengum,  1498,  in  fol.; 
Introductorium  ad  calculationem  anglici  doctoris  Suiseih,  ecc. 
Venetiis,  1505,  in  fol. 


GLXIL 

Rosate  da  Gio.  Ambrogio.  La  nota  '  Johannes  Antonio  de  lo- 
hannes,  Ambrosius  de  Rosate  (3)  '  e  l'altra  '  Gian  de  la  Rosa  toltoli 
i  danari  '  (4)  mostrano  rapporti,  che  non  poterono  essere  che  fra 
avversari,  di  Leonardo  con  l'astrologo,  e  medico  di  Lodovico  il 
Moro,  Ambrogio  Varese  da  Rosate,  nato  a  Milano  nel  1437  e 
laureato  come  '  artium  et  medicinae  doctor  '  nel  1461  all'Uni- 
versità di  Pavia,  dove   tenne  la   cattedra  ad  Lecturam  Alman- 


(1)  Leon'ardo,  Manoscritto  F,  copertina  nel  verso. 

(2)  Brucker,  Historia  critica  philosophiae,  voi.  Ili,  p.  849.  Gfr.  voi.  VI, 
p.  667. 

(3)  Leonardo,  Manoscritti  di  Windsor,  XII  f.  r. 

(4)  Leonardo,  Manoscritto  L,  ì°  verso  della  copertina. 


LE   FONTI    DI   LEONARDO   DA   VINCI  257 

soris.  Giacomo  Trotti,  oratore  di  Ferrara,  scriveva  al  duca  Ercole, 
in  data  10  novembre  1489,  che  maestro  Ambrogio  da  Rosate  era 
stato  chiamato  «  volando»  da  Lodovico  Sforza  a  Vigevano,  «perchè 
«il  tutto  passi  bene  sotto  puncto  de  astrologia,  cum  la  quale 
«  astrologia  S.  Ex'  governa  ogni  sua  actione  »  (1).  Filosofo  prestan- 
tissimo, fisico  ducale  primario  è  chiamato  il  Varese  da  Giulio 
Emilio  Ferrari  da  Novara  nella  dedicatoria  dell'opera  «  Ausonii 
«  Peonii  Epigrammata*,  nella  quale  vien  lodato  esageratamente 
come  medico,  filosofo,  storico,  poeta,  e  specialmente  per  i  «  Phi- 
«  losophiae  et  astronomiae  tua  monumenta,  quae  brevi  editurus», 
che  infatti  furono  stampati  a  Venezia  nel  1494.  Il  Vinci  ben 
poco  potè  trarre  d'utile  da  tali  scrìtti  (2). 

CLXIII. 

Rdpicissa  Giovanni.  Sotto  questo  nome  Leonardo  accenna  a 
Jean  de  la  Roquetaillade,  autore  di  un  Liber  liccis,  del  qual  libro 
si  conserva  un  frammento  manoscritto  nella  Biblioteca  civica  di 
Padova  (al  n.  G  R  xM  623  e.  95  verso)  (3). 


CLXIV. 
Rustici  Giovan  Francesco.  Il  nome  di  «  Francesco  »  più  volte 


(1)  Gabotto  F.,  L'astrologia  nel  quattrocento,  ecc.  (1889),  pp.  8  e  9. 
UziELLi,  Ricerche  intomo  a  Leonardo  da  Vinci  (1897),  1,  p.  371. 

(2)  Varisii  de  Rosate  Ambrosi!,  Monumenta  philosophiae  et  astronomiae, 
Venetiis,  per  Magistrutn  Johannem  de  Gereto  alias  Tacuinum  de  Tridinum, 
1494,  in  f». 

(3)  Leonardo,  Manoscritto  K,  f.  128  verso.  Un  manoscritto  del  Rapi- 
cissa  è  annoverato  anche  tra  i  Godici  Palatini  al  n.  695:  Gfr.  Catalogo, 
voi.  II,  p.  248.  Il  Ravaisson  Mollien,  leggendo  il  nome  «  Giovanni  Rupi- 
«  cissa  >,  ha  insinuato  che  Leonardo  conosca  VOpus  consideratione  quintae 
essentiae  rerum  omnium.  Giò  è  poco  probabile:  1»  perchè  si  tratta  di  una 
opera  di  alchimia,  poco  cara  al  Vinci  ;  2"  perchè  questo  scritto  fu  edito,  in 
francese,  per  la  prima  volta  nel  1549  e  in  latino  nel  1561.  Accanto  al  nome 
di  Giovanni  Rupicissa  l'artista  segna  quello  di  (Andrea  della)  Robbia. 

GiomaU  storico.  —  Snppl.  n»  10-11.  "  17 


258  E.   SOLMI 

ripetuto  da  Leonardo  nei  suoi  Manoscritti,  è  un  ricordo  dei  rap- 
porti strettissimi,  che  passarono  fra  il  Nostro  ed  il  Rustici,  il 
quale,  stando  presso  Andrea  del  Verrocchio,  piacendogli  la  bella 
maniera  e  i  modi  del  Vinci,  e  parendogli  che  l'aria  delle  sue  teste 
e  le  movenze  delle  sue  figure  fossero  più  graziose  e  fiere,  che 
quelle  d'altri,  si  accostò  a  lui,  e  lo  servì  con  ogni  amorevole 
sommessione.  «  Gli  pose  tanto  amore  esso  Leonardo,  aggiunge  il 
«  Vasari,  conoscendo  quel  giovane  di  buono  e  sincero  animo  e 
«  liberale,  e  diligente  e  paziente  nelle  fatiche  dell'arte,  che  non 
«  facea  né  più  qua,  né  più  là  di  quello  che  voleva  Giovanfran- 
«  Cesco,  il  quale,  perciocché,  oltre  all'essere  di  famiglia  nobile, 
«  aveva  da  vivere  onestamente,  faceva  l'arte  più  per  suo  diletto 
«  e  desiderio  d'onore,  che  per  guadagnare  ». 

Nel  1501  e  nel  1508  il  Vinci  dimorò  presso  Giovanfrancesco 
Rustici,  che  stava  in  casa  Piero  di  Braccio  Martelli,  nella  via 
de'  Martelli.  «  Imparò  Giovanfrancesco  da  Leonardo  molte  cose, 
«ma  particolarmente  a  fare  cavalli,  de'  quali  si  dilettò  tanto, 
«  che  ne  fece  di  terra,  di  cera  e  di  tondo  e  bassorilievo,  in  quante 
«  maniere  si  possono  immaginare  »  (1).  Leonardo  lo  aiutò  anche 
del  suo  consiglio  e  della  sua  opera  nelle  statue  bellissime  in 
bronzo,  che  si  trovano  nelle  nicchie  esterne  della  chiesa  di  Or 
San  Michele  in  Firenze. 

Il  Vasari  dice  del   Rustici,  che  si  volle  star  sempre  da  sé,  e 


(1)  Vasari,  Le  opere,  p.  912.  Leonardo,  Manuscrits  inédits  de  Léonard 
de  Vinci  (British  Museum  London),  Sciences  physico-mathématiques.  Colle- 
zione Rouveyre,  I,  f.  1  recto.  «  Cominciato  in  Firenze  in  casa  Piero  di  Braccio 
«  Martelli,  addi  22  di  marzo  1508.  E  questo  fia  un  raccolto  sanza  ordine,  tratto 
«  di  molte  carte,  le  quale  io  ho  qui  copiate,  sperando  poi  di  metterle  per 
«  ordine,  alli  lochi  loro,  secondo  la  materia,  di  che  esse  tratteranno.  E  credo 
-«  che,  avanti  ch'io  sia  al  fine  di  questo,  io  ci  arò  a  riplicare  una  medesima 
«  cosa  pili  volte,  si  che  lettore  non  mi  biasimare,  perchè  le  cose  son  molte, 
«  e  la  memoria  non  le  pò  riservare,  e  dire:  questa  non  voglio  scrivere,  perchè 
«  dinanzi  la  scrissi  —  e  s'io  non  volessi  cadere  in  tale  errore,  sarebbe  neces- 
«  sario,  che  per  ogni  caso  ch'io  ci  volessi  copiare  su,  che  per  non  replicarlo, 
«  io  avessi  senpre  a  rileggere  tutto  il  passato,  e  massime  stante  co'  lunghi 
«  intervalli  di  tempo  allo  scrivere  da  una  volta  a  un'altra  ». 


1 


LE   FONTI   DI   LEONARDO   DA   VINCI  259 

far  vita  quasi  da  filosofo.  E  aggiunge  :  <  Non  fu  mai  il  più  pia- 
«  cevole  e  capriccioso  uomo  di  Oiovanfrancesco,  né  chi  più  si 
«  dilettasse  d'animali.  Si  aveva  fatto  cosi  domestico  un  istrice, 
«  che  stava  sotto  la  tavola  com'un  cane,  e  urtava  alcuna  volta 
«  nelle  gambe  in  modo,  che  ben  presto  altri  le  tirava  a  sé.  — 
<  Aveva  un'aquila  e  un  corbo,  che  dicea  infinite  cose,  si  schiet- 
«  tamente,  che  pareva  una  persona.  —  Attese  anco  alle  cose  di 
«  negromanzia  »  (1). 

GLXV. 

Sacchetti  (Franco).  Reputo  probabile  la  conoscenza  per  parte 
di  Leonardo  delle  Novelle  di  Franco  Sacchetti,  che  si  conserva- 
vano tuttavia  in  pochi  e  rari  manoscritti,  se  pure  non  si  tratta, 
per  la  *  facìetia  »,  ch'io  riferirò  qui  sotto,  di  una  sorgente  comune 
e  sconosciuta  per  noi,  alla  quale  avrebbe  attinto  tanto  il  Vinci, 
che  il  Sacchetti  medesimo: 

Leonardo.  Sacchetti. 
Sendo  uno  infermo  in  articulo  di  Non  istante  molto, e  venendosi  nelli 
morte,  esso  sentì  battere  la  porta,  e  estremi,  che  poco  area  di  conosci- 
domandato  uno  de'  sua  servi,  chi  era  mento,  andò  a  lui  una  sua  vicina, 
che  batteva  l'uscio,  esso  servo  rispose  come  tutte  fanno,  la  quale  avea  nome 
esser  una, che  si  chiamava  Madonna  donna  Bona,  e  disse:  —  Basso,  Dio 
Bona;  allora  l'infermo  alzate  le  brac-  ti  facci  sano,  io  sono  la  tua  vicina 
eia  al  cielo  ringraziò  Dio,  con  alta  monna  Bona.  —  E  quelli  con  gran  fa- 
voce,  poi  disse  ai  servi,  che  lascias-  tica  guata  costei,  e  disse  appena  che 
«ero  venire  presto  questa,  acciocché  si  potea  intendere  :  —  oggimai,  perchè 
potesse  vedere  una  donna  bona,  in-  io  muoia,  me  ne  vo  contento,  che  ot- 
nanzi  che  esso  morisse,  imperocché  tanta  anni,  che  io  sono  vissuto,  mai 
in  sua  vita  mai  ne  vide  nessuna  (2).  non  ne  trovai  alcuna  bona  (3). 


ì 


(1)  Vasari,  Le  opere,  p.  915. 

(2)  Leonardo,  South  Kensington  Museum,  II*,  f.  44  recto. 

(3)  Sacchetti  Frango,  Delle  novelle,  Milano,  1804,  I,  p.  75.  Gfr.  E.  Lbti, 
//  loico  piacevole  Basso  della  Penna,  Pavia,  1907. 


260  E.   SOLMI 


GLXVI. 


Salmi.  Nella  libreria  di  Leonardo  non  potevano  mancare  ac- 
canto alla  Bibbia  i  «  Salmi  »  (1),  cioè  :  «  Il  psalterio  de  david  in 
«  lingua  vulgare  per  Malermi  in  Venetia  nel  MCCCCLXXVI, 
in  fol.,  s.  n.  »,  se  pure  anche  il  Vinci  non  possedeva  qualcuna 
delle  innumerevoli  edizioni  latine,  come  risulterebbe  dalla  cita- 
zione: «  Domine,  ne  in  furore  tuo  arguas  me,  neque  in  ira  tua 
«  corripias  me  »  (2). 

GLXVII. 

Sangallo.  Nel  1490  Giuliano  da  Sangallo  (1443-1517),  recatosi 
alla  corte  di  Lodovico  il  Moro,  per  ordine  di  Lorenzo  de'  Medici, 
acciocché  gli  facesse  il  modello  di  un  palazzo,  entrò  nello  studio 
di  Leonardo,  che  lavorava  allora  alla  colossale  statua  equestre 
per  Francesco  Sforza.  «  Nella  medesima  città  (cioè  in  Milano), 
«  scrive  il  Vasari,  furono  insieme  Giuliano  e  Leonardo  da  Vinci, 
<  che  lavorava  col  Duca,  e  parlando  esso  Leonardo  del  getto  che 
«  far  voleva  del  suo  cavallo,  si  ebbe  bonissimi  documenti  »  (3). 

Né  meno  cordiali  furono  i  rapporti  di  Leonardo  con  Antonio 
da  Sangallo,  di  cui  il  Verino  cantava: 

Glarior  et  fuso  longe  est  Antonius  aere. 

A  quest'ultimo,  famoso  come  fonditore,  si  riferisce  l'artista  con 
la  nota:  «Dimanda  maestro  Antonio  come  si  piantan  bombarde 
«  e  bastioni  di  di  e  di  notte  »  (4). 

A  Giuliano  o  ad  Antonio  si  posson  riferire  gli  appunti  di  Leo- 
nardo: «  Dov'è  Valentino?  —  stivali  —  casse  in  dogana  —  talleri 


(1)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  210  recto  «  Salmi  ». 

(2)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  394  recto. 

(3)  Vas.\ri,  Le  vite,  p.  494. 

(4)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  22  recto. 


LE  FONTI  DI  'LEONARDO  DA  VINCI  261 

«  —  frate  del  Carmine,  squadre  —  Piero  Martelli  —  Saln  —  Bor- 
■*  gherini  —  rimanda  le  sache  —  sostentaculo  delii  occhiali  —  lo 
«  ignudo  di  Sangalio  —  la  cappa  —  porfido  —  gruppi  —  squadra 
«  —  Pandolfini  »  (1). 

GLXVIII. 

Sansa  VINO  (da)  Andrea.  Il  nome  di  '  Sansavino  '  (2).  ripetuto  più 
volte  da  Leonardo  in  mezzo  ad  appunti  scientifici,  rende  assai 
probabile  l'ipotesi  che  vi  sian  stati  rapporti  fra  i  due  grandi 
artisti.  '  Fu  Andrea,  scrive  il  Vasari,  oltre  alla  professione  del- 
l'arte, persona  invero  assai  segnalata;  perciocché  fu  nei  discorsi 
prudente,  e  d'ogni  cosa  ragionava  benissimo.  Fu  provido  e  co- 
stumato in  ogni  sua  azione,  amicissimo  d^li  uomini  dotti  e  filo- 
sofo naturalissimo.  Attese  assai  alle  cose  di  cosmografìa,  e  lasciò 
ai  suoi  alcuni  disegni  e  scritti  di  lontananze  e  di  misure:  fu  di 
statura  alquanto  piccolo,  ma  benissimo  formato  e  complessionato. 
I  capelli  suoi  erano  distesi  e  molli,  gli  occhi  bianchi,  il  naso 
aquilino,  la  carne  bianca  e  rubiconda,  ma  ebbe  la  lingua  alquanto 
impedita  '  (3). 

CLXIX. 

Saon  A  (Guglielmo  di).  «  Retorica  nova  »  (4).  segna  Leonardo  fra' 


(1)  Leonardo,  Manoscritto  del  British  Mttseum,  f.  202  verso.  È  qui  da 

ricordarsi  il  parere  di  Leonardo  da  Vinci,  e  d'altri,  sopra  i  movimenti  del 
monte  dei  Re,  ora  detto  monte  a  S.  Mimato  in  Firenze.  In  quanto  alle  di- 
verse persone,  che  dettero  questo  parere  nel  1499,  si  può  osservare  che  al- 
l'infuori  di  Leonardo  da  Vinci  e  di  Giuliano  di  S.  Gallo,  gli  altri  hanno 
poca,  se  non  nessuna  notorietà.  Jacopo  del  Pollajolo,  non  appartenne,  come 
Simone  del  Pollajolo,  citato  anch'esso  nei  documento,  alla  famiglia  dei 
celebri  artisti  Antonio  e  Piero.  Simone  del  Caprino  è  nominato  fra  gli 
architetti  del  Duomo  di  Firenze  in  un  documento  del  1490  (Vasari,  Le 
opere,  ed.  Milanesi,  IV,  p.  307).  Frate  Lorenzo,  Filippo  Legnaiuolo,  Lionardo 
Legnaiuolo  e  il  Giunta,  capomastro  dell'arte,  non  sono  menomamente  noti. 

(2)  Leonardo.   Codice  Atlantico,  f.  121  recto:  «  Sansovino  ». 

(3)  Vasari,  Le  vite,  p.  545. 

(4)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  210  recto:  €  Retorica  nova». 


262  E.   SOLMI 

suoi  libri,  cioè  :  Laureniius  Guilelmus  de  Saona  Rethorica  novay 
(in  fine)  Impressum  fuit  presens  opus  rethoricae  facultatis  apud 
Villam  Santi  Albani  anno  domini  1480,  in  fol. 

GLXX. 

Sarcofago  d'Otranto.  Sul  sarcofago  dell'arcivescovo  Serafino 
di  Squillace,  nella  cattedrale  d'Otranto  (secolo  XV-XVI),  è  incisa 
una  sentenza  latina,  che  si  trova*  inaspettatamente  riprodotta 
nella  pagina  anteriore  del  Manoscritto  L  dell'Istituto  di  Francia  : 

Leonardo.  Sarcofago. 

Decipimur  votis,  et  tempore  falli-  Decipimur  votis;  tempore  fallimur; 
mur,  et  mo[r]8  deridet  curas;  anxia  mors  deridet  curas;  anxia  vita  nihil. 
vita  nihil. 

Marcello   sta  in  casa  d'Iacomo  da 
Mengardino  (1). 

Questo  tragico  motto,  che  si  riferiva  alla  strage  degli  abitanti 
di  Otranto  avvenuta  nel  1480,  in  numero  da  otto  a  diecimila,  sotto 
la  guida  del  Vescovo  Stefano  Pendinelli  da  Nardo,  ninno  era  in 
grado  di  ricordarlo,  che  non  l'avesse  materialmente  avuto  sot- 
t'occhio.  Leonardo,  mentre  era  al  servizio  di  Cesare  Borgia,  che 
si  sia  spinto  fino  al  territorio  di  Bari,  e  di  là  ad  Otranto  ed 
oltre?  Oppure,  come  è  più  probabile,  dopo  il  1510,  recandosi  a 
Napoli,  quando  vi  dipinse  il  ritratto  di  Gostanza  d'Avalos,  visitò 
quell'e-stremo  e  nobile  lembo  d'Italia,  appuntando,  insieme  con  altre 
cose,  quel  motto,  quasi  come  un  improvviso  ed  impressionante 
ricordo,  di  traverso,  sulla  copertina  del  Manoscritto  L.  ? 


(1)  Leonardo,  Manoscritto  L,  recto  della  cop.  Chi  sia  questo  «  Marcello  > 
e  chi  sia  «  Jacomo  da  Mengardino  »  non  potrei  dire.  La  nota  è  scritta  forse, 
giusta  l'osservazione  di  Diego  Sant'Ambrogio,  nel  1502  (il  foglio  porta  la 
nota  «  dì  primo  di  agosto  a  Peserò  la  libreria  »). 


LE  FONTI   DI   LEONARDO  DA   VINCI  263 

Il  sepolcro  di  Serafino  di  Squillace  consisteva  in  ana  statua 
marmorea  dell'Arcivescovo  stesso,  effigiato  giacente  cadavere  e 
in  abito  da  francescano,  colla  scritta  in  basso: 

Seraph.  Arcb.  Divi  Frane,  ord.*  qui  Dei  templum  a  Tarcis  labefactum 
Sarcophago  hoc  operitor  —  instaaravit  ornavitque. 

L'iscrizione  probabilmente  esisteva  già  prima  del  sarcofago  di 
Serafino  da  Squillace  (il  quale  mori  verso  la  metà  del  secolo  XVI), 
e  forse  era  stata  apposta  poco  dopo  il  i480,  in  memoria  dei 
Martiri  d'Otranto. 

Il  Vinci,  seguendo  la  propria  abitudine  di  segnare  nel  suo  libro 
(^ni  cosa  lo  potesse  interessare,  fermava  sulla  carta  i  motti  po- 
.  polari,  le  parole,  le  facezie,  le  sentenze  che  sentiva  pronunziare 
intorno  a  sé.  E^li  trascriveva  talora,  come  qui  si  nota,  anche 
le  iscrizioni  apposte  ai  monumenti,  benché  si  possa  mettere  in 
dubbio  che  egli  sia  stato  nella  città  più  vetusta  della  Japigia, 
dove  Pitagora  aveva  diffuso  le  suf  dottrine.  Origine  analoga  a 
questa  sentenza  ha  anche  quella  del  Codice  Atlantico:  «  Theo- 
«  doricus  rex  semper  augustus  >,  e  l'altra: 

Pandite  iam  portas,  missi,  et  subducite  pontes. 
Nam  Federigus  adest,  quem  ghibellini  sequuntur. 
Die  quid  falmineis  evertis  moenia  bombis? 
Stabunt  prò  muris  pectora  colligenum. 
Diruta  asserunt  nostris  tua  moenia  bombis. 
Diruta  sic  cedent  pectora  pectoribus  (1). 

CLXXI. 

Savasorda.  In  un  foglio  disperso  del  Vinci,  trasmessomi  gen- 
tilmente dal  signor  Paolo  Miiller  Walde,  trovo  la  nota  seguente: 


(1)  Lkonaroo,  Codice  Atlantico,  f.  28  recto.    Invano    ho   cercato   questi 
versi  nei  poemi  medievali  sui  vari  Federici,  re  ed  imperatori. 


264  E.   SOLMI 

«  Incipit  liber  embadorum  a  savasorda  judeo  in  ebraico  compo- 
<  situs,  et  a  piatone  tiburtino  in  latinum  sermonem  translatus, 
«  anno  arabum  510,  mense  saphar.  —  capitulum  l""  in  geometrie 
«  aritmeticeque  universalia  proposita  ». 

Nella  biblioteca  di  San  Marco  in  Firenze,  si  conservava  nel 
XV  secolo  un  manoscritto  con  questo  medesimo  titolo,  oggi  se 
ne  conservano  due,  uno  incompiuto  e  l'altro  perfetto,  nella  Di- 
bliothèque  Nationale  di  Parigi  (1)  e  di  essi  ha  dato  ampia,  se  non 
esatta  notizia,  Guglielmo  Libri  fin  dal  1838  (2).  Il  Savasorda  fu  un 
ebreo;  Platone  da  Tivoli  ne  tradusse  l'opera  nel  1116(3);  Leonardo 
Fibonacci,  Leon  Battista  Alberti  e  Leonardo  da  Vinci  si  servirono 
indubitatamente  del  Liber  embadurum,  la  cui  importanza  scien- 
tifica è  considerevole,  se  non  altro  per  il  tempo  a  cui  risale  la 
sua  composizione,  precedendo  così  tutti  gli  scritti  dello  stesso 
genere  noti  fino  ai  nostri  giorni,  —  in  cui  si  trovino  delle  ri- 
cerche sull'Algebra  (4).  La  parola  embada,  che  si  legge  nel  titolo, 
farebbe  credere  all'origine  orientale  di  quest'opera  ;  e  le  citazioni 
di  Macrobio  e  della  misura  della  terra  di  Eratostene  confermano 
il  sospetto.  Nessuna  traccia  nei  codici  vinciani  del  metodo  per 
misurare  le  profondità  del  mare,  attinto  da  Leon  Battista  Alberti 
al  Savasorda. 


CLXXII. 

Savonarola  Gerolamo.  È  noto  che  Gerolamo  Savonarola,  con 
la  sua  possente  voce,  preparata  dal  platonismo  mistico,  compiva 


(1)  MoNTFAUCON,  BibUotheca  bìbliothecariim,  I,  p.  427. 

(2)  Libri,  Histoire  des  sciences  mathématiques  en  Italie,  T.  I,  pp.  154-5.5, 
T.  II,  p.  39;  273,  480-486. 

(3)  Basnage,  Histoire  des  Juifs,  La  Haye,  1716,  voi.  14,  p.  541.  De  Rossi, 
Dizionario  degli  autori  Ebrei,  Parma,  1802,  I,  p.  14,  16,  30,  135.  La  data 
del  510,  messa  in  dubbio  da  alcuni,  viene  oggi  confermata  da  Leonardo. 

(4)  GuGLiELMiNi,  Elogio  di  Leonardo  Pisano,  Bologna,  1813,  p.  26  e  174. 
Vi    sono    problemi    di    Algebra ,    ma    cosi   elementari ,    che   non    servono 


LE  FONTI  DI  LEONARDO   DA  VINCI  265 

in  Firenze  sulla  fine  del  secolo  XV  quella  grande  e  rapida  ri- 
voluzione, che  riaffermò  nella  società  paganeggiante  i  diritti  della 
coscienza  religiosa:  «Non  ti  ricordi,  Firenze,  dirà  egli  nel  1494, 
«  (che  non  sono  molti  anni  !),  come  tu  stavi  nelle  cose  di  Dio  e 
«  della  fede?  non  eri  tu  in  molte  cose  come  eretica?  tu  ti  stavi 
«là  in  quelle  tue  cerimonie  estrinseche,  e  parevati  di  essere 
«  santa,  e  Dio  t'ha  dimostrato  quanto  tu  erravi,  e  che  quelle  non 
«  valgono  cosa  alcuna,  senza  la  purità  del  cuore,  e  che  la  vita 
«cristiana  consiste  in  altro  che  in  cerimonie!  »  (1). 

Leonardo  si  era  sottratto  da  quella  grande  e  rapida  rivolu- 
zione con  la  sua  partenza  per  Milano  nel  1482,  ed  è  difficile 
supporre  quale  sarebbe  stata  l'efficacia  del  frate  ferrarese  sulla 
mente  limpida  e  equilibrata  dell'artista  e  scienziato  fiorentino.  È 
certo  tuttavia,  che  i  rapporti  fra  il  Vinci  e  il  Savonarola  mo- 
strano la  deferenza  del  primo  verso  il  secondo.  Dovendosi  fare 
nel  1495  per  consiglio  di  fra  Gerolamo  Savonarola,  allora  famo- 
sissimo predicatore,  la  gran  sala  del  Consiglio  nel  palazzo  della 
Signoria  di  Firenze,  Leonardo  sostenne  insieme  con  Michelangelo 
Buonarroti,  allora  giovane,  con  Giuliano  da  San  Gallo,  Baccio 
d'Agnolo  e  altri,  che  se  ne  dovesse  affidar  l'incarico  a  Simone 
del  Pollaiuolo,  come  ad  uomo  iagegnoso  e  capace,  ma  anche  un 
po'  come  ad  amico  e  devoto  del  grande  religioso  (2).  E  fu  forse  alla 
notizia  della  morte  del  frate  domenicano,  che  il  Vinci  segnò  sul 
libro,  che  portava  sempre  seco:  *  dov'è  più  sentimento,  li  è  più, 
né  martiri,  gran  martire  '  (3). 


che  a  far  risaltare  maggiormente  il  valore  degli  scritti  del  Fibonacci. 
Gfr.  Libri,  Op.  cit.,  II,  p.  483.  Savasorda  non  risolse  che  una  sola  equa- 
zione di  secondo  grado.  Vi  si  trova,  tuttavia,  e  ciò  è  notevole,  la  formula, 
che  dà  l'area  di  un  triangolo  qualunque  in  funzione  dei  suoi  lati,  ma  non 
dimostrata,  né  spiegata. 

(1)  G.  Savonarola,  Scritti  scelti  (ed.  Villari-Casanova),  Firenze,  1898, 
p.  57. 

(2;  Vas.ari,  Le  vite.  p.  329. 

(3)  Leonardo,  Codice  Trivuhiano,  f.  23  verso. 


266  E.   SOLMI 


GLXXIII. 


ScARPELLiNO  PAOLO.  Nessuna  traccia  ho  potuto  rinvenire  né 
negli  Archivi,  né  nelle  biblioteche,  del  Paolo  Scarpellino,  nomi- 
nato da  Leonardo  nella  nota:  'Paolo  Scarpellino  detto  Assiolo  é 
bono  maestro  d'acqua  '.  Che  forse  si  tratti  di  qualche  umile  guar- 
diano di  canali  e  di  conche? 


CLXXIV. 

SiRiGATTi  Francesco.  Ho  già  altrove  osservato,  che  la  nota  di 
Leonardo:  «  porta  al  Sirigatto  il  libro,  e  fatti  dare  la  regola  dell'o- 
ca: rologio»(l)  si  deve  riferire  a  Francesco  Sirigatti,  traduttore  del 
Tractatus  asb^onomiae  di  Lucio  Ballanti  e  autore  di  un  libro  di 
osservazioni  celesti,  scritto  nel  1500  ed  edito  a  Napoli  nel  1531  (2), 
intitolato  De  orlu  et  occasu  signorum,  di  grande  interesse  per 
le  accurate  osservazioni,  che  contiene.  L'appunto  del  Vinci  é  pre- 
zioso, benché  non  si  possa  determinare  qual  fosse  il  libro,  e  quale 
la  regola  dell'orologio,  richiesta  a  Francesco  Sirigatti. 


GLXXV. 

Sodo  (del)  Giovanni.  Leonardo  da  Vinci  si  giovò  anche  delia  dot- 
trina di  Giovanni  del  Sodo,  ch'egli  nomina  più  di  una  volta  nei 
suoi   manoscritti.   Questo  dotto   matematico  é  conosciuto  nella 


(1)  Leonardo,  Milano  Ambrosiana^  f.  1.  Solmi,  Leonardo,  p.  153. 

(2)  SmiGA.TTi,  De  ortu  et  occasu  signorum  libri  li,  cum  poetices  tum 
astronomiae  studiosis  utilissim,i,  auctore  Francisco  Sirigatti.  (in  fine)  Im- 
pressum  Neapoli  opera  Joannis  Sultzbachii  Hagenorensis  Germani  VI  Kal. 
Augusti  Anno  1531.  «  Haec,  vi  è  scritto,  observavi  Florentie  anno  1500  ». 
Le  ortu  et  occasu  signorum  libri  duo.  Francisco  Sirigatti  autore,  (in  fine) 
Lugduni  apud  Seb.  Gryphium,  1536,  in  8°. 


LE  FONTI    DI   LEONARDO   DA  VINCI  267 

storia  delle  scienze,  come  scopritore  della  risoluzione  generale 
delle  equazioni  derivate  di  secondo  grado  (1),  e  il  Galigai,  che 
ne  fu  discepolo,  ci  ha  conservato  i  segni  e  le  figure  colle  quali 
egli  rappresentava,  a  servigio  del  calcolo,  le  potenze  de'  nu- 
meri (2). 

I  rapporti  di  Giovanni  del  Sodo  col  Vinci  furono  probabilmente 
di  natura  scientifica  (3);  ma  spiace  che  gli  scritti  del  primo  siano 
ancora  sconosciuti,  e  che  nulla  possa  «leterminarsi  circa  l'esten- 
sione e  l'intensità  di  questi  rapporti  oggi  rivelati  dai  Mano- 
scritti. Possa  il  nome  di  Leonardo  richiamare  l'attenzione  degli 
studiosi  su  questo  dotto  matematico! 


GLXXVI. 

Strabone.  Leonardo  da  Vinci  non  nomina  mai  Strabone,  tut- 
tavia, quando  scrive:  «Posidonio  ha  scritto  libri  sulla  grandezza 
«  del  sole  »  (4) ,  è  probabile  che  egli  attinga  la  notizia  da  Stra- 
bonis,  Geographia  latine.  Romae  MCGCGLiXIX,  MCCGCLXX  (ex 
inter^r.  Ouarini  Veronensis  et  Gregorii  TyphematiJ.  Venetiis, 
MGGGGLXXII;  Romae,  MGCGGLXXIII;  Trevisii,  MGGCGLXXX; 
Venetiis,  MGGCGXGIV,  ecc.,  ecc.  Né  è  improbabile,  che  da  que- 
st'opera imparasse,  che  il  flusso  e  riflusso  del  mare  è  paragona- 


ci) GuGLiELMiNi,  Elogio  di  Leonardo  Pisano,  Bologna,  1813,  pp.  129, 
157,  136,  137,  138. 

(2)  Ghaligai  Francesco,  Pratica  d'Arithmetica...  nuovamente  rivista  et 
con  somma  diligenza  restampata.  In  Firenze  appresso  i  Giunti,  1552,  pa- 
gine 71-72. 

(3)  Leonardo,  Codice' Atlantico,  f.  121  recto.  <  Giovanni  del  Sodo».  Fran- 
cesco Galigai  trasse  il  X,  XI,  XllI  e  XV  libro  della  sua  Summa  de  arith- 
metica  da  Giovanni  del  Sodo.  «  Nel  decimo  e  primo  di  nostra  Arcibra,  tratto 
«  del  decimo  di  Euclide,  et  Leonardo  Pisano,  et  Giovanni  del  Sodo  ».  <  Nel 
«  terzo  decimo  e  quarto  et  ultimo  libro  dell'Arcibra,  tratto  dal  nostro  pre- 
<  cettore  Giovanni  del  Sodo  ». 

(4)  Si  noti  tuttavia,  che  anche  Plinio,  Historia  naturale,  \\,  21  :  VI,  21  ; 
VII,  31,  nomina  Posidonio,  ma  per  altri  argomenti. 


268  E.   SOLMI 

bile  al  '  respirare  della  terrestre  macchina  '  e  gran  numero  delle 
sue  conoscenze  geografiche  (1). 


CLXXVII. 

Taverna  Giovanni.  Giovanni  Taverna  è  ricordato  dall'Argelati 
come  persona  dotta  e  come  padre  del  giureconsulto  Francesco, 
che  tanta  fama  ebbe,  anche  come  scrittore,  nel  secolo  XVI.  Gio- 
vanni insegnò  leggi  nello  Studio  di  Pavia  nel  1476,  e  sembra  che 
anche  si  interessasse  di  quella,  che  allora  era  chiamata  filosofia 
naturale  (2).  La  nota  di  Leonardo  :  «  il  libro  di  Giovanni  Taverna 
«  che  ha  messer  Fazio  »  (3),  si  riferisce  probabilmente  ad  un 
manoscritto  posseduto  dal  primo,  e  dato  in  prestito  al  secondo: 
manoscritto  che  oggi  è  impossibile  identificare. 


(1)  Da  Strabene  sono  attinte  le  notizie,  che  Leonardo  dà  in  questo  passo. 
Codice  Atlantico,  f.  95  verso  b  :  «  mon  e  a  nonsus  come  Dorun  e  Paropanisi, 
«  insieme  congiunti,  che  tra  Batriana  e  India  nascano,  Oxus,  fiume  che  in 
«  essi  monti  nasce,  e  corre  500  miglia  a  tramontana  e  altrettante  a  ponente, 
<  e  versa  le  sue  acque  nel  mare  Ircano,  e  con  seco  s"  accompagna  Osus, 
«  Dragodos.  Artamis,  Xaricispis,  Drajama  im  Ocus  Margus,  fiumi  grandis- 
«  simi.  Dall'opposta  parte,  ver  mezzo  dì,  nasce  il  gran  fiume  Indo,  il  quale 
«  dirizza  le  sue  onde  per  600  miglia  in  un  meridie,  e  per  questa  linia  s'ac- 
«  compagna  con  seco  i  fiumi  Zaradrus,  Bibabes,  Vadris,  Vandabal,  Bilaspus, 
«per  levante  Suastus,  e  cioè  per  ponente, e  incorporati  tali  fiumi,  colle  sue 
«  acque,  si  volta,  correndo  miglia  800  per  ponente,  e  ribattendosi  ne'  monti 
«  Arbeti,  fa  li  uno  gomito,  e  si  volta  a  mezzodì,  per  la  quale  linea,  infra  500 
«  miglia,  truova  il  mare  d' India,  dove,  per  sette  rami,  in  quello  si  som- 
«  merge  ».  Strabone,  Op.  cit.,  I,  3. 

(2)  Argelati,  Bibliotheca  scriptorum  mediol.  (1745),  voi.  II,  2,  p.  1461. 
Non  si  deve  confondere  il  Giovanni  Taverna,  del  cui  libro  parla  Leonardo, 
con  l'altro  Giovanni  juniore,  fratello  di  Francesco,  conte  di  Landriano,  che, 
pei  felici  suoi  progressi  nella  scienza  del  diritto  fu  eletto,  a  dottor  collegiato, 
a  senatore  e,  per  nomina  del  22  ottobre  1552,  a  decurione.  Fu  dei  dodici 
di  provvisione  nel  1556,  e  morì,  in  età  ancor  fresca,  nel  1566. 

(3)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  222  recto.  Messer  Fazio,  è,  come  ho 
dimostrato  nel  Leonardo,  p.  83,  Fazio  Cardano  padre  di  Gerolamo. 


LE  FONTI  DI  LEONARDO  DA  VINCI  269 


GLXXVIII. 

Tedaldi  Lattanzio.  Quante  volte  Leonardo,  in  mezzo  alle  sue 
ricerche,  rammenta  Lattanzio  Tedaldi,  figlio  di  Francesco,  pre- 
tore di  Certaldo  nei  1503,  amico  degli  studi  e  degli  studiosi  !  (1). 
<  Libreria  di  sco  Marco,  scrive  il  Nostro,  Libreria  di  sco  Spirito, 
«  Lattanzio  Tedaldi  »  (2).  E  il  trovare  i  nomi  di  due  famose  librerie 
accanto  a  quello  del  Tedaldi,  giustifica  la  supposizione,  che  i  rap- 
porti fra  Leonardo  e  Lattanzio  fossero  di  natura  scientifica. 


CLXXIX. 

Teoìiosio.  Fra  i  successori  di  Ipparco  e  di  Erone,  i  due  mag- 
giori furono  Teodosio  e  Dionisodoro,  fioriti  entrambi  circa  nel 
50  a.  C  Teodosio  fu  l'autore  di  un  trattato  completo  della  geo- 
metria della  Sfera,  che  fu  edito  in  Venezia  nel  1518,  poi  poste- 
riormente a  Cambridge  nel  1675  dal  Barrow  e  a  Berlino  nel  1852 
dal  Nizze,  e  di  due  importanti  trattati  astronomici  pubblicati  dal 
Dasy podio  nel  1572. 

Ijeonardo  possedeva  forse  un  manoscritto  del  De  sphetHs  cum 
commentisi  trovo  infatti,  avventurosamente,  nel  Codice  Atlantico 
una  coincidenza,  che  non  lascia  luogo  ad  alcun  dubbio. 

Leonardo.  Tbodosio. 

La  sfera  è  un  corpo  solido,  da  una  Sphera    est    figura    corporea    una 

sola  superfizie  contenuto,  nel  mezzo  quidem    superficie    contenta ,    intra 

del  quale  è  un  punto,  dal  quale  tutte  quam  unum  punctorum  existit,  a  quo 

le  linie  tirate  alla  circunferentia  sono  omnes  linee  pertracte,  que  illi  super- 

eqnali,  e  quel  punto  è  detto  centro  ficieioccurrunt,  sunt  advicem  equales, 

della  spera,  e  la  linia  retta,  passando  et  panctum  est  sphere  centram.  Dia- 


(1)  Gamurrini,  Famiglie  nobili  toscane  ed  umbre,  1,  1. 

(2)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  120  recto. 


270  E.   SOI,MI 

per  detto  centro,  e  applicando  la  sua  meter  sphere  est  quelibet  linea,  per 

stremila   alla  circunferenza  dall'una  centrum  eius  transiens,  a  superficie 

parte   e   l'altra,  è  detta   assis   della  sphere   extremitatis  applicans.   Axis 

spera,  e  i  2  punti    terminanti   esso  vero  est  diaraeter  phixa  super  quam 

assis  son  detti  poli  del  mondo  (1).  sphera  volvit  (2). 


GLXXX. 

Teofrasto  da  Ereso.  Nel  Codice  Atlantico  ritorna  più  volte 
il  nome  di  '  Teofrasto  '  (3),  senz'  altra  indicazione ,  come  fa 
sempre  il  Vinci,  quando  vuol  accennare  ad  un  autore,  che  vuol 
leggere  o  almeno  attentamente  compulsare.  È  noto  come  dei 
200  scritti  di  Teofrasto  rammentati  da  Diogene  Laerzio  siano 
arrivati  a  noi  soltanto  due  scritti  botanici  tt.  (puiOùv  xCiopioLc,  e 
7T.  q)UTa)v  akiujv,  alcuni  piccoli  trattati  naturali  sui  venti,  sulle 
pietre,  sul  fuoco,  sugli  indizi  della  serenità  del  tempo,  sui  pesci, 
che  vivono  nel  secco,  sulla  vertigine,  sul  sudore,  sulla  stan- 
chezza, gli  nGiKol  xdpaKTTÌpeg,  una  parte  della  Metafisica  e  pochi 
altri  frammenti  (4). 

Gli  scritti  più  importanti  erano  stati  editi  in  Treviso  nel  1483, 
poi  in  Venezia  nel  1495  e  nel  1498,  con  le  opere  di  Aristotile, 
e  Leonardo  senza  dubbio  si  riferiva  a  queste  edizioni  nelle  sue 
ricerche  e  nei  suoi  studi  (5). 


(1)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  176  recto. 

(2)  Sphera  cum  commentis...  Venetiis,  1518.  Incipit  liber  primus  Theo- 
dosis  de  spheris.  91  verso.  Gfr.  anche  Op.  cit.,  p.  5.  «  Sphera  etiam  a  Theo- 
«  dosio  sic  describitur.  Sphera  est  solidum  quoddam  una  superficie  contentum, 
«  in  cujus  medio  punctus  est  :  a  quo  omnes  linee  ducte  ad  circumferentiam 
«  sunt  equales  ».  Si  vede  che  il  Vinci  attinge  direttamente  al  testo  di  Teodosio, 
e  forse  quando  saranno  editi  tutti  i  manoscritti  sarà  possibile  notare  qualche 
altra  coincidenza. 

(3)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  115  recto. 

(4)  Diogene  Laerzio,  De  vita  et  moribus  philosophorum  libri  X,  Lugduni, 
1541,  pp.  202  sgg. 

(5)  Ho  dinanzi  l'edizione  Theophrasti  Eresii  quae  supersunt  ed.  Jo. 
Gottlob  Schneider,  Leipzig,  1818,  1821.  Gfr.  gli    scritti    dell' Usener,  Ana- 


LE   FONTI   DI   LEONARDO   DA   VINCI  271 

Un  manoscritto  di  Leicester  ci  conserva  un  riferimento  leo- 
nardesco, ben  determinato,  al  trattato  di  Teofrasto  sui  venti  : 
«  Teofrasto,  vi  scrive  il  Vinci,  de  flusso  e  riflusso  del  mare  *  (1). 

GLXXXI. 
Tito  Livio.  Leonardo  cita  fra  i  suoi  libri: 

€  Deca  prima. 

€  Deca  terza. 

«  Deca  quarta  >  (2). 

Son  dunque  le  Deche  di  Tito  Livio  in  tre  tomi,  e  precisamente  : 
Tito  Livio  in  lingua  volgare.  (In  fine)  impresso  per  maestro 
Antonio  da  Bologna  nel  1478  adi  X  de  aprile.  Venezia,  in-8^  in 
tre  tomi,  cosi  distribuiti,  in  modo  corrispondente  all'indicazione 
del  Vinci: 

I.  Deca  prima  e  seconda. 

II.  Deca  terza. 

III.  Deca  quarta. 

Le  altre  edizioni  non  corrispondono  alla  nota  leonardesca. 

GLXXXII. 

Tolomeo  (Claudio).  Era  tanta  l'ammirazione,  che  Leonardo 
aveva  per  Tolomeo  da  citar  la  Gec^rafia  di  quest'ultimo  come 
il  modello,  sul  quale  egli  stesso  vorrebbe  procedere  nella  descri- 
zione del  corpo  umano:  <  Adunque  qui,  con  12  figure  intere,  ti 
«  sarà  mostra  la  Cosmografia  del  minor  mondo,  col  medesimo 
*  ordine,  che  innanzi  a  me  fu  fatto  da  Tolomeo,  nella  sua  Cosrao- 


lecta  Theophrastea  diss.  Bonnensis.  Lipsiae,  1858  e  Reinische  Museum  XVI, 
pp.  259  e  470. 

(1)  Leonardo,  Manoscritto  di  Leicester,  f.  16  verso.  Diogene  Laerzio,  ed. 
cit.,  p.  204,  rammenta  uno  scritto  di  Teofrasto  sul  mare. 

(2)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  t.  210  recto. 


272  E.    SOLMI 

«grafia,  e  cosi  dividerò  in  membra,  come  lui  divise  il  tutto  in 
«  provincia  »  (1).  Era  tanto  lo  studio,  che  aveva  posto  nella  grande 
opera  geografica  dell'alessandrino  da  poter  citare  a  memoria  i 
passi,  che  gli  interessavano,  nelle  sue  ricerche  : 

«  Una  linia  principiata  dall'un  delli  stremi  del  mondo  po'  ancora  essere  paral- 
«  lela  e  equidistante  a  un'altra  linia,  principiata  dall'opposita  parte  del  mondo, 
«  come  mostra  Tolomeo  nella  sua  Cosmografia,  quando  mostra  le  città  oposi- 
«  tamente  eituate  a'  stremi  della  terra  essere  'n  un  medesimo  parallelo  »  (2). 

Il  Vinci  non  ricorda  in  nessuna  parte  dei  suoi  manoscritti  ne  VOt- 
tica,  né  i  frammenti  sulle  proiezioni  ortografiche  e  stereografiche, 
né  il  libro  incerto  sul  suono.  È  assodato  solo  ch'egli  conosce  l'edi- 
zione CI.  Ptolomei  Cosmographiae  Libri  Vili,  (in  fine)  Hoc  opus 
Ptolomei  memorabile  quidem  et  insigne  exactissima  diligenlia 
castigatum,  jocundo  quodam,  caractere  impressum  fuit  et  cotu- 
pletum  Romae  anno  a  nativitate  Domini  1490,  die  IV  Novembris 
arte  ac  impensis  Petri  de  Tione,  in  fol.  D^WOllica  e  dei  fram- 
menti non  ho  trovato  alcun  cenno,  quindi  nulla  posso  affermare, 
0  negare  sicuramente.  Le  opere  di  Tolomeo  non  son  tanto  im- 
portanti per  ciò  che  contengono  di  astronomia,  di  geografia  e  di 
matematica,  quanto  per  il  rigore  del  metodo,  che  in  esse  è  ado- 
perato. Sono  fra  le  opere  metodicamente  più  perfette,  che  l'anti- 
chità ci  abbia  tramandate.  Leonardo  conscio  di  questa  verità  le 
ritiene  come  modello  insuperabile  di  scienza,  e  cerca  di  imitarle(3). 
«Anatomia  venarum,  scrive  il  Vinci.  Qui  si  farà  l'albero  delle 
«  vene  in  generalo,  siccome  fé'  Tolomeo  in  l'universale  nella  sua 


(1)  Leonardo,  Windsor  Anatomy,  IV,  f.  157  recto  (B). 

(2)  Leonardo,  Manoscritto  M,  f.  5  verso. 

(3)  A.  De  Morgan,  Ptolomaeus  Claudius,  nel  Dictionary  of  Greek  and 
Roman  Biography.,  Londra,  1849,  dello  Smith  ;  P.  Tannery,  Recherches 
sur  Vhistotre  de  Vastronomie  ancienne,  Parigi,  1893.  L'Almagesto  con  la 
Geografia,  V Ottica,  il  libro  d'incerto  autore  sul  Suono  e  i  frammenti  sulle 
proiezioni  ortografiche  e  stereografiche  ecc.  furono  editi  da  M.  Halma, 
12  volumi,  Parigi,  1813-1828;  una  nuova  edizione  è  ora  in  corso  per  cura 
di  J.  L.  Heiberg,  Lipsia,  P.  1,  1898.  La  prima  edizione  della  Cosmografia  si 


LE  FONTI  DI  LEONARDO  D\  VINCI  273 

«  Cosmografia^  poi  si  farà  le  vene  di  ciascun  membro  in  parti- 
«  colare  per  diversi  aspecti  ».  E  nelle  sue  note  e  disegni  sul  mec- 
canismo delle  funzioni  interne:  «  metti  prima, raccomanda  il  Vinci, 
«  le  notizie  delle  parti  e  poi  sarà  meglio  capace  del  tutto.  Tieni 
«  il  modo  di  Tolomeo  nella  Cosmografia,  contrario  ». 

GLXXXIII. 

Tommaso  d'Aquino.  Se  non  ad  opere  a  stampa,  ai  manoscritti 
diffusissimi  nel  secolo  XV  del  più  grande  fra  gli  scolastici,  il 
Vinci  si  rivolgeva  quando  segnava  nelle  sue  note  :  «  Aristotile 
«  III  della  fìsica,  e  Alberto  e  Tomaso  e  li  altri  di  risaltatione  in 
«  Vili  della  fìsica,  de  celo  et  mundo  ».  I  richiami  sono  probabil- 
mente alla  Expositio  super  octo  libros  physicorum  e  agli  In- 
teìT>retamenta  in  libros  de  celo  et  mundo  dell'Aquinate,  editi 
in  Venezia  nel  1517  e  1506.  Né  è  improbabile  che  Leonardo  si 
rivolgesse  ai  commenti  di  S.  Tomaso  sul  De  gener.  et  corrup- 
tione,  sui  Libri  meteororum,  sui  Paì'va  naturalia  di  Aristotile 
e  al  trattato  De  motu  cordis,  di  identico  titolo  a  quello  di  Al- 
fredo di  Sereshel  (Alfredus  Anglicus). 

CLXXXIV. 

Torre  (dalla)  Marc'Antonio.  Nel  1510  e  1511  il  Vinci  s'in- 
contrò, e  si  legò  d'amicizia,  col  più  grande  anatomico  del  tempo, 
Marc'Antonio  della  Torre  (1). 

Questi,  nato  in  Verona  da  Gerolamo  e  Beatrice  nel  1481,  non 
aveva  che  poco  più  di  sette  anni ,  quando  Leonardo  il  2  aprile 
1489  disegnava  quel  teschio,  e  vergava  quei  frammenti,  che  do- 


crede.  che  sia  stata  fatta  in  Ulma  nel  1482.  Ma  non  è  vero.  Un  codice  stu- 
pendo della  Cosmographia  di  Tolomeo  (Jacobo  Angeli  interprete)  miniato 
dall'amico  di  Leonardo,  Gherardo  miniatore,  si  conserva  nella  Bibl.  Maglia- 
bechiana,  classe  XIII,  n°  16,  membr.,  in  car.  rotondo,  seconda  metà  del 
sec.  XV. 

(1)  Un  codice  già  della  collezione  Saibante  n*  834  contenente  lezioni  ana- 
tomiche del  dalla  Torre  è  oggi  smarrito. 

GiomckU  ttorieo.  —  Sappi,  b*  lO-U.  18 


274  E.   SOLMI 

vevano  far  parte  del  Trattato  di  figura  umana;  e,  laureatosi 
in  Padova  giovanissimo,  insegnava  quivi  nell'Università  degli 
artisti,  quando  Leonardo  «ritraeva,  come  dice  l'Anonimo,  più 
«  notomie  nello  Spedale  di  Santa  Maria  Nuova  di  Firenze  ». 

Cresciuta  la  fama  della  profondità  e  della  esattezza  delle  sue 
conoscenze,  il  Dalla  Torre  venne  chiamato  alla  cattedra  di  scienza 
anatomica  dell'Università  di  Pavia;  di  qui,  recandosi  frequente- 
mente in  Milano,  e  fors'anche  a  Vaprio,  «  ut  amicorum  commodis 
«  inserviret  »,  conobbe  e  amò  il  Vinci. 

Tali  relazioni  non  dovettero  essere  della  natura  di  quelle,  che 
si  stabilirono  più  tardi  fra  Eustachio  e  il  Tiziano.  Cominciate 
forse  su  argomenti  idraulici,  come  lo  proverebbe  la  nota  vinciana 
«  libro  deir Acque  a  messer  Marcantonio  »  (1),  continuarono  e  di- 
vennero vivissime  in  mezzo  alle  discussioni  di  Anatomia.  Leo- 
nardo e  il  Dalla  Torre  si  trovarono  entrambi  in  condizioni  da 
aiutare  e  scambievolmente  di  essere  aiutati.  Leonardo  aveva 
profonde  conoscenze  anatomiche,  e  più  di  un'idea  nuova  su  ogni 
questione  si  potesse  presentare;  il  Dalla  Torre  lo  stimolò  allo 
studio  della  Anatomia  come  scienza  a  sé,  e  staccata  dalle  limi- 
tazioni, che  necessariamente  le  erano  imposte  dalla  pittura.  Il 
Dalla  Torre,  alla  sua  volta,  se  pure  non  avrà  potuto  giovarsi 
dell'abile  disegno  di  Leonardo,  si  senti  spinto,  per  l'esempio  del- 
l'artista, a  muovere  dalle  opere  dei  Greci  e  degli  Arabi  all'analisi 
diretta  della  struttura  animale  e  vegetale,  dalla  tradizione  antica 
allo  studio  diretto  della  natura  vivente,  sempre  feconda  di  nuovi 
fatti  e  di  nuove  leggi. 

CLXXXV. 

ToscANELLi  Paolo.  Paolo  dal  Pozzo  Toscanelli  (1397-1482),  mo- 
dello di  virtù  patrie  e  scientifiche,  abitò  quasi  sempre  in  Firenze 


(1)  Leonardo,  Manoscritto  K^,  f.  43  verso.  Gfr.  anche  nel  Cod.  Atlantico, 
f.  19  verso:  «Marcantonio  »  accanto  al  nome  «  Archimede». 


LE   FONTI   DI   LEONARDO   DA   VINCI 

fino  alla  morte.  Matematico,  astronomo,  geografo  e  medico,  ad- 
ditato allammirazione  del  mondo  da  ingegni  delia  tempra  del 
Cusano,  del  Regiomontano  e  di  Cristoforo  Colombo,  era  avvici- 
nato in  Firenze  «  da  tutti  gli  uomini  dotti,  come  dice  Vespasiano 
«  da  Bisticci,  e  con  questi  erano  le  sue  conversazioni  >.  Non  è 
quindi  naturale  che  Leonardo  da  Vinci  appena  ventenne,  attratto 
dal  desiderio  di  conoscere,  abbia  cercato  di  avvicinarlo,  e  abbia 
prestato  orecchio  alle  sue  parole  ?  Ciò  che  il  giovane  artista  do- 
veva ammirare  nel  Toscanelli  era  la  vastità  e  la  precisione  delle 
conoscenze,  il  modo  strettamente  scientifico  de*  suoi  ragionamenti, 
il  metodo  paziente  e  severo  della  investigazione  della  natura, 
ch'era  qui  portato  alla  piena  notizia  del  cielo  e  della  terra.  «  Era 
«  di  poche  parole,  dice  Vespasiano  del  Toscanelli,  e  istava  assai 
«  a  udire  sanza  parlare  ».  «  Fu  amico  di  tutti  gli  uomini  dotti, 
«  i  quali  ebbe  la  sua  età,  e  con  tutti  conversò  ».  «  Ragionava 
«  sempre  di  cose  singolari  ».  Leonardo  ricorda  più  volte  il  suo 
nomo,  scrivendo:  «  maestro  Pagolo  medico  »  (1). 


CLXXXVI. 

Valla  Giorgio.  Più  volte  abbiam  dovuto  rammentare  il  nome 
di  Gioirlo  Valla  piacentino  (?  -  1499),  che  fu  a  Milano  da  prima, 
dove  conobbe  Leonardo,  poscia  in  Venezia  (1486-1499),  dove  venne 
imprigionato  per  volontà  di  Lodovico  il  Moro. 

Fra  le  sue  opere,  quali  le  interpretazioni  deW Astrolabio  di 
Niceforo  e  di  Proclo  (Venezia,  1491),  degli  Elementi  di  Euclide 
(Venezia,  1492),  del  Trattato  delle  grandezze  e  distanze  del  sole 
e  della  luna  di  Gustavo  Samio  (Venezia,  1498),  del  De  mundo 
attribuito  a  Timeo  (Venezia,  1498)  e  di  quello  attribuito  a  Cleo- 
mede  (Venezia,  1498),  d^li  scritti  di  Aristotile,  Galeno,  Ales- 


(1)  Leonardo,   Codice   Atlantico,  f.  12   verso.   Per   maggiori    particolari 
:<LMi.  Leonardo,  pp.  13-14. 


276  E.   SOLMI 

Sandro  d'Afrodisia,  Psello,  Rhazes,  Gleonide,  ecc.,  dovette  attrarre 
Leonardo  la  vasta  enciclopedia  :  Georgii  Vallae  Piacentini  viri 
clarissimi,  De  expetendis  et  fugiendis  rebus,  opus  in  quo  haec 
contineniur  :  De  Aritmetica,  libri  III,  ubi  quaedam  a  Boertioprae- 
termissa  tractantur.  —  De  musica,  libri  V,  sed  primo  de  inven- 
tione  et  commoditate  eius.  —  De  Geometria,  libri  VI,  in  quibus 
elementorum  Euclidi  difflcultates  omnes  fere  exponuntur;  ubi 
etiam  de  Mechanicis,  spiritalibus,  Gatoptricis  et  Opticis  deque  qua- 
drato circuii  habetur  tractatus.  —  De  tota  Astrologia,  libri  IIII, 
in  qua  fabrica,  ususque  astrolabii  exaratur,  et  quae  signorum  in 
exhibendis  medicaminibus  sit  habenda  observatio.  —  De  Physio- 
logia,  libri  IIII,  ubi  et  Methapbysices  quaedam  lectu  quae  dignis- 
sima  utilissimaque.  —  De  Medicina,  libri  VII,  ubi  de  simplicium 
natura  per  ordinem  litterarum.  —  Problematum,  liber  unus.  — 
De  Grammatica,  libri  IIII.  —  De  Dialectica,  libri  III.  —  De  Poe- 
tica, liber  unus.  —  De  Rethorica,  libri  II.  —  De  Morali  philoso- 
phia,  liber  unus.  —  De  Oeconomia,  sive  administratìone  domus, 
libri  III,  in  quibus  de  Architectura  reque  rustica  suus  est  locus. 
—  Politicon,  unicum  volumen,  ubi  de  iure  civili  ac  pontificio 
primum,  mox  de  legibus  in  universum,  inde  de  re  militari 
agitur.  —  De  Gorporis  commodis  et  incommodis,  libri  III,  quorum 
primus  totus  de  anima,  Secundus  de  corpore,  Tertius  vero  de 
urinis  ex  Hippocrate,  ac  Paulo  aegineta,  deque  Galeni  quaestio- 
nibus  in  Hippocratem.  —  De  rebus  externis,  liber  unus,  ac  ultimus 
ubi  de  Gloria,  Amplitudine  et  caeteris  huiusmodi.  Haec  sum- 
matim  ecc.  —  Venetiis  in  aedibus  Aldi  Romani  impensa  ac  studio 
.Joannis  Petri  Vallae  filli  piculiss.  mense  Decembri  1501.  2"  voi. 
in  fol. 

La  grande  opera  del  Valla  è  un'enciclopedia,  la  quale  si  di- 
stingue dalle  altre,  perchè  l'autore  ne  ha  presi  gli  elementi  dagli 
scrittori. greci  e  latini,  escludendo  gii  arabi  e  gli  autori  medievali. 
Nel  3"  capo  del  IV  libro  della  sua  geometria  il  Valla  ha  dato  un 
trattato  delle  sezioni  coniche,  che  è  il  più  antico  scritto  in  Eu- 
ropa. Nel  sesto  libro  vi  è  riconosciuta,  analogamente  al  Vinci,  la 
forza  del  vapore  come  atta  a  muovere  strumenti  meccanici. 


LE   FONTI   DI   LEONARDO   DA   VINCI 


277 


CLXXXVII. 

Valtdrio  (Roberto).  Fin  dal  1898,  nei  miei  studi  sulla  filo- 
sofia naturale  di  Leonardo  da  Vinci,  designai  agli  studiosi,  che 
nel  De  re  militari  del  Valturio  doveva  scorgersi  una  fonte  im- 
portantissima per  i  manoscritti  vinciani,  e  indicava,  come  me  ne 
veniva  l'occasione,  alcuni  dei  passi  più  notevoli  (1).  Oggi  compio 
quei  miei  accenni,  considerando  tutti  i  manoscritti  di  Leonardo 
in  rapporto  a  tutto  intero  il  libro  del  Valturio  (2). 


Ms.  B  di  Leonardo  da  Vinci. 
fol.  5  V.  —  falarica 
fol.  6  r.  —  falarica  |  falarica 
fol.  7  r.  —  rohmphea 
fol.  7  V.  —  rohmphea 

scorpioni  è  una  macchina,  la  quale 
pò  trarre  sassi ,  dardi ,  sagitte  ,  e , 
quando  sarà  fatta  grande,  fìa  atta  a 
rumpere  le  macchine  delli  nimici. 


Altri  altori  anno  per  openione  li 
scorpioni  essere  una  venenosa  sagitta, 
la  quale  ognun  poco  che  toca  il  san- 
gue subito  dà  la  morte,  e  diciesi  esser 
ritrovata  tale  arma  apresso  alli  Sciti, 
altri  dicano  da  quelli  di  Candia,  e  fassi 
questa  mistura  di  sangue  vmano  e 
veneno  diserpente. 

questa  arme  non  debe  essere  vsata 


Valtubio,  ediz.  Parigi  1534. 
p.  223  —  Falarica 
p.  223  —  Falarica 
p.  226  —  Rompbaea 
p.  226  —  Romphaea. 

p.  227  —  Scorpiones Sunt  et  qui 

scorpionum  ictibus  non  sagittas  tan- 
tum sed  et  lapides  mitti  annuant 

Et  scorpiones  quocumque  manus  p^ 
ritae  duxissent,  rotundos  lapides  evi- 

bravant Per   scorpiones etiam 

hostium  machinamenta  franguntur:... 

Ahi  scorpionem  sagittam  sed  ve- 
neno oblitam  esse  aiunt,  quae  virus 
quo  fìgitur  infundit  unde  et  scorpio 
nomen  accepit.  Scorpiones  huiusmodi 
a  Scythis  originem  traxisse  arbitror, 
iili  enim  vipera  sanie  et  humano 
sanguine  tinctis  sagittis,  quolibet  vul- 
nere  laevi  tactu  sed  irremediabili  il- 
lieo mortem  adferunt. 

...  Ad  postremum  sive  Scytha  sive 


(1)  Solmi,  Stttdi  sulla  filosofia  naturale  di  Leonardo  da  Vinci,  p.  21. 
^2)  Nel  Codice  Atlantico,  f.  210  recto,  è  ricordato  un  <  De  re  militari  », 
forse  l'opera  del  Valturio.  Gfr.  De  Toni,  Frammenti  vinciani,  p.  41  sgg. 


278 


E.   SOLMI 


se  non    centra  a  traditori,  perchè  la      cretensis  sive  alio  coelo  genitus  fue- 
è  da  loro  rit,  qui  scorpionem  ad  mittendas  sa- 

gittas    primus   invenit,  aut   proditor 
sane  fuit  aut  nocendi  avidus 


Leonardo. 
Ammiano   Marcellino  afferma  es- 
sere abbrusiati  Tcentomila  volumi  di 
libri,  nella    pugnia  alessandrina,    al 
tempo  di  lulio  Cesare. 


Valturio. 
Ut   Ammiano    Marcellino   placet , 
septingenta  voluminum  milia...  bello 
priore  alexandrino...  ditatore  Cesare... 
conflagrasse  produntur. 


Codice  Trivulziano,  f.  41  recto.  De- 
metrio solca  dire,  non  essere  diffe- 
renza dalle  parole  e  voci  delli  im- 
periti ignoranti,  che  sia  da  suoni  e 
strepiti,  causati  dal  ventre  ripieno  di 
superfluo  vento,  e  questo  non  senza 
cagion  dicea,  imperocché  lui  non  re- 
putava essere  differenzia  da  qual 
parte  costoro  raandassino  fuori  la 
voce,  0  dalle  parti  inferiori  o  dalla 
bocca,  che  l'una  e  l'altra  era  di  pari 
valimento  e  sustanzia. 

f.  14  recto,  nulla  può  essere  scripto 
per  nuovo  ricercare. 

f.  2  verso.  Cornelio  Celso.  11  sommo 
bene  è  la  sapienza,  il  sommo  male  è  il 
dolore  del  corpo,  imperocché,  essendo 
noi  composti  di  due  cose,  cioè  d'anima 
e  di  corpo,  delle  quali  la  prima  è  mi- 
gliore, la  peggiore  è  il  corpo;  la  sa- 
pienza è  della  miglior  parte  il  sommo 
bene,  il  sommo  male  è  della  peggior 
parte  e  pessima.  Ottima  cosa  è  nel- 
l'anima la  sapienza,  così  è  pessima 
nel  corpo  il  dolore:  adunque  sì  come 


Valturio,  p.  12. 
Quorum  voces  tumentiaque  verba 
minime  perhorrescens  nihilo  pluris 
ego  faciam ,  quam  Demetrius  ille 
quem  dicere  solitum  accepimus  eo- 
dem  sibì  loco  voces  esse  imperitorum, 
quo  est  ventre  redditos  crepitos:  quum 
nihil  pene  intersit  qua  parte  corporis, 
sursus  an  deorsum,  turpiter  sonent. 


Valturio,  p.  1. 
nihil  scribi  omnino  nova  inquisitione 
possit. 

Valturio,  p.  12. 
Cornelio  Celso  (assentiri  cogor)  qui 
ait  summum  bonum  sapientiam,  sum- 
mum  autem  malum  dolorem  corporis. 
Nani,  quoniam  duabus  inquit  partibus 
constamus,  animo  scilicet  et  corpore, 
quarum  prior  melior,  deterius  est 
corpus.  Summum  bonum  est  melioris 
partis  optimum,  summum  autem  ma- 
lum est  pessimum  deterioris.  Est  au- 
tem optima  in  animo  sapientia,  est 
in  corpore  pessimum  dolor. 


LE   FONTI    DI    LEONARDO   DA   VINCI 


279 


il  sommo  male  è  il  corporal  dolore, 
così  la  sapienza  è  dell'animo  il  sommo 
bene,  cioè  delFuom  saggio,  e  niuna 
altra  cosa  è  da  a  questa  comparare 
Manoscritto  B.  fol.  8  r.  —  Catapulta 
come  dice  Nonio  e  Plinio,  è  vno  stru 
mento  ritrovato  da  quel  di  Cleti  (1), 
il  quale  traeva  vno  dardo  di  3  cubiti 
e  col  ferro  di  3  faccie,  tratto  per  ca 
gione  di  legni  liberati  dal  costrigni 
mento  di  nervi  retorti. 

fol.  S  V.  —  Romphea  è  vno  strumento, 
il  quale  gitta  fori  di  sé  legni  lunghi 
infiammati,  fu  vsata  secondo  Aulo 
Gellio  apresso  a  le  gienti  di  Tracia  e 
a  presso  a  altre  nationi  fu  chiamata 
flamea. 

Arco  si  dicie  essersi  ritrovata  da 
quelli  di  Arcadia,  alcuno  dice  Apollo, 
quelli  di  Candia  lo  dimandano  sci- 
tico, quasi  di  Scitia 

[La  figura  dell'arco  disegnata  da 
Leonardo  (fol.  8  v.)  corrisponde  a 
quella  stampata  nell'opera  del  Val- 
turio]. 

fol.  9  r.  —  Murici  overo  triboli. 
Li  murici  over  triboli  sono  da  essere 
in  campo  vsati  a  seminare  da  quella 
parte,  dove  l'omo  ha  sospetto  dello 
assalto  de  nemici ,  e  ancora  gittare 
infra  inimici,  quando  seguitano  lor 
vettoria. 

[Leonardo  ne  dà  due  piccole  figure. 


p.  225  —  Catapulta  quam  Plinius  VI 
natur.  histor.  Cretes  invenisse  per- 
bibet  iaculum  est  celer  vel  sagitta 
ut  Nonius  inquit.  Catapultam  etiam 
organum,  bellicumque  instrumentum 
quo  tricubitalia  tela  iaciuntur...  Tri- 
fax,  telum  longitudinis  trium  cubito» 
rum,  quod  catapulta  mittitur. 

p.  226  —  Romphaea,  teste  A.  Gellio 
noct.  att.  lib.  IX  genus  teli  est 
Thracae  nationis:  apud  alios  frameam 
spatbam  et  gladium  licet  sonet. 


p.  226  —  ...  sint  alii  licet...  qui  videri 
velint,  quum  Arcades  in  excelsa 
parte  montis  habitassent,  derivatum 
deinceps  ut  tutissima  urbium,  arces 
nominarentur.  Arcus  insuper  sagit» 
tandique  Apollinem  ferunt  extitisse 
repertorem,  qua  de  causa  Cretenses 
praecipue  arcu  delectati  sunt,  quem 
scythicum  nominarunt. 
p.  228.  Murices,  tribulos  aiunt  fer- 
reos,  qui  tribus  radiis  abiecti  quo- 
quomodo  situentur  stant  et  erecto 
quarto  infesti  sunt. 


(1)  Ravaisson-Mollien   interpretò  ticleti  come  Tigelth  Phalassar  :  il  con- 
fronto eoi  Valturio  chiarisce,  che  deVe  intendersi  di  Greti  cioè  di  Creta. 


280 


E.   SOLMI 


che  somigliano  alle  tre  date  dal  Val- 
turio]. 


Scalpro  era  un  ferro  acuto  da  fe- 
rire, e  custodire  i  liefanti;  dicie  Livio 
nel  settimo  della  guerra  cartaginese, 
che  molti  più  elefanti  erano  morti 
dalli  governatori  d'essi,  che  da  li  ni- 
mici,  e  questo  facievano,  quando  que- 
ste bestie  s'infuriavano  centra  a  sua  ; 
il  governatore  con  un  gran  colpo  li 
ficcava  lo  scalpro  acuto  infra  li  o- 
recchi,  dove  il  collo  si  congiugnie 
colla  nuca,  e  questa  era  la  più  presta 
morte  si  potessi  dare  a  s'i  gran  bestia. 

Vernina,  secondo  trovo  in  una  co- 
media  di  Plauto,  si  è  una  aste  lunga 
con  ferro  acuto  da  lanciare. 

Soliferreo  (1)  è  vna  sorte  d'arme 


p.  229  —  Scalprum  praeacutum  ad 
feriendum  ferrum.  Livius  belli  Pu- 
nici lib.  VII  Elephanti  plures  ab 
ipsis  rectoribus,  quam  ab  oste  inter- 
fecti,  fabrile  scalprum  cum  malico 
habebant;  id,  ubi  saevire  belluae  ac 
ruere  in  suos  caeperant ,  magister 
Inter  aures  positum  ipso  in  articulo 
quo  iungitur  capiti  cervix  quanto 
maximo  poterat  ictu  adigebat,  ea  ce- 
lerrima  via  mortis  in  tanta  molis 
bellua  inventa  erat. 
p.  229  —  vernina,  genus  iaculi  longi, 
teste  Fabio  Placiade.  Plautus  in  Bac- 
chide... 
p.  229  —  Soliferreum,  genus  teli,  hoc 


(1)  Riporto  per  il  soliferreo  o  per  la  fonda  (fionda)  il  testo  della  tradu- 
zione italiana  del  Valturio,  Opera  de'  facti  e  precepti  militari  di  Roberto 
Yalturio  translata  per  Paulo  Ramusio ,  Verona ,  Bonin  de  Boninis, 
MCCCCLXXXIII  adi  XVII  di  Februario,  in  fol.  fig.  p.  208,  per  far  rico- 
noscere che  Leonardo  segue  il  testo  latino,  anziché  la  versione  italiana.  «  So- 
«  liferreo  e  una  fatta  de  basta  da  frar  tutta  di  ferro  perche  sicondo  la  lingua 
«  de  li  osci  questo  uocabulo  solo  significa  tuto.  Liuio  nel  Libro  quarto  de  la 
«  guerra  Macedonica  dice  :  E  le  squadre  stando  de  dietro  con  paura  reguar- 
«  dauano:  e  tratto  uia  li  soliferrei  e  le  falarice  nudauano  le  spade.  La  Fonda 
«  he  detta  perche  da  quella  se  tra  fuora  gli  saxi  :  e  questo  saxo  uoltado  in 
«  torno  in  torno  cum  una  corda  dopia  se  tra  uia  el  saxo  rotundo  in  modo 
«  de  una  glande  asetada  e  ponderata  se  tra  uia  a  modo  se  la  fusse  tratta 
«da  uno  mangano.  Liuio  nel  libro  uìgesimo  octauo  dice:  Gli  homeni  usaua 
«  molto  de  le  fonde  così  come  anchora  adesso  alora  solamente  haueuano 
«  questo  modo  de  trar  ne  niuna  altra  gente  tanto  sta  exceliente  in  questa  arte 
«  quanto  infra  li  altri  li  popuii  baleari  apresso  li  quali  come  dice  Flauio  le 
«  madre  così  amaistrano  li  sci  fioli  da  picoli  che  non  li  lassano  tochar 
«  niuna  fata  de  cibo  se  non  quello  che  loro  haueuano  gietato  dal  segno  tra- 
«  giendo  uno  saxo  con  la  fonda:  e  impero  alcuni  dice  che  li  habitatori  de 
«queste  insule  Baleare  fureno  inuentori  di  trar  con  queste  fonde;  benché 
«  Plinio  dica  nel  vj  de  la  historia  naturale  che  questo  medesmo  esser  sta 
«  trouato  apresso  li  popuii  Syrophenici  ».  Gfr.  De  Toni,  Op.  cit.,  p.  43. 


LE   FONTI   DI   LEONARDO   DA   VINCI 


281 


tutta  di  ferro,  li  quali  usavano  di 
trarre  li  soldati  su  li  primi  assalti, 
di  questo  fa  mentione  Livio  nel  libro 
quarto  della  gueira  macedonica 

Fonda  è  fatto  d'una  corda  doppia  e 
nella  sua  piegatura  alquanto  lai^a, 
nel  quale  è  ponderato  uno  sasso,  poi, 
voltato  col  braccio  2  volte  intorno  si 
lascia  una  delle  corde,  e*  1  sasso  vola 
co  romore  per  laria,  come  se  vscissi 
d'uno  mangano,  dice  Flavio  questa  es- 
sere ritrovata  apresso  alli  abitatori 
delle  isole  Baleare,  e  che  loro  tennono 
la  eccellenza  del  trarre,  e  che  le  madri 
lor  [non]  lasciavano  toccare  ai  loro 
figli  di  nessuna  fatta  cibo,  se  non 
quello  gittato  per  loro  dal  segnio  col 
sasso  vscito  dello  fonda,  benché  Plinio 
dica  questo  medesimo  essere  inven- 
àone  delli  popoli  Syropbenici. 


Glande  sono  ballotte  di  piombo,  tratte 
con  balestri  e  con  fonde. 


fol.  9  V.  —  Auctori,  secondo  dice  Ce- 
lidonio,  è  un  arme  falcata  col  taglio 
da  vn  solo  lato  e  di  lunghezza  di  uno 
braccio,  e  vna  manica  biforcuta,  a 
modo  di  rondine,  e  non  si  porta  in  va- 
gina anzi  si  porta  nuda  appiccata  alla 
cintura. 

Danice  sono  acette  vn  poco  lunghe, 
e  diciesi  essere  molto  state  usate  dalli 
popoli  Dani,  ma  quello  ch'è  da  consi- 
derare ne  li  ferramenti  bellici  si  è  che 


est  totum  ferreum...  Livius  beili  Ma- 
cedo,  libro  quarto.  Et  cohortes  a 
tergo  stantes  pavidi  respiciebant,  ut 
enussis  soliferreis  falaricisque  gla- 
dios  strinxerunt. 

p.  229  —  Funda,  quod  ea  fundantur 
lapidea,  id  est,  mittantur.  Hoc  telum 
habena  volutatur  in  iactu,  glansque 
librata   quum   sederit,   velut    nervo 

missa   exculitur Fundis   ut   nunc 

plurimum,  ita  tunc  solo  eo  telo  ute- 
bantur,  nec  quisquam  alterius  gentis 
unius  tantum  ea  arte  quantum  inter 
omnes  alios  Baleares  excellunt,  apud 
quos,  ut  inquit  Flavina,  matres  a 
teneris  unguiculis  ita  natos  erudisse 
produntur,  ut  nullum  cibi  genus  con- 
tingere sinerent,  nisi  quem  ex  fonda 
immisso  lapide  percuasissent.  Proinde 
sunt  qui  Balearium  insularum  habi- 
tatores  hoius  teli  usum  primos  inve- 
nisse asserant,  quamquam  Plinius  hoc 
idem  apud  Syrophenicas  dicat  inven- 
tom. 

p.  229  —  Glans  vel  glandis,  telum 
est  sive  massa  plumbea  instar  glan- 
dium,  quae  funda  balistare  proiì- 
citur. 

p.  230  —  Chelidonium  auctores  vo- 
cant  ipsi  falcastrum ,  altera  parte 
tantum  acie  tenuissima,  sed  altiore, 
ulna  longitudine,  cauda  bifurca  ceu 
birundinis,  unde  et  nomen  habet;  va- 
ginis  non  conditur,  sed  unco  dependet 
a  cingulo. 

p.  230  —  Danicae,  secures  productio- 
res  quibus  acies  subtilior,  quibusque 
non  modo  Dani  sed  etiam  aliae  gen- 
tes  iam  uti  coeperunt  ;  in  universum 


282 


E.   SOLMI 


quello  che  sarà  amorzato  nell'olio  fia 
di  delicato  taglio,  quello  che  fia  amor- 
zato nell'acqua  sia  crudo  e  frangibile, 
quelli  che  fiano  spenti  nel  sangue  di 
becco  saranno  di  somma  durezza, 
l'olio,  la  cierusa  e  la  pegola  conser- 
vano il  fero  da  ogni  ruggine. 


Falce  è  vno  ferro  in  forma  lunare,  e 
dall'uno  de  corni  è  congiunta  una  aste, 
questa  arme  fu  usata  molto  apresso 
a  quelli  di  Tracia,  e  non  meno  nele 
pugnie  de  le  navi  che  in  terra,  poi  si 
convertì  in  uso  de  li  agricoli  e  villani, 
fol.  10  r.  —  Carro  falcato 
questi  carri  falcati  furono  di  diverse 
maniere ,  e  spesso  ferono  non  meno 
danno  sì  a  li  amici  che  a  nemici,  e  que- 
ste che  li  capitani  de  li  eserciti  cre- 
dendo con  questi  perturbare  le  squadre 
delli  inimici  con  questi  creon  la  paura 
e  danno  infra  li  soi,  contra  questi  bi- 
sognia  usare  arcieri  fondatori  e  lan- 


autem  quae  prò  re  militari  circa  haec 
consideranda  sunt,  ferramentorum  ge- 
nera si  oleo  restinguantur  delicatior 
fit  acies,  aqua  duratur  in  fragilita- 
tem.  Hircorum  sanguinis  tanta  vis 
est,  ut  ferramentorum  subtilitas  nec 
alio  acrius  induretur.  Ferrum  autem 
omne  a  rubigine  tuetur  oleum,  ce- 
russa, aut  liquida  pix. 
Falx  lunatiim  ferrum  hastae  affixum, 
militare  quondam  nunc  agreste  telum. 
...  falx  nedum  terrestris  militiae,  sed 
et  nauticae  instrumentum. 


p.  230  —  A  falce  falcati  etiam  cur- 
rus  dicti:  falcibus  namque  praemu- 
niebantur,  atque  in  hunc  maxime 
modum  falcibus  armati  prodibant  in 
bella.... 

His  quadrigis  ut  semper  duces  ho- 
stium  acies  perturbaturos  se  crede- 
bant,  in  suas  terrorem  persaepe  ver- 
terunt. 


ciatori,  e  trarre  ogni  maniera  di  dardi,      clamoribus  dissonis  ita  costernavit 


lance,  sassi,  fochi,  romori  di  tamburi, 
grida,  e  tali  operatori  stieno  sparti 
acciò  le  falci  non  lo  trovino,  e  per 
questo  si  spaventerà  li  cavalli,  i  quali 
isfrenati  si  volteranno  infra  sua,  a  di- 
spetto de'  governatori  di  loro,  e  fieno 
di  grande  impedimento  e  danno  a  sua 
medesimi.  1  Romani  usavano  contra 
di  questi  li  triboli  seminati  di  ferro,  i 
quali  impediano  li  cavalli  e  caduti  in 
terra,  per  la  pena,  lasciavano  i  carri 
sanza  moto. 

fol.  30  V.  —  Flammea  è  vna  balla 
conposta  in  questa  forma;  sia  insieme 


equos,  ut  repente  velut  effrenati  pas- 
sim incerto  cursu  vagarentur. 
Romani  murices  ferreos  in  terram 
fundebant,  qua  hostes  emissuros  qua- 
drigas  arbitrabantur:  in  quos  cum 
incidissent,  paulo  post  saucii,  pigri, 
mutilesque  reddebantur. 


p.  307  —  Ignem   graecum  appellant 
confectionem   quandam   bullitionem- 


LE  FONTI  DI  LEONARDO  DA   VINCI 


283 


que  saligni  carbonis,  salis,  ardentis 
aquae,  vitis,  sulphuris  picis  thuris- 
que  cum  molli  Aethiopum  lanae  filo 
et  camphora,  quae  dictu  mirabile  sola 
ardet  in  aqiia  materìam  omnem  adu- 
rentem.  Callimachus  architectus  ab 
Helepoli  fugiens  id  Romanos  docuit 
prìmum,  et  eo  sane  Imperatores  multi 
postea  in  hostes  usi  sunt.  Tempore 
enim  Leonis  imperatoris  quam  orìen- 
tales  populi  contra  civilatem  Ck)stan- 
tinopolim  navigassent  in  dromonibus 
mille  octingentis,  Imperator  igniferis 
navibus  contra  eos  directis.  hoc  ignis 
genere  omnes  abeumpsit. 


bollite  queste  cose,  cioè  carbone  di 
salcio,  salnitro,  acqua  vite,  sulfure,  in- 
censo e  pegola  con  canfora,  e  vno  filo 
di  lana  etiopica,  il  quale,  solo  insu- 
pato  in  detta  conpositione,  s'avolta 
informa  di  balla  e  con  punte  acute 
e  trassi  alle  navi  con  corda  a  vso  di 
fondo, questo  si  dimanda  foco  greco  ed 
è  cosa  mirabile,  e  abrusa  ogni  cosa 
sotto  l'acqua.  Callimaco  architetto  fu 
il  primo,  che  lo  insegniò  a  Romanj, 
da  quali  fu  poi  molto  usato  e  mas- 
sime da  Lione  imperadore,  quando  li 
popoli  orientali  contra  di  Costantino- 
poli venero  con  infinito  numero  di 
navi,  le  quali  da  questa  materia  fu- 
rono tucte  abrusate. 
Sono  quasi  d'una  medesima  sustantia, 
el  loro  foco  è  simile  a  quelo  ditto  di- 
sopra cioè  della  flamea  saluo,  che  ag- 
giunto a  della  compositione,  vernice 
liquida,  olio,  petrolio  e  trementina  e 
aceto  forte,  e  le  dette  cose  insieme 
eonpremute,  le  seccano  al  sole;  di  poi 
leuoltano  intorne  allastopa  di  canape, 
e  le  riducano  in  forma  rotonda  :  di  poi 
alcuno  le  tra  con  corda,  alcuni  li 
tìcano  dentro  la  punta  d'uno  dardo, 
traendola...  e  lassato  uno  buso  in  detta 
balla  overo  mesa  per  dare  lo  foco, 
tutto  il  resto  vestivano  di  colofenia  e 
sulfure,  e  di  questa  mistura  usavano 
i  nostri  antiqui dice  Lucano  Cie-      nec  puppìbus  ignis  incubuit  solis. 


sunt  qui  alio  igne,  et  quidem  mis- 
sili, huicque  persimili,  sed  vehemen- 
tius  urente  utantur,  bis  additis,  li- 
quenti  vernice  ac  librario  oleo,  pe- 
troleo  terebentina,  aceto  quam  acri, 
confectis,  compressis,  ad  solem  que 
exsiccatis,  ac  postea  stuppa  involutis 
cum  acutis  ferris  imminentibus  glo- 
meris  instar  funiculo  contexti,  quae 
omnia  denique  sint,  uno  foramine 
praetermisso,  colophonia  et  sulphure 

in  sequentem  modum  oblila 

Lucanus piceo  iubet  unguine  fin- 

ctas  Lampadas  immitti  iniunctis  in 
bella  carinis  | ;  arsere  cheraci  | 


sare,  che  questo  foco  fatto  gittare 
colle  lampade  infra  le  navi  de  Cerusci 
populi  di  Germania  abrusi,  non  che 
dette  navi,  ma  li  edifitii  edificati  sulle 
ripe  del  mare  furono  consumate  da 
simile  inciendio. 


sed  quae  vicina  fuere  J  Tecla  mari, 
longis  rapuere  vaporibus  ignem. 


284 


E.   SOLMI 


fol.  41  r.  —  Acinace  è  il  nome  di 
questo  coltello,  e  cosi  clamato  fu 
apresso  alli  Sciti  e  a  Medi,  secondo 
dice  Acrone 

Ense  e  gladio  sono  conditioni  d'armi, 
e  sono  una  medesima  cosa,  sì  come 
vuole  Quintiliano  nel  '/io  libro  delle 
sua  institutione  che  non  so  dessere.  Il 
gladio,  secondo  Plinio  nel  VI  libro 
de  naturale  istorie,  fu  ritrovato  dalli 
Lacedemonesi,  e  come  vole  Varone 
tolto  via  il  gi  e'n  suo  loco  messo  e.  è 
dieta  a  clade  perche  '1  si  fa  per  la 
clade  e  morte  de  nimici. 
Spada,  ense  e  gladio  sono  nomi  d'ar- 
me universalmente  noti  e  massime 
apresso  alli  antichi. 
Arpe  secondo  Lucano  nel  nono  dicie 
essere  una  spada  falcata,  con  la  quale 
Perseo  occise  il  Gorgone, 
fol.  41  v.  —  Lingula,  secondo  dice  Ne- 
vio 'n  una  sua  tragiedia,  che  Ixione  si 
dimanda,  era  dimandato  uno  picciolo 
coltello,  in  forma  di  lingua  d'ucciello. 
Machera  è  vna  sorte  d'arme  lunga 
e  da  una  parte  acuta:  Giesere  ne  fa 
mentione  nel  secondo  delli  sua  ce- 
mentarli. Stragule  è  arme.  Cimaste  da 
lanciare,  e  adoperare  manualmente  ; 
di  queste  fa  ancora  Giesere  mentione 
nel  secondo  de  cementarli. 
Doloni  sono  una  specie  d'arme,  della 
quale  fa  mentione  Plutarco  nella  vita 
di  Graccho....;  alcuni  altri  anno  auto 
per  openione,  che  doloni  siano  fra- 
gielli,  nella  cui  verga  sia  nascosti 
pugniali 

Sicca  è  uno  picciolo  coltello  il  quale      Sica  a  secando   dieta  est  enim  già- 
era  usato  dalli  antichi  assassini,  detti      dius  brevis  quo  maxime  utuntur  qui 


p.  218  —  Acinacis,  gladi us  militaris 
lingua  Parthorum  vel  Medorum,  ut 
inquit  Acron. 

p.  218  —  Ensis  et  gladius  huius 
naturae  sunt ,  auctore  Quintiliano 
insti,  libro  IX.  ut  idem  pluribus  vo- 
cibus  declarent,  ita  ut  nihil  signifi- 
cationis  quo  potius  utaris  intersit. 
Gladices ,  quem  auctore  Plinio  \I 
natur.  histo.  a  Lacedaemoniis  inven- 
tum,  teste  Varrone,  e  in  g  commutato 
a  clade  dicitur,  quod  fit  ob  ostium 
cladem. 

spatha,  ensis,  sive  gladius,  nomina 
sunt  omnibus  pene  nota. 

p.  219  —  Harpe  falcatus  ensis  quo 
usus  est  Perseus  in  occisione  Gor- 
gonis.  Luca,  in  IX. 
p.  219  —  Linguam  veteres  dixere  gla- 
diolum  oblongum  in  speciem  linguae 
factum  cuius  meminit  Naevius  in  tra- 
gedia Ixione. 

machaera  gladius  longus  ex  altera 
parte  acutus.  Gaesar  II  Gomment.:.... 
Inter  carros  rotasq.  machaeras  et 
stragulas  subiiciebant 


Dolones  gladii  sunt.  Plutarchus  in 
Vita  Gracchi...  Dolones  aliorum  sen- 
tentia  flagella  sunt  intra  quorum  vir- 
gam  pugiones  latent. 


1 


LE  FONTI  DI  LEONARDO  DA  VINCI 


285 


BÌccari,  per  lo  nome  d'esso  coltello,  se- 
condo Quintiliano  nel  9  de  le  istitu- 
tione 

fol.  42  r.  —  Pugione,  secondo  Pesto 
Pompeio,  è  vno  coltello  brieue  di  2 
punte  Vairone  dicie  pugione  ancora  es> 
sere  chiamata  un' aste  lunga  con  ferro. 
Clunade  è  uno  coltello  sanguinario. 
Secespita  è  uno  coltello  lungo,  col 
manico  rotondo  ed  un  pezo  d'avolio 
e  ornato  d'oro  e  argiento,  li  quali  usa- 
vano li  pontefici  e  li  fiamini  a  li  sa- 
crìfitii.  Alcuni  dicono  essere  la  scara 
e  altri  la  manara  a  coltello. 

Mucrone,  ense  e  gladio  sono,  secondo 
Prisciano,  nel  secondo  libro  de  l'arte 
gramatica. 

Aclides  come  vole  Servio  sono  cierte 
arme  tanto  antiche,  che  non  sono 
commemorate  in  guerra,  nondimeno 
si  legie  queste  essere  pezzi  di  legnio 
alcuni  lunghi  '/s  cubiti,  e  alcuni  ro- 
tondi, e  dentro  ferme  punte  di  ferro, 
acute  e  eminenti,  le  quali  si  traevano 
infra  i  nimici  con  corda  overcon  co- 
regie  di  corame,  e  quello  che  ricievea 
sua  botta,  presto  ritrova  il  creatore, 
fol.  42  V.  —  Telo  publicamente  furono 
apresso  a  li  antichi  chiamate  tutte 
quelle  cose,  che  in  guerra  erano  atte 
a  essere  traete  co  le  mani  come  dardi, 
legni,  freccie,  aste,  lance,  pali  e  sassi. 
Il  veruto,  sechondo  Nonio  Marciello, 
è  'n  arme  picciola  e  molto  strecta. 
Fusti  sono  quelle  prime  arme,  che 
usarono  l'umana  gieneratione,  e  che 
oggi  da  villani  pali  son  chiamati,  e  le 
lor  punte  erano  alquanto   abruciate. 


apud  italos  latrocinia  exercent  a  quo 
et   sicari!   dicti   quamquam    auctore 

Quintiliano  IX  Instit 

Pogio  gladius  brevis  et  bisacutus  sic 

dicto  Pesto  teste Est  et  pugio  se- 

cundum  Varronem  ingens  contus  Cam 

ferro. 

Clunadum  cultrum  sangoinarium  Se- 

cespitam  cultrum  ferream  dicunt  ob- 

longum,  manubrio  eburneo  rotundo 

solido,  iunceto  ad  capulum  argento 

auroque...  quo  pontifices  flaminesque 

ad  sacrìficia   utebantur.   A    secando 

secespita  dieta.  Alii  securìn,  alii  do- 

labram. 

Macro  ensis  et  gladius  idem  sunt 

Priscìanas  Artis  grammaticae  lib.  II. 

p.  220  —  Aclides  aactore  Servio  tela 
sunt  quaedam  antiqua  adeo  ut  ne- 
qaiquam  commemorentur  in  bello; 
legitur  tamen  quod  clave  cubito  se- 
mis  eminentibus  bine  et  hinc  acu- 
minibus  in  hostes  ita  iaciuntur  reli- 
gatae  loro  vel  lino  at  pwactis  vul- 
nerìbus  possint  redire. 


p.  220  —  Telum  vulgo  id  appellatur 
quod  ab  arcu  mittitur  manu  ut  lapis, 
lignum,  fustis,  basta,  lanceae,  pilum 
et  quodcumque  in  longinquam  mit- 
titur. 

Verutum  telum  breve  et  angustum 
Nonio  teste. 

p.  221  —  Fustes  sunt  quod  palos  ru- 
stici vocant  qui  inter  prima  human! 
generis  Arma  fuere. 


286 


E.   SOLMI 


Baculo  si  è  vno  bastone,  senza  gr[o]pi, 
col  quale  erano  battuti  i  tristi  servi. 
Aste  si  dice  essere  ritrovate  da  li  La- 
ciedemonesi,  sono  octime  e  plestante, 
di  frassino,  di  corilo,  raa  meliori  di 
sorbo,  perchè  più  lente  e  flexibiles. 
astili  sono  le  lancie  minori  le  quali 
per  arte  colle  man  siragano. 


Baculus virga  praetoris  qua  servi 

percussi  liberantur. 
Hastas  Lacedaemonios   invenisse  di- 
citur,    fraxinus   obedientissima ,   co- 
rylus  melior,  sorbus  lentior. 

Hastilia   minores  lanceae  sunt  ferro 
producto  et  quas  manu  iacere  ars  est. 


Conctiasti  sono  lunghissime  e  robu- 
ste, sanza  ferro,  ma  cola  punta  acuta. 
Lancea,  de  la  quale  dice  Plinio,  essere 
ritrovata;  dall'Etoli  Varone  dicie  es- 
sere vocabolo  hispanico. 

fol.  43  r.  —   Il   pilo,   asta    romana, 

Giesa  è  delli  galli,  larissa  delli  ma- 

chedoni. 

Plilo  era  vna  asta  in  vso  de  romani, 

non  altrementi  che  Giesa  a  li  galli,  e 

larissa  alli  maciedoni.  E  quest'  aste 

erano  segate  per  lo  lungo  in  2  equali 

parte e  furono  molto  in  vso  de 

b[r]etagni. 

ruma,  rumice  telo,  sparo  gallico. 
Ruma  e  pilo  e  rumice  e  telo  sono  in- 
fra loro  conforme,  e  sono  simili  allo 
isparo  gallico. 

Jaculo  si  dice  essere  ritrovato  da 
Etolo,  figliolo  di  Marte,  e  questo  da 
Erma,  Varrone,  Pesto  Ponpeo  ne  te- 
stimonia, diciendo  cosi  sono  iaculi 
agresti  e  rusticani  di  vile  e  bassa  con- 
ditione,i  quali  a  spergiendo  sono  detti, 
fol.  43  V.  —  Sarissa  come  piace  a 
Ponpeo  è  vna  aste  maciedonica. 
Gabina  è  chiamata  dalli  illirici  vna 
cierta  conditione  d"  arme,  in  forma 
quasi  d'uno  venabulo  overo  ispiede. 


Conti  hastae  longiores  sunt  et  robu- 
stae  sine  ferro  sed  acuta  cuspide. 
Lancea,  quam  Aetolos  invenisse  VI 
nat.  hist.  testis  est  Plinius.  Scriptum 

est  in  libro  Varronis lanceam 

hispanicum  verbum  esse. 

p.  221  —  Pilum,   basta  romana,  ut 

gesa  Gallorum ,   et   larissa    Macedo- 

num. 

His  Britanni  maxime  vsi. 


p.  222  —  Ruma  pilum,  rumata  pilata, 
rumex  telum,  sparo  Gallico  quam 
simile. 

Jaculum  quod  cum  amento  Aetolum 
Martis  filium  invenisse  ferunt  telum 
etiam,  quod  ut  iaciatar  fit,  teste  Var- 
rone, dictum.  Spara,  Pom.  teste,  mi- 
nimi generis  iacula  agrestia  et  ru- 
stica, a  spargendo  dieta. 
Sarissa,  ut  Pomp.  placet,...  est  basta 
Macedonica 

Gibinam  appellant  lllyrici  telum  ve- 
nabulo simile. 


LE  FONTI  DI  LEONARDO  DA  VINCI 


La  secure  è  chiamata  quasi  semicuris 
ouer  semi  quiris. 

Tragula  è  vna  asta  molto  acata,  la 
quale  ia  forma  di  telo  over  dardo 
si  pò  con  mano  trarre,  secondo  Var- 
rone  e  Ponpeo  e  Ciesere  nel  5  de  co- 
mentari. 

Claua  è  una  condì tione  d'  arme,  la 
quale  fu  in  vso  ap[r]esso  a  Ercole  ed  è 
detta  claua  perchè  era  un  grupulente 
bastone. 

Cathegia  —  alcuni  credono  questa 
claue  essere  la  categia,  quale  Oratio 
lachiama;  caia  e  cathegia  una  condi- 
tione  di  teli  gallici  i  quali  ritornano 
indirieto,  a  posta  di  chi  li  gitta,  e 
questa  secondo  Vii^ilio  fu  molto  in 
vso  delli  tedeschi,  vsavale  molto  i 
cavalieri  contra  i  pedoni, 
fol.  44  r.  —  dolabra 
Questo  sichiama  2  labri,  secondo  che 
afferma  Livio,  nel  li  libro  di  bello  pu- 
nico, dove  recita  Anibale  avere  con 
queste  mandato  500  africani  a  mi- 
nare, insino  ai  fondamenti,  le  mura 
d'una  terra. 

La  bipenne  si  dimanda  questo  stru- 
mento, perchè  dalluno  e  da  l'altro 
canto  à  lo  taglio  acato:  questo  voca- 
bulo  è  con  diligienza  affermato  da 
Quintiliano,  primo  delle  institutione. 
fol.  45  V .  —  Maleoli,  secondo  Àmiano 
Marciellino,  sono  una  spetie  di  dardi  e 
freccie,  che  lo  loro  fusto  è  di  canna,  e 
doue  finisci  e  lacanna,  li  si  congiugnie 
una  rocca,  come  quelle  da  filare,  e 
sopra  la  rocca  si  è  il  ferro  da  ficcarsi, 
e  nella  concavità  di  detta  rocca  si  de 
mettere  stoppa,  inbeuerata  nella   pe- 


Secaris    quasi    semicuris    vel   semi 

quiris. 

Tragula  est  basta  ferro  praeacata  et, 

ut  Varrò  inquit,  a  traiiciendo  dieta, 

ut  pomp.  teli  genus Caesar  lib.  Y 

Commentarìorum. 

Clava  teli  genus  quo  Hercules  ute- 
batur,  sic  dieta  quod  sit  ola  vis  fer> 
reis  ioTicem  religata 

Hanc  quidam  Catheiam ,  quam  et 
Horatius  Caiam  vocat,  dictam  etiam 
putant,  estque  Catheia  Gallici  teli 
genus,  quod  si  ab  artifice  mittatur, 
rursus  venit  ad  eum  qui  mittit. 
Hujus  Virgilius  meminit,  Theutonico 
ritu  solitos*  torquere  Catheias. 

Dolabra  quasi  duo  labra Livios 

belli  punici  lib.  II.  Tunc  Hannibal 
occasionem  ratus,  quingentos  ferme 
Afros  cum  dolabris  ad  subruendum 
ab  imo  marum  mittit. 


Bipennis  dicitur,  quod  ex  utraque 
parte  acutam  babebat  aciem...  Quin- 
til.  lib.  L  instila. 


p.  224  —  Malleoli  tela  sont  in  ma- 
liebris  coli  formam.  Ammianus  Mar- 
cellinus....  Malleoli  autem  teli  genus 
figuratur  hac  specie,  sag^tta  est  can- 
nea  inter  spiculum  et  arundinem 
multifido  ferro  coagmentata,  quae  in 
muliebris  coli  forma  quo  nentur  lintea 
stamina  concavatur...  atque  in  alveo 


288 


E.   SOLMI 


gola,  e  darle  il  foco,  e  gittarla  lente- 
mente  aciò  la  furia  de  l'aria  non  la 
morzassi  :  alcuni  dicano  in  detta  con- 
cauità  fassi  un  nutrimento  inestingui- 
bile, il  qual  si  fa  con  colofenia,  sulfore 
e  salnitro,  e  queste  cose  liquefatte  con 
olio  di  lavro  :  alcuni  dicano  olio,  pe- 
trolio e  grasso  d'anitra  e  midolla  di 
canna  e  di  ferula  e  con  sulfure,  co- 
lofonia e  canfora,  con  rasa  e  stopa, 
e  questa  compositione  fu,  apresso  ali 
antiqui,  dimandata  inciendara,  cioè 
cosa  atta  a  brusare  ancora  stoppa, 
grasso  e  petrolio. 


fol.  50  V.  —  Nomi  d'ingegnieri. 
Callias  rodiano 
Epimaco  ateniese 
Diogene  filosofo  rodiano. 
Calcedonio  di  Tracia 
Febar  di  Tiria 

Callimaco  architecto,maestro  di  fochi. 

fol.  51  r.  —  modo  di  schifare  l'ariete 
con  balle  di  paglia  bagniata  in  aceto 
Heliopolim  macc[h]ina  murale. 

Febar  di  Tiria  per  gvastare  li  muri 
de-Gaditenei  usò  questo  strumento 
fol.  61  r.  —  Se  l'acqua  sarà  tanto  alta 
che  fanterie  e  cavalieri  non  possine  pas- 
sare.diminuiscasi  il  fiume  in  molti  rivi, 
come  fé  Ciro  re  de  Persi  alla  spugna- 
tion  di  Babilonia  sul  fiume  Gangi  (1) 


ipso  ignem  cum  aliquo  suscipit  ali- 
mento et  sic  emissa  lentius  arcu  in- 
valido: arcus  ictu  enim  rapidiore  ex- 
tinguitur  aestus  incendiorum  nec 
remedio  ullo  quam  superiecto  pulvere 
vel  amurca  consopitur...  In  huiusmodi 
autem  malleoli  concavo  glutinum 
ignisque  fomentum  est  inextinguibile 
ex  colophonio,  sulphure,  sale  quem 
nitrum  appellant ,  omnibus  in  lauri 
oleo  liquefactis:  secundum  alios,  oleo, 
petroleo,  adipe  anatis,  medulla  can- 
nae  ferulae,  sulphure:  vt  aliis  visum 
est  oleae  olivo ,  sefo ,  colophonia , 
camphora,  resina,  stuppa.  Hanc  ve- 
teres  compositionem  bellatores  Incen- 
diarium  appellant. 
p.  283  —  Callias  Rhodum  quum  ve- 

nisset 

p.  283  —  Epimachum  atheniensem... 
p.  283  —  Diogenes...  Rhodius. 
p.  282  —  Tetras  autem  Calcedonius. 
p.  281  —  faber  Tyrius,  nomine  Phe- 
sarsemenos. 

p.  307  —  Callimachus  architectus 

Ignem  graecum...  docuit  primum. 

p.  283  —   Simili  modo  saccos  paleis 

aceto  maceratis  refertos... 

p.  283  —  Helepolim    muralem  ma- 

chinam, 

p.  281  —  faber  Tyrius...  deiecit  Ga- 

ditanorum  murum. 

p.  309  —  Quod  si  altior  unda  utrin- 

que  militem  respuat,  fossis  plurimis 

ac  diverticulis   minuenda   est,  sicut 

Caesar  in  transita  Licoris.  Gyrus  po- 

tentissimus  Persarum   rex    Babylona 


(1)  Veramente  il  fiume  di  Babilonia  è  l'Eufrate,  non  il  Gange.  V'è  anche  una 
confusione  fra  Licoris  (Loira)  e  Sicoris  (Segre).  Cfr.  De  Doni,  Op.  cit.,  p.  51. 


LE   FONTI   DI    LEONARDO   DA   VINCI 


289 


il  quale  nel  più  stretto  è  braccia  10000, 
così  Alessandro  sul  medesimo  fiume, 
Cesare  sui  fiume  Sicurìs. 
S'elli  avvenissi,  cheilfìvme  fussi  tanto 
profondo,  che  non  si  potessi  passare 
a  guazzo,  debe  il  capitano  far  fare 
tanti  rivi,  i  quali  piglino  l'acqua,  e  poi 
la  pendino  di  sotto  al  fiume,  e  a  questo 
modo  il  fivme  si  viene  a  bassare  e  con 
facilità  si  passerà.  Questo  usò  Ali- 
sandro  in  Indja  contra  di  Porro,  al 
passo  del  fiume  Idaspe,  questo  mede- 
simo usò  Cesare  in  Gallia,  e  così  in 
Ispagnia  sul  fiume  Liger,  ordinate  2 
schiere  i  cavalli,  fé  passare  li  soldati  ; 
per  lo  mezzo  questo  medesimo  fé 
Annibal  nel  Po  co  li  elefanti. 
fot.  62  v.  —  Le  navicule  apreeso  a  li 
Assiri  furono   fatte  di  virghe  sottili 

di  salice Ciesere  vestì  dette  sorte 

di  navicule  di  pelle  bouine,  nel  pas- 
sare, Sicuris  fivme  di  Spagna,  secondo 
ne  testifica  Lucano. 
Li  Spani,  li  Sciti  e  li  Arabi,  quando  vo- 
liono  fare  vn  subito  ponte,  aligano  li 
gratici,  fatti  di  salice,  sopra  le  bage 
over  otri  di  pelle  bouine,  e  così  passan 
sicuramente. 


oppugnaturu-s,  Gangem  fluvium  adeo 
grandem,  ut  ubi  minus  occupet,  latitu- 
dine VII!  m.  passuum  pateat... 
p.  308  —  Cfr.  supra. 
Alexandre  Indiam  vastante  quum  Por- 
ras  ei  occurrisset,  castra  inter  utran- 
que  ripam  Idaspis  fluminis  dis{>08ita 
sunt...  Idem  Caesar  quum  Liger  sibi 
traiiciendos  esset... 
geminae    nonnunquam    equitum    a- 

cies ac  inter  utramque milites 

transeunt. 

Hannibalem    per  superiora  Padi 

vada...  elephantis  in  ordinem  ad  su- 
stinendum  impetam  fluminis  oppo- 
sitis... 

p.  3i6  —  Naviculas  alii  saligno  vi- 
mine texunt,  bonisque  corio  tegunt, 
ut  Caesar  transitu  Sicoris.  Lucanus. 


p.  318  —  Hispani  vero,  Aschitae 
Arabes  bubulis  utribis  contabulatas 
crates  superim  ponunt  vectitatique 
hoc  ratis  genere  praetereuntes... 


Ms.  2037  Bibl.  Nat. 
fol.  8  V.  —  Lucretio,  nel  terzo  delle  p.  211  —  Lucretius   libro  V  de  Re- 
cose naturale,  le  mani,  vnghie  e  denti  rum   natura   Arma   antiqua   manus, 
furono  le  armi  de  li  antichi-163.  ungues  dentesque  fuere. 


Leonardo  si  serviva  poi  abilmente  di  questi  brani,  che  andava 
raccogliendo.  Da  una  sentenza  di  Aristotile,  citata  nel  Convivio 
di  Dante,  e  da  due  brani  dei  Valturio  risulta  formato  il  noto  fram- 
mento leonardesco  del   Codice   Atlantico  al   foglio  119   recto: 

6iomali  tiorico.  —  Snppl.  no  10- li.  19 


290  E.   SOLMI 

«  Naturalmente  li  omini  boni  desiderano  sapere.  So  che  molti 
«  diranno  questa  essere  opera  inutile,  e  questi  fieno  quelli  dei 
«  quali  Deometro  disse  non  faceva  conto  più  del  vento,  il  quale 
«  nella  lor  bocca  causava  le  parole,  che  del  vento  che  usciva 
«dalle  parti  di  sotto:  uomini  i  quali  hanno  solamente  desiderio 
«  di  corporal  ricchezza  e  diletto,  e  interamente  privati  della  sa- 
«pienza,  cibo  e  veramente  sicura  ricchezza  dell'anima,  perchè 
«  quant'è  più  degna  l'anima  che  '1  corpo,  più  degne  fieno  le  ric- 
«  chezze  dell'anima,  che  del  corpo  ». 

CLX  XXVIII. 

Vegezio.  Leonardo  cominciava  la  sua  lettera  di  presentazione 
a  Lodovico  il  Moro  in  questi  termini  :  «  Avendo,  Signore  mio 
«  Illustrissimo,  visto  e  considerato  oramai  a  suflaicientia  le  prove 
«  di  tutti  quelli,  che  si  reputano  maestri  e  componitori  di  stru- 
«  menti  bellici,  e  che  le  invenzione  e  operazione  di  dicti  instru- 
«  menti  non  sono  niente  aliene  dal  comune  uso,  mi  exforzerò, 
«  non  derogando  a  nessuno  altro,  farmi  intender  da  vostra  ec- 
«  cellenzia,  aprendo  a  quella  li  secreti  mei  »  (1).  Da  queste  pa- 
role risulta  cosi  assodato  lo  studio  paziente  e  compiuto,  che 
l'artista  fiorentino  aveva  fatto  degli  autori  di  libri  militari,  e 
non  è  da  stupirsi  se  lo  strumento  da  palombaro  del  Mano- 
scrìtto  B  (2)  sia  stato  preso  di  peso  dal  Vegetii  Renati,  Epitome  rei 
militaris,  s.  1.  n.  d.,  in  fol.,  senza  cifre  né  richiami,  in  carattere 
gotico,  che  comincia  :  '  Flavij  vedati  renati  viri  illustris.  Epi- 
tome de  re  militari  incipit  \ 

GLXXXIX. 

Vespucgi  Amerigo.  Il  Vasari  attribuisce  a  Leonardo  un  ri- 
tratto di   Amerigo  Vespucci,   una  superba  testa  di  vecchio,  di- 


(1)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  391  recto. 

(2)  Leonardo,  Manoscritto  B,  f.  18  recto  II.  Gfr.  Vegbzio,  Op.  cit.,  p  146. 
ed  anche  Aristotele,  Problemi,  e.  XXII,  §  5  {Op.  omnia,  Berlino,  1836, 
V.  IV,  p.  470)  ;  R.  Bacone,  De  secretis  operibus,  e.  IV,  Argentorati,  1659, 
V.  V,  p.  850. 


LE  FONTI   DI  LEONARDO  DA  VINCI  291 

segnata  a  carbone.  Forse  la  notizia  è  errata,  ed  è  da  riferirsi 
ad  un  nipote  del  viaggiatore,  che  fu  intimo  del  Maestro.  Non  è 
tuttavia  improbabile  invece  la  conoscenza  per  parte  del  Vinci 
del  libro  '  Paesi  novamente  i^etrovati  et  novo  mondo  de  Ame- 
rico Vesputio  Fiorentino  intitulaio.  Stampato  in  Milano  con  la 
irapena  de  Jo.  Jacobo  et  fratelli  de  Lignano:  et  diligente  cura 
et  industria  de  Joanne  Angelo  scinzenzeler  :  nel  MGGCGCXII 
adi  XXVII  de  Mazo  '  in-4»,  di  76  carte  num.  (Edizioni  precedenti 
in  gran  numero  si  conservano  senza  data  e  con  le  date  del  1504, 
1505,  1506,  1507,  1508,  ecc.).  Le  notizie  vinciane  sugli  indiani 
presentano  grande  analogia  con  quelle  date  dal  viaggiatore  fio- 
rentino (1). 

GXC. 

Vespucci  Bartolomeo.  Quando  Leonardo  scrive:  «il  Vespuccio 
<  mi  voi  dare  un  libro  >,  si  riferiva  senza  alcun  dubbio  a  Barto- 
lomeo Vespucci,  figlio  di  Ser  Nastagio  e  nipote  di  Amerigo,  che 
fu  uno  dei  priori  del  1514  e  dei  dodici  buoni  uomini  del  1520. 
È  ovvio  osservare,  che  noi  non  sappiamo  qual  fosse  il  libro  con- 
segnato a  Leonardo. 

Bartolomeo  Vespucci  scrisse  un'Oratio  de  laudibus  astrologiae 
habita  in  almo  Patavino  Gymnasio  anno  1506,  edita  col  Sacrobosco 
e  Francesco  Capuano  di  Manfredonia,  con  «  annotationes  non- 
«  nullae  eiusdera  Bartholomaei  Vesputii,  hic  idem  intersertae  »  (2), 


(1)  Fra  i  fogli   inediti   di   Windsor   (Fragmentt   d'études   anatomiques, 
Recueil  C,  f.  3  recto)  si  trova,  ad  esempio,  questa  nota  :  «  L'unghie  lunghe 

<  apresso  a  delli  Europei,  son  reputate  vergognose,  e  apresso   dell'Indi  son 

<  tenute  in  gran  venerazione,  e  le  fanno  dipignere  con  acque  essentiative,  e 
«  le  tengan  con  diversi  traforamenti,  e  dicano  che  quest'è  cosa  da  omini 
*  gentili,  e  che  l'unghie  corte  son  cose  da  lavoratori  e  mecaniei  in  diverse 

<  arti  ».  Leonardo.  Manoscritto  K,  f.  .75  verso.  Gfr.  Solmi,  Leonardo,  p.  1.53. 
Sulla  improbabilità  dell'incontro  del  Vinci  con  Amerigo  Vespucci,  vedi  De 
Toni,  Il  ritratto  leonardesco  di  Amerigo  Vespucci,  Padova,  1898. 

(2)  La  2*  e  il  resto  della  3'  carta  contengono  il  discorso  del  Vespucci.  Il 
vei-so  della  3*  una  lettera  intitolata:  Sylviua  Laurentius  a  portu  Caballenus  : 


292  E.   SOLMI 

un'OraUo  in  laudem  quadrivii,  stampata  in  Venezia  nel  1508,  e 
commentò  la  Sfera  del  Sacrobosco.  Inutilmente  abbiam  posti 
questi  scritti  a  riscontro  dei  codici  vinciani  ;  nulla  essi  conten- 
gono di  comune. 


CXGI. 

Verrogghio(del)  Andrea.  Andrea  Gione  del  Verrocchio  (1438- 
1488)  fu  nel  sec.  XV  maestro  eccellentissimo  per  la  singolare  sa- 
pienza e  il  rigore  del  metodo.  Dotato,  più  che  di  genio,  di  pazienza, 
aiutato  più  che  dalla  natura  dallo  studio,  era  arrivato,  lentamente 
e  faticosamente,  ad  una  riproduzione  profonda  ed  esatta  della 
natura,  e  ad  una  universalità  propria  solo  delle  menti  elette.  In 
giovinezza  «  aveva  atteso  alle  scienze  e  particolarmente  alla 
«geometria*;  da  orefice  divenuto  intagliatore,  da  intagliatore 
scultore,  da  scultore  prospettivo,  da  prospettivo  pittore,  nello 
stesso  tempo,  che  non  fu  ignaro  della  musica,  toccò  tutti  i  sog- 
getti, l'uomo  nelle  sue  diverse  età,  gli  animali  e  le  piante,  nelle 
loro  infinite  forme,  e,  secondo  una  felice  espressione,  «intese 
«  l'arte  perfettamente  ». 

Un  concetto  Leonardo  apprese  dal  suo  maestro  fin  da  prin- 
cipio: per  fare  bisogna  anzitutto  sapere.  «  Quelli  che  s'innamoran 
«di  pratica  sanza  scienza,  son  come  '1  nocchiero,  ch'entra  in 
«  navilio  sanza  timone  o  bussola ,  che  mai  ha  certezza  dove  si 
«  vada  ».  Il  secondo  concetto  fu  questo:  per  sapere  bisogna  in- 
vestigare con  ordine  e  con  pazienza  le  cose  naturali,  che  si  vo- 
gliono ritrarre,  «  e  se  altro  farai,  getterai  via  il  tempo  e  vera- 
«  mente  allungherai  assai  Io  studio  ». 


Glarissirao  ?irtium  Doctori  :  ac  Astrologiae  consultissimo  domino  Bartho- 
lomaeo  Vespucip  felicitatem.  (in  fine)  Impressio  veneta  per  Joannem  Rubeum 
et  Bernardinum  fratres  Vercellenses  ad  instantiam  junctae  de  junctis  fiorentini 
Anno  Domini  1508  die  VI  mensis  maij.  Altra  edizione  con  scritti  di  Gio- 
vanni Léfèvre,  Pietro  d'Ailly,  Roberto  Lincoln,  Giovanni  di  Kònisberg,  ecc., 
è  soltanto  del  1518. 


LE  FONTI  DI  LEONARDO   DA  VINCI  293 

Seguendo  la  professione  precipua  del  maestro,  il  Vinci  fece 
da  prima  in  scultura  alcune  teste  di  femmine,  che  ridono,  e  pa- 
rimente teste  di  putti,  fra  le  quali  un  Cristo  fanciullo  di  bellis- 
sime forme.  Il  Verrocchio,  a  sua  volta,  acquistò  nel  disegno 
quella  agilità  e  dolcezza ,  che  era  propria  del  discepolo.  Dalla 
maniera  rigida  e  cruda,  propria  dei  suoi  lavori  antecedenti, 
arrivò,  come  ad  esempio  nella  Incredulità  di  San  Tomaso,  a 
quella  grazia  nelle  figure  e  nei  panneggiamenti,  a  quel  profondo 
sapere  psicologico,  a  quel  sorriso  misterioso,  che  furono  l'im- 
pronta del  fare  leonardesco. 

Lo  svolgimento  dei  due  artisti  è  legato  per  un  certo  tempo 
così  intimamente,  che  è  difficile  stabilire  con  pienezza  e  preci- 
sione, sino  a  che  punto  arriva  l'efflcacia  dell'uno  e  dove  cominci 
quella  dell'altro. 

Leonardo  e  il  Verrocchio  collaborano  prima  e  dopo  il  Bat- 
tesimo di  Cristo.  Un  disegno  del  Louvre,  indubbiamente  del 
Verrocchio,  porta  la  scrittura  di  Leonardo.  Un  disegno  di  Leo- 
nardo a  Weimar  riproduce  le  forme  del  grazioso  David  del 
Verrocchio.  Il  Battesimo  di  Cristo,  famoso  per  la  leggenda  nar- 
rata dal  Vasari,  mostra  il  momento  nel  quale  l'arte  del  maestro 
e  quella  del  discepolo  sono  in  forte  contrasto.  L'angelo  di  Leo- 
nardo nella  grazia  del  movimento,  nelle  pieghe  naturali  e  ac- 
curate de'  panni,  nella  dolcezza  del  viso,  coi  capelli  inanellati, 
scendenti  sulle  spalle,  si  distacca  dalle  figure  senza  grazia,  dagli 
abiti  duri,  dai  visi  senza  dolcezza  dell'angelo,  del  S.  Giovanni 
e  del  Cristo  del  Verrocchio,  «il  che  fu  cagione,  aggiunge  il 
«  Vasari,  ch'Andrea  mai  più  non  volle  toccar  colori,  sdegnatosi 
«  che  un  fanciullo  ne  sapesse  più  di  lui  ».  E  sebbene  questa  ag- 
giunta si  debba  considerare  un  frutto  della  fantasia  magnifica- 
trice,  è  ben  certo  che  il  Verrocchio  si  affrettò  ad  accostare  la 
sua  arte  a  quella  più  profonda  e  nello  stesso  tempo  più  aggra- 
ziata, armoniosa  e  finita  del  discepolo. 


294  E.   SOLMI 


CXCII. 


Virgilio.  Dato  anche  che  la  citazione:  «Virgilio  dicie:  era 
«lo  scudo  bianco  e  sanza  laude;  perchè  appresso  alli  antichi  le 
«  vere  laide,  confermate  da  testimoni,  erano  materia  alle  pitture 
«  delli  scudi,  ed  era  quale  d'osso  di  cervi  collegato  e  intraver- 

«  sato  e  permodiflcato  con »  (1)  sia  di  seconda  mano,  è  certo 

che  Leonardo   conosce   le   opere  di  Virgilio  o  almeno  Virgilio 

tradotto  in  prosa  italiana in  Vicenza,  1476,  per  Hermano 

Levilapide,  in-4°,  e  Virgilio  l'Eneide  (tradotta)  in  Milano  per 
Ugonem  de  Rugeriis,  1491,  in-4°,  e  La  Bucolica  di  Virgilio 
tradotta  per  Bernardo  Pulci  con  l'Elegie.  In  Firenza,  1491,  in-8% 
che  cita  più  volte  nei  codici  inglesi  ancora  inediti,  come  mi  co- 
munica Giovanni  Piumati. 

GXGIII. 

Visconti  Gaspare.  Si  ritiene  che  il  Vinci  abbia  concorso  ai 
disegni,  che  si  trovano  in  margine  ad  un  esemplare  del  De  Paulo 
e  Daria  amanti  di  Gaspare  Visconti,  poemetto  edito  in  Milano 
nel  1485,  né  è  improbabile  che  conoscesse  i  Rithimi  che  furon 
messi  a  stampa  nel  1493,  e  che  piacquero  tanto  ai  contemporanei 
da  far  sì  che  taluno  di  essi  osò  porre  il  Visconti  al  disopra  di 
Francesco  Petrarca. 

La  copia  del  romanzo:  De  Paulo  e  Daria  amanti...  impresso 
per  magistro  Pfiilippo  Mantegatio  dieta  el  Cassano  in  la  excel- 
lentissima  Citade  de  Milano  nel  Anno  Mcccclxxxv.  a  di  primo 
de  Aprile,  in-4°,  di  III  carte  già  appartenenti  al  signor  Saverio 
del  Monte  in  Genova,  serba  nel  margine  disegni  in  rosso  di  foglie, 
teste  di  uomini,  donne  e  cavalli,  di  cui  uno  con  le  proporzioni 


(1)  Leonardo,  Manoscritto 2037 ,  ti,  verso.  Gfr.  Virgilio,  Aen.,  IX,  v.  548: 
«  Helenor...ense  levis  nudo  parmaque  inglorius  alba  ». 


LE  FONTI  DI  LEONARDO  DA  VINCI  295 

numerate,  ritenuti  comunemente  di  Leonardo.  Nessuna  altra 
traccia  nei  Manoscritti  vinciani  (1). 

CXCIV. 

ViTELLioNE.  Nella  Summa  de  aritmetica,  geometria,  propor- 
tione  e  proportionalità.  Luca  Pacioli  parlando  delle  leggi  mate- 
matiche dell'ottica  «  la  qual  regola,  scrive,  io  la  cavo  dal  specu- 
«  lativo  autore  di  Prospectiva,  per  nome  detto  Vitellione,  qua! 

<  me  recordo  haver  lecto  in  la  biblioteca  de  frati  de  San  Marco 
«  in  fìrenza  :  de  l'ordine  di  San  domenico,  detto  della  observantia. 

<  La  qual   libreria   fece  e  ordinò  il    magnifico  homo  cosmo  de' 

<  medici,  in  la  qual  di  ciascuna  facullà  in  greco  e  latino  copio- 
«  sissimamente  fece  mettere  libri  boni  e  belli:  e  maxime  in  tutte 
«  l'arte  mathematiche  asai  si  ne  fece  fare.  Li  quali  in  parte  in 
«quel  luogo  (per  l'umanità  di  quelli  padri)  legendo  transcorsi, 
«  secondo  quel  poco  senso,  che  idio  per  sua  gratia  ci  a  dato, 
«  senpre  qualche  utilità  reportandone  »  (2). 

Su  questo  medesimo  Codice  di  Vitellione,  che  oggi  si  conserva 
ancora  nella  Mediceo-Laurenziana  con  una  legatura  e  stemma 
del  secolo  XV,  ha  studiato  anche  Leonardo  da  Vinci,  come  si 
trae  dalla  nota  :  <  Vitelone  in  Sa  noto  Marco  »  (3). 

L'opera  del  polacco  Vitellione,  calcata  su  quella  dell'arabo 
Alhazen,  è  uno  dei  monumenti  scientifici  maggiori  del  Medio 
Evo.  Leonardo  non  la  potè  tuttavia  che  studiare  sui  manoscritti, 
poiché  la  più  antica  edizione  è  quella  di  Norimberga  del  1535 
e  la  migliore  quella  di  Basilea  del  Rixner  compiuta  nel  1572  (4). 


(1)  R.  Rexier,  Gaspare  Visconti  in  Archivio  storico  lombardo,  Milano, 
1886,  XIII,  pp.  509  sgg.  ;  777  sgg. 

(2)  Fagioli,  Sumnui  de  aritmetica,  e.  87. 

(3)  Leonardo,  Manoscritto  del  British  Museum,  f.  79  verso. 

(4)  CuRTZE,  Ricerche  sulla  patria  e  sul  nome  di  Vitellone,  in  Bullettino 
per  le  scienze  matematiche  e  fìsiche  diretto  da  B.  Boncompagni,  Boma, 
1871,  voi.  II,  p.  52. 


296  ■  E.   SOLMI 

Prima  di  compulsare  il  bel  codice  della  biblioteca  di  San  Marco, 
il  che  non  avvenne  che  nel  1500,  quando  Leonardo  ritornò  in 
Firenze  col  matematico  Luca  Pacioli,  il  Vinci  potè  servirsi  di  un 
altro  manoscritto,  che  si  conservava  nella  grande  biblioteca  sfor- 
zesca di  Pavia.  «  Fa  d'avere  Vitelone,  che  è  nella  libreria  di  Pavia, 
«  che  tratta  di  matematica  »  (1),  Quando  l'artista  ebbe  presa  cono- 
scenza del  volume,  s'accorse  che  alla  matematica  non  è  dedicato 
che  il  primo  libro,  e  allora  scrisse  l'altra  nota  del  Manoscritto  B. 
«  In  Vitelone  sono  805  conclusioni  in  prospettiva  »  (2). 

In  tempo  più  tardo,  o  che  l'abbia  trascritto  egli  stesso,  o  che 
se  lo  sia  fatto  trascrivere  da  altri,  è  certo  che  egli  possedeva  un 
codice  del  TTepi  òttiikìì^  id  est  de  natura,  ratione  et  proiectione 
radiorum  visus,  luminum,  colorum  atque  formarum  quan/i 
vulgo  Perspectivam  vocant  Libri  X.  Infatti  in  una  nota  che  si 
riferisce  a  preparativi  per  un  viaggio  scrive  :  «  tolli  il  libro  di 
«  Vitolone  »  (3). 


Leonardo. 
Ms.  2037,  f.  32  verso. 
Impossibile  è  che  l'ochio  mandi  fori 
di  sé,  per  li  razzi  visuali,  la  virtù  vi- 
siva, perchè  nello  suo  aprire  quella 
prima  parte,  che  dessi  principio  al- 
l'uscita, e  avessi  d'andare  all'obietto 
non  lo  potrebbe  fare  sanza  tenpo,  es- 
sendo cosi  non  potrebbe  camminare  in 
un  mese  all'altezza  del  sole,  quando 
l'occhio  lo  volesse  vedere,  e  se  la  vi 
agiugnesse  sarebbe  necessario,  ch'ella 
fusse  continuata  per  tutta  la  via,  ch'è 
dall'echio   al   sole,  e  ch'ella  sempre 

allargasse  : essendo  questo  e'  non 

basterebbe,  se  l'ochio  fusse  per  un 
milione  di  mondi,  che  tutto  non  si 
consumasse... 


Vitellone. 

Libro  III,  prop.  V,  p.  55  verso. 

Impossibile  est  visum  rebus  visis 
applicari  per  radios  ab  oculis  egressos. 
Si  enim  aliqui  radii  egrediuntur  ab 
oculis,  per  quos  virtus  visiva  rebus 
extra  còiungitur,  aut  illi  radij  sunt 
corporei  vel  incorporei.  Si  corporei, 
tunc  cum  visus  viderit  stellas  et  eoe- 
lum,  necessario  est,  ut  a  visu  aliquid 
corporeum  exiens  impleat  totum  spa- 
cium  universi,  quod  est  Inter  visum 
et  partem  coeli  visam  praeter  dimi- 
nutionem  ipsius  oculi,  quod  et  im- 
possibile est  fieri,  et  etiam  tam  cito 
fieri,  substantia  quantitate  oculi  ma- 
nente salva... 


(1)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  225  recto. 

(2)  Leonardo,  Manoscritto  B,  f.  58  verso. 

(3)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  246  recto. 


LE  FONTI   DI    LEONARDO   DA  VINCI  297 

Altre  considerazioni  sui  rapporti  di  Vitellione  e  di  Leonardo 
da  Vinci  io  ho  fatte  nel  mio  studio  su  Leonardo  da  Vinci  e  la 
teoi^a  della  visione,  dove  ho  anche  notato  coincidenze  con 
YOttica  di  Alhazen,  le  quali  tuttavia  non  essendo  tali  da  fornire 
una  certezza  assoluta,  qui  tralascio  di  ripetere  (1). 


GXGV. 

ViTRDVio.  «  Vetrilvio  »  (2).  «  Cerca  di  Vetruvio  tra'  car- 
«  tolai  »  (3).  «  Messer  Ottavian  Palavicino  pel  suo  Vetruvio  »  (4). 
«  Messer  Vincenzo  Aliprando  all'Osteria  dell'Orso  ha  il  Vetruvio 
«di  Jacorao  Andrea  »  (5).  Queste  note,  segnate  dal  Vinci,  nel 
libretto,  che  portava  sempre  seco,  in  vari  tempi  e  in  vari  luoghi, 
mostrano  quanto  era  vivo  in  Leonardo  l'interesse  per  lo  scrittore 
classico  dell'architettura. 

Molte  furono  le  edizioni  di  Vitruvio  nel  secolo  XV.  L'edizione 
principe  fu  procurata  da  Giovanni  Sulpicio  da  Veroli,  in  Roma, 
fra  il  1484  e  il  1492;  la  seconda  fu  la  fiorentina  del  1496  in-fol., 
che  contiene,  oltre  al  De  aqiteductilncs  di  Sesto  Giulio  Frontino, 


(1)  Si  potrebbe  anche  riavvicinare  a  Leonardo  questo  passo  di  Alhazen: 
«  Omnia  ergo  ista  significant,  quod  lux  operetur   in  visum   aliquam  opera- 

<  tionem.  Et  invenimus  iterum  quod,  quando  aspiciens  inspeserit  viridarium 
€  multae  spissitudinis  herbarum,  super  quod  oriebatur  lux  solis  :  et  moretur 

<  in  aspiciendo  ipsum  :  deinde  convertat  suum  visum  ad  locum  obscurum  : 
«  inveniet  in  ilio  loco  obscuro  formam  coloratam  a  virore  illarum  herbarum: 

<  deinde  si  aspexerit  in  ista  dispositione  visibilia  alba  et  fuerint  illa  visi- 
«  bilia  in  umbra,  et  loco  debilis  lucis  :  inveniet  colores  istos  admixtos  cum 
«  virore  :  et  si  clauserit  oculum  suum  :  iterum  inveniet  in  ipso  formam 
«  lucem  et  formam  viroris  :  deinde  disco  operietur  illud  et  auferetur.  Et  si- 
€  militer  si  aspexerit  corpus  coloratura  colore  caeruleo  vel  rubeo,  vel  alio 
«  colore  forti  scintillante,  super  quod  oriebatur  lux  solis,  et  moretur  in  aspi- 

<  ciendo  ipsum  ;  deinde  auferat  visum  suum  ad  visibilia  alba  in  loco  debilis 
«  lucis  :  inveniet  colores  illos  admixtos  cura  ilio  colore  ».  Optica,  1,  1. 

(2)  Leonardo,  Manoscritto  F,  recto  della  cop. 

(3)  Leonardo,  Manoscritto  K.  verso  della  cop. 

(4)  Leonardo,  Manoscritto  F,  verso  della  cop. 

(5)  Leonardo,  Manoscritto  K,  f.  109  verso. 


298  E.   SOLMI 

il  Panepistemon  e  la  Lamia  di  Angelo  Poliziano;  la  terza  fu  la 
veneta  del  1497;  la  quarta  la  veneta  e  la  quinta  la  fiorentina, 
fatte  da  fra  Giocondo  di  Verona  nel  1511  e  1513,  e  dedicate  a 
Giuliano  de'  Medici,  l'amico  e  protettore  di  Leonardo. 

Il  Vinci  possedeva,  senza  dubbio,  un  esemplare  o  a  stampa  o 
manoscritto  dell'antico  architetto,  e  l'amicizia  con  Ottaviano  Pal- 
lavicino, della  nobile  e  ricca  famiglia  genovese  dei  Pallavicini; 
con  Vincenzo  Aliprando,  il  cui  nome  compare  nell'edizione  prin- 
cipe di  Isocrate,  con  Giacomo  Andrea  da  Ferrara  «  accuratis- 
«  Simo  sedatore,  come  scrive  il  Pacioli,  delle  opere  di  Vitruvio  », 
servì  ad  approfondire  la  sua  conoscenza  delle  regole  pratiche  e 
teoriche  del  classico. 

Nei  fogli  leonardeschi  della  Galleria  di  Venezia  si  scorge  uno 
splendido  disegno,  relativo  alle  proporzioni  del  corpo  umano,  che 
ricompare  tal  quale  nelle  edizioni  di  Vitruvio,  fatte  da  Giocondo 
nel  1511  e  1513  e  dal  Cesariano  nel  1521.  Il  disegno  è  accom- 
pagnato dalla  seguente  scrittura  di  mano  propria  del  Vinci. 

Leonardo.  Vitruvio. 
Vetruvio  architecto  mette  nella  sua  Corpus  enim  hominis  ita  natura 
opera  d'Architettura,  che  le  misure  composuit,  uti  os  capitis  a  mento  ad 
dell'omo  sono  dalla  natura  distribuite  frontem  summam  et  radices  imas  Ga- 
in questo  modo,  cioè  che  4  diti  fan  pilli  essetdecimae  partis:  item  manus 
uno  palmo,  e  4  palmi  fan  uno  pie,  6  palma  ab  articulo  ad  extremum  me- 
palmi  fan  un  cubito,  4  cubiti  fan  uno  dium  digitum  tantundem  :  caput  a 
uomo,  e  4  cubiti  fan  uno  passo,  e  24  mento  ad  summum  verticem  octavae: 
palmi  fan  uno  uomo,  e  queste  misure  tantundem  ab  imis  cervicibus  :  ab 
son  ne'  sua  edifizi.  Se  tu  apri  tanto  summo  pectore  ad  imas  radices  ca- 
le gambe,  che  tu  cali  da  capo  */i4  <li  pillorum  sextae,  ad  summum  verti- 
tua  altezza,  e  apri  e  alzi  tanto  le  cem  quartae.  Ipsius  autem  oris  alti- 
braccia,  che  colle  lunghe  dita  tu  tochi  tudinis  tertia  pars  est  ab  imo  mento 
la  linia  della  sommità  del  capo,  sappi  ad  imas  nares  :  nasus  ab  imis  naribus 
che  '1  cientro  delle  stremila  delle  ad  finem  medium  superciliorum  tan- 
aperte  membra  fia  il  bellico,  e  lo  tundem  :  ab  ea  fine  ad  imas  radices 
.spatio,  che  si  truova  infra  le  gambe,  capilli,  ubi  frons  efficitur,  item  ter- 
fia  triangolo  equilatero  (1).  tiae  partis.  Pes  vero  altitudinis  cor- 


(1)  Leonardo,  Carie  di  Venezia  (121),  20,  I.  A. 


LE  FONTI  DI  LEONARDO  DA  VINCI 


299 


poris  sextae  :  cubitus  quartae  :  pectus 

item  quartae Item   corporis  cen- 

trum  medium  naturaliter  est  umbi« 
licus,  etc,  etc.  (1). 

Parlando  «  della  quadratura  del  circolo  e  chi  fu  il  primo  che 
*  la  trovò  a  caso  »,  Leonardo  accenna  a  Vitruvio  : 


Leonardo. 
Vetruvio,  misurando  le  miglia  colle 
molte  intere  revolutioni  delle  rote,  che 
movono  i  carri,  distese  nelli  suoi  stadi 
molte  linie  circunferentiali  del  circulo 
di  tali  rote,  ma  lui  le  imparò  dalli 
animali,  motori  di  tali  carri  (2). 

Hanno  li  nostri  antichi  usato  di- 
versi ingiegni,  per  vedere  che  viaggio 
faccia  un  navilio  per  ciascuna  ora, 
infra  li  quali  Vetruvio  ne  pone  uno 
nella  sua  opera  d' Architettura ,  il 
quale  modo  è  fallace  insieme  cogli 
altri:  e  questo  è  una  rota  da  mulino 
tocca  dall'onde  marine  nelle  sue  stre- 
miti, e  mediante  le  intere  sue  revo- 
lutioni si  descrive  una  linia  retta,  che 
rappresenta  la  linia  circunferentiale 
di  tal  rota  ridotta  in  rettitudine;  ma 
questa  tale  inventione  non  è  valida, 
se  non  nelle  superfitie   piane  e  im- 


VlTRUVIO,  X,  14. 
Rotae,  quae  erunt  in  rheda,  sive 
latae  per  mediam  diametron  pedum 
quaternum,  ut,  cum  iìnitum  locum 
habeat  in  se  rota,  ab  eoquc  incipiat 
progrediens  in  solo  viae  facere  ver- 
sationem,  perveniendo  ad  eam  finitio- 
nem,  a  qua  coeperit  versari,  certum 
modum  spatii  habeat  per  actum  pe- 
dum XII  S.  (3). 

...  Ita  Davis  cum  habuerit  impetum 
aut  remoram  aut  ventorum  flatus 
pinnae,  quae  erunt  in  rotis  tangentes 
aquam  adversam,  vehementi  retrorsus 
impulsu  coactae  versabunt  rotae;  eae. 
autem  involgendo  se  agent  axem, 
axis  vero  tympanum;  cuius  dens  cir- 
cumactus  singulis  versationibus  sin* 
gulos  secundi  tympani  dentes  impel- 
lendo, niodicas  efiicit  circinationes  (4). 


(1)  Vitruvio,  De  architectura,  Leonardo  aveva  forse  presenti  le  edizioni 
di  Giocondo  Veronese  del  1511,  1513.  Solo  nel  1521  fu  pubblicata  la  prima 
traduzione  italiana  di  Vitruvio  «  per  Magistro  Gotardo  da  Ponte  citadino 
<  milanese  »,  Lib.  Ili,  e.  1  (Ed.  Schneider). 

(2)  Leonardo,  Manoscritto  G,  f.  95  recto. 

(3)  Vitruvio,  De  arch.,  L.  X,  e.  13  (8). 

(4)  Vitruvio,  De  arch.,  L.  X,  e.  14  (9). 


300 


E.   SOLMI 


mobili  de'  laghi,  ma  se  l'acqua  si 
move  insieme  col  navilio  con  equal 
moto,  allora  tal  rota  resta  immobile, 
e  se  l'acqua  è  di  moto  più  o  men  ve- 
locie,  che  '1  moto  del  navilio,  ancora 
tal  rota  non  ha  moto  equale  a  quel 
del  navilio,  in  modo  che  tale  inven- 
tione  è  di  poca  valetudine  (1). 


Nel  Manoscritto  L  il  Vinci  arriva  a  conclusioni  diverse  da 
quelle  di  Vitruvio  in  riguardo  alla  grandezza  di  una  macchina 
ed  alla  forza,  che  occorre  per  produrre  su  un'asse  piana  un  foro 
di  duplicata  grandezza  di  uno  dato,  usando  acutamente  il  calcolo 
delle  proporzioni  quadrate: 


Leonardo. 
Dice  Vetruvio,  che  i  modelli  piccoli 
non  sono  in  nessuna  operatione  con- 
formi all'effetto  dei  grandi:  la  qaal 
cosa  qui  di  sotto  intendo  dimostrare 
tale  conclusione  essere  falsa,  e  mas- 
simamente allegando  quelli  medesimi 
termini,  coi  quali  lui  conclude  tale 
sententia,  cioè  colla  sperientia  della 
trivella,  per  la  quale  lui  mostra  es- 
sere fatto  dalla  potentia  dell'omo  uno 
buso  di  cierta  quantità  di  diametro, 
e  che  poi  un  buso  di  dupplicato  dia- 
metro non  sarà  fatto  da  dupplicata 
potentia  di  detto  omo,  ma  da  molto 
più.  Alla  qual  cosa  si  può  molto  ben 
rispondere,  allegando  che  il  trivello 
di  dupplicata  figura  non  può  esser 
mosso  da  dupplicata  potentia,  con- 
ciosiachè  la-superfitie   d'ogni   corpo 


Vitruvio,  X,  22. 
Non  enim  omnia  eisdem  rationi- 
bus  agi  possunt,  sed  sunt  aliqua, 
quae  exemplaribus  non  magnis  simi- 
liter  magna  facta  habent  effectus  ; 
alia  autem  exemplaria  non  possunt 
habere,  sed  per  se  constituuntur  ; 
nonnulla  vero  sunt,  quae  in  exem- 
plaribus videntur  veri  similia,  cum 
autem  crescere  coeperunt,  dilabuntur, 
ut  etiam  possumus  hinc  animadver- 
tere.Terebratur  terebra  foramen  semi- 
digitale ,  digitale,  sesquidigitale  ;  si 
eadem  ratione  voluerimus  palmare 
facere,  non  habet  explicationem;  se- 
mipedale autem  (majus)  ne  cogitan- 
dum  quidem  videtur  oranino.  Sic 
item  nonnulla  quemadmodum  in  mi- 
nimis  fieri  videntur  exemplaribus,  non 
eodem  modo   in  maioribus  fiunt  (2). 


(1)  Leonardo,  Manoscritto  G,  f.  54  recto. 

(2)  Vitruvio,  De  arch.,  L.  X,  e.  22  (16). 


LE  FONTI   DI    LEONARDO   DA   VINCI  301 

di  fìgara  simile  à  di  dupplicata  quan- 
tità alla  superfitie,  di  quadruplica 
quantità  l'una  all'altra,  come  mostran 
le  due  figure  a  e  n  (1). 

Gli  studi  di  Leonardo  sulla  potenza  dell'arco,  sulle  fratture  de' 
muri,  sulla  resistenza  de'  materiali  non  potranno  essere  valutati 
con  equa  lance,  se  non  con  un  confronto  delle  proporzioni  vitru- 
viane.  Poiché  molto  il  Vinci  ha  tratto  da  Vitruvio,  persino  pic- 
cole notizie  sparse  nei  manoscritti,  le  quali  non  può  sorprendere 
che  un  occhio  esercitato  nella  lettura  dell'antico  trattatista. 

Eccone  un  esempio: 

Leonardo  (Ash.,  II,  f,  v).  Viraimo,  X,  22. 

Trifone  Alessandrino,  il  quale  du-  Apollonia  quoque  cum  circumsidere- 

ceva  sua  età  in  Apollonia  città  d'Ai-  tur,...  Tum  vero  Trypho  Alexandrinus, 

bania  (2).  qui  ibi  faerat  architectus,  etc.  (3). 

CXCVL 

Viviano  (di)  Michelangelo.  La  nota  di  Leonardo  più  volte  ri- 
petuta «  catenuzza  di  Michelagnelo  »  (4),  palesa  rapporti  del  Vinci 
con  l'orefice  Michelangelo  di  Viviano  da  Gaiuole.  «  Ne'  tempi 
«  ne'  quali  fiorirono  in  Fiorenza  l'arti  del  disegno  pe'  favori  ed 
«  aiuti  del  Magnifico  Fiorenzo,  vecchio  de'  Medici,  fu  nella  città 
«un  orefice  chiamato  Michelagnelo  di  Viviano  da  Gaiuole,  il 
*  quale  lavorò  eccellentemente  di  cesello  e  d'incavo  per  ismalti 

<  e  per  niello,  ed  era  pratico  in  ogni  sorta  di  graverie.  (Costui 
«  era  molto  intendente  di  gioie,  e  benissimo  le  legava,  e  per  la 
«  sua  universalità  e  virtù  a  lui   facevano   capo  tutti  i  maestri 

<  forestieri  dell'arte  sua,  ed  egli  dava  loro  ricapito,  siccome  a' 


(1)  Leonardo,  Manoscritto  L,  f.  53  verso  e  recto. 

(2)  Leonardo,  Manoscritto  2037,  f.  11  verso. 

(3)  ViTRUTio,  De  arch..  L.  X,  e.  22  (16). 

(4)  Lbonardo,  Cod.  Atlantico,  120  recto. 


302  E.    SOLMI 

«  giovani  ancora  della  città,  di  maniera  che  la  sua  bottega  era 
«  tenuta,  ed  era  la  prima  di  Firenze.  Da  costui  si  forniva  il  Ma- 
«  gnifico  Lorenzo  e  tutta  la  casa  de'  Medici  ;  ed  a  Giuliano  fra- 
«  tello  del  Magnifico  Lorenzo,  per  la  giostra  che  fece  sulla  piazza 
«di  Santa  Croce,  lavorò  tutti  gli  ornamenti  delle  celate  e  ci- 
«  mieri,  ed  imprese  con  sottil  ornamento;  onde  acquistò  gran 
«  nome  e  molta  famigliarità  co'  figliuoli  del  Magnifico  Lorenzo, 
«  a'  quali  fu  poi  sempre  molto  cara  l'opera  sua,  ed  a  lui  utile 
«  la  conoscenza  loro  e  l'amistà,  per  la  quale,  e  per  molti  lavori 
«  ancora  fatti  da  lui  per  tutta  la  città  e  dominio,  egli  divenne 
«  benestante,  non  meno  che  riputato  da  molti  nell'arte  sua  »  (1). 
Con  questo  Michelangelo,  da  cui  nacque  Baccio  Bandinelii  e 
che  fu  intimo  con  Francesco  Rustici,  Leonardo  si  trovò  in  rap- 
porti di  amicizia. 


CXGVn. 

Zenale  Bernardo.  Gli  amichevoli  rapporti  fra  Leonardo  da 
Vinci  e  Bernardo  Zenale,  che  è  ricordato  fra  gli  scrittori  «  delle 
«  proporzioni  e  trasportazioni  dall'un  corpo  all'altro  »,  e  di  un 
trattato  di  prospettiva,  «  delle  cui  opere,  dice  il  Lomazzo,  scritte 
«  da  man  sua  oscuramente,  però  io  ne  ho  assai  veduto  »  (2),  son 
attestati  da  un  notevole  episodio  concernente  il  Cenacolo  e  dai 
Manoscritti.  «Leonardo  da  Vinci,  pittore  stupendissimo,  dipin- 
«  gendo  nel  refettorio  di  S.  Maria  delle  Grazie,  in  Milano,  una 
«cena  di  Cristo  con  gli  apostoli,  ed  avendo  dipinti  tutti  gli 
«  apostoli,  fece  Giacomo  maggiore,  ed  il  minore  di  tanta  bellezza 
«  e  maestà,  che  volendo  poi  far  Cristo,  mai  non  potè  dar  com- 
«  pimento  e  perfezione  a  quella  santa  faccia,  con  tutto  che  egli 
«fosse  singolarissimo,  onde  cosi  disperato,  non  vi  potendo  far 


(1)  Vasari,  Le  vite,  pp.  778  sgg. 

(2)  Lomazzo,   Trattato  dell'arte  della  pittura,  scultura  ed  architettura,  I, 
165;  II,  39,  47. 


LE  FONTI  DI   LEONARDO   DA  VINCI  303 

«  altro,  se  ne  andò  a  consigliare,  con  Bernardo  Zenale,  il  quale 
«  per  confortarlo  gli  disse  :  —  o  Leonardo ,  è  tanto  e  tale  que- 
«  st'errore  che  hai  commesso,  che  altro  che  Iddio  non  lo  può 
<  levare  :  imperocché  non  è  in  podestà  tua,  né  di  altri  di  dar 
«  maggior  divinità  e  bellezza  ad  alcuna  figura,  di  quella  che  hai 
«  dato  a  Giacomo  maggiore  e  minore,  sicché  sta  di  buona  voglia, 
«  e  lascia  Cristo  cosi  imperfetto,  perchè  non  lo  farai  esser  Cristo 
«  appresso  a  quegli  apostoli.  E  così  Leonardo  fece,  come  oggidì 
«  si  vede,  benché  la  pittura  sia  rovinata  tutta  »  (1). 

Che  in  altre  occasioni,  il  Vinci  abbia  ricorso  allo  Zenale  per 
aiuto  lo  prova  questa  nota  dei  manoscritti,  che  risale  ai  primi 
anni  del  secolo  XVI  e  forse  al  1507  :  «  Va  per  il  Melzo  e  allo 
«  Ambasciatore  et  da  maestro  Bernardo  »  (2). 


CXCVIII. 

Zenofonte  MATE.MATicv.  ^a^i  manoscritti  di  Leonardo  é  ram- 
mentato più  volte  un  matematico  Zenofonte,  che  sembra  si  sia 
occupato  principalmente  delle  proprietà  delle  così  dette  lunule 
di  Ippocrate.  «  Adunque,  scrive  una  volta  Leonardo,  fareno  la 
•«  porzione  minore  e  la  mezzana  colla  regola  di  Zenofonte  »  (3).  «  Il 
«  parallelo  a  b,  scrive  altrove,  in  sé  é  quadrabile  e  a  per  sé,  e 
<  similmente  è  quadrabile  la  lunola  h  per  Zenofonte  »  (4).  E  altrove 
conclude  :  *<  e  arò  fatto  il  bisogno  di  Zenofonte  »  (5). 


(1)  LoiiAZZO,  Trattato,  I,  80.  Cfr.  Leonardo,  South  Kensington  Museum, 
II',  f.  78  verso.  «  Ghristo  =  Giovan  Conte  quello  dal  Cardinal  del  Mortaro>. 
South  Kensington  Museum,  III,  f.  94  recto.  <  Christoforo  da  Castiglione 
«sta  alla  pietà  ha  bona  testa  ».  5.  K.  M„  II*  f.  78  verso.  <  Giovannina  viso 
<  fantastico  sta  a  Santa  Caterina  all'ospedale  ».  Nel  f.  146  recto  <  Maestro 
«  Ambrogio  de'  vetri.  Fra  Cos(mo)  bicchieraio  ». 

(2)  Leonardo,  Notes  et  dessins  sur  le  coeur  et  sa  constitution  anato- 
mique  (Collezione  Rouveyre),  f.  6  verso. 

(3)  Leon.ardo,  Codice  Atlantico,  f.  145  verso. 

(4)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  196  recto. 

(5)  Leonardo,  Codice  Atlantico^  f.  201  verso. 


304  E.   SOLMI 

A  proposito  delle  stesse  quistioni,  ma  con  speciale  riferimento 
alle  grandezze  proporzionali,  scrive  Leonardo:  «  Come  Zeno  fonte 
«pt^opose  il  falso.  —  Se  a  cose  disequali  si  leva  cose  disequali, 
«  le  qual  sieno  nella  medesima  proporzione,  che  la  prima  ine- 
«  qualità,  il  rimanente  resterà  nella  prima  proporzione  d' ine- 
«  qualità.  —  Ma  se  a  cose  disequali  tu  levi  cose  equale  il  rima- 
«  nente  resta  pure  inequale,  ma  non  nella  prima  proportione. 
«Ecco  li  esempli:  sian  per  la  prima  levate  parte,  che  sieno 
«  nella  medesima  proportione  delli  sua  interi,  cioè  sian  2  e  4 
«per  le  due  cose  intere  che  son  dopli,  di  poi,  leva  uno  al  2 
«resta  uno,  leva  2  al  4  resta  due  che  questi  rimanenti  son 
«  nella  proportione  dell'interi  e  della  parte  levati  fvolta  cmHaJ. 
«  Adunque  se  levato  uno  dal  2  e  2  dal  4  e'  resta  la  medesima 
«  proportione  di  prima  cioè,  1  e  2,  che  son  2^'  come  prima  dissi, 
«  seguiterebbe,  che  chi  levassi  cose  equali  si  varierebbe  la  prima 
«  proportione,  cioè  che  se  a  una  2'"  come  4  al  2  si  levassi  cose 
«  equali,  come  a  levare  uno  dal  2  e  uno  dal  4  e'  resterebbe  uno 
«  e  3  cioè  una  3**  ch'è  magiore  della  3'*  in  diferencia.  Adunque 
«  tu  Zenofonte,  che  volesti  levar  parte  equali  dall'interi  inequali, 
«  credendo  che  ancora  che  restassino  inequali,  che  tussino  nella 
«  medesima  proportione  di  prima  tu  ti  ingannasti  !  »  (1). 

Lasciando  da  parte  che  in  questo  frammento  polemico  Leo- 
nardo par  che  non  abbia  ben  penetrato  il  concetto  di  Zenofonte 
(che  del  resto  è  evidentemente  erroneo),  osserverò  subito  che  il 
nome  di  questo  matematico  non  compare  in  nessuna  storia  delle 
matematiche,  in  nessun  dizionario  biografico  anche  il  più  minu- 
zioso, in  nessun  catalogo  di  manoscritti  e  di  opere  a  stampa 
giunto  a  mia  conoscenza,  in  dieci  anni  di  ricerche.  Non  basta: 


(1)  Leonardo,  Manoscritto  K,  f.  62  recto.  Zenofonte  considera  il  rap- 
porto di  sottrazione  a  addizione,  il  Vinci  invece  quello  di  divisione  a  mol- 
tiplicazione. Ippocrate  di  Ghio  ha  quadrato  soltanto  la  lunula  formata  da 
mezza  circonferenza  e  da  un  arco  di  90  gradi,  e  ha  affermato  (ma  non  di- 
mostrato), che  la  lunula  formata  dalla  stessa  semicirconferenza  e  da  un  arco 
di  sessanta  gradi  sia  pur  anche  quadrabile. 


LE  FONTI    DI   LEONARDO   DA   VINCI  305 

per  mezzo  del  gentile  intervento  di  Antonio  Pavaro  e  di  Gino 
Loria,  io  ho  potuto  indirizzarmi  ai  più  noti  e  reputati  storici 
delle  matematiche  di  Europa  e  d'America,  e  tutti  ad  una  voce 
mi  han  confermato  che  non  è  mai  giunto  a  loro  conoscenza,  che 
esista  un  trattato  matematico  di  nessuna  specie,  e  tanto  meno 
riguardante  la  quadratura  delle  lunule  d'Ippocrate,  di  un  Ze- 
nofonte. 

Alcuni  mi  han  suggerito  che  Leonardo  avrebbe  potuto  scam- 
biare Zenofonte  per  Zenodoro,  ma  la  lettura  del  Tiepì  l(Juu^éTpuJV 
(JXnMctTUJV  (i),  mi  ha  subito  convinto,  che  ad  un'opera  di  tutt'altro 
genere  si  indirizzava  Leonardo.  I  teoremi  zenodoriani,  che  di  due 
poligoni  regolari  isoperimetri,  ha  maggior  area  quello  che  ha 
un  maggior  numero  di  lati,  l'altro  che  se  due  figure  piane  sono 
isoperi  metro,  ed  una  di  esse  è  regolare,  questa  avrà  l'area  mag- 
gion»  (2),  non  hanno  evidentemente  nulla  a  che  fare  coi  teoremi 
zenofontei,  riferiti  dal  Vinci  (3). 

L'artista  accenna  di  sicuro  ad  un  manoscritto,  che  egli  pos- 
siede e  che  era  opera  di  un  Zenofonte  per  noi  sconosciuto,  op- 
pure, come  è  più  probabile,  veniva  attribuito  ad  un  imaginario 
Zenofonte,  per  una  di  quelle  tante  storpiature  di  nomi,  che  fu- 
rono una  prerogativa  speciale  degli  scienziati  medievali,  sopra- 
tutto in  riguardo  alle  opere  degli  arabi. 


(1)  Lo  scritto  di  Zenodoro  sugli  isoperimetri  si  trova  nelle  edizioni  di 
Teone  del  1538  e  di  Parigi  del  1821,  fta  i  commentari  alV Almagesto,  ed 
inoltre  nell'ediz.  di  Pappo  curata  dalI'Hultsch  a  pp.  1189-1211.  Notisi  che 
un  Zenodoro  è  citato  da  Proclo  (ed.  Taylor,  I,  173),  come  inventore  dell'ap- 
pellativo KOiXoY»I»via  per  i  quadrangoli  aventi  un  angolo  concavo,  per  quelli 
cioè  che  Leonardo  Pisano  (ed.  Boncompagni,  II,  Roma,  1862,  p.  83)  chiamò 
figure  barbate. 

(2)  Qui  esistono  i  fondamenti  lontani  dell'importante  teoria  sintetica  dei 
massimi  e  dei  minimi,  cui  doveva  dare  definitivo  assetto  Io  Stirner.  Gfr.  Loria, 
Le  scienze  esatte  nell'antica  Grecia,  pp.  212  sgg. 

(3)  Tra  le  carte  inedite  di  Windsor  trovo  ancora  ricordato  da  Leonardo 
questo  Zenofonte:  Notes  et  dessins  sur  le  thorax  et  Vabdomen  (Collezione 
Rouveyre),  f.  11  verso:  «Tu  hai  per  Zenofonte  la  lunula  ab  essere  pari  al  e. 
<  Cresci  a  essa  lunula  una  quantità  eguale  a  lei,  e  sieno  le  2  falcate  d  e, 
«  e  così  raddoppia  e  con  f  e  avrai  e  f  eguale  al  ah  de^. 

Siomale  storico.  —  Snppl.  n»  10-11.  20 


306  E.    SOLMI 

Dei  molti  X-Z-Senofonte  non  ve  n'è  alcuno  strettamente  ma- 
tematico. Del  massimo  ricorrono  spesso  ricordate  nelle  istorie 
delle  matematiche  i  MemoraMli  (IV,  7)  per  le  menzioni  che  vi 
si  riscontrano  circa  le  opinioni  di  Socrate  sull'importanza  della 
geometria,  e  cosi  pure  per  altre  ragioni,  si  trova  nelle  storie 
medesime  accennato  il  De  re  equestri.  Degli  altri  Zenofonti  an- 
tichi e  medievali  nessuno  si  occupò  di  matematica,  benché  io 
abbia  trovato  sotto  questo  nome  nelle  Biblioteche  e  negli  Archivi 
de'  Zenofonti  vescovi,  soldati  e  magistrati.  Una  famiglia  di  'Ze- 
nofonti '  viveva  nei  tempi  di  Leonardo  a  Gubbio,  donde  discese 
quell'Andrea  Zenofonte,  che  nel  1535  pubblicava  in  Venezia  un 
Formulario  nuovo  da  dettare  lettere  Amorose,  missive  et  re- 
sponsive. Composto  per  Andrea  Zenofonte  da  Uguhio.  Opera 
nova  intitolata  Flos  amoris,  [in  fine]  Venezia,  per  Francesco 
Mondovi  et  Mapheo  Pasini  compagni,  1535  (e  nuovamente  per 
gli  stessi  1544),  che  si  occupa  di  galanterie  o  non  di  matema- 
tiche. A  questa  famiglia  eugubina,  mi  ha  assicurato  il  compianto 
Mazzatinti,  che  per  me  iniziava  alcune  ricerche,  negli  ultimi 
momenti  della  sua  vita  laboriosa  e  feconda,  non  appartenne  mai 
alcun  matematico. 

Nei  tempi  più  vicini  a  Leonardo,  perchè  vissero  in  Milano  ed 
in  Pavia,  ricorderò  un  Zenofonte  Filelfo,  un  de'  tanti  figli  di 
Francesco  e  fratello  di  Mario  (1)  ;  aggiungerò  ancora  che  nel  25 
giugno  del  1499  Lodovico  Sforza  ordinava  ad  alcuni  membri 
dell'università  di  Pavia ,  fra  i  quali  vi  era  un  certo  *  Domino 
Zenofonte  ',  di  comparire  davanti  a  lui  perchè  gravemente  so- 
spetti di  poca  fedeltà,  e  subito  dopo  rinnovava  l'intimazione 
sotto  forma  più  imperativa,  concedendo  48  ore  di  tempo.  Che 
Leonardo  si  riferisca  a  quest'  ultimo  ?  Non  oserei  affermarlo 
perchè  nessun  «  Zenofonte  »  comparisce  nei  rotuli  dell'  Univer- 
sità di  Pavia  né  in  quel  torno,  né  prima,  né  poi,  e  sopratutto 
nel  prospetto  compiuto  delle  spese,  che  questo  Studio  sopportava 


(1)  Argelati,  Script.  Med.,  I,  GGLXIII,  A 


LE  Fonti  di  i.eonari>o  l»a  vinci  3o7 

nel  1498(1).  Con  questo  Zenofonte  leonardesco  si  presenta  uno  dei 
più  curiosi  problemi,  che  si  ricordino  nella  storia  delle  scienze 
matematiche. 

GXGIX. 

Zibaldone.  «Gibdone»  (2),  scrive  Leonardo  nel  Codice  Atlantico, 
indicando  un  libro,  che  possedeva,  cioè:  «  Opei^a  del  ewcellen- 
«  tissimo  phisico  magistro  Cibaldone  electa  fuotn  de  libnH  au- 
«  tentici  de  medicina  utilissima  a  consertarsi  sano,  s.  1.  n.  a.  ». 

Nulla  ha  tratto  Leonardo  da  questo  curioso  libretto,  che  tratta 
dei  frutti,  delle  erbe,  della  flebotomia,  della  medicina,  della  la- 
scivia, del  bagno,  ecc. 


CONCLUSIONE. 

I.  Le  fonti  delle  favole  e  delle  allegorie.  —  II.  Le  fonti  dei 
frammenti  di  prospettiva  e  di  ottica:  di  anatomia,  di  zoologia, 
di  botanica  e  mineralogia;  di  geologia,  geografia  e  astronom,ia; 
di  acustica',  meccanica,  idraulica  e  tet^mologia;  di  matematica 
e  ìnusica;  di  filosofia  e  di  teoria  dell'arte.  —  III.  Le  fonti  delle 
descrizioni  e  narraziotU;  delle  poesie,  delle  profezie  e  delie 
facezie.  —  IV.  Originalità  degli  scritti  di  Leonardo.  —  V.  Leo- 
nardo, oltre  chela  natura,  intet^roga  gli  uomini  del  suo  tempo. 
—  VI.  Leonardo  concanse  ai  perfezionamenti  dell'arte  della 
stampa.  —  VII.  Le  lacune  della  coltura  di  Leonardo.  — 
Vili,  «  Vendi  quel  che  non  si  può  portare  *.  —  IX.  Caratteri 


(1)  Archivio  di  Stato  di  Milano.  Carteggio  generale.  Equiti  Vicecomiti 
Papiae.  Milano,  2.5  giugno  1499.  Questi  personaggi  sono  D.  Zenofonte, 
D.  Aloigi,  Maestro  Nicolao,  Maestro  Marsilio,  Maestro  Dionisio  prete.  Di  pro- 
fessori  noti  non  ve  che  maestro  Nicolao  D'Arsago  ad  Lecturam    logicae. 

(2)  Leonardo,  Cod.  Atlantico,  f.  210  recto;  «Gibdone». 


308  E.   SOLMI 

propri  della  libreria  di  Leonardo.  —  X.  L'uomo  dotto  Umanista 
e  Vuomo  dotto  Vinciano.  —  XI.  Leonardo  e  Vantichità. 

I.  Arrivali  a  questo  punto,  benché  forse  nessun  lettore,  per 
quanto  armato  di  pazienza,  ci  abbia  seguito  fin  qui,  e  benché,. 
senza  dubbio,  l'avvenire  aggiungerà  nuovi  elementi  particolari, 
a  quelli  qui  trovati  e  raccolti,  possiamo  ripeterci  la  domanda  se 
l'opera  letteraria  e  scientifica  di  Leonardo  da  Vinci,  nel  suo  com- 
plesso, sia  originale.  Fin  dove  arriva  l'originalità  di  questo  artista 
universale,  la  cui  anima  non  fu  sensibile  solo  ad  un  determinato 
aspetto  della  vita,  ma  a  tutte  le  forme,  le  attitudini,  le  espres- 
sioni, onde  essa  si  viene  spiegando  ?  di  un  artista  universale,  che 
raccomandava  a  sé  stesso  nel  Codice  Atlantico:  '  nota  ogni 
cosa  '?(!).  Ideale  e  scopo  della  sua  esistenza  non  fu  solo  l'arte; 
il  Vinci  abbracciò  tutte  le  manifestazioni  dello  spirito  e  dell'in- 
telletto. Assetato  di  sapienza,  toccò  tutte  le  arti,  le  materie,  gli 
esperimenti,  e  nulla  lo  soddisfece,  lo  acquetò.  Fu  in  tortura 
eterna  con  sé  medesimo  e  con  la  sua  anima  :  anima  inscrutabile 
per  la  profondità  e  l'ardore,  che  si  rinnovava  continuamente,, 
senza  posa,  come  le  fonti  inesauribili  delle  vette  alpine,  che 
toccano  il  cielo.  La  sua  attività  s' incanalava  ogni  giorno  per 
nuove  vie.  '  Il  torrente  portò  tanto  di  terra  e  pietra  nel  suo  letto,^ 
che  fu  costretto  a  mutar  sito  '  (2). 

È  necessario  procedere  con  ordine,  ed  esaminare  l'originalità 
delle  favole,  delle  allegorie,  dei  pensieri  innumerevoli  sulle  varie 
questioni  della  scienza  e  dell'arte,  dei  paesi  e  delle  figure,  delle 
rime,  delle  profezie,  delle  facezie  e  dei  proverbi.  Le  favole  nel 
loro  complesso  sono  originali.  È  vero,  che  si  é  trovato  la  materia 
di  alcune  nella  Anthologia  graeca,  in  Brunetto  Latini,  in  Leon 
Battista  Alberti,  ma  la  forma  di  tutte  quante  e  la  sostanza  del 
maggior  numero  é  propria  ed  esclusiva  del  Vinci.  Le  favole  leo- 
nardesche  sono   originali,   nel  significato   umano  e  comune  di 


(1)  Leonardo,  Cod.  Atlantico.,  f.  76  verso. 

(2)  Leonardo,  Manoscr.  del  Brilish  Museum,  f.  42  verso. 


LE   FONTI    DI   LEONARDO   DA   VINCI  309 

questa  parola.  Io  ho  esaminato  la  massima  parte  delle  sorgenti 
possibili,  antiche  e  medievali,  edite  ed  inedite,  a  cui  il  Vinci 
avrebbe  i)Otuto  attingere  questo  genere  così  coltivalo  della  let- 
teratura dei  popoli ,  ma  inutilmente  ;  ed  ho  rilevato  inoltre 
caratteri  tali  in  queste  scritture  da  assicurare  e  tranquillare 
l'animo  nella  affermazione  certa  e  serena  della  loro  origina- 
lità (1).  Lascio  da  parte  la  considerazione,  che  nelle  favole  vi  è 
un  modo  di  epitetare  tutto  vinciano,  che  invano  si  ricerche- 
rebbe in  altro  scrittore,  ma,  ciò  che  è  più  notevole,  è  che  spesse 
volte  in  un  punto  dei  manoscritti  troviamo  la  traccia,  che  poi 
incontriamo  svolta  in  altro  punto  dello  stesso  manoscritto  oppure 
in  altri  codici.  Colui  che  copia  non  scrive  prima  la  traccia,  e  poi 
la  sviluppa,  ma  copia  addirittura.  Invece  Leonardo  si  propone  il 
tema,  e  poi  lo  stende.  'Il  vino  consumato  da  esso  ubriaco,  esso 
vino  col  bevitore  si  vendica  '  (2),  è  il  tema;  ed  ecco  che  nel  Codice 
Atlantico  si  trova  una  favola  tutta  vinciana  su  Maometto,  che  l'Ar- 
tista ha  forse  sentito  raccontare  dagli  amici,  ma  che  egli  scrive,  e 
sviluppa  per  suo  conto,  con  uno  stile  e  una  maniera  tutta  sua  (3). 
Altre  volte  il  tema  e  lo  svolgimento  son  tutti  dovuti  a  Leonardo: 

*  La  palla  della  neve,  quanto  più  rotolando  discese  dalle  mon- 
tagne della  neve,  tanto  più  multiplicò  la  sua  magnitudine  '  (4). 

*  La  rete,  che  soleva  pigliare  li  pesci,  fu  presa,  e  portata  via  dal 
furor  de'  pesci  '  (5).  '  Il  ragno,  credendo  trovar  requie  nella  buca 


(1)  Soltanto  un  acuto  analizzatore  dei  volo  degli  accelli  poteva  scrivere 
ad  esempio  queste  linee  :  <  Allora  la  gazza,  fatti  e  fermi  alquanti  capitoli 
<  di  novo  col  salice,  e  massime  che  biscie  o  faine  sopra  sé  mai  non  accet- 
«  tassi;  alzata  la  coda,  e  bassata  la  testa,  e  gittatasi  dal  ramo,  rendè  il  suo 
-«  peso  all'ali  ».  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  67  verso. 

(2)  Leonardo,  South  Kensington  Museum,  III,  f.  73  verso. 

(3)  Per  leggende  analoghe  si  veda  Pridkaux,  Life  of  Mahomet,  pp.  82  sgg.: 
A.  D'Ancona,  La  leggenda  di  Maometto  in  Occidente  in  Giorn.  stor.  d. 
lett.  italiana,  Torino,  1897,  voi.  XIII,  p.  238.  Gfr.  The  Gospel  ofBarnabas, 
Oxford,  1907,  pp.  150,  230. 

(4)  Leonardo,  Manoscritto  del  British  Museum,  f.  42  verso. 

(5)  Leonardo,  Manoscritto  del  British  Museum,  f.  42  verso. 


310  E.    SOLMI 

della  chiave,  trova  la  morte  '  (1),  '  Favola  della  lingua  morsa  dai 
denti  '  (2).  Son  tutte  traccie.  che  il  fiorentino  vuol  sviluppare,  e 
che  mostrano  la  genesi  e  quindi  l'originalità  dei  suoi  scritti. 

Ma  v'ha  di  più,  colui  che  copia  e  trascrive,  non  ha  cancella- 
ture e  pentimenti.  La  maggior  parte  delle  favole  vinciane  son 
invece  piene  di  cancellature  e  pentimenti,  quindi  originali.  Darò 
qui  un  esempio  a  mio  parere  evidentissimo,  in  cui  porrò  fra  pa- 
rentesi le  parti  soppresse  da  Leonardo  con  freghi  di  penna, 
mentre  egli  si  trova  sotto  il  travaglio  della  creazione:  «  Trovato 

«  u Rallegrandosi  il  foco  (d'alquante)  delle  secche  legne,  che 

«  fin  un)  nel  focolare  trovato  avea,  e  in  quelle  appresosi  (e  con 
«  quelle  comincia  a  scherzare  tessendole  in  sue  piccole  ftam- 
«  melle)  (infra  li  intervalli)  (ora  qua,  ora  là  per  li  intervalli, 
«  che  infra  le  legna  si  trova,  traeva).  (E  scorrendo  infra  quelle 
«  con  festevole  giocoso  transito,  cominciò  a  spirare,  fra  li  inter- 
«  valli  delle  superiore  legne  apparia,  facendo  di  quelli  a  sé  di- 
«  lettevoli  finestre,  ora  qua,  ora  là,  e  elevato  alquanto  le  lucenti 
«  e  rutilanti  fiamme,  già  aveva  cacciato  le  oscure  tenebre  della 
«  chiusa  abitazione,  e  con  galdio  già  le  fiamme  nate,  scherzavan 
«coir aria  d'esse  (legni)  circundatrice,  e  con  dolce  (so)  mor- 
«  morio  cantando,  già  creava  (s)  pia  (sonito  col  quale  pronunzia 
«  e  eie)  vedutosi  già  forte  (esse)  mente  essere  sopra  delle  legne 
«cresciuto,  e  fatto  assai  grande,  cominciò  a  levare  il  mansueto 
«  e  tranquillo  animo  in  gonfiata  e  incomportabile  superbia,  fa- 
«  cendo  quasi  a  sé  credere  tirare  tutto  floj  el  superiore  ele- 
«  mento  sopra  le  poche  legne,  cominciato  a  s,(p)  buffare,  e  em- 
«  piendo  di  scoppi  e  di  scintillanti  sfavillamenti  tutto  il  circun- 
«  stante  focolare,  già  le  fiamme,  fatte  grosse,  unitamente  si 
«  dirizzavano  inverso  l'aria.  Quando  ff altiero  foco)  le  fiamme 
«più  altiere  percosser  nel  fondo  della  superiore  caldara)». 

«  Standosi  uno  (pò)  poco.  (Ricoverandosi  uno  poco  di  già 
«  quasi  morto  in  uno  piccolo  carbone)  (di  foco)  in  traila  tiepida 


(1)  Leonardo,  Cod.  Atlantico,  f.  67  verso. 

(2)  Leonardo,  Manoscritto  H,  f.  44  verso. 


LE   FONTI   DI   LEONARDO   DA   VINCI  311 

«  cenere,  poveramente,  il  meglio  che  potea,  con  gran  carestia  Ce) 
€  si  cibava  del  poco  omore,  che  nel  suo  carbone  restato  era  >. 
«  Un  poco  di  foco  che  in  un  piccolo  carbone  infra  la  tiepida 
«  cenere  refstatojmaso  era  ('di  quelloj,  del  poco  omore  che  in 
«  esso  restava  (ei*a  pj  carestiosa  e  poveramente  (si  notrivaj  sé 
«  medesimo  notria.  Quando  la  ministra  della  cucina  per  fp  usare 
«  con  quello  l'ordinario  suo  cibario  ofizio,  quivi  apparve,  e  poste 
«  le  iegne  nel  focolare  e  col  solfanello  già  (sj  resuscitato  (una 

•  piccola)  d'esso,    già  quasi  morto,  una   piccola  fiammella  {e  s 

*  sopra  ì-o  esso  i  te)  e  infra  le  ordinate  Iegne  (pone  la  cal- 
«  darà  di  II  si  parti)  (senza  altro  sospetto,  sicuramente  si  parte) 
«  quella  (colle  appresa  e  posta  di  sopra  la  caldara ,  sanz'altro 
«  sospetto,  di  li  sicuramente  si  parte).  Allora  {il  foco)  rallegratosi 
€  il  fo[co]  delle  sopra  sé  poste  secche  Iegne,  comincia  a  elevarsi 
«  {esse  e  co)  [ca]cciando  {dolce  mente)  l'aria  delli  intervalli  d'esse 
«  legna,  (facendosi  ora  a  questo,  ora  all'altro  spiraculo,  e  con  e 
«  e  oltr'a  di  questo)  cominciato  a  spirare  fori  di  {quelle  i)  rilu- 
«  centi  e  rutilanti  fiammelle  {già)  subito  discaccia  le  oscure  te- 
«  nebre  della  serrata  cucina,  e  con  galdio  lo  fiamme  già  cresciute, 
«  scherzavano  coU'aria  d'esse  circunda  {tor^)  trice,  e  con  dolce 
«  mormorio  cantando  creava  soave  sonito  »  (1). 

In  tale  stato  ci  restano  il  ma^ior  numero  delle  favole  del 
Vinci;  esse  dunque  sono  originali,  perchè  chi  copia  non  corregge 
in  tal  modo.  E  se  alcune  favolette  son  scritte  di  seguito,  e  senza 
pentimenti  e  cancellature,  ciò  si  deve  a  Leonardo,  che  talvolta 
trascriveva  pulitamente  le  sue  scritture,  ricopiandole  dalle  sue 
carte.  Il  fatto  che  in  nessuna  raccolta  antica,  medievale  e  con- 
temporanea si  trovano  gli  apologhi  vinciani;  l'epitetare  e  il  co- 
struire il  periodo  proprio^  di  Leonardo;  il  trovar  le  traccie  da 
una  parte  e  le  favole  svolte  da  un'altra;  lo  stato  in  cui  ci  re- 
stano queste  scritture  nei   ManoscìHtti,  sono  il  fondamento  in- 


(i)  Leonardo,  Cod.  Atlantico,  f.  116  verso. 


312  E.    SOLMI 

crollabile  della  affermazione  sull'originalità  di  questi  frammenti 
letterari  del  Vinci. 

Diverse  sono  le  conclusioni,  alle  quali  debbo  giungere  relati- 
vamente alle  allegorie,  che  eran  appunti,  che  dovevan  servire 
all'Artista  per  i  suoi  simboli  pittorici,  e  per  le  sue  imprese,  che 
egli  disegnò  e  fors'anche  dipinse,  principalmente  in  Milano  e  in 
Francia,  simboli  ed  imprese,  che  furon  chiamati  erroneamente 
rebus,  laddove  non  sono  che  figurazioni,  che  venivan  espresse 
col  pennello  o  con  lo  scalpello,  quali  ancor  oggi  rimangono,  per 
opera  d'altri,  negli  incantevoli  gabinetti  d' Isabella  nel  Palazzo 
Ducale  di  Mantova.  Le  allegorie  sono  trascritte  (ciò  era  in  parte 
già  noto)  dal  Fior  di  virtù,  AdlV Acerba  di  Cecco  d'Ascoli,  dalla 
Historia  naturale  di  Plinio,  tradotta  dal  Landino,  e  da  altri  libri. 
Anche  qui  bisogna  osservare  che  Leonardo  non  copia,  ma  piut- 
tosto riassume,  non  trascrive  testualmente,  ma  lascia,  anche  in 
queste  scritture  non  originali,  l'impronta  del  suo  ingegno,  sempre 
vigile  e  presto,  migliorandole  per  lo  più  con  un  certo  sapore  di 
grazia  tutta  fiorentina.  I  confronti  testuali,  in  questo  studio  isti- 
tuiti, servono,  oltre  che  a  far  rilevare  le  fonti,  a  dare  un'idea 
del  gusto  personale  del  Vinci. 

II.  Quanto  ai  pensieri  intorno  alla  Luce,  cioè  alla  prospettiva 
e  all'ottica,  che  primi  attrassero  l'attenzione  dell'Artista,  intorno 
alle  Forme,  cioè  all'anatomia,  alla  zoologia,  alla  botanica,  alla 
mineralogia  ;  intorno  a  quella  che  il  Vinci  chiama  :  l'unione 
della  Luce  e  delle  Forme,  cioè  alla  geologia,  alla  geografia  e 
all'astronomia;  intorno  alla  Forza  e  alle  sue  manifestazioni  acu- 
stiche, meccaniche,  idrauliche  e  termologiche;  intorno  al  Nu- 
mero, suprema  categoria  del  reale  matematico  e  musico,  giusta 
la  sentenza  di  Pitagora,  che  tanto  piacque  all'Artista  (i);  intorno 
all'Idea  e  alla  Bellezza  —  dobbiamo  distinguere  la  parte  originale 
di  Leonardo  dalla  parte  semplicemente  derivata. 


(1)  Pitagora  è  frequentemente  ricordato  da  Leonardo.  Accanto  ad  un  cal- 
colo, che  dà  per  risultato  il  n»  125.000,  il  Vinci  scrive,  Cod.  Atl.,  f.  130  recto; 
«  dalla  terra  alla  luna  secondo  Pitagora  ».  E  quasi  entrando  in  gara  con 
l'antico  nei  Cod.  Ined.:  «  ed  io  fo  qui  come  fé'  Pitagora  della  superfizie  ». 


LE  FONTI   DI   LEONARDO   DA  VINCI  •  313 

Dichiariamo  subito  che  la  parte  originale  è  massima,  la  parte 
derivata  è  minima  ;  e  anche  in  questa  seconda  il  Vinci  piuttosto 
che  trascrivere  interpreta,  commenta,  trasforma.  Un  genio  è 
sempre  genio,  anche  quando  imita.  È  cosa  meravigliosa  e  com- 
movente, ricercando  le  fonti  dei  pensieri,  penetrare  nell'intimo 
di  questo  spirito  straordinario,  assistere  ai  suoi  sforzi  e  ai  suoi 
dubbi,  alle  sue  letture  e  alle  sue  meditazioni.  Quando  Leonardo 
legge,  riflette:  cioè  interpreta,  commenta,  trasforma;  in  una 
parola  egli  non  è  mai  un  lettore  passivo,  ma  è  sempre  un  pos- 
sente elaboratore,  e  quando  non  ò  creatore,  risuscita  e  crea  per 
una  seconda  volta. 

Spieghiamoci  meglio.  Molte  sono  le  sue  fonti  prospettiche  ed 
ottiche,  da  me  faticosamente  indicate:  Leon  Battista  Alberti, 
Rogero  Bacone,  Bramante  da  Urbino,  Fazio  Cardano,  Pier  de' 
Franceschi,  lo  pseudo  Euclide,  il  Gaurico,  Giovanni  Marliani,  il 
Peckham,  il  Prospectivo  milanese  dipintore,  Claudio  Tolomeo, 
Vitellione,  Alhazen,  Bernardino  Zenale,  ecc.  ecc.  Ma,  tolti  alcuni 
frammenti  trascritti,  il  Vinci  si  lascia  tutti  costoro  lontani,  le 
proverbiali  mille  miglia.  Il  principio  della  visione  binoculare,  con 
tanta  abilità  adoperato,  è  tutto  suo.  «L'occhio,  può  dire  Leo- 
«  nardo,  che  così  chiaramente  fa  sperienza  del  suo  ofllzio,  è  in- 
«  sino  a'  mia  tempi,  per  infiniti  alteri,  stato  definito  in  un  modo, 
«  trovo  per  isperienza  essere  'n  un  altro  »  {i). 

Leonardo  ebbe  delle  guide  per  lo  studio  della  struttura  esterna 
ed  interna  dell'uomo,  delle  forme  vegetali,  animali  e  minerali; 
le  abbiamo  rilevate  in  gran  parte:  Avicenna,  Alberto  Magno, 
Alessandro  Benedetti,  Vincenzo  Aliprandi,  Ugo  Benzi,  Columella, 
Pietro  d'Abano,  Pier  de'  Crescenzi,  Dioscoride,  Marcantonio  della 
Torre,  Egidio  Romano,  Erbolaro,  Frontino,  Galeno,  Giacomo  An- 
drea di  Ferrara,  Guy  de  Chauliac,  Ippocrate.  Cristoforo  Landino, 
Lapidario,    Brunetto  Latini*    Giovanni    Marliani,    Francesco  di 


(1)  Leoxabdo,  Codice  Atlantico,  f.  119  recto.  Vedasi  a  giustificazione  di 
questa  sentenza  del  Vinci  il  mio  Leonardo  da  Vinci  e  la  teoria  della  vi- 
sione in  Nuovi  studi  sulla  filosofia  naturale. 


314  E.   SOLMI 

Giorgio  Martini,  Mondino  de'  Luzzi,  Monterocherio,  Pietro  Monti, 
Plinio,  Teofrasto,  Valturio,  Vegezio,  Yitruvio,  Vincent  de  Beau- 
vais,  Zibaldone.  Ma  tolti  alcuni  frammenti  trascritti,  anche  qui 
Leonardo  è  straordinariamente  nuovo  e  originale.  Nell'anatomia, 
nella  botanica,  nella  zoologia,  nella  mineralogia  il  Vinci  segue 
l'esperienza,  l'osservazione,  la  matematica  e  la  potenza  espres- 
siva del  disegno.  «  E  se  tu  avrai  il  disegno,  e'  non  sarà  accom- 
«  pagnato  dalla  prospettiva  (scrive  Leonardo  al  precursore),  e 
«  se  sarà  accompagnato,  e'  ti  mancherà  l'ordine  delle  dimostra- 
«  zione  geometriche  e  l'ordine  delle  calculazion  delle  forze  e 
«  valimento  de'  muscoli ,  e  forse  ti  mancherà  la  pazienza ,  che 
«  tu  non  sarai  diligente.  Delle  quali,  se  in  me  tutte  queste  cose 
«  sono  state  o  no,  i  centoventi  libri,  da  me  composti,  ne  daran  sen- 
«  tenza  del  sì  e  del  no,  nelle  quali  non  sono  stato  impedito,  né 
«  d'avarizia  o  negligenza,  mal  sol  dal  tempo.  Vale  »  (1). 

Il  Vinci  passò  dallo  studio  del  paesaggio  a  quello  della  terra, 
dell'acqua  e  dell'aria,  del  mondo  e  degli  astri  disseminati  nello 
spazio.  Anche  qui  le  sue  fonti  son  molteplici,  ma  la  sua  origi- 
nalità non  è  minore.  Alberto  Magno,  Aristotile,  Argiropulo,  Bar- 
tolomeo turco,  Berlinghieri,  Boccaccio,  Cecco  d'Ascoli,  Cleomede, 
Corsali  Andrea,  Pietro  d'Abano,  Dante,  Dati,  De  Crescenzio,  Dio- 
doro Siculo,  la  carta  d'Elefanta,  Federico  Prezzi,  Brunetto  La- 
tini, Libro  d'acqua,  Lucrezio,  Leonardo  d'Antonii,  Mandavilla, 
Mappamondo,  Marullo,  la  carta  di  Milano,  il  libro  di  Milano 
e  sue  chiese,  Pietro  Monti,  Platone,  Plinio,  Plutarco,  Posidonio, 
il  pian  di  Pisa,  il  Quadrante,  Sirigatti,  Strabene,  Tolomeo,  To- 
scanelli,  Vespucci,  Vincent  de  Beauvais  son  tutti  maestri  più  o 
meno  autorevoli.  Ma  con  tanti  maestri  Leonardo  procede  per 
vie  sue  proprie.  «  Vedendo  io  non  potere  pigliare  materia  di 
«  grande  utilità  o  diletto,  perchè  li  omini  innanzi  a  me  nati, 
«  hanno  preso  per  loro  tutti  l'utili  e  necessari  temi,  (scrive  nel 
«  proemio  aì  Di  mondo  ed  acque,  giudicando  i  predecessori)  farò 


(1)  Leonardo,  Windsor  Anatomy,  IV,  f.  167  recto. 


LE  FONTI  DI   LEONARDO   DA  VINCI  315 

«  come  colui,  il  quale,  per  povertà,  giugne  l'ultimo  alla  fiera,  e 
«  non  potendo  d'altro  fornirsi,  piglia  tutte  cose,  già  da  altri  viste, 
«  e  non  accettate,  ma  rifiutate  per  la  loro  poco  valetudine.  Io 
€  questa  disprezzata  e  rifiutata  mercanzia ,  rimanente  de'  molti 
<  compratori,  metterò  sopra  la  mia  debole  soma,  e  con  quella, 
«non  per  le  grosse  città,  ma  povere  ville,  andrò  distribuendo, 
«  e  pigliando  tal  premio,  qual  merita  la  cosa  da  me  data  »  (1). 

La  forza  per  se  non  è  oggetto  della  pittura,  ma  bensì  gran 
parte  delle  sue  manifestazioni.  Anche  in  questa  sfera,  che  com- 
prende l'acustica,  la  meccanica,  l'idraulica,  la  termologia,  le  fonti 
di  Leonardo  da  me  segnalate  non  son  poche:  Alberto  di  Sassonia, 
Alkendi,  Archimede,  Alberto  Magno,  Aristotile,  Argiropulo,  Fazio 
Cardano,  Pietro  d'Abano,  Erone,  Euclide,  Angelo  Fosinfronte, 
Guglielmo  d'Heytesbury,  Gafurio,  Libro  d'acque,  Lucrezio,  Gio- 
vanni Marliani,  Marnilo,  Pietro  Monti,  Martelli,  Pelacani,  Plinio, 
Plutarco,  il  Trattato  delle  proporzioni,  Platone  da  Tivoli,  Sava- 
sorda,  Sirigatti,  Teofrasto,  San  Tomaso,  Vincent  de  Beauvais, 
Vilruvio  ;  ma  ciò  non  ostante  l'originalità  di  Leonardo  non  è 
scarsa.  «  Or  guarda ,  o  lettore ,  (grida  in  principio  del  Libro  delle 
«  cose  naturali)  quello  che  noi  potremo  credere  ai  nostri  an- 
«  tichi,  i  quali  hanno  voluto  definire  che  cosa  sia  anima  e  vita, 
«cose  improvabili,  quando  quelle  che  con  isperienza  ognora  si 
«  possono  chiaramente  conoscere  e  provare,  sono  per  tanti  se- 
«  culi  ignorate  e  falsamente  credute!  »  (2). 

Il  Vinci  fu  ancora  alla  scuola  di  molti  matematici  e  musici: 
Abbaco,  Leon  Battista  Alberti,  Alberto  da  Imola,  Archimede, 
Alberto  di  Sassonia,  Alkendi,  Benedetto  aritmetico,  Boezio,  Piero 


(1)  Leonardo,  Cod.  Atlantico,  f.  119  recto.  Per  l'originalità  di  Leonardo 
in  questa  parte  veggasi  nei  miei  Studi  sulla  filosofia  naturale  lo  scritto  sul 
Sistema  dell'universo  di  Leonardo  da  Vinci  e  nei  miei  Nuovi  studi  quello 
su  Leonardo  da  Vinci  astronomo. 

(2)  Leonardo,  Cod.  Atlantico,  f.  119  recto.  Vedasi  ciò  che  ho  avuto  oc- 
sione  di  dire  a  questo  proposito  nello  scritto  Leonardo  da  Vinci  e  il  metodo 
sperimentai^  nelle  ricerche  fisiche  nei  miei  Xuooi  studi  sulla  filosofia  na- 
turale. 


316  E.    SOLMI 

Borgi,  Bramante  da  Urbino,  Fazio  Cardano,  Dagomari,  Giovanni 
dal  Sodo,  Erone,  Euclide,  Angelo  Fosinfronte,  Geometria,  Gior- 
dano Nemorario,  Guglielmo  di  Heytisbury,  Leonardo  de'  Antonii, 
Leonardo  Pisano,  Piero  Martelli,  Luca  Pacioli,  Platone  da  Tivoli, 
un  libro  de  propor^zione ,  Riccardo  di  Swineshead,  Savasorda, 
Teodosio,  Bartolomeo  Vespucci,  Vitellione,  Vitruvio,  Zenofonte. 
L'artista  anche  in  questa  parte,  pur  così  poco  studiata,  molto 
fece  da  sé;  e  mentre  compie  il  suo  De  ludo  geometrico,  nel  quale 
si  dà  il  processo  d'infinite  varietà  di  quadrature  di  superfìcie  di 
lati  curvi,  scrive  con  trasporto:  «  Finito  addì  7  di  luglio,  a  ore  23, 
«  a  Belvedere,  nello  Studio  fattomi  dal  Magnifico  »  e  può  apporre 
al  suo  trattato  Di  b^as formazione  di  un  corpo  in  un  altro  la 
nota:   «  Opra  e  materia  nuova,  non  più  detta  »  (1). 

Quelle,  che  si  potrebbero  chiamare  le  fonti  filosofiche  di  Leo- 
nardo, sono:  Sant'Agostino,  Alberto  Magno,  Argiropulo,  Aristotile, 
Rogero  Bacone,  Boezio,  Marco  Tullio  Cicerone,  Chiromanzia, 
Pietro  d'Abano,  Cusano,  Diogene  Laerzio,  Egidio  Romano,  Ermete, 
Francesco  Filelfo,  Guglielmo  d'Hey tesbury ,  Isidoro  di  Siviglia, 
Lattanzio,  Lucrezio,  Marliani,  Marnilo,  Pietro  Monti,  Platone, 
Plutarco,  Riccardo  di  Swineshead,  Giovanni  Rupicissa,  San  To- 
maso, Vincent  de  Beauvais.  E  benché  in  questa  parte,  entusiasta 
della  vera  filosofia,  fondata  non  sulla  fantasia  ma  sulla  ragione,  il 
Vinci  condivida  con  i  tre  quarti  dell'umanità  il  massimo  disprezzo 
contro  i  filosofastri  parolai,  pur  tuttavia  sentenze  originali  ne' 
suoi  manoscritti  ve  ne  sono  a  sufflcenza  per  comprendere  qual 
concetto  altamente  filosofico  egli  si  facesse  del  mondo  e  del- 
l'uomo. Contrapponendo  il  suo  metodo  a  quello  scolastico:  'questa, 
scriveva  Leonardo,  è  certissima  filosofia  '.  Se  si  può  discutere 
sul  concetto,  che  l'artista  si  fece  della  filosofia,  é  certo  che  egli 
se  ne  fece  un  concetto  suo,  e  per  questo  solo  merita  il  nome, 
che  egli  così  spesso  attribuiva  a  sé  stesso,  di  filosofo.  La  filosofia 


(1)  Leonardo,  Cod.  Atlantico,  f.  90  verso.  Leonardo,  Èludes  et  dessins 
sur  la  chevelure  et  fragments  du  tratte  de  Peinture  (Collezione  Rouveyre), 
f.  3  recto. 


LE   FONTI    DI    LEONARDO   DA    VINCI  317 

è  per  natura  sua  tale,  che  son  filosofiche  persino  le  negazioni 
delle  sue  forme  particolari,  come  era  allora  la  scolastica.  Anche 
qui  Leonardo  reclama,  che  vuol  procedere  per  proprio  conto:  «  la 
«  qual  cosa  facendo  (esclama  proclamando  la  sua  originalità)  arò 
<  fatto  quel  che  i  nostri  passati  mai  non  feceno  »  (1). 

HI.  Fra  le  fonti  letterarie  io  ho  segnalato:  Bernardo  Bellin- 
cione,  Bernardo  Giovanni,  Bibbia,  Boccaccio,  Poggio  Bracciolini, 
Bramante,  Burchiello,  Cecco  dWscoli,  Dante,  Dati,  Antonio  del 
Meglio,  Donato,  Esopo,  Falaride,  Pesto,  Francesco  Filelfo,  il  Fior 
ili  'cirtu.  Federico  Frezzi,  Franchino  Gafurio,  Alessandro  Gallo,  la 
Grammatica,  Giustino,  Isidoro  di  Siviglia,  Lucrezio,  Brunetto 
Latini,  Cristoforo  Landino,  il  Lapidario,  il  Manganello,  Marullo, 
il  Medicinale,  Nonio,  Orazio,  Ovidio,  Petrarca,  Platina,  Plinio, 
Pucci,  Pulci,  Sacchetti,  i  Salmi,  Saona,  Tito  Livio,  Virgilio,  Ga- 
sparo Visconti  ecc.;  altre  saranno  palesate  dall'avvenire.  È  certo 
che  Leonardo  molto  ha  cavato  da  queste  fonti,  ma  la  sua  originalità 
come  scrittore  è  più  unica  che  rara.  La  purezza  e  la  potenza 
del  suo  eloquio  risulta  chiara  se  non  altro  da  quei  Frajn?nenti 
lettera^  e  filosofici  da  me  raccolti,  quando  l'opera  del  Vinci  non 
era  ancor  tutta  conosciuta,  e  che  non  possono  dare  che  una  pal- 
lida idea  della  sua  vera  grandezza  (2). 

Parecchie  opere  fra  quelle  da  me  segnalate  han  servito  a 
Leonardo  nelle  teorie,  da  lui  tentate  e  quasi  condotte  a  perfi'zione, 
come  scultore,  come  architetto  civile  e  militare  e  come  pittore. 
—  L'originalità  del  Vinci,  come  artista  e  teorico  dell'arte,  era  tut- 
tavia fuori  di  causa ,  perchè  io  me  ne  dovessi  occupare  parti- 


(1)  Leonaudo,  Trattato  del  moto  e  misura  dell' acqtui,  p.  363.  Leonardo, 
Manuscrits  inédits  de  Léonard  de  Vinci  (British  Museum,  London),  Sciences 
physico-mathématiques,  I,  f.  19  verso  (Collezione  Rouveyre),  Fragments 
d'études  anatomiques,  Recueil  B,  f.  7  verso. 

(2)  Bisogna  tener  ben  distinta  da  questa  mia  la  raccolta  del  Richter,  The 
literary  Works  of  Leonardo  da  Vinci,  Londra  1882,  il  quale  si  era  proposto 
la  ricostruzione  del  trattato  della  pittura  sui  Manoscritti,  e  aveva  poi  ag- 
giunto nel  li  volume  note  sulla  scoltura  e  architettura,  e  pochi  frammenti 
di  anatomia,  fisiologia,  astronomia,  geografia  fisica,  geologia,  note  topogra- 
fiche, ricordi  personali  e  miscellanee. 


318  E.    SOLMI 

colarmente.  —  Sarebbe  stato   invero   un    portar  vasi  a  Samo  e 
nottole  ad  Atene  ! 

Dopo  i  pensieri  mi  son  proposto  di  considerare  le  descrizioni 
e  le  narrazioni  sparse  nei  manoscritti.  I  paesi  e  le  figure  del 
Vinci,  specie  di  traccie,  che  l'artista  arbitrariamente  voleva  im- 
porre 0  consigliare  agli  altri  artisti,  sono  generalmente  originali  : 
«  Descrivi  i  paesi  con  vento  e  con  acqua,  e  con  tramontare  e 
«  levare  del  sole  »  (1).  «  Descrivi  uno  vento  terrestre  e  marit- 
«  timo,  descrivi  una  pioggia  »  (2).  «  Come  si  deono  figurare  l'età 
«dell'omo  cioè:  infanzia,  puerizia,  adolescenza,  gioventù,  vec- 
«  chiezza,  decrepitudine  »  (3).  Per  questo  rispetto  Leonardo  non 
aveva  ben  compreso,  che  le  arti  belle  son  le  arti  del  genio,  e 
che  per  quante  regole  e  schemi  si  traccino,  nulla  possiamo  ag- 
giungere all'artista,  che  giovi  veramente  all'arte.  Tuttavia  non 
foss'altro  che  per  il  loro  carattere  autobiografico,  le  descrizioni 
e  le  narrazioni  del  Vinci  portano  l'impronta  del  suo  grande  spi- 
rito (4).  Anche  il  famoso  Viaggio  in  Oriente  leonardesco  ha  in  se 
la  sua  verità.  Sui  principi  del  secolo  XVI  era  veramente  apparso 
nell'Armenia  un  '  vero  profeta  '.  «  La  predica  e  persuasione  di 
«  fede  —  la  subita   inondazione   insino  al   fine  suo  —  la  ruina 


(1)  Leonardo,  Manoscritto  del  British  Museum,  f.  172  verso. 

(2)  Leonardo,  Manoscritto  del  British  Museum,  f.  169  recto. 

(3)  Leonardo,  Manoscritto  Ash.  2038,  f.  27  recto. 

(4)  Nei  Manoscritti  di  Leonardo  vi  è  una  diffusa  relazione  della  Battaglia 
di  Anghiari,  vinta  dai  fiorentini  contro  i  milanesi,  condotti  da  Niccolò  Pic- 
cinino (1440).  Questa  relazione  non  fu  né  ideata,  né  scritta  dal  Vinci,  ma 
si  deve  considerare  opera  della  Segreteria  Fiorentina,  trasmessa  a  richiesta 
dell'artista,  mentre  questi  stava  preparando,  d'ordine  superiore,  nella  Sala 
del  Papa,  in  Santa  Maria  Novrfla,  il  cartone  commessogli  da  Pier  Soderini 
per  la  gran  pittura  guerresca,  che  doveva  adornare  la  Sala  del  Consiglio 
nel  Palazzo  della  Signoria  (ibO'ò).  Se  pensiamo  che  in  quegli  anni  Niccolò 
Machiavelli  era  Segretario  della  Repubblica,  abbiamo  una  spiegazione  delle 
grandi  affinità,  che  passano  fra  la  relazione  della  battaglia,  quale  si  trova 
nel  Cod.  Atlantico,  f.  74  recto  e  verso,  e  quella  che  è  nelle  Historie  fio- 
rentine di  Niccolò  Machiavelli,  Milano,  1823,  pp.  318  sgg.,  scritta  in  tempo 
di  poco  più  tardo.  Le  narrazioni  di  Gio.  Cavalcanti,  di  Neri  Capponi,  di  ser 
Giusto  d'Anghiari  (edita  in  Rivista   delle  Biblioteche  e  degli  Archivi,  Fi- 


LE   FONTI    :  I    LEONARDO    DA   VINCI 

«  della  città  —  la  morte  del  popolo  e  disperazione  —  la  caccia 
<  del  predicatore  e  la  sua  liberazione  e  benevolenza  —  il  danno 
«  ch'ella  fece  —  ruine  di  neve  —  trovata  del  profeta  —  la  prò- 
«  fezia  sua  —  allagamento  delle  parti  basse  di  Erminia  occiden- 
«  tale,  li  scolamenti  delle  quali  erano  per  la  tagliata  di  monte 
«  Tauro,  ecc.  »,  l'intera  narrazione  leonardesca,  riguarda  tutti 
fatti  abbelliti  dalla  fantasia,  ma  nello  stesso  tempo  rispondenti 
alla  verità  :  «  Copia  de  una  depositione  zercha  el  novo  profeta , 
«registrava  il  Sanuto,  in  questo  mexe  di  dezembrio  1501.  Sere- 
«  nissimo  et  clementissimo  principe,  excelsa  et  illustrissima  Si- 
«  gnoria.  Re veren temente  espone  el  fidelissimo  vostro  nuntio  de 
«  l'Arta ,  per  esser  rechiesto  da  missier  Gasparo,  secretano  de 
«vostra  sublimità,  a  notifichar  a  quello  le  infraxripte  parole: 
«  zoè,  zuro,  per  lo  eterno  Idio,  che  se  leva  adesso,  Exeth  [=  Schah- 
«  Ismael  -  Sofi]  la  sua  patria  è  Babilonia,  e  el  suo  padre  diceva 
«  esser  parente  di  Mahomet:  e  po'  suo  padre  è  morto,  et  questo 
«  puto  è  de  anni  14,  et  al  presente  va  per  15  anni.  Et  lui  dice  che 
«  mio  padre  non  era  mio  padre,  ma  lui  era  uno  schiavo;  et  lui 
«  dice  esser  instesso  Dio:  e  lui  ha  con  esso  40 governatori,  i  quali 
«  li  fanno  chiamar   caliphani,  i  qualli   eiiam  fano  et  celebrano 

«  l'oficio  per  suo  nome,  perchè  lui  dice  esser  Dio Da  poi  prese 

«uno  altro  Christian,  prete,  de  Armenia,  et  lo  dimandò  dove 
«  era  Dio.  Et  lui  rispose  esser  in  cielo  et  in  terra,  et  velo  qua, 
«  mostrando  lui,  che  sentava.  Et  lui  respose  :  Lassatelo  andar, 
«  perchè  questui  sa  dove  è  Dio.  Et  poi  se  levò  de  lì,  et  andò  ad 
«  un'altra  terra,  chiamata  Chasteldero,  et  quella  etiam  fece  sa- 


renze,  1907,  voi.  XVIII,  p.  116),  le  poesie  <  Serena  patria,  illustre  alma 
€  cittade  >  {Magliah.,  Vili,  33)  «  La  rotta  di  Niccolò  Piccinino  presso  An- 
«  gbiari  »  (cod.  Ambros.  C,  35  sup.),  il  poemetto]*  La  fuga  del  Capitano  » 
(edito  dal  Fabretti  nelle  Note  e  doc.  per  le  hiogr.  de'  capit.  di  ventura  del- 
r  Umbria,  pp.  249-276),  il  Trophaeum  Anglaricum  ò\  Leonardo  Dati  (cod. 
Riccard.  i207,  f,  47i)  non  hanno  con  la  narrazione  conservata  fra  le  carte 
leonardesche  lo  stretto  rapporto  di  quella  di  Niccolò  Machiavelli,  benché 
posteriore  di  tempo.  Nessuna  traccia  nei  manoscritti  di  Leonardo  della  Hi- 
storia  Fiorentina  di  \f.  Poggio  tradocta  (1476)  né  della  Historia  Fioren- 
tina composta  da  Leonardo  Aretino  tradocta  in  vulgare  (14^2). 


320  E.   SOLMI 

«  chizar  ».  Gli  appunti  di  Leonardo  relativi  al  '  novo  profeta  ' 
non  potrebbero  riferirsi  a  Schah-Ismael-Sofì  I,  figlio  di  Sheik 
Haidar  e  di  una  figlia  o  sorella  o  nipote  di  Usunhassan?  Ecco  un 
nuovo  filo  conduttore  per  risolvere  la  tanto  dibattuta  questione 
del   Viaggio  in  Oriente  del  Vinci  (i). 

La  corona  poetica,  che  molti  biografi,  e  anche  recentissimi 
come  il  Miintz,  han  voluta  ritessere  intorno  alla  fronte  dello 
sperimentatore,  vien  da  queste  mie  ricerche  sempre  maggior- 
mente sfrondata.  Leonardo,  pur  essendo  il  miglior  dicitore  di  rime 
del  tempo  suo,  non  fu,  né  poteva  essere  versificatore.  I  versi,  che 
si  trovan  ne'  suoi  manoscritti,  son  opera  del  Bellincioni,  del  Bur- 
chiello, del  Dati,  di  Cecco  d'Ascoli,  di  Antonio  del  Meglio,  di 
Dante,  del  Petrarca,  del  Prezzi,  del  cosi  detto  Medicinale,  del 
Manganello,  di  Orazio,  di  Ovidio,  di  Antonio  Pucci,  di  Luca  e 
Luigi  Pulci,  di  Gasparo  Visconti,  ecc.  Il  sonetto  illeggibile: 

Lionardo  mio,  non  avete  d.  ? 
Lionardo,  perchè  tanto  penate  ?  (2) 

gli  fu  certo  inviato  da  un  amico  fiorentino.  Forse  dalla  tradu- 
zione di  qualche  antica  o  da  moderna  commedia  son  tratti  i 
versi: 

Deh  non  m'avere  a  vii  ch'io  non  son  povero  ; 
Povero  è  quel  che  assai  cose  desidera  (3). 

In  altro  luogo  troviamo: 

Se  di  diletto  la  tua  mente  pasci  (4). 
E  accanto  a  uno  schizzo,  rappresentante   alcune  farfalle  che 


(1)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  145  recto  e  verso,  f.  211  verso  e  189 
verso.  Sanuto,  Biarii,  IV,  p.  192.  Gfr.  192,  248,  255,  262,  266,  270,  281, 
302,  307,  308,  309,  1310,  312,  313,  319,  320,  322,  340,  341,  343,  347,  351, 
353,  354,  355,  356,  357,  373,  390,  400  sgg. 

(2)  Leonardo,   Cod.  Atlantico,  f.  71  recto. 

(3)  Leonardo,  Cod.  Atlantico,  f.  71  recto.  Arieggiano  ad  alcuni  versi  di 
Plauto. 

(4)  Leonardo,  Cod.  Atlantico,  f.  320  recto. 


LE   FONTI   DI   LEONARDO   DA   VINCI  321 

svolazzano  attorno  a  una  fiamma,  schizzo  posseduto  dalla  Biblio- 
teca del  Re  in  Torino,  Leonardo  scrisse: 

Come  cieca  ignoranza  ne  conduce! 
Vedi,  per  lo  splendor  nel  fuoco  andiamo. 


e  sotto: 


0  miseri  mortali,  aprite  gli  occhi  !  (1). 


E  nei  fogli  inediti  di  Windsor   son   questi   versi  di  un  poeta 
giocoso  : 

Umana  libertà  come  se'  cara. 

Guai  a  colui  che  vive  in  servitù  ; 

E  bon  per  chi  ad  altrui  spese  impara  ! 

r  mi  starei  nel  letto  in  dolcità, 

E  col  saccon  farei  dormire  a  paro. 

Non  sendo  servo,  chi  tant'è  amaro  (2). 

E  altrove: 

Virtù  non  ha,  né  poterebbe  bavere 
Chi  lassa  onor  per  acquistare  avere. 
Non  vai  fortuna  a  chi  non  s'affatica. 
Perfecto  aver  non  s'à  senza  gran  pena. 
Si  fa  felice  chi  Cbristum  vestica  (3). 

Accanto  ad  un  disegno  di  maschera: 

Non  iscoprir  se  libertà  t'è  cara. 

Che  '1  volto  mio  è  carciere  d'amore  (4). 

Le  profezie  erano  un  genere  assai  diffuso  nella  Corte  milanese, 


(1)  Bibl.  del  Re  di  Torino,  f.  17  verso. 

(2)  Leonardo,  Croquis  et  Dessins  de  Physonomie   humaine  (Collezione 
Rouveyre),  f.  9  verso. 

(3)  Leonardo,  Croquis  et  Dessins  sur  le  Cheval  (Collezione  Rouveyre), 
f.  60  recto  e  verso. 

(4)  Leonardo,  South  Kensington  Museum,  III,  f.  85  recto. 

GiornaU  tiorico.  —  Sappi,  b*  10-11.  21 


322  E.    SOLMI 

e  sembra  se  ne  sia  dilettato  lo  stesso  Bramante.  Non  esito  ad 
affermare  che  buona  parte  di  esse  sono  originali  di  Leonardo. 
In  nessuna  raccolta  del  tempo,  a  stampa  o  manoscritta,  si  tro- 
vano enimmi  identici  a  quelli  del  Vinci,  dove  quella  gran  mente 
non  sdegnò  di  manifestare  un  buon  numero  dei  suoi. concetti 
etici  e  scientifici  (1).  Anche  qui,  come  nelle  favole,  l'artista  riesce 
ad  esprimere  il  suo  concetto  solo  attraverso  ad  una  serie  di 
pentimenti  e  di  correzioni,  che  mostrano  lo  sforzo  di  una  com- 
posizione originale.  Leonardo  non  è  mai  contento  di  modificare 
e  rettificare.  Ogni  cancellatura  deterge  una  oscurità  o  un'im- 
proprietà, che  vela  il  rapido  apprendimento  del  concetto.  «  De' 
«  frati  [che]  confessano.  (Assai  fien  quelli,  che  vorranno  sapere 
«  ciò  che  fanno  le  femmine  nelle  lor  lussurie  con  se  e  cogli  altri 
«omini;  e  le  meschine  converrà,  che  palesino  tutte  le  lor  oc- 
«  eulte  opere  vergognose,  e  premiare  li  ascoltatori  di  lor  mi- 
«  serie  e  (infamie)  scelerate  infamità).  Le  sventurate  donne  di 
«  propria  volontà  andranno  a  (dire)  palesare  a  li  omini  (da  lor) 
«  tutte  le  loro  lussurie  e  opere  vergognose  e  segretissime  ». 
Tutto  ciò  che  è  tra  parentesi  è  cancellato,  e  su  68  parole  ben 
48  sono  annullate,  perchè  non  soddisfacevano  all'artista.  Qui 
siamo  in  presenza  di  scritti  originali.  Ecco  altri  esempi:  «Delle 
«  chiese  e  abitazioni  di  frati.  (Questi)  Assai  saranno  che  (a)  la- 
«  soleranno  (la  lor  la  povera  vita  e  poi)  li  esercizi  e  le  fatiche 
«  e  povertà  di  vita  e  di  roba,  e  andranno  abitare  nelle  ricchezze 
«  e  trionfanti  edifizi  (i),  mostrando  (con  que)  questo  essere  il 
«  mezzo  (di  servire)  di  farsi  amico  a  dio  (di  dio  e  farsi  a  lui 
«  benevolo)  ».  «  Del  vendere  il  paradiso.  (Infinita  moltitudine 
«venderanno  pubblicamente  cosa  di  grandissima  valuta,  quel 
«  che  mai  non  fìa  loro,  ne  in  lor  podestà  e  anco).  Infinita  mol- 
«  titudine  venderanno  pubblica  e  pacificamente  cose  di  grandis- 


(1)  Il  Muntz  credette  di  trovare  la  fonte  di  una  profezia  di  Leonardo  nel 
Le  piacevoli  notti  di  Gio.  Francesco  Straparola  da  Caravaggio,  senza  ac- 
corgersi, che  quando  fu  scritto  ed  edito  questo  libro  (in  Venezia  per  Dome- 
nico Giglio  i558).  il  Vinci  era  già  morto  da  circa  trent'anni  ! 


LE   FONTI   DI   LEONARDO   DA   VINCI 


323 


«Simo  prezzo,  sanza  licenza  del  padrone  di  quelle,  e  che  mai 
«  non  furon  loro,  né  in  lor  potestà  ;  e  a  questo  non  provvedere 
«  la  giustizia  umana».  «De  frati,  che  spendendo  parole,  rice- 
«  vano  di  gran  ricchezze,  e  danno  il  paradiso.  (Vedrassi  grandis- 
«  sima  turba,  i  quali  acquisteran  grandissime  ricchezze,  con  prezzo 
«  d'invisibili  monete).  Le  invisibili  monete  faranno  trionfare  molti 
«  spenditori  di  quelle  »  (1).  Chi  cancella  in  tal  modo  non  copia, 
né  traduce,  ma  inventa  e  compone  originalmente. 

Le  facezie  son  state  tutte  attinte  da  libri  o  da  racconti  di 
contemporanei.  Una  di  esse  l'abbiam  rinvenuta ,  attribuita  a 
Basso  della  Penna,  nelle  Novelle  di  Franco  Sacchetti,  un'altra, 
che  troviamo  attribuita  a  Dante  e  a  Giotto  nelle  Antiquitates 
italicae  medii  aevi  (I,  p.  1186),  fu  dal  Vinci  cavata  dalla  viva 
voce  de'  suoi  amici  o  da  Macrobio: 


Leonardo. 
Fu  dimandato  un  pittore  perchè, 
facendo  lui  di  figure  sì  belle,  che 
eran  cose  morte,  per  che  causa  esso 
avesse  fatti  i  figlioli  si  brutti.  Allora 
il  pittore  rispose,  che  le  pitture  le 
fece  di  dì  e  i  figlioli  di  notte  (2). 


Antiqutates. 
Accidit  autem  semel  quod  dum 
Giottus  pingeret  Paduae,  adhuc  satis 
juvenis,  unam  cappellam  in  loco  ubi 
fuit  ohm  theatrum  sive  Arena,  Dantes 
pervenit  ad  locum.  Quem  Giottus, 
honorifice  acceptum,  duxit  ad  do- 
mum  suam.  Ubi  Dantes  videns  plures 
infantulos  ejus,  summe  deformes  et 
(ut  cito  dicam)  patri  simillimos, 
petivit:  —  Egregie  magister,  nimis 
miror,  quod  cum  in  arte  pictorica 
dicam  te  non  habere  parem,  unde  est 
quod  alias  figuras  facitis  tam  for- 
mosas,  vestras  vero  tam  turpes?  Cui 
Giottus  subridens,  praesto  respondit  : 
—  Quia  pingo  de  die,  sed  fingo  de 
nocte.  Haec  responsio  summe  placuit 
Danti,    non    quia    sibi    erat    nova. 


(1)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  362  recto. 

(2)  Leonardo,  Manoscritto  M,  f.  58  verso. 


324  E.   SOLMI 


sed   quia  nata  videbatur  ab  ingenio 
hominis  (1). 


Buona  parte  dei  motti,  delle  sentenze,  dei  proverbi  leonar- 
deschi noi  abbiam  trovati  nelle  opere  dei  contemporanei.  Altre 
son  forse  state  tratte  da  Alfabeti  di  proverbi,  che  correvano 
fin  dal  trecento,  e  che  ai  tempi  di  Leonardo  si  trovavano  anche 
a  stampa,  fra  i  libri  di  prima  lettura.  Altri  infine  son  stati  colti 
dal  Vinci  sulla  bocca  stessa  degli  amici,  dei  compagni,  del  po- 
polo (2).  Ben  poco  in  questo  genere  è  originale  dell'artista. 

IV.  Sarebbe  vano  dissimularlo:  la  fonte  principale  dei  ma- 
noscritti di  Leonardo  è  lo  studio  diretto  della  natura:  «  Se  bene 
«  come  loro  non  sapessi  allegare  li  altori,  scrive  il  Vinci,  molto 
«  maggiore  e  più  degna  cosa  allegherò,  allegando  la  sperienza, 
«  maestra  ai  loro  maestri.  Costoro  (dice  degli  umanisti)  vanno 
«sgonfiati  e  pomposi,  vestiti  e  ornati  non  delle  loro,  ma  delle 
«  altrui  fatiche,  e  le  mie  a  me  medesimo  non  concedono ,  e  se 
«  me  inventore  disprezzeranno  quanto  maggiormente  loro,  non 
«  inventori ,  ma  trombetti  e  recitatori  delle  altrui  opere,  po- 
«  tranno  essere  biasimati  (3).  Diranno,  che  per  non  avere  io 
«  lettere,  non  potere  ben  dire  quello  di  che  voglio  trattare.  Or 
«  non  sanno  questi  che  le  mie  cose  son  piìi  da  essere  tratte 
«  dalla  sperienza  che  d'altrui  parole  ?  la  quale  fu  maestra  di  chi 
«  ben  scrisse,  e  così  per  maestra  la  piglio,  e  quella  in  tutti  i 
«  casi  allegherò  »  (4).  «  Molti  mi  crederanno  ragionevolmente 
«  potere  riprendere,  allegando  le  mie  prove  essere  contro  all'au- 
<  torità  di  alquanti  uomini  di  gran  reverenza,  presso  de'  loro 
«  inesperti  judizì,  non  considerando  le  mie  cose  esser  nate  sotto 
«  la  semplice  e  mera  sperienza  la  quale  è  maestra  vera  *  (5). 

Assorto  nelle  sue  indagini  sul  volo,  Leonardo  scende  nei  fos- 


(1)  Muratori,  Antiquitates  Italicae  Medii  Aevi,  I,  p.  1186. 

(2)  P.  es.  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  344  recto:  «L'amor  onni  cosa 
vince  »  ;  f.  335  verso  :  «  Amico  fideli  nulla  est  comparatio  »,  ecc.,  ecc. 

(3)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  115  verso. 

(4)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  117  verso. 

(5)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  119  recto. 


LE  FONTI  DI    LEONARDO    DA  VINCI  325 

sati  del  Castello  di  Milano,  per   studiare  il  volo  degli  insetti  • 

<  Per  vedere  il  volare  con  quattro  alie,  va  ne'  fossati  e  vedrai 
«  le  pannicole  nere  »  (1).  In  Firenze  nel  1502  sale  sulle  colline 
circostanti,  al  medesimo  scopo,  per  osservare  <  il  cortone,  uccello 
«  di  rapina,  che  io  vidi  andando  a  Fiesole,  in  luogo  detto  Bar- 
«  bigia  »  (2).  Assorto  nei  suoi  studi  di  meccanica,  si  fa  fare  una 
correggia  di  cuoio  per  esperimentare.  <  Domattina  a  dì  2  di 
«  Gennario  1496,  farai  fare  la  scatta  e  pruova  »  (3).  «  Fa  do- 
«  mani  figure  discendenti  infrall'aria,  di  varie  forme  di  cartone; 
«  cadenti  dal  nostro  pontile;  e  poi  disegna  le  figure  e  li  moti, 
€  che  fanno  li  discensi  di  ciascuna  in  varie  parti  del  discenso  »  (4). 
«  Di'  ancora  della  figura,  che  tu  facesti  domenica,  che  essendo  i 
«  bottini  di  pari  altezza  e  varia  grossezza,  che  proporzion  ara  il 
«  tempo  del  discenso  de  l'uno  contrapeso,  che  preme  l'altro  bot- 
«  tino,  col  tempo  del  descenso  con  quello  dell'altro >  (5).  «Oriolo 
«  della  torre  di  Chiaravalle,  il  quale  mostra  luna,  sole,  ore  e 
«minuti»  (6).  E  vecchio  in  Roma  scriveva  ancora:  «Fatti  rao- 

<  strare  dove  sono  li  nicchi  a  Monte  Mario  »  (7). 

Leonardo  non  trascrive,  non  copia,  che  rare  volte,  egli  ricerca 
e  investiga  direttamente  la  Natura.  Pochi  scrittori  possono  ga- 
reggiare con  lui  per  la  originalità  delle  loro  opere.  Noi  quindi 
possiam  dare,  con  piena  autorità,  una  risposta  pressoché  negativa 
al  Berthelot  e  agli  altri,  che  hanno  affermato  tutti  gli  scritti  del 
Vinci  non  essere  che  appuntì  tratti  dalle  opere  altrui.  La  parte 
trascritta  è  minima  rispetto  alla  parte  originale,  che  è  massima. 
Certamente  altri  frammenti  nell'avvenire  si  riconosceranno  come 
semplici  trascrizioni,  oltre  a  quelli  indicati  in  questi  nostri  con- 
tributi, ma  possiamo  dire  a  ragione,  che  tali  frammenti  non  sa- 


(1)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  i.  377  recto. 

(2)  Leonardo,  Cod.  del  Volo  degli  ttccelli,  f.  18  verso. 

(3)  Leonardo,  Cod.  Atlantico,  f.  318  verso. 

(4)  Leonardo,  Cod.  Atlant.,  f.  375  verso. 

(5)  Leonardo,  Cod.  Atlantico,  f.  306  verso. 

(6)  Leonardo,  Cod.  Atlantico,  f.  399  verso. 

(7)  Leonardo.  Cod.  Atl.,  f.  92  recto  :  «  Et  di  questi  ne  vidi  molti,  massime 
nel  sasso  della  Verna  ». 


326  E.   SOLMI 

ranno  che  una  quantità  trascurabile  di  fronte  alle  settemila  pa- 
gine di  Leonardo. 

V.  Accanto  alla  natura  un'altra  fonte  dei  Manoscritti  furono 
i  contemporanei.  Ho  segnalato  fra  coloro  coi  quali  Leonardo 
discusse  di  argomenti  scientifici,  giusta  la  sua  stessa  testimo- 
nianza, Giannino  Alberghetti,  Andrea  da  Imola,  Vincenzo  Ali- 
prandi,  Giovanni  Argiropulo,  Agostino  Vaprio  da  Pavia,  Barto- 
lomeo Turco,  Bernardo  Bellincioni,  Benedetto  aritmetico,  Sandro 
Botticelli,  Bramante  da  Urbino,  Fazio  Cardano,  i  Crivelli,  Mar- 
cantonio della  Torre,  Giovanni  del  Sodo,  Attavante,  Gherardo, 
Francesco  miniatore,  Giacomo  Andrea  da  Ferrara,  Gianangelo, 
Francesco  di  Giorgio  Martini,  Domenico  Balestrieri,  Piero  Mar- 
telli, Pietro  Monti,  Luca  Pacioli,  Giovanni  Francese,  Benedetto 
Portinari,  Giovanni  Taverna,  Paolo  dal  Pozzo  Toscanelli  e  tanti 
altri  (1).  È  però  da  notarsi  che  il  maggior  numero  dei  passi  vin- 


(1)  Le  relazioni  di  Leonardo  da  Vinci  con  Piero  di  Cosimo,  Salai,  Gio- 
vanni Antonio  Boltraffio,  Giovanni  Antonio  de  Predis,  Galeazzo  da  Sanse- 
verino,  Mariolo,  Tommaso  Valdeg,  Salamon,  Bonconte,  Bernardo  de  Abiate 
0  de  Madiis,  Giovanni  Antonio  Amadeo,  Salvatore  materassaio,  maestro 
Tommaso,  Giorgio  e  Giovanni  tedesco,  Chermonino,  Cesare  Borgia,  Luigi 
di  Lussemburgo  eonte  di  Ligny,  Giulio  meccanico,  Ambrogio  Ferrari,  Ber- 
nardino da  Corte,  Lodrisio  Visconti,  Bergonzo,  Lorenzo  Gusnasco  da  Pavia, 
Pietro  da  Novellara,  Alessandro  degli  Albizzi,  Benedetto  di  Luca  Bichi, 
Angelo  del  Tovaglia,  Carlo  d'Amboise,  Ippolito  d'Este,  Marcantonio  Colonna, 
Pier  Antonio  e  Serafino  da  Possano,  Giuliano  de'  Medici,  Lorenzo,  Barbai'a 
Stampa,  Giovanni  Martelli,  Monsignor  de'  Pazzi,  ser  Antonio  Pacini,  Ber- 
nardo di  Simone,  Salvestro  di  Stefano,  Bernardo  d' Iacopo,  Francesco  di 
Matteo  Bonciani,  Francesco  di  Giovanni  Ruberti,  messer  Benedetto  da  Cia- 
perello,  Gerolamo  da  Cusano,  ecc.,  saranno  da  me  svolte  nel  libro  su  gli 
Amici  e  i  discepoli  di  Leonardo  da  Vinci.  Benché  talvolta  il  Nostro  abbia 
potuto  da  loro  apprendere  qualcosa,  tuttavia  questi,  e  simili  personaggi  de' 
manoscritti  vinciani,  non  possono  costituire  vere  e  proprie  fonti  di  notizie, 
come  gli  altri  da  me  ricordati.  Cfr,  Croquis  et  dessins  sur  le  cheval  (Col- 
lezione Rouveyre),  f.  57  verso:  «  Medicina  da  grattature,  insegniomela  l'Araldo 
<  del  Re  di  Francia:  oncie  4  ciera  nova,  oncie  4  pece  greca,  once  2  incienso, 
«  e  ogni  cosa  està  separa<;a,  e  fondi  la  ciera,  vi  metterete  l'incienso  e  poi  la 
«pece,  e  fanne  peverata,  e  metti  sopra».  Codice  Atlantico,  f.  114  recto: 
«  Messer  Francesco,  medico  Lucchese,  alla  Catena,  in  casa  di  bolognesi,  al 
€  cantone  appresso  al  Cardinal  Farnese  ». 


LE   FONTI  DI   LEONARDO  DA  VINCI  287 

ciani  son  accompagnati  dalle  parole  '  sono  già  stato  a  vedere  ' 
'vidi'  'ho  veduto';  rare  volte  egli  domanda,  e  ascolta  le  parole 
degli  altri.  Ciò  che  è  certo  è  che  l'artista  per  la  forza  del  genio  e 
là  potenza  della  riflessione,  superò  tutti  quelli  che  ebber  relazioni 
di  amicizia  con  lui  da  vicino  e  da  lontano.  Mentre  gli  uomini  del  suo 
secolo  non  oltrepassarono  le  conoscenze  del  Rinascimento,  Leo- 
nardo sale  oltre  il  tempo  e  oltre  lo  spazio.  Come  Ulisse  dalla 
voragine  infernale,  sembra  che  egli  getti  a^^li  uomini  ed  al  mondo 
l'apostrofe  dantesca  : 

Considerate  la  vostra  semenza  ; 
Fatti  non  foste  a  viver  come  bruti. 
Ma  per  seguir  virtute  «  conoscenza. 

<  Io  sono  già  stato  a  vedere  tal  multiplicazioni  di  arie  e  già 
«  sopra  Milano,  inverso  lago  Maggiore,  vidi  una  nuvola  in  forma 
«di  grandissima  montagna  »  (1).  <  E  questo  vedrà,  come  vid'io, 
«chi  andrà  sopra  Momboso,  giogo  dell'Alpi,  che  dividono  la 
«  Francia  dalla  Italia  »  (2).  «  lo  ho  già  veduto  nelli  nuvoli  e 
«  muri  macchie,  che  mi  hanno  desto  a  belle  invenzioni  di  varie 
<  cose  »  (3). 

Per  questo  uomo,  che  non  fa  professione  di  lettere,  e  che  è 
tutto  intento  alla  osservazione  diretta  della  natura,  i  libri  degli 
antichi  scrittori  e  dei  suoi  contemporanei  non  hanno  che  una 
importanza  secondaria  1 4).  Quante  volte  nell'ardore  della  polemica 
Leonardo  biasima  i  filosofi  in  librisi  Questi  che  «non  han  tro- 
ie vate  da  farsi  inventori ,  per  la  pigrizia  e  comodità  de'  libri, 
«  attendono  al  continuo  (secondo  il  Vinci)  con  falsi  argumenti  a 


(1)  Leonardo,  South  Kensington  Museum,  III,  f.  46  verso. 

(2)  Leonardo,  Manoscritto  di  Leicester,  f.  4  recto. 

(3)  Leonardo.  Ash.  1,  f.  22  verso. 

(4)  Leonardo,  Ettides  et  dessins  sur  la  cheoelure  et  fragments  du  Tratte 
de  Peinture  (Collezione  Rouveyre),  f.  2  recto:  <  Ho  veduto,  nelle  percussione, 

*  della  nave,  l'acqua  sotto  l'acqua  osservare  più  integralmente  la  revoluzione 
€  delle  sue  impressioni,  che  l'acqua,  che  confina   coU'aria.  E  questo  nascie, 

*  perchè  l'acqua  infra  l'acqua  non  pesa  ». 


328  E.  SOLMI 

«  riprendere  li  lor  maestri  »  (1).  Di  lui  si  poteva  dire,  come  da  Vin- 
cenzio Viviani  fu  scritto  di  Galileo:  «Era  provvisto  di  pochis- 
«  sirai  libri,  ma  questi  de'  migliori  e  di  prima  classe,  lodava 
«  bensì  il  vedere  quanto  in  filosofia  e  geometria  era  stato  scritto 
«  di  buono ,  per  dilucidare  e  svegliar  la  mente  a  simili  e  più 
«  alte  speculazioni;  ma  ben  diceva,  che  le  principali  porte  per 
«  introdursi  nel  ricchissimo  erario  della  naturai  filosofia  erano 
«  l'osservazione  e  l'esperienza ,  che  per  mezzo  delle  chiavi  de' 
«  sensi  dai  più  nobili  e  curiosi  intelletti  si  potevano  aprire  »  (2). 
VI.  Grande  incremento  la  coltura  del  Vinci  ricevette  dalla 
invenzione  della  stampa.  Il  Muntz  ha  voluto  erroneamente  ve- 
dere in  Leonardo  «  une  éspece  de  pudeur  ou  d'horreur  qui  lui 
«  inspirait  l'imprimerie  »  (3).  Niente  di  più  falso  di  questa  afferma- 
zione! Nel  Codice  Atlantico  l'artista  descrive  un  suo  meravi- 
glioso ordigno  meccanico,  il  più  ingegnoso,  eh'  egli  abbia  mai 
imaginato  e  il  più  utile  per  l'uomo.  Celebrando  la  sua  scoperta 
il  Vinci  dice:  «  questa  (scoperta),  è  seconda  alla  stampa  delle 
«  lettere,  e  non  meno  utile  e  esercitata  dalli  omini  e  di  più  gua- 
«  dagno,  e  più  bella  e  sottile  invenzione  »  (4).  Si  è  già  accen- 
nata la  parte  da  lui  avuta  ai  preparativi  per  la  stampa  della 
Divina  proportione  e  à<ò\V Eixlide  del  Pacioli,  altri  han  soste- 
nuto, che  Leonardo  ha  contribuito  alla  edizione  del  1496  della 


(i)  Spessissimo  Leonardo  ricorda  le  proprie  invenzioni.  Cfr.  Leonardo, 
Études  et  Dessins  de  Mécanique  (CoUez.  Rouveyre),  f.  3  verso  :  «  11  vetro  pan- 
«  niculare,  da  me  inventionato  ».  E  talora  con  vero  entusiasmo:  cfr.  Leo- 
nardo, ivi,  f.  8  recto:  «  Avendo  io  lungo  tempo  cerco  di  quadrare  l'angolo  di 
«  2  lati  curvi,  cioè  l'angolo  e,  il  quale  ha  2  lati  curvi,  d'equal  curvità,  cioè 
«  curvità  nata  d'un  medesimo  cerchio;  al  presente,  la  vigilia  di  Calen  di 
«  Maggio  nel  1509,  i'  ho  trovato  il  proposito,  a  ore  22,  in  domenica.  Io  so 
«  adunque  (secondo  che  nel  riverscio  di  questa  faccia  in  A  si  dimostra)  che 
«  la  superficie  a  b  levata  del  suo  sito  e  renduta  la  medesima  valuta  colla 
«  porzione  e,  che  '1  triangolo  d  e  rettilinio  vale  di  punto  lo  curvilinio  e,  o  vo 
«  dire  lo  curvilinio  abd,  adunque  la  quadratura  del  triangolo  2  fia  trovata 
«  nel  triangolo  rettilino  cdì>. 

(2)  Galilei,  Opere  (ed.  Nazionale),  voi.  XIX,  p.  625. 

(3)  Muntz,  Léonard  de  Vinci,  p.  6. 

(4)  Leonardo,  Cod.  Atlantico,  f.  356  recto. 


LE   FONTI    DI   LEONARDO  DA  VINCI  329 

Praciica  musicae  di  Franchino  Gafurio  e  a  quella  del  1493  dei 
Sonetti,  canzoni,  capitoli,  ecc.  di  Bernardo  Bellincioni.  È  certo 
che  possediamo  scarse  prove,  che  egli  si  sia  occupato  dell' inci- 
sione in  legno,  come  Diirer,  Holbein,  Giovanni  Cousin  o  diversi 
altri  maestri.  Al  contrario  molte  incisioni  in  rame  si  citano,  come 
opera  del  Vinci.  Al  British  Mitseum  si  conservano  le  incisioni 
di  due  '  Giovani  donne  e  di  quattro  cavalieri  ',  una  delle  prime 
porta  la  sigla  AGHA-LE'VI.  A  questa  stessa  Academia  Leo- 
nardi Vinci  si  riferiscono  sei  incisioni  d' intrecci  geometrici. 
Molte  teste  di  vecchi,  per  lungo  tempo  attribuite  al  Mantegna, 
sembra  abbian  avuto  origine  nell'  '  atelier  '  del  capo  della  Scuola 
milanese. 

Interesse  più  vivo  per  l'arte  della  stampa  ci  vien  ora  rivelato 
dai  manoscritti.  Alcuni  ordigni  meccanici  vinciani  sembrano  in- 
dirizzati al  perfezionamento  delle  macchine  tipografiche,  e  ciò 
che  è  più  notevole,  nel  foglio  225  recto  del  Codice  Atlantico 
conserviamo  il  calcolo  di  un'opera,  che  evidentemente  il  Vinci 
vuol  fare  stampare,  calcolo  che  mira  a  stabilire  il  numero  delle 
lettere,  che  son  contenute  in  un  volume  di  100  carte. 

«  Una  carta  è  52  versi,  e  ogni  verso  è  50  lettere  : 

52  160  sono  le  carte 

50  2600 


00 
260 

0000 
15600 

2600  lettere 

2600 

416000  »  (1). 

Un  altro  calcolo  analc^o  accompagna  la  nota  «  Rugieri  Bacon 
fatto  in  istarapa  ». 

VII.  Fa  meraviglia  che  non  vi  siano  traccio  evidenti  e  di- 
rette nei  ManosciHtti  di  Leonardo  di  Eudosso,  che  stabili  il  me- 


(1)  Leonardo,  Cod.  Atlant.,  f.  255  recto.  Con  la  parola  <  verso  >  Leonardo 
intende  le  «  linee  ». 


330  E.   SOLMI 

lodo  di  esaustione  e  scrisse  di  astronomia  pratica,  di  Aristarco 
di  Samo  che  studiò  rrepì  lucTéGiuv  xaì  aTro(JTTi|LidTuuv  'HXiou  Kaì 
leXnvTiq,  di  Apollonio  di  Perga,  celebre  per  il  grande  trattato 
sulle  Sezioni  coniche,  di  Pappo  alessandrino  e  della  sua  mera- 
vigliosa luvaTorn,  di  Diofanto,  di  Proclo  Licio,  di  Albategno,  Fi- 
lone di  Bisanzio,  Michele  Scoto,  Roberto  Lincoln,  Pietro  di  Ailly, 
Niccolò  da  Gusa  e  Ghuquet  (1).  Non  più  evidenti  e  dirette  sono 
le  traccie  del  Sacrobosco  (Sphaera  mundi,  1478,  1499,  1500,  ecc.), 
del  Portolano  (Opera  necessaria  a  tutti  li  naviganti,  1490),  di 
Solino  {Rerum  memoràbìlium  collectanea,  1480,  1493,  ecc.),  di 
Pomponio  Mela  {De  situ  orhis,  1478,  1482,  ecc.),  di  Arato  {Phaeno- 
mena,  1488),  di  Modesto  {De  re  militari,  de  Magistratibus  urbis 
et  Sacerdotiis  et  de  legìbus,  s.  d.  n.  a.),  di  Guglielmo  Durante  {Spe- 
culum,  doctrinalis,  Pars  1*  et  3'  1478),  di  Paolo  Veneto  {Summae 
naturalium,  1476;  Summa  Philosophiae,  1477;  Expositio  super 
odo  libros  phisicorum,  1499),  e  di  tanti  altri,  che  tuttavia  Leo- 
nardo può  aver  letti,  e  consultati,  senza  che  ce  ne  restino  traccie 
evidenti  (2), 


(1)  Cito  in  modo  particolare  Alphonsii  Regis  Gastellae  Tabulae  Astro- 
nomicae,  (in  fine)  Per  Erhardum  Ratdolt,  1483,  in-4o,  in  carattere  semigotico, 
senza  cifre  e  richiami.  Gfr.  Freytag,  Appar.  litter.,  t.  Ili,  p.  737.  Philippi 
Calandri  ad  nobilem  et  studiosum  lulianum  Laurentii  Medicen  De  arithme- 
tica  opusculum,  (in  fine)  Finis.  Impresso  nella  excelsa  ciptà  di  Firenze  per 

d.  Lorenzo  de  Morgiani  et  Giovanni  Thedesco  de  Maganza  finito  a  dì  primo 
di  Gennaio  1491.  E  uno  dei  primi  trattati  di  aritmetica  a  stampa,  ed  è  ra- 
rissimo. Leonardo  conosce  il  Cusano  solo  attraverso  al  Pacioli.  Ciò  spiega 
alcune  coincidenze,  ad  es.  :   Cod.  Atl.,  f.  59  recto  e  Cusano,  De  docta  ign.,  II, 

e.  12:  «  Omnes  motus  partis  est  propter  perfectionem  ad  totum  ». 

(2)  Un  riavvicinamento  fra  Leonardo  e  Ristoro  d'Arezzo  fu  fatto  neW Avver- 
tenza degli  editori  premessa  all'ediz.  milanese  della  Composizione  del  mondo 
(1864),  pp.  xvi-xvii.  Nel  volume  (scriveva  da  Roma  il  5  aprile  del  1864  En- 
rico Narducci)  intitolato  Histoire  des  Sciences  mathématiqiies  en  Italie,  ecc., 
par  Guillaume  Libri,  tome  troisième.  A  Paris  chez  Jules  Renounrd,  1840 
(p.  54,  lin.  3-7,  19)  si  legge:  «  li  s'occupa  (Léonard  deVinci)  de  la  scintil- 
«  lation  des-  étoiles  :  phènomene  singulier,  si  diffìcile  à  expliquer  dans  toutes 
«  ses  parties;  et  il  avait  déjà  remarqué  qu'il  se  produit  dans  l'oeil  et  non 
«  pas  dans  l'astre  (1).  Voyez  la  note  XIV  à  la  fin  du  volume  ».  Infatti 
a  p.  228  (lin.  1-7)  del  medesimo  volume  si  legge:  «  In  prima  difinisci  l'oc- 
«  chio,  poi  mostra  come  il  battere  d'alcuna  stella  viene  dall'occhio,  e  perchè 


LE  FONTI    DI  LEONARDO  DA  VINCI  331 

Vili.  Se  noi  gettiamo  uno  sguardo  alla  libreria  di  Leonardo 
da  Vinci,  quale  risulta  dalle  presenti  ricerche,  diventa  evidente 
che  la  nota  del  Codice  Atlantico,  illustrata  nel  1872  dal  dotto 
bibliografo  milanese  Gerolamo  d'Adda,  non  contiene  che  una 
parte  piccolissima  delle  opere  conosciute  dall'artista  fiorentino, 
e  ciò  che  è  singolare  la  sola  parte  (fatte  poche  eccezioni)  degli 
scritti  di  amena  letteratura,  e  che  meno  dovevano  interessare  lo 
studioso  e  il  ricercatore. 

D'Abaco  Fiore  di  virtù 

Plinio  Vita  de  filosofi 

Bibia  Lapidario 

De  re  militari  Pistole  del  Filelfo 

Deca  prima  Della  conservazione  della  sanità 

Deca  terza  Cieco  d'Ascoli 

Deca  quarta  Alberto  magnio 

Gidone  Rettorica  nova 

Piero  Crescienzio  Zibaldone 

De'  4  regi  Isopo 

Donato  Salmi 

Justino  De  imortalità  d'anima 


«  il  battere  d'esse  stelle  è  più  neirum  che  nell'altra,  e  come  li  raggi  delle 

<  stelle  nascon  dall'occhio  >  (Mss.  de  Léonard  de  Vinci,  voi.  I.  f.  25).  Assai 
prima  di  Leonardo,  nel  1282,  Ristoro  d'Arezzo  aveva  già  fatta  la  mede- 
sima osservazione,  come  apparisce  dal  seguente  passo  della  sua  Composi- 
zione del  Mondo  (€  Distinzione  ovvero  particola  ottava  del  libro  secondo,  ca- 

<  pitelo  quarto  decimo.  Della  cagione  perchè  le  stelle  fisse  scintillano,  e  li 
«  pianeti  none  scintillano  »,  pag.  148,  Un.  29-38;:  <  Adunque  la  stella  per  più 
€  perfezione  dee  avere  li  suoi  raggi  fermi  e  non  scintillare,  noi  le  vedemo 
€  scintillare,  dovemo  cercare  la  cagione,  perch'egli  pare  ch'elle  scintillino. 

<  E  la  cagione  di  questo  può  essere  secondo  questa  via:  che  quelle  stelle 
«ne  sono  molto  di  lunge:  onde,  aguardando  li  lo  viso,  per  la  grandissima 
«  longitudine  viene  debilitando;  imperciò  lo  viso,  per  la  grande  longitudine, 

<  non  può  comprendere  quelli  raggi  fermi  :  e  per  questa  cagione  per  la  de- 

<  bilità  del  viso  pare  che  la  stella  scintilli;  e  dovemo  credere,  che  questo 
€  difetto  sia  neirocchio  e  non  nella  stella  ».  Riavvicinamento  questo  per 
nulla  concludente;  perchè  anche  riscontrati  attentamente  i  due  passi,  non 
se  ne  può  trarre  alcuna  luce  per  affermare  che  il  Vinci  conosca  la  Compo- 
sizione del  Mondo  di  Ristoro  d'  Arezzo.  Tale  conoscenza  resta  anch'  oggi 
estremamente  dubbia  e  discutibile. 


•à'ó2 

E.   SOLMI 

Guidone 

Burchiello 

Dottrinale 

Driadeo 

Morgante 

Petrarca  (1) 

Giovan  dimandinella 

(d  g)  De  onesta  voluttà 

Manganello 

Cronaca  d'Esidoro 

Pistole  d'Ovidio 

Pistole  del  Filelfo 

Spera 

Facetie  di  Pogio 

De  chiromantia 

Formulario  di  pistole 

Nessuna  delle  opere,  sulle  quali  il  Vinci  ha  fondata  la  sua 
scienza,  compare  in  questa  nota.  Non  vi  si  trovano  né  Aristotile, 
né  Alberto  di  Sassonia,  né  Archimede,  né  Erone,  né  Euclide,  né 
Giordano  Nemorario  fDe  ponderibus),  né  Leonardo  cremonese, 
né  Leonardo  pisano,  né  Luca  Pacioli,  né  il  Peckhara,  né  Tolomeo, 
né  Vitruvio,  né  Zenofonte,  gli  scritti  dei  quali  l'artista  cita  con- 
tinuamente, e  senza  dubbio  possedeva,  perché  in  parte  aveva 
fatto  venire  «  da  Vinegia  »,  e  in  parte  aveva  tolto  spesso  con  sé 
nell'imminenza  de'  suoi  viaggi.  Le  stesse  opere,  fra  quelle  regi- 
strate nella  nota,  che  per  lui  potevano  conservare  ancora  un 
certo  interesse,  come  Plinio,  il  De  re  militari  del  Valturio,  il 
Fiore  di  virtù,  erano  già  state  saccheggiate  e  riassunte  nei  Mano- 
scritti. Si  potrebbe  fare  un'eccezione  per  il  solo  'Alberto  Magnio  '. 
Ma  non  poteva  essere  quest'opera  appunto  quella  che  vuole  il 
D'Adda,  cioè  quel  Libro  della  vita  composto  per  Alberto  Magnio 
filosofo  excellentissimo,  ecc.,  Neapoli,  Bernardino  de  Girardinis 
de  Amelia,  1478,  in-4°  o  altro  simile,  che  non  offriva  nessun 
vantaggio  allo  scienziato  ? 

E  qui  sorge  subito  una  domanda:  a  che  scopo  il  Vinci  segna 
le  opere,  'che  meno  lo  interessavano,  e  non  registra  quelle  che 
più  gli  importavano  come  Aristotile,  Alberto  di  Sassonia,  Archi- 


ci) Leonardo,  Cod.  Atlantico,  f.  210  recto. 


LE  FONTI  DI  LEONARDO  DA  VINCI  333 

mede,  Erone,  Euclide,  Giordano,  ecc.,  e  che  aveva  scelti,  accanto 
alla  natura,  come  autori  e  maestri  ? 

Una  sola  ipotesi  può  rispondere  a  questa  domanda.  Leonardo 
in  prossimità  di  uno  dei  tanti  suoi  viaggi,  forse  dell'ultimo  in 
Francia,  o  del  precedente  a  Roma  o  a  Napoli,  volle  o  dovè 
disfarsi  di  parte  dei  suoi  libri,  che  non  poteva  portar  con  sé, 
sia  per  la  loro  mole,  sia  per  il  loro  scarso  valore.  Mentre  con- 
servava gelosamente  le  grandi  opere  dei  maestri,  il  Vinci  r«^i- 
strava  i  libri,  che  voleva  cedere  ad  altri,  in  una  nota  che  oggi 
ci  rimane,  e  che  fu  erroneamente  interpretata  dal  D'Adda  il  ca- 
talogo della  libreria  di  Leonardo.  Le  nostre  ricerche  portano 
come  legittima  conseguenza  all'ammettere  una  simile  ipotesi. 

Da  questa  osservazione  risulta  ineccepibile  una  verità  :  la  nota 
del  Codice  Atlantico  non  è  il  catalogo,  direm  cosi,  di  tutte  le 
opere  possedute,  e  tenute  presso  di  sé  da  Leonardo,  ma  è  la  re- 
gistrazione di  quella  sola  parte  di  libri,  che  più  scarso  interesse 
offrivano  ormai  al  maestro,  e  di  cui  voleva  disfarsi.  Hanno  errato 
tutti  coloro,  che  ridussero  la  libreria  di  Leonardo  a  soli  quaran- 
taquattro tomi. 

Se  non  si  ammette  ciò,  come  spiegare  la  mancanza,  fra  queste 
opere,  per  l'appunto  di  quelle,  da  cui  l'artista  non  avrebbe  mai 
voluto  staccarsi,  come  la  Geometria  di  Euclide,  gli  scritti  di 
Leonardo  Cremonese,  il  De  ponderibus  di  Giordano  Nemorario, 
VOttica  di  Vitellione?  In  una  nota  di  preparativi  per  una  par- 
tenza, in  cui  è  registrato  per  esempio  <  tolli  le  opere  di  Leo- 
«  nardo  chermonese,  tolli  de  ponderibus,  tolli  il  libro  di  Titolone  > 
è  anche  detto  «  vendi  quel  che  non  si  può  portare  ».  «  Truova 
«  Ligny,  e  dilli  che  tu  l'aspetti  a  Roma,  e  che  tu  andrai  con 
«  seco  in  Napoli.  —  Fatti  fare  la  (ae)  donazione  e  tolli  il  libro 
«  di  Vitolone,  e  le  misure  dalli  edifizi  publici.  Fa  fare  2  casse 
«  coperte  da  mulattiere  ;  ma  meglio  fia  le  coperte  da  letto, 
«  che  son  3,  delle  quali  lascierai  una  a  Vinci.  Tc^li  le  fo- 
«  chere  delle  grazie.  To'  da  Giovan  Lombardo  il  teatro  di  Ve- 
«  rona.  Compra  delle  tovaglie  e  mantili,  berrette,  scarpine,  calze 
<  4  para,  un  giubbone  di  camozza,  e  pelle  per  farne  de'  novi. 


334  E.   SOLMI 

«  11  tornio  d'Alessandro  !  Vendi  quel  che  non  si  pò  portm^e. 
«  Piglia  da  Gian  di  Paris  il  modo  di  colorire  a  secco,  e  '1  modo 
«  del  sale  bianco  e  del  fare  le  carte  impastate ,  sole  e  in  molti 
«  doppi,  e  la  sua  cassetta  de'  colori.  Impara  la  tempera  delle 
«  cornage.  Impara  a  dissolvere  la  lacca  gomma.  Tolli  del  seme 
«  de  fotteragi  e  delle  gniffe  bianche,  delli  agli  da  Piacenza.  Tolli 
«  de  Ponderibus.  Tolli  l'opere  di  Leonardo  Chermonese.  Leva 
«  il  fornello  di  G-iannino.  To'  della  semenza  de'  tigli,  e  dell'erba 
«  stella,  delle  zucche  marine.  Vendi  l'asse  della  sosta.  Fatti  dare 
«  la  fochera  a  chi  la  rubò.  Piglia  il  livellare.  Quanto  terreno 
«  po'  cavare  l'omo  in  un  dì  »  (i). 

IX.  Nella  libreria  di  Leonardo  nel  suo  complesso  non  può  a 
meno  di  far  sorgere  la  meraviglia  un  fatto  assai  raro  nel  se- 
colo XV.  Mentre  gli  umanisti  arrestavano  la  loro  coltura  ai 
greci  ed  ai  latini,  Leonardo  da  Vinci  non  si  limita  a  investigare 


(i)  Leonardo,  (Jod.  Atlantico,  f.  246  recto.  È  il  famoso  frammento  che 
fu  primieramente  edito  dal  Richter,  The  literary  Works  of  Leonardo  da 
Yinci,  n.  1379.  «  Trova  ingil  (Ligny)  e  digli  che  tu  l'aspetti  a  mora  (Roma) 
«  e  che  tu  andrai  seco  ilopana  (a  Napoli)».  Che  il  Vinci  si  sia  realmente  re- 
cato da  Roma  a  Napoli,  è  reso  oggi  grandemente  probabile  dai  risultati 
delle  ricerche  di  B.  Croce,  Un  canzoniere  d'amore  per  Costanza  d'Avalos 
Duchessa  di  Francavilla,  in  Atti  della  Accademia  Pontaniana,  Napoli,  1903, 
Memoria  n"  6,  pp.  1-30.  Da  tali  ricerche  risulta  assodato,  che  Leonardo  da 
Vinci  ha  compiuto  un  ritratto  di  Costanza  d'Avalos,  probabilmente  in  Napoli, 
poiché  a  lavóri  di  pittura  principalmente  si  riferiscono  i  particolari  del  fram- 
mento citato  («piglia  da  Gian  de  Paris  il  modo  di  colorire  a  secco,  e  '1  modo 

<  del   sale   bianco la  tempera  della  cornage la  sua  cassetta   de'  co- 

«  lori,  ecc.  »).  Secondo  i  versi  di  Andrea  Irpino  da  Parma,  il  ritratto  leo- 
nardesco dovrebbe  effigiare  una  donna  già  matura,  in  abito  vedovile,  sotto 
un  bel  negro  velo. 

Quel  bon  pittore  egregio,  che  dipinse 
Tanta  beltà  sotto  il  pudico  velo. 
Superò  l'arte  e  sé  medesmo  vinse. 

Intorno  alla  data  del  viaggio  di  Leonardo  a  Napoli,  mi  sia  concesso  di 
rimanere  in  una  prudente  incertezza.  Il  nome  di  Ligny  ci  richiamerebbe  a 
Luigi  di  Lussemburgo,  conte  di  Ligny,  che  aveva  accompagnato  Carlo  Vili 
nella  spedizione  del  1494  e  1495,  e  che  per  far  valere  i  diritti  personali, 
■che  i  privilegi,  i  quali  aveva  ottenuti  dal  re,  gli  davano  sopra   certi  feudi 


LE  FONTI   DI   LEONARDO   DA   VINCI  335 

l'antica  scienza,  ma  si  allarga  nel  Medio  Evo  e  nei  tempi  suoi. 
Platone  e  Aristotile,  Archimede  ed  Erone,  Vitruvio  e  Frontino, 
Diodoro  Siculo  e  Diogene  Laerzio,  Dioscoride  ed  Euclide,  Galeno 
ed  Ippocrate,  Orazio  ed  Ovidio,  Plinio  e  Plutarco,  Teodosio  e  Teo- 
frasto,  Tolomeo  si  trovano  accanto  a  Sant'Agostino,  ad  Alberto 
Magno,  a  San  Tommaso,  ad  Alberto  di  Sassonia,  ad  Alkendi, 
ad  Avicenna,  all'Argiropulo,  a  Rogero  Bacone,  a  Leon  Battista 
Alberti,  e  agli  altri  innumerevoli  scrittori  del  Rinascimento  e 
del  Medio  Evo,  da  me  esaminati. 

È  certo  che,  come  l'opera  artistica  e  letteraria  di  Leonardo  è 
schiettamente  personale,  cosi  anche  la  sua  coltura  è  affatto  spe- 
ciale; è  la  coltura  di  un  «autodidatta  ».  Se  noi  avessimo  do- 
vuto istituire  idealmente  la  Biblioteca  di  un  autore  del  secolo  XV 
e  XVI,  avremmo  dovuto  eliminare  la  maggior  parte  delle  opere 
registrate  dal  Nostro.  I  libri  di  Leonardo  non  sono  i  libri  degli 
uomini  del  suo  tempo;  fatte  poche  eccezioni,  son  libri  che  avreb- 
bero suscitato  la  critica  e  il  disprezzo  del  quattrocentista.  La 
libreria  del  Vinci  e  la  libreria  dell'umanista,  che  abitava  in  Fi- 
renze 0  in  Milano  poco  lungi  dalla  casa  del  Nostro,  non  avevano 
che  una  somiglianza  meramente  esteriore  e  superficiale.  Le  fonti 
di  Leonardo  non  sono  le  fonti  solite,  che  tutti  abbiamo  apprese 
sui  banchi  delle  Università,  son  fonti  specialissime,  oggi  in  gran 
parte  dimenticate,  e  il  solo  rintracciarle  costituiva  spesso  un'o- 
pera quasi  direi  disperata. 

Era  una  difficoltà ,  dalla   quale  è  risultata   una   conseguenza 


napoletani,  nel  1499  e  nel  1500,  preparava  segretamente  una  spedizione  in 
Napoli  cercando  l'aiuto  della  Repubblica  Veneta.  Leonardo  si  trovava  in 
quel  momento  in  Venezia,  dopo  aver  abbandonata  precipitosamente  la  Lom- 
bardia, e  stava  cercando  un  mecenate,  che  Io  reintegrasse  nel  possesso 
della  vigna,  situata  nei  paraggi  di  Porta  Vercellina,  e  donatagli  recente- 
mente da  Ludovico  il  Moro,  e  che  sopratutto  gli  desse  protezione  e  aiuto 
per  l'esecuzione  dei  grandi  progetti  artistici,  che  vagheggiava  in  cuor  suo. 
Ritengo  però  assai  probabile,  che  il  Vinci  con  la  sua  nota  si  riferisca  al- 
l'altro conte  di  Ligny,  di  cui  parla  il  Sanudo,  Op.  cit..  v.  X,  p.  881,  e  che  si 
trovava  in  Italia  nel  1510,  desideroso  di  prender  possesso  dei  feudi  di  sua 
famiglia. 


336  E.   SOLMI 

benefica.  Si  son  messi  in  luce  nomi  ed  opere,  che  meritano  di 
venir  studiate  e  discusse.  È  inutile  dissimularselo.  Nel  Medio  Evo 
e  nel  Rinascimento  accanto  alla  scienza  della  Scuola  vi  era 
un'altra  scienza  disprezzata  dai  Dottori,  e  trattata  da  umili  stu- 
diosi; una  scienza  a  cui  appartennero  gran  numero  dei  trattati, 
che  abbiam  trovati  sotto  la  penna  di  Leonardo.  E  come  il  ru- 
stico linguaggio  plebeo  fu  il  più  potente  fattore  delle  nuove 
lingue,  che  sorsero,  sul  principio  dei  tempi  moderni,  in  Italia,  in 
Spagna,  in  Francia  e  cosi  via,  egualmente  questa  umile  scienza, 
non  trattata  nelle  cattedre,  dove  si  esplicava  Aristotile,  S.  Paolo, 
Sant'Agostino  e  S.  Tommaso,  fu  la  causa  prima  delle  nuove 
scienze  e  della  nuova  filosofia. 

Quando  Renato  Descartes,  Francesco  Bacone  e  Galileo  e  gli 
altri  tutti  si  fecero  iniziatori  della  filosofia  e  delle  scienze  nuove, 
anch'essi  dovettero  ritrarsi  dalla  coltura  delle  scuole  del  loro 
tempo,  lavorare  con  fede  nell'  intimo  del  loro  spirito,  dietro  le 
traccie  di  quel  rivoletto  di  sapere  extrascolastico  e  extracatte- 
dratico, che  si  era  andato  svolgendo  nell'Evo  Medio,  al  disotto  e 
al  di  fuori  dei  commenti. 

Leonardo  scopri  questo  filone  nascosto  nelle  viscere  della  col- 
tura del  suo  tempo:  e  qui  son  da  trovarsi  principalmente  le  sue 
fonti,  qui  i  suoi  maestri,  accanto  all'esperienza  e  alla  ragione, 
cui  seppe  dare  tanto  valore. 

Se  la  libreria  di  Leonardo  non  è  quella  dell'umanista  del  suo 
tempo,  è  tuttavia  quella  di  un  grande  spirito,  e  perciò,  qualunque 
essa  si  sia,  ha  in  sé  il  suo  interesse  e  la  sua  ragion  d'essere.  È 
la  piccola  biblioteca  di  colui,  che  avendo  proclamato  che  Ma 
pittura  è  una  poesia  muta  ',  dal  punto  di  vista  dell'arte,  e  che 
nello  stesso  tempo  '  la  pittura  è  filosofia  ',  dal  punto  di  vista 
della  conoscenza  astratta,  s'era  creata  una  libreria  ristretta  e 
perfetta,  la  piccola  biblioteca  dell'intimità  più  raccolta,  la  colle- 
zione dei 'breviari  dello  spirito,  di  quei  libri  soltanto  ciascuno 
dei  quali  sapeva  risvegliare  in  lui  qualche  più  profonda  eco,  e 
coi  quali  più  amorosamente  sentiva  combaciare  l'anima  sua. 

E  se,  in  occasione  di  un  suo  viaggio,  il  Maestro  si  disfece  di 


LE  FONTI  DI   LEONARDO  DA  VINCI  337 

una  parte  dei  suoi  volumi,  io  abbiam  già  rilevato,  questa  parte 
fu  precisamente  di  quei  libri,  che  meno  parlavano  alla  sua  mente 
e  al  suo  cuore.  Gli  rimasero  accanto,  amiche  uniche  e  fedeli, 
soltanto  quelle  opere,  che  più  soddisfacevano  al  desiderio  di  co- 
noscere dell'artista  e  a  quello  di  operare  dell'uomo  dalla  profonda 
meditazione.  «  E  se  tu  sarai  solo,  aveva  detto  Leonardo,  tu  sarai 
«  tutto  tuo  ». 

Un'altra  caratteristica  è  la  varietà  straordinaria  delle  materie 
trattate  nei  libri,  letti  e  meditati  da  Leonardo.  Vi  è  nella  sua 
coltura  quell'eclettismo,  che  Anito  collo  spirare  dell'età  di  mezzo, 
la  quale  si  era  esaurita  nelle  vaste  somme,  doveva  risorgere,  tra- 
sformato, nei  tempi  moderni,  dopo  l'interruzione  dell'umanesimo. 
Opere  ascetiche  si  trovano  accanto  a  scritti  sulle  scienze  occulte, 
opere  storiche  accanto  a  composizioni  poetiche,  opere  amene,  e 
spesso  scurrili,  accanto  a  investigazioni  filosofiche.  Cosmografia, 
matematica,  meccanica,  architettura,  ottica  e  medicina  vi  ap- 
paiono alla  rinfusa.  Se  da  una  parte  si  può  dire  che  nessun 
secolo  di  coltura  rimase  interamente  ignoto  al  Vinci,  dall'altra 
si  deve  riconoscere,  che  nessuna  scienza  del  suo  tempo  restò  per 
lui  interamente  sconosciuta. 

X.  Rilevate  queste  caratteristiche,  dobbiam  chiederci,  come 
mai  il  Vinci  dica  di  non  '  saper  allegar  gli  autori  ',  di  '  essere 
omo  sanza  lettere  '  (1).  Il  Bandello  lo  dice  «  esercitato  nella  let- 
«  tura  dei  buoni  autori  »  (2);  Luca  Pacioli  lo  chiama  «  degnissimo 
«  pictore,  prospectivo,  architecto,  musico  e  de  tutte  virtù  doctato  », 
per  dottrina,  <  principe  oggi  fra'  mortali  ».  Angelo  del  Tovaglia, 
scrivendo  a  Isabella  Gonzaga  scrive  dell'artista  ;  «  dà  opra  forte 


(1)  Leonardo,  Cod.  Atlantico,  t.  116  recto. 

(2)  Le  novelle,  che  il  Bandello  pone  in  bocca  a  Leonardo,  di  Alessandro 
Magno  e  di  Apelle  e  quella  di  Filippino  Lippi  fra  i  turchi,  furono  attinte 
dalla  viva  voce.  Se  Leonardo  può  accusare,  come  fa,  il  cardinale  Gurcense 
il  Vecchio  (Perauld  Raimondo)  «  di  poco  essere  esercitato  nella  lezione  de' 
«  buoni  autori  >  (Bandello,  Novelle,  Firenze,  1838,  v.  I,  p.  2.57,  novella  LVIII), 
vuol  dire  che  il  Vinci  si  riteneva,  e  che  i  circostanti  lo  ritenevano,  esperto 
nelle  buone  lettere. 

Giornale  storico.  —  SnppL  no  10- 11.  22 


338  E.   SOLMI 

«  alla  geometria,  impacientissimo  al  pennello  ».  L'Anonimo  Gad- 
diano  lo  rappresenta  come  conoscitore  di  Dante  e  di  Plinio;  il 
Vasari  erudito  e  letterato  ;  Baldassar  Castiglione  annunzia  che 
si  è  «  posto  ad  imparar  filosofia,  nella  quale  ha  cosi  strani  con- 
«  celti  e  nuove  chimere,  che  esso  con  tutta  la  sua  pittura  non 
«  sapria  dipingerle  ».  Il  Gellini  lo  afferma  '  grandissimo  filosofo  ', 
conoscitore  del  greco  e  del  latino.  Nei  tempi  successivi  la  fama 
di  Leonardo  dotto  crebbe  tanto,  che  il  Lomazzo  non  dubitava  di 
assomigliarlo  al  «druido  Ermete  e  all'antico  Prometeo»,  e  Gof- 
fredo Tory  in  Francia  lo  definiva  «  quasi  un  altro  Archi- 
mede ». 

Il  Vinci  invece  proclama  ad  alta  voce  la  propria  ignoranza 
letteraria,  tanto  per  ciò  che  riguarda  la  forma  de'  suoi  scritti, 
che  non  è  il  latino,  quanto  per  ciò,  che  si  riferisce  alla  sostanza: 
«Diranno  che  per  non  avere  io  lettere,  non  potere  ben  dire 
«  quello  di  che  voglio  trattare  ». 

Se  si  considera  l'amore  del  sapere,  che  traeva  Leonardo  allo 
studio  '  nelli  tempi  notturni  ',  se  si  getta  uno  sguardo  alla  sua 
coltura  e  alle  sue  fonti,  non  si  comprende  alla  prima,  perchè 
egli  chiami  sé  stesso  illetterato.  La  ragione  di  ciò  si  ha  nell'op- 
posto concetto,  che  si  facevano  dell'uomo  colto  gli  umanisti  e  il 
Vinci.  L'uomo  di  Leonardo  non  ha  a  che  fare  con  l'uomo  degli 
umanisti.  Gli  umanisti  amavano  la  bella  forma,  e  la  cercavano 
nei  Greci  e  nei  Romani;  amavano  la  verità,  ma  la  credevano 
ormai  detta  da  Platone  e  da  Aristotile,  da  Plinio  e  da  Seneca. 
L'uomo  di  lettere  deve  proporsi  come  scopo  supremo  di  imitare 
e  riprodurre  gli  antichi,  in  modo  che  non  sia  agevole  riconoscere 
il  vecchio  ed  il  nuovo,  l'originale  dalla  copia.  L' ideale  del  filo- 
sofo deve  esser  quello  di  porre  i  propri  concetti  in  pieno  ac- 
cordo con  quelli  degli  antichi  savi,  in  modo  che  tutto  ciò  che  è 
stato  ben  pensato  dal  classicismo  ritorni  ad  essere  pensiero  vivo 
del  quattrocento.  Fra  gli  appunti  vinciani  vi  è  questa  frase  di 
un  umanista, del  Valturio:  «Nulla  può  essere  scripto  per  nuovo 
«  ricercare  ». 

L'uomo  scienziato  di  Leonardo  ha  una  fìsonoraia  assolutamente 


LE  FONTI   DI  LEONARDO  DA  VINCI  339 

opposta  a  quella  dell'umanesimo.  La  rivoluzione  compiuta  dal 
Vinci  è  analoga  a  quella  prodotta  da  Dante  e  dallo  Stil  Nuovo. 
La  causa  del  bene  scrivere  è  una  naturale  disposizione,  che  non 
si  acquista  imitando  gli  altri,  ma  lasciando  libero  il  corso  al 
proprio  pensiero  e  ai  propri  affetti.  La  spontaneità  naturale  fu 
la  maestra  di  chi  ben  scrisse:  «Le  bone  lettere,  son  nate  da  un 
«  bono  naturale,  e  perchè  si  dee  più  laldare  la  cagion  che  l'ef- 

<  fetto,  più  lalderai  un  bon  naturale  sanza  lettere,  che  un  bon 

<  letterato  sanza  naturale  ».  Da  questa  spontaneità  deriva  la 
bellezza  della  forma  e  nello  stesso  tempo  la  verità  della  filosofìa. 
L'arte  e  la  scienza  trovano  nella  imitazione  e  nella  ripetizione 
la  loro  morte  e  il  loro  sepolcro. 

Con  concetti  cosi  diametralmente  opposti  sulla  natura  dell'arte 
e  della  scienza,  gli  Umanisti  e  Leonardo  si  disprezzarono  vicen- 
devolmente e  cordialmente.  Non  una  sola  frase  di  lode  fu  dedi- 
cata dagli  Umanisti  incensatori  di  principi  e  di  dotti  al  Vinci.  In 
mezzo  ad  una  moltitudine  (come  sempre  accade)  di  grandi  che 
eran  piccoli,  di  sapientissimi  che  erano  ignorantissimi,  celebrati 
tutti  e  celebratori,  colla  frase  più  eletta  e  col  periodo  più  tor- 
nito di  Cicerone,  chi  si  ricordò  dell'artista  fiorentino?  Rievo- 
cando la  figura  del  Maestro,  nel  suo  contorno,  ci  sembra  di  ve- 
dere un  uomo,  il  quale  parla  in  mezzo  ad  una  folla,  che  non  è 
in  grado  di  ascoltarlo  e  di  intenderlo.  Ed  il  Vinci  ripagò  di 
egual  moneta  gli  umanisti,  che  vorrebbe  accompagnare  *  come 
recitatori  e  trombetti  '  in  fra  gli  armenti  delle  bestie ,  se  non 
avessero  la  forma  umana,  che  facesse  loro  scudo. 

XI.  Leonardo  era  tuttavia  estimatore  e  ossequioso  agii  an- 
tichi, ma  ciò  per  lui  non  equivaleva  ad  essere  imitatore  e  schiavo. 
Sotto  la  statua  equestre  a  Francesco  Sforza,  che  per  opera  del 
Vinci  fu  innalzata  nella  piazza  del  castello  di  Milano,  soltanto 
in  modello,  nel  1493,  egli  aveva  fatto  tradurre,  sotto  forma  di 
epigramma,  da  Piattino  Piatti  un  suo  notevole  pensiero: 

Leonardus   Vincia  (sic)  Florentinus 
Statuarius  Pictorque  nobilissimits  de  se  parce  loquiiur. 

Non  sum  Lysippus  :  nec  Apelles  :  nec  Policletus  : 
Nec  Zeusis  :  nec  suro  nobilis  aere  Mvron  ; 


340  E.   SOLMI 

Sum  Florentihus  Leonardus  Vincia  proles: 
Mirator  veterum  discìpuiusque  memor. 

Defuit  una  mihi  symmetria  prisca:   peregi 
Quod  potui  :  veniam  da  mihi  posteritas. 

Entusiasta  dell'arte  greca  e  romana,  *  mirator  veterum  disci- 
pulusque  memor',  l'artista  si  compiacque,  secondo  la  testimo- 
nianza del  Bandello,  che  fu  presente  al  discorso,  nel  desiderio, 
«  che  si  potessero  vedere  di  quelle  pitture  antiche,  che  tanto  dai 
«  buoni  scrittori  sono  celebrate,  per  poter  far  giudizio,  se  ì  pittori 
«  del  tempo  nostro  si  ponno  agli  antichi  agguagliare  ».  Perchè 
visse  in  un  contorno  paganeggiante,  il  Vinci  scelse  ben  spesso 
dei  soggetti  di  mitologia  classica,  per  le  sue  scolture  e  i  suoi 
quadri.  Nel  Codice  Atlantico  ricorda  con  trasporto  la  raccolta 
di  marmi  antichi,  che  i  Principi  avevan  fatta  in  Firenze,  e  che 
era  forse  la  più  mirabile  del  tempo:  «  Fatiche  d'Ercole  a  Pier  F. 
«  Ginori  —  L'orto  de'  Medici  »  (1).  Dipinse  nella  sua  giovinezza 
una  Medusa  e  un  Nettuno,  e  nella  sua  vecchiezza  una  Leda  e 
una  Pomona,  e  tentò  una  fusione  della  forma  antica  col  senti- 
mento moderno,  presentando  San  Giovanni  sotto  le  spoglie  di 
Bacco,  come  nunziatore  di  giubilo. 

In  architettura  Leonardo  segue  gli  antichi  ordini,  dietro  la 
scorta  di  Vitruvio,  combinandoli  solo  talvolta  con  la  cupola  bi- 
zantina. Ricorda  l'Arena  di  Verona  (2);  «  a  Tivoli  vecchio  la 
«  casa  d'Adriano  »  (3),  in  un  grandioso  disegno  imita  il  mausoleo 
di  Alicarnasso  ed  in  un  altro  il  Castel  Sant'Angelo  di  Roma  (4), 


(1)  Leonardo,  Cod.  Atl.,  f.  288  verso,  Cod.  Atl.,  f.  147  recto. 

(2)  Leonardo,  Codice  Atlantico,  f.  264  recto  :  «  To'  da  Giovan  Lombardo 
«  il  teatro  di  Verona  ». 

(3)  Leonardo,  Codice  A  tlantico,  f .  227  v.  :  «  Roma  a  Tivoli  vecchio,  casa  di 
Adriano  ».  È  la  villa  tiburtina,  fatta  dopo  i  viaggi  di  Adriano,  imperatore,  già 
ricchissima  di  scolture,  che  riproduceva  il  Pritaneo,  il  Liceo,  l'Accademia, 
il  Pecile,  come  in  Atene,  il  Canopo,  come  in  Egitto,  la  Tempe,  gli  Inferi  e 
gli  Elisi. 

(4)  RlCHTKR,  11,  p.  84. 


LE  FONTI   DI  LEONARDO   DA   VINCI  341 

costruzioni  prettamente  classiche.  In  scultura  afferma,  che  l'imi- 
tazione delle  statue  antiche  è  più  lodevole  di  quella  delle  mo- 
derne. Imita,  negli  schizzi  per  il  monumento  a  Francesco  Sforza, 
i  cavalli  del  Quirinale,  la  statua  equestre  di  Marco  Aurelio,  il 
«  Regisole  »  di  Pavia  (1);  e  nella  sete  insoddisfatta  di  compiere 
opere  grandiose  ricorre  forse  alle  medaglie  di  Adriano,  di  An- 
tonino, di  Settimio  Severo,  di  Lucio  Vero,  di  Probo  e  ad  una 
moneta  di  Patreo  (2), 

In  pittura  Leonardo  biasima  il  difetto  comune  ai  pittori  italici 
di  mettere  nei  quadri  delle  figure  intere  di  imperatori,  imitate 
dalle  statue  antiche  o  di  dare  alle  loro  figure  arie,  che  si  notano 
negli  antichi:  ma  all'atto  pratico  ricorre  per  V Adorazione  de' 
Magi  al  Fauno  di  Prassitele,  al  Narcisso  in  bronzo,  che  oggi  si 
conserva  nel  Museo  di  Napoli,  al  Sileno  classico;  per  il  Cena- 
colo al  ritratto  di  Lucio  Vero;  per  la  Battaglia  di  Anghiari  al 
cammeo  degli  Uffizi,  rappresentante  La  caduta  di  Fetonte.  Dal- 
l'antico è  attinto  il  tripode  deìV Annunziazione  ;  dalla  collezione 
forse  del  Giardino  di  San  Marco  un  busto  di  vecchio  dei  Mano- 
scritti; come  dal  cosi  detto  busto  di  Pasquino  è  ispirato  un 
tentativo  di  ricostruzione  del  Codice  Atlantico,  nel  quale  ram- 
menta anche  certi  '  vasetti  antichi  *  (3). 

Quando  il  Vinci  fa  la  descrizione  del  Diluvio  universale,  la 
terminologia  biblica  si  mescola  con  la  pagana:  «  Nettuno  si  vedea 
«  in  mezzo  alle  acque  col  tridente,  e  vedeasi  Eolo  colli  sua  venti 
«  ravviliuppare  natanti  piante  diradicate,  miste  colle  numerose 
<  onde  »,  Quando  parla  delle  diverse  specie  di  bilico  della  per- 
sona, gli  sovviene  un'antica  scoltura,  che  ha  veduta  nel  Giardino 
di  San  Marco:  «  Il  bilico  composto  s'intende  esser  quello  che  fa 


(1)  Leonardo,  Cod.  Atl.,  f.  147  recto:  «  Di  quel  di  Pavia  si  lauda  più  il 
«  movimento  che  nessan'altra  cosa.  L'imitazione  delle  cose  antiche  è  più  lau- 
<  dabile  delle  moderne». 

(2)  Froehner,  Les  médaillons  de  Y Empire  Romain,  p.  34,  72,  93, 137,  242; 
DuRUT,  Histoire  des  Grecs,  II,  p.  76. 

(3)  Leonardo,  Cod.  Atl.,  f  303  verso. 


342  E.   SOLMI 

«  un  uomo,  che  sostiene  sopra  di  sé  un  peso  per  diversi  moti, 
«  come  nella  figura  d'Ercole,  che  scoppia  Anteo,  il  quale  sospen- 
«  dendolo  da  terra  infra  il  petto  e  le  braccia,  che  tu  gli  faccia 
«  tanto  la  sua  figura  di  dietro  alla  linea  centrale  de'  suoi  piedi, 
«  quanto  Anteo  ha  il  centro  della  sua  gravità  a'  medesimi  piedi  ». 
Se  l'artista  fiorentino  parla  del  modo  di  vestire  le  figure,  sembra 
un  antico  che  discorra  :  «  Il  vecchio  sia  togato,  il  giovane  ornato 
«  da  abito,  che  manco  occupi  il  collo,  dagli  omeri  delle  spalle 
«  in  su  ».  Classico  è  il  concetto  di  esprimere  coll'arte  la  figura 
umana  nelle  sue  divine  proporzioni  ideali,  senza  riguardo  al 
tempo  e  allo  spazio.  Si  raccomanda  «  di  fuggire  il  più  che  si 
«  può  li  abiti  della  sua  età  »,  e  non  usarli  «  se  non  nelle  figure 
«  ch'hanno  a  somigliare  a  quelli,  che  son  sepolti  per  le  Chiese, 
«  acciocché  si  riservi  riso  nelli  nostri  successori  delle  pazze  in- 
«  venzioni  delli  omini,  ovvero  che  gli  lascino  ammirazione  della 
«  loro  dignità  e  bellezza  ».  Astrarre  l'uomo  dal  contorno  storico, 
manifestarlo  nella  costanza  e  immutabilità  delle  sue  leggi  fisio- 
logiche e  psicologiche  è  precetto  antico  e  nello  stesso  tempo 
vinciano.  Gli  schizzi  di  Leonardo,  giusta  gli  antichi  precetti, 
sono  per  lo  più  uomini  ignudi;  le  vesti,  come  nelle  statue  greche, 
lungi  dal  celare  le  forme,  danno  loro  risalto,  idealità  e  purezza. 
«  Ed  imita  quanto  puoi,  aggiunge  acutamente  il  Vinci,  li  Greci 
«  e  li  Latini  nel  modo  del  scuoprire  le  membra,  quando  il  vento 
«  appoggia  sopra  di  loro  li  panni  »  (1). 


(1)  Leonardo,  Tratt.  d.  più.,  L.  I  e  II.  Spesso  Leonardo  ricorreva  agli  au- 
tori classici,  medievali  e  contemporanei,  per  avere  norme  e  ispirazioni  per  i 
suoi  concetti  artistici.  Fra  i  fogli  inediti  di  Windsor  (Notes  et  dessins  sur 
les  attitudes  de  Vhomm'e,  collezione  Rouveyre,  f.  11  recto),  il  Vinci  si  propone 
di  fare  un  «  sito  di  Venere  ».  «  Farai  le  scale  da  4  faccie,  per  le  quali  si  per- 
«  viene  a  un  punto  fatto  dalla  natura  sopra  un  sasso,  el  quale  sia  sotto  voto, 
«  e  sostenuto  dinanzi  con  pilastri,  e  sotto  traforato  con  magnio  portico,  ne  li 
«  quali  vadan  l'acque  in  diversi  vasi  di  graniti,  porfidi  e  serpentini,  dentro  a 
«  concola,  e  spandaa  l'acqua  in  sé  medesimi,  e  di  ritorno  a  tal  portico  in  verso 
«  tramontana  sia  lago  con  una  isoletta  in  mezzo,  nella  quale  sia  un  folto  e 
«  ombroso  bosco.  L'acque  in  testa  a'  pilastri  sien  versati  in  vasi  a  pie  de'  suoi 
«  inbasamenti  collocati,  de'  quali  si  sparga  piccoli  rivelli  ».  Per  rendere  la  ri- 


LE   FONTI   DI   LEONARDO   DA   VINCI  343 

Lo  scopo  supremo  del  fiorentino  fu  di  elevarsi  alla  simmetria 
dell'arte  greca,  alla  «divina  proportionalità  »,  e  l'artista  fece 
scrivere  di  sé  a  Piattino  Piatti: 

Mirator  veterum  discipulusque  memor, 
Defuit  una  mihi  symmetria  prisca  :  peregi 
Quod  potui:  veniam  da  mihi  posteritas. 

Come  scienziato  la  posizione  di  Leonardo  di  fronte  all'anti- 
chità non  è  diversa.  Quando  ha  da  discutere  un  problema  il 
Vinci  si  ricorda  sempre  che  gli  antichi  V  hanno  spiegato,  o  al- 
meno discusso.  Egli  tuttavia  non  ne  accetta  le  verità,  se  non  ne 
confuta  gli  errori:  ma  non  si  appaga  mai  nelle  altrui  parole, 
quando  non  son  corroborate  dall'intima  evidenza,  derivante  dal- 
l'analisi diretta  dei  fatti.  Se  vuol  dimostrare  l'utilità  della  scienza 
dell'acqua,  gli  corrono  alla  mente  gli  antichi  esempi.  «  Molte  fu- 
«  rono  le  terre  principali  delle  provincie,  le  quali,  essendo  poste 
«  sopra  li  lor  fiumi  principali,  son  state  consumate  e  distrutte 
«  da  essi  fiumi,  come  fu  Babilonia  dal  Tigris,  per  causa  di  Ciro, 
«  e  cosi  infinite  regioni,  e  la  scienza  dell'acqua  dà  cognizion 
«  precisa  delli  sua  ripari  ».  Se  tratta  di  architettura  civile,  vuole 
alcuna  volta  dimostrare  li  effetti  per  le  cagioni,  altra  volta 
affermar  le  ragioni  colle  sperienze  '  queste  accomodando  ad 
alcuna  alturità  de  li  architetti  antichi  '  .  Se  tratta  di  matematica: 
«  questi  rettangoli,  scrive  Leonardo,  e'  cerco  di  farne  come  fé' 
«  Pitagora  della  superfizie  ».  «  Se  voi  legiete  per  gli  studi,  scrive 


produzione  più  esatta  Leonardo  trascrive  dal  latino  la  descrizione  dell'Isola  di 
Cipro  (Ivi,  f.  11  verso):  <  Dalli  meridionali  liti  di  Cilitia  si  vede  per  australe  la 
«bell'isola  di  Cipri,  la  qual  fu  regno  della  Dea  Venere,  e  molti  incitati 
«  dalla  sua  bellezza  han  rotti  lor  navili  e  sarte  in  fra  li  scogli,  circundati 
«  delle  revertinali  onde.  Quivi  la  bellezza  del  dolce  colle  invita  i  vagabondi 
«  navicanti  a  recrearsi  infra  le  sue  fiorite  verdure,  fra  le  quali  i  venti  ra- 
<  girandosi  empiano  l'isola  e  '1  circustante  mare  di  suavi  odori.  0  quante 
«  navi  quivi  già  son  somerse,  o  quanti  navili  rotti  negli  scogli.  Quivi  si 
€  potrebbe  vedere  innumerabili  navili.  Chi  è  rotto  e  mezzo  coperto  dalla 
€  rena,  chi  si  mostra  da  poppa  e  chi  da  prua,  chi  da  carena  e  chi  da  costa. 
«  E  pare  a  similitudine  d'un  giudizio,  che  voglia  risuscitare  navili  morti, 
«  tant'è  la  somma  di  quelli,  che  copre  tutto  il  lito  settentrionale.  Quivi  i 
«venti  d'aquilone  resonando  fan  vari  e  paurosi  soniti!  ». 


344  E.    SOLMI 

«  ai  poeti  latineggianti ,  non  andate  voi  a  chi  più  vi  premia  ? 
«  fate  voi  alcuna  opera  senza  qualche  premio?  benché  questo 
«  non  dico  per  biasimare  simili  openioni,  perchè  ogni  fatica 
«aspetta  premio,  e  potrà  dire  uno  poeta:  —  io  farò  una  finzione 
«  che  significa  cose  grande  —  questo  medesimo  farà  il  pittore, 
«  come  fecie  Apelle  la  Calunnia  »  (1). 

Leonardo  ammira  l'antichità,  ma  non  vuol  farsene  schiavo  ; 
studia  gli  antichi,  ma  non  vuol  ripeterne  i  concetti,  persuaso 
del  progrediente  cammino  della  ragione  umana,  che  gli  fa  ripe- 
tere: '  antiquitas  saeculi  Juventus  mundi  '  (2).  Nella  filosofia  si 
ricollega  ad  Aristotile  e  a  Platone;  nella  cosmografia  a  Tolomeo 
e  Strabene,  a  Plinio  e  Gleomede;  nella  matematica  ad  Euclide 
e  ad  Archimede,  ad  Ippocrate  di  Ohio  e  a  Teodosio;  nella  mec- 
canica ad  Erone;  nell'architettura  a  Vitruvio  e  a  Frontino;  nel- 
l'ottica ad  Euclide;  nell'anatomia  a  Ippocrate  di  Goo  e  Galeno; 
nella  botanica  a  Teofrasto  e  a  Plinio.  Dovunque  gli  mancano  le 
antiche  tradizioni,  egli  sente  di  errare  nel  vuoto. 

Edmondo  Solmi . 


(1)  Leonardo,  Cod.  Atl.,  f.  305  recto,  270  recto,  159  recto,  Ash.,\\,  19  verso. 
Codice  Atlantico,  f.  95  v-:  «npOùTov...  jnèv  flj  fivòpei;...  'A8rivaiov.  Aut  Hespe- 
«  riam  solam  dicis  et  significas  Italiani,  aut  addis  ultimam  et  significas  Hispa- 
«  niam,  Umbria  pars  Tuscie  ».  Cfr.  Ioannis  Boccacii,  De  montibus  :  sylvis: 
fontibus:  lacubus:  fluminibus:  stagnis  seu  paludibus  :  denominibus  maris, 
(in  fine)  Venetiis  (per  Vindelinum  de  Spira).  Idibus  lan.  GGGGXXIll  in  fol. 
È  la  prima  edizione  di  quest'opera. 

(2)  Si  attribuisce  a  Leonardo  una  caricatura,  che  rappresenta  Aristotile. 
Assai  probabilmente  la  caricatura  non  è  del  Nostro,  e  il  rappresentato  non 
è  Aristotile,  verso  il  quale  il  Vinci,  pur  combattendolo,  adopera  sempre  pa- 
role serie  e  deferenti.  Cfr.  Codice  Atlantico,  f.  279  recto:  «  Il  vento  si  move 
«  per  retta  linia,  e  non  circulare,  come  vuole  Aristotile,  e  questo  c'insegna 
«  il  moto  della  fortuna  del  mare  ».  Leonardo  non  riconosce  altra  autorità, 
che  quella  della  ragione  e  dell'esperienza.  Gerto  che  talora  adopera  frasi 
pungenti  verso  gli  scrittori,  ma  ciò  fa  principalmente  verso  quelli  del  suo 
tempo,  come  Leon  Battista  Alberti.  Gfr.  Maniiscrits  inédits  (British  Museum, 
111,  f.  32  verso):  «Riprova  contro  Battista  Alberti  ecc.  ».  E  indeterminata- 
mente Cod.  Atl.,  f.  270  verso:  «Confutare  adunque  questi  matematici,  che 
«  dicono  l'occhio  non  avere  virtù  spirituale,  che  s'astenda  fori  di  lui,...  e  per 
«  questa  ragione  assegniano  l'occhio  ricevere,  e  non  mandare  niente  di  sé  ». 


PQ 

AOOl 

G53 

n.io/n 


Giornale  storico  della 
letteratura  italiana 
Supplemento 


PLEASE  DO  MOT  REMOVE 
CARDS  OR  SI  IPS  FROM  THIS  POCKET 


UNIVERSITY  OF  TORONTO  LIBRARY